Omeopatia
e medicina, un problema di incomunicabilità
del
Dr. Roberto Vanzetto
La
seguente lettera è comparsa sul numero di aprile/1992
di «FEDERAZIONE MEDICA - Organo di Aggiornamento Scientifico
e Professionale della Federazione Nazionale degli Ordini
dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri». I firmatari
(Prof. Giovanni Federspil e Prof. Cesare Scandellari) rispondono
ad un articolo sulla medicina omeopatica comparso sul numero
di ottobre 1991 dello stesso bollettino.
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"Egregio
Direttore, abbiamo letto il lavoro di Martini e Cateni sull'"Esercizio
della medicina omeopatica" (Federazione Medica, 10/1991)
e come studiosi di metodologia clinica e in particolare
dei fenomeno della medicina alternativa, dobbiamo confessare
che ci troviamo in sostanziale disaccordo con le opinioni
espresse dagli Autori; desideriamo pertanto esporLe i punti
di dissenso sperando che possano essere portati anche a
conoscenza dei lettori.
Facciamo
questo non per uno sterile desiderio di polemica, ma perché
riteniamo che quello della pratica medica alternativa rappresenti
uno dei massimi problemi concernenti la medicina attuale,
e che una discussione razionale serva a chiarire i punti
più equivoci ed oscuri.
La questione principale riguarda l'esercizio della medicina
omeopatica, che gli Autori ritengono sia "lasciato
alla libera scelta del medico", in quanto la prescrizione
medica deve scaturire "Dal libero convincimento e dalla
personale esperienza". Su questa opinione dobbiamo
dissentire perché il convincimento dei medico non
può non godere di una "libertà"
limitata dal contenuto delle conoscenze scientifiche accettate
in un certo momento storico. Sostenere l'opposto equivale
ad affermare l'assoluta arbitrarietà del comportamento
del medico. Gli Autori stessi ricordano gli articoli 7,
19 e 23 del Nuovo Codice di Deontologia Medica, in cui ripetutamente
si sostiene che la pratica medica deve fondarsi sulle conoscenze
scientifiche più recenti e fondate.
Ora,
se non si vogliono ridurre queste norme ad un flatus vocis,
è necessario riconoscere che le conoscenze scientifiche
sono quelle universalmente accettate dalla comunità
scientifica internazionale (fisici, chimici, biologi, medici,
ecc.) e che pertanto a queste conoscenze si deve adeguare
il comportamento dei medico.
Non
è sufficiente che qualcuno (omeopati, agopuntori,
pranoterapisti, iridologi, nonché tutta la variopinta
schiera dei ciarlatani che oggi prolifera ovunque) dichiari
scientifica la propria medicina perché questa lo
diventi realmente. E, da Galileo in poi, sono appunto i
canoni del metodo sperimentale che permettono di dichiarare
scientifica una disciplina. Se sono chiari questi elementari
concetti epistemologici diviene chiaro che l'agire dei medico
da un lato deve essere basato sulla sua coscienza (cosa
questa che concerne il mondo dei valori) e dall'altro deve
essere determinato dalle conoscenze scientifiche (che concernono
il mondo dei fatti, non quello dei valori). Ma le conoscenze
scientifiche di un certo momento storico sono date (nel
senso filosofico dei termine) e non sono esposte ai conflitti
dei mondo dei valori. Come ha insegnato Max Weber, la scienza
non stabilisce fini, ma stabilisce solo, dati certi fini,
quali siano i mezzi migliori per raggiungerli. E poiché
la scienza è una, il medico, per raggiungere i fini
che la sua coscienza gli dice siano da perseguire, non può
abbandonarla per seguire i precetti di un'altra scienza
(oggi l'omeopatia, domani la pranoterapia e, dopodomani,
perché no?, un'altra disciplina sempre più
arbitraria). Riassumendo: il libero convincimento del medico
deve essere contenuto nell'ambito delle conoscenze scientifiche
universalmente accettate e concerne la scelta fra le terapie
scientifiche (all'interno, quindi, della scienza) sulla
base della personale esperienza, e non fra terapie scientifiche
e terapie non-scientifiche.
Ancor meno d'accordo siamo con la tesi degli Autori, secondo
la quale "La medicina omeopatica viene praticata da
medici per l'esigenza intrinseca di una precisa diagnosi
iniziale, il che presuppone un adeguato bagaglio culturale
medico, che possiede solo chi abbia svolto regolari studi
universitari".
Prima
di tutto vi è da dire che la omeopatia non è
affatto una teoria unitaria: invitiamo gli Autori a leggere
ed a confrontare diversi manuali di medicina omeopatica.
Potranno facilmente constatare che vi sono dottrine fra
loro completamente opposte: i Kentisti, coloro che credono
nelle dottrine miasmatiche, i costituzionalisti francesi,
gli unicisti ecc.: e tutti pretendono che la loro sia la
vera, originale, autentica dottrina omeopatica. Ciò
non è ancora tutto: la patologia omeopatica (perché
è necessario dire che l'omeopatia non è solo
una dottrina terapeutica, ma anche una dottrina patogenetica,
una dottrina patologica e una dottrina diagnostica) non
ha nulla a che fare con la patologia scientifica: ad esempio
l'anatomia e l'istologia patologica sono completamente ignorate
dai medici omeopatici; ancora più ignorata è
la biochimica. Non si vede quindi quale utilità abbia
per il terapista omeopatico il "bagaglio culturale
medico che proviene dagli studi universitari", quando
chi professa l'omeopatia di fatto ignora e/o trascura (in
quanto omeopata) quel bagaglio. Il nucleo dei discorso sta
tutto in questo punto: l'omeopatia non è affatto
un'integrazione della medicina scientifica (quella, ad esempio,
che permette agli Autori, medici legali, di far diagnosi
laboratoristica di veneficio), ma una dottrina che è
sostanzialmente altro rispetto alla medicina scientifica.
Ed è proprio per questa radicale diversità
fra omeopatia e medicina scientifica (e, quindi, biochimica,
fisiopatologia, istopatologia, farmacologia ecc.) che riteniamo
che -pur potendo i rimedi omeopatici essere utilizzati come
placebo - il professare l'omeopatia debba essere inibito
al medico abilitato e iscritto all'Ordine. Come ben si sa,
infatti, il tradimento dei chierici è cosa gravissima!
Gli
Autori parlano poi di "errore di diagnosi" (v.
pag. 638, 2' colonna, riga 33) senza specificare di quale
diagnosi si stia parlando. Poiché l'omeopatia, o
almeno alcune correnti dei pensiero omeopatico tradizionale,
riconoscono soltanto tre malattie (la psora, la sicosi e
la lue), appare evidente che una diagnosi può essere
contemporaneamente esatta per un medico omeopatico ed errata
per la medicina scientifica. A quale sistema teorico si
dovrà quindi far riferimento per parlare di errore
diagnostico? Se si parla di errore di diagnosi facendo riferimento
alla nosografia scientifica universalmente accettata, non
si vede come si possa riconoscere la validità di
una classificazione morbosa ed al tempo stesso ammettere
che i malati vengano curati con un sistema teorico che fa
riferimento ad un sistema tassonomico differente. Se invece
si parla di errore di diagnosi facendo riferimento alla
nosografia omeopatica e non a quella scientifica, si avrà
il risultato paradossale che il giudice, prima di giudicare
se vi sia stato errore di diagnosi, dovrà chiedere
al medico quale sia la dottrina medica a cui egli aderisce,
e limitarsi a verificare se il medico ha fatto una diagnosi
corretta all'interno dei suo "sistema". In altre
parole, se si mette in discussione la medicina scientifica
con la sua nosografia, la sua diagnostica e la sua terapia,
si dovranno giudicare gli errori di diagnosi degli omeopatici
in relazione alla dottrina omeopatica, quelli degli agopuntori
in relazione al sistema della medicina cinese, quelli dei
medici ajur-vedici in relazione al sistema della medicina
ajur-vedica, e così via.
E,
così, perduto il riferimento alla medicina scientifica,
saremmo alla torre di Babele e alla confusione delle lingue!
Ci pare poi che vi sia contraddizione fra ciò che
gli Autori sostengono nei primi due capitoli e ciò
che affermano nel penultimo (ipotesi di responsabilità
... ) dove scrivono che "Il diritto del medico alla
discrezionalità della cura, compresa quella omeopatica,
termina allorquando si rendano necessari trattamenti diversi
(classici)". Sembra che la tesi qui sostenuta dagli
Autori sia la seguente: se un trattamento non è necessario
(probabilmente essi pensano alla "piccola patologia",
prevalentemente "funzionale") allora tutto va
bene: l'omeopatia, l'imposizione delle mani, un colloquio
distensivo, un qualsiasi placebo: qui vige la discrezionalità
dei medico. Se invece il trattamento è necessario
(e pensiamo che gli Autori si riferiscano ai trattamenti
della medicina scientifica con farmaci veri, come gli antibiotici
o l'insulina, o con interventi chirurgici; e che si riferiscano
a necessità stabilite in base alle conoscenze scientifiche
come la presenza di una tbc polmonare o di un diabete mellito
insulino-dipendente) allora la discrezionalità del
medico termina. Ebbene, ci sembra che questa conclusione
per noi dei tutto accettabile riconosca sostanzialmente
l'obbligatorietà della medicina scientifica, e annulli
o quasi annulli quella che gli Autori chiamano l'ottica
della libertà di scelta terapeutica (v. pag. 639).
In sostanza, i motivi dei nostro radicale dissenso dalle
tesi degli Autori si riferiscono al fatto che essi si riducono
a ritenere che, sulla base dei principio della libertà
della scelta terapeutica, tutto divenga possibile e lecito
in medicina, anche lo stesso trascurare il riferimento alle
conoscenze scientifiche. Se si accetta l'idea che il sapere
scientifico universalmente accettato non è vincolante,
ogni medico potrà inventarsi una su a scienza medica
ed affermare di agire "secondo scienza e coscienza".
E - come si potrebbe mostrare con molte citazioni - questo
è proprio ciò che sta succedendo oggi. Per
questo crediamo che la tesi degli Autori sulla omeopatia,
oltre che epistemologicamente sbagliata, sia anche estremamente
pericolosa sul piano pratico, poiché essa giustifica
di fatto non solo ogni altra pratica medica alternativa
ma anche l'operato di qualsiasi ciarlatano. Con i più
cordiali saluti."
Prof.
Giovanni Federspil
Prof.
Cesare Scandellari