Qualcuno
ha fatto notare un paradosso: è infatti più
volte successo che la Chiesa sia stata giudicata attardata,
non al passo con i tempi. Ma il prosieguo della storia ha
finito col dimostrare che, se sembrava anacronistica, è
perché aveva avuto ragione troppo presto.
E' successo, ad esempio, con la diffidenza per il mito entusiastico
della "modernità", e del conseguente "progresso",
per tutto il XIX secolo e per buona parte del XX. Adesso,
uno storico come Émile Poulat può dire: "Pio
IX e gli altri papi "reazionari" erano in ritardo
sul loro tempo ma sono divenuti dei profeti per il nostro.
Avevano forse torto per il loro oggi e il loro domani: ma
avevano visto giusto per il loro dopodomani, che è
poi questo nostro tempo postmoderno che scopre l'altro volto,
quello oscuro, della modernità e del progresso".
E' successo, per fare un altro esempio, con Pio XI e Pio
XII, le cui condanne del comunismo ateo erano sino a ieri
sprezzate come "conservatrici", "superate",
mentre ora quelle cose le dicono gli stessi comunisti pentiti
(quando hanno sufficiente onestà per riconoscerlo)
e rivelano che quegli "attardati" di papi avevano
una vista che nessun altro ebbe così acuta. Sta succedendo,
per fare un altro esempio, con Paolo VI, il cui documento
che appare e apparirà sempre più profetico
è anche quello che fu considerato il più "reazionario":
l'Humanae Vitae.
Oggi siamo forse in grado di scorgere che il paradosso si
è verificato anche per quel "caso Galileo"
che ci ha tenuti impegnati per i due frammenti precedenti.
Certo, ci si sbagliò nel mescolare Bibbia e nascente
scienza sperimentale. Ma facile è giudicare con il
senno di poi: come si è visto, i protestanti furono
qui assai meno lucidi; anzi, assai più intolleranti
dei cattolici. E certo che in terra luterana o calvinista
Galileo sarebbe finito non in villa, ospite di gerarchi
ecclesiastici, ma sul patibolo.
Dai tempi dell'antichità classica sino ad allora,
in tutto l'Occidente, la filosofia comprendeva tutto lo
scibile umano, scienze naturali comprese: oggi ci è
agevole distinguere, ma a quei tempi non era affatto così;
la distinzione cominciava a farsi strada tra lacerazioni
ed errori.
D'altro canto, Galileo suscitava qualche sospetto perché
aveva già mostrato di sbagliare (sulle comete, ad
esempio) e proprio su quel suo prediletto piano sperimentale;
non aveva prove a favore di Copernico, la sola che portava
era del tutto erronea. Un santo e un dotto della levatura
di Roberto Bellarmino si diceva pronto - e con lui un'altra
figura di altissima statura come il cardinale Baronio -
a dare alla Scrittura (la cui lettera sembrava più
in sintonia col tradizionale sistema tolemaico) un senso
metaforico, almeno nelle espressioni che apparivano messe
in crisi dalle nuove ipotesi astronomiche; ma soltanto se
i copernicani fossero stati in grado di dare prove scientifiche
irrefutabili. E quelle prove non vennero se non un secolo
dopo.
Uno studioso come Georges Bené pensa addirittura
che il ritiro deciso dal Sant'Uffizio del libro di Galileo
fosse non solo legittimo ma doveroso, e proprio sul piano
scientifico: "Un po' come il rifiuto di un articolo
inesatto e senza prove da parte della direzione di una moderna
rivista scientifica". D'altro canto, lo stesso Galileo
mostrò come, malgrado alcuni giusti princìpi
da lui intuiti, il rapporto scienza-fede non fosse chiaro
neppure per lui. Non era sua, ma del cardinal Baronio (e
questo riconferma l'apertura degli ambienti ecclesiastici)
la formula celebre: "L'intento dello Spirito Santo,
nell'ispirare la Bibbia, era insegnarci come si va al Cielo,
non come va il cielo".
Ma tra le cose che abitualmente si tacciono è la
sua contraddizione, l'essersi anch'egli impelagato nel "concordismo
biblico": davanti al celebre versetto di Giosuè
che ferma il Sole non ipotizzava per niente un linguaggio
metaforico, restava anch'egli sul vecchio piano della lettura
letterale, sostenendo che Copernico poteva dare a quella
"fermata" una migliore spiegazione che Tolomeo.
Mettendosi sullo stesso piano dei suoi giudici, Galileo
conferma quanto fosse ancora incerta la distinzione tra
il piano teologico e filosofico e quello della scienza sperimentale.
Ma è forse altrove che la Chiesa apparve per secoli
arretrata, perché era talmente in anticipo sui tempi
che soltanto ora cominciamo a intuirlo. In effetti - al
di là degli errori in cui possono essere caduti quei
dieci giudici, tutti prestigiosi scienziati e teologi, nel
convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, e forse
al di là di quanto essi stessi coscientemente avvertivano
- giudicando una certa baldanza (se non arroganza) di Galileo,
stabilirono una volta per sempre che la scienza non era
né poteva divenire una nuova religione; che non si
lavorava per il bene dell'uomo e neppure per la Verità,
creando nuovi dogmi basati sulla "Ragione- al posto
di quelli basati sulla Rivelazione. "La condanna temporanea
(donec corrigatur, fino a quando non sia corretta, diceva
la formula) della dottrina eliocentrica, che dai suoi paladini
era presentata come verità assoluta, salvaguardava
il principio fondamentale che le teorie scientifiche esprimono
verità ipotetiche, vere ex suppositione, per ipotesi
e non in modo assoluto". Così uno storico d'oggi.
Dopo oltre tre secoli di quella infatuazione scientifica,
di quel terrorismo razionalista che ben conosciamo, c'è
voluto un pensatore come Karl Popper per ricordarci che
inquisitori e Galileo erano, malgrado le apparenze, sullo
stesso piano. Entrambi, infatti, accettavano per fede dei
presupposti fondamentali sulla cui base costruivano i loro
sistemi. Gli inquisitori accettavano come autorità
indiscutibili (anche sul piano delle scienze naturali) la
Bibbia e la Tradizione nel loro senso più letterale.
Ma anche Galileo e, dopo di lui, tutta la serie infinita
degli scientisti, dei razionalisti, degli illuministi, dei
positivisti - accettava in modo indiscusso, come nuova Rivelazione,
l'autorità del ragionare umano e dell'esperienza
dei nostri sensi.
Ma chi ha detto (e la domanda è di un laico agnostico
come Popper) - se non un'altra specie di fideismo - che
ragione ed esperienza, che testa e sensi ci comunichino
il "vero"? Come provare che non si tratta di illusioni,
così come molti considerano illusioni le convinzioni
su cui si basa la fede religiosa? Soltanto adesso, dopo
tanta venerazione e soggezione, diveniamo consapevoli che
anche le cosiddette "verità scientifiche"
non sono affatto "verità" indiscutibili
a priori, ma sempre e solo ipotesi provvisorie, anche se
ben fondate (e la storia in effetti è lì a
mostrare come ragione ed esperienza non abbiano preservato
gli scienziati da infinite, clamorose cantonate, malgrado
la conclamata "oggettività e infallibilità
della Scienza").
Questi non sono arzigogoli apologetici, sono dati ben fondati
sui documenti: sino a quando Copernico e tutti i copernicani
(numerosi, lo abbiamo visto, anche tra i cardinali, magari
tra i papi stessi) restarono sul piano delle ipotesi, nessuno
ebbe da ridire, il Sant'Uffizio si guardò bene dal
bloccare una libera discussione sui dati sperimentali che
via via venivano messi in campo.
L'irrigidimento avviene soltanto quando dall'ipotesi si
vuol passare al dogma, quando si sospetta che il nuovo metodo
sperimentale in realtà tenda a diventare religione,
quello "scientismo" in cui in effetti degenererà.
"In fondo, la Chiesa non gli chiedeva altro che questo:
tempo, tempo per maturare, per riflettere quando, per bocca
dei suoi teologi più illuminati, come il santo cardinale
Bellarmino, domandava al Galilei di difendere la dottrina
copernicana ma solo come ipotesi e quando, nel 1616, metteva
all'Indice il De revolutionibus di Copernico solo donec
corrigatur, e cioè finché non si fosse data
forma ipotetica ai passi che affermavano il moto della Terra
in forma assoluta. Questo consigliava Bellarmino: raccogliete
i materiali per la vostra scienza sperimentale senza preoccuparvi,
voi, se e come possa organizzarsi nel corpus aristotelico.
Siate scienziati, non vogliate fare i teologi!" (Agostino
Gemelli).
Galileo non fu condannato per le cose che diceva; fu condannato
per come le diceva. Le diceva, cioè, con un'intolleranza
fideistica, da missionario del nuovo Verbo che spesso superava
quella dei suoi antagonisti, pur considerati "intolleranti"
per definizione. La stima per lo scienziato e l'affetto
per l'uomo non impediscono di rilevare quei due aspetti
della sua personalità che il cardinale Paul Poupard
ha definito come "arroganza e vanità spesso
assai vive". Nel contraddittorio, il Pisano aveva di
fronte a sé astronomi come quei gesuiti del Collegio
Romano dai quali tanto aveva imparato, dai quali tanti onori
aveva ricevuto e che la ricerca recente ha mostrato nel
loro valore di grandi, moderni scienziati anch'essi "sperimentali".
Poiché non aveva prove oggettive, è solo in
base a una specie di nuovo dogmatismo, di una nuova religione
della Scienza che poteva scagliare contro quei colleghi
espressioni come quelle che usò nelle lettere private:
chi non accettava subito e tutto il sistema copernicano
era (testualmente) "un imbecille con la testa tra le
nuvole", uno "appena degno di essere chiamato
uomo", "una macchia sull'onore del genere umano",
uno "rimasto alla fanciullaggine"; e via insultando.
In fondo, la presunzione di essere infallibile sembra più
dalla sua parte che da quella dell'autorità ecclesiastica.
Non si dimentichi, poi, che, precorrendo anche in questo
la tentazione tipica dell'intellettuale moderno, fu quella
sua "vanità", quel gusto di popolarità
che lo portò a mettere in piazza, davanti a tutti
(con sprezzo, tra l'altro della fede dei semplici), dibattiti
che proprio perché non chiariti dovevano ancora svolgersi,
e a lungo, tra dotti. Da qui, tra l'altro, il suo rifiuto
del latino: "Galileo scriveva in volgare per scavalcare
volutamente i teologi e gli altri scienziati e indirizzarsi
all'uomo comune. Ma portare questioni così delicate
e ancora dubbie immediatamente a livello popolare era scorretto
o, almeno, era una grave leggerezza" (Rino Cammilleri).
Di recente, 1`erede" degli inquisitori, il Prefetto
dell'ex Sant'Uffizio, cardinale Ratzinger, ha raccontato
di una giornalista tedesca - una firma famosa di un periodico
laicissimo, espressione di una cultura "progressista"
- che gli chiese un colloquio proprio sul riesame del caso-Galileo.
Naturalmente, il cardinale si aspettava le solite geremiadi
sull'oscurantismo e dogmatismo cattolici. Invece, era il
contrario: quella giornalista voleva sapere "perché
la Chiesa non avesse fermato Galileo, non gli avesse impedito
di continuare un lavoro che è all'origine del terrorismo
degli scienziati, dell'autoritarismo dei nuovi inquisitori:
i tecnologi, gli esperti...". Ratzinger aggiungeva
di non essersi troppo stupito: semplicemente quella redattrice
era una persona aggiornata, era passata dal culto tutto
"moderno" della Scienza alla consapevolezza "postmoderna"
che scienziato non può essere sinonimo di sacerdote
di una nuova fede totalitaria.
Sulla strumentalizzazione propagandistica che è stata
fatta di Galileo, trasformato - da uomo con umanissimi limiti,
come tutti, quale era - in un titano del libero pensiero,
in un profeta senza macchia e senza paura, ha scritto cose
non trascurabili la filosofa cattolica (uno dei pochi nomi
femminili di questa disciplina) Sofia Vanni Rovighi. Sentiamo:
"Non è storicamente esatto vedere in Galileo
un martire della verità, che alla verità sacrifica
tutto, che non si contamina con nessun altro interesse,
che non adopera nessun mezzo extra-teorico per farla trionfare,
e dall'altra parte uomini che per la verità non hanno
alcun interesse, che mirano al potere, che adoperano solo
il potere per trionfare su Galileo. In realtà ci
sono invece due parti, Galileo e i suoi avversari, l'una
e l'altra convinte della verità della loro opinione,
l'una e l'altra in buona fede ma che adoperano l'una e l'altra
anche mezzi extra-teorici per far trionfare la tesi che
ritengono vera. Né bisogna dimenticare che, nel 1616,
l'autorità ecclesiastica fu particolarmente benevola
con Galileo e non lo nominò neppure nel decreto di
condanna e nel 1633, sebbene sembrasse procedere con severità,
gli concesse ogni possibile agevolazione materiale. Secondo
il diritto di allora, prima, durante e, se condannato, dopo
la procedura, Galileo avrebbe dovuto essere in carcerato;
e invece non solo in carcere non fu neanche per un'ora,
non solo non subì alcun maltrattamento, ma fu alloggiato
e trattato con ogni conforto".
Ma continua la Vanni Rovighi, quasi con particolare sensibilità
femminile verso le povere figlie del grande scienziato:
"Non è poi equo operare con due pesi e due misure
e parlare di delitto contro lo spirito quando si allude
alla condanna di Galileo, ma non battere ciglio quando si
narra della monacazione forzata che egli impose alle sue
due figliuole giovinette, facendo di tutto per eludere le
savie leggi ecclesiastiche che tutelavano la dignità
e libertà personale delle giovani avviate alla vita
religiosa, col fissare un limite minimo di età per
i voti. Si osserverà che quell'azione di Galileo
va giudicata tenendo presente l'epoca storica, che Galileo
cercò di rimediare, di farsi perdonare quella violenza,
usando gran e bontà soprattutto verso Virginia, divenuta
suor Maria Celeste; e noi troviamo giustissime queste considerazioni,
ma domandiamo che egual metro di comprensione storica e
psicologica venga usato anche quando si giudicano gli avversari
di Galileo".
Prosegue la studiosa: "Occorrerà anche tenere
presente questo: quando si condanna severamente l'autorità
che giudicò Galileo ci si mette da un punto di vista
morale (da un punto di vista intellettuale, infatti, è
pacifico che ci fu errore nei giudici; ma l'errore non è
delitto e non si dimentichi mai che ciò non riguarda
affatto la fede: sia il giudizio del 1616 che quello del
1633 sono decreti di una Congregazione romana approvati
dal papa in forma communi e come tali non cadono sotto la
categoria delle affermazioni nelle quali la Chiesa è
infallibile; si tratta di decreti di uomini di Chiesa, non
certo di dogmi della Chiesa). Se ci si pone, dunque, a un
punto di vista morale, non bisogna confondere questo valore
con il successo. Tanto vale il tormento dello spirito del
grande Galileo quanto il tormento dello spirito sconvolto
della povera suor Arcangela, monacata a forza dal padre
a 12 anni. E se poi si osserva che - diamine! - Galileo
è Galileo, mentre suor Arcangela non è che
un'oscura donnetta, per concludere almeno implicitamente
che tormentare l'uno è colpa ben più grave
che tormentare l'altra, ci si lascia affascinare dal potere
e dal successo. Ma da questo punto di vista non ha più
senso parlare di spirito: né per stigmatizzare i
delitti compiuti contro di esso né per esaltarne
le vittorie".
Nella "Lettera alla Granduchessa Cristina", Galileo
si fece giudice ed esegeta "scientifico" della
Bibbia, dicendo - in merito all'arresto del sole e della
luna al comando di Giosue' - che "coll'aiuto del sistema
Copernicano noi abbiamo il senso facile, letterale e chiaro
del comando".
Inoltre,
"[...] Galileo aveva scritto che alcune volte le
Scritture "oscurano" il loro proprio significato.
Nella copia mandata a Roma la parola "oscurano"
era cambiata in "pervertono". Questa e l'altra
parola contraffatta, "falso", furono le uniche
due criticate dal consultore del Santo Uffizio al quale
la lettera era stata sottoposta. La lettera nell'insieme
fu trovata in accordo con l'insegnamento cattolico".
(cit. in James Brodrick s.j., "S. Roberto Bellarmino",
Ancora, Milano 1965, p. 431-432 e 436)