Omeopatia:
l'arte di vendere acqua
del
Dr. Roberto Vanzetto
I
prodotti omeopatici, molto in auge in questi ultimi anni,
hanno una composizione a dir poco curiosa: al di là
degli eccipienti (che permettono di confezionare i preparati
sotto forma di pastiglie, compresse effervescenti, creme,
granuli o altro) essi contengono, come principio attivo,
o una quantità irrisoria e inutile di molecole mescolate
con acqua, oppure (ed è la maggioranza dei casi)
esclusivamente dell'acqua pura e nient'altro.
L'omeopatia, dal punto di vista commerciale, è semplicemente
l'arte sottile di vendere a prezzi esorbitanti dell'acqua
pura, spacciandola per qualcosa che non è: una medicina.
Il cosiddetto medico omeopata, sia per forma mentis che
per modo di operare, è comparabile molto più
a un mago stregone piuttosto che a un vero ricercatore di
medicina: egli infatti, pur propinando ai suoi pazienti
della semplicissima acqua, costituita dalle classiche molecole
di H20 allo stato liquido, ritiene e cerca di far credere
ai pazienti che tale acqua sia "magica", cioè
diversa dall'acqua normale. Per l'omeopata infatti, l'acqua
che si sostituisce completamente al principio attivo dei
suoi prodotti sarebbe qualcosa di possibile grazie a trattamenti
magico-rituali che vengono eseguiti in fase di preparazione.
Tali riti consistono di un particolare scuotimento delle
boccettine omeopatiche: tale scuotimento prende il nome
di "succussione" ed è ritenuto provocare
la "dinamizzazione" dell'acqua.
Il risultato di tale dinamizzazione, secondo le credenze
degli adepti omeopati, sarebbe quello di fornire all'acqua
(che ricordiamo rimane l'unico componente dei preteso medicinale)
una memoria, vale a dire la capacità di ricordare.
In questo modo, per esempio, l'acqua omeopatica dovrebbe
ricordare con quali molecole si è trovata a contatto
nel procedimento di succussione, anche dopo che tali molecole
siano completamente scomparse. Al di là del fatto
che tali idee da un punto di vista strettamente teorico
rappresentano un atto tra le assurdità, ciò
che più conta è che anche dal punto di vista
pratico la teoria omeopatica non si regge in piedi: i prodotti
omeopatici infatti non hanno dimostrato di essere più
efficaci dell'effetto placebo. Ciò significa che
somministrare a un malato un prodotto omeopatico oppure
un prodotto finto (tipo una pastiglia di amido) non cambia
le sue probabilità di guarigione.
Gli omeopati, insomma, non sono fino ad oggi riusciti a
dimostrare con alcun esperimento che la loro acqua, che
presumono dotata di memoria, abbia effetti diversi dall'altra
acqua, quella che non è stata né succussa
né dinamizzata. Si badi bene che qui non si sta negando
che vi possano essere delle persone che guariscono assumendo
dei prodotti omeopatici; si sta però affermando che
le percentuali di tali guarigioni non riescono a superare
le guarigioni per effetto placebo omeopatico di conseguenza
non sono attribuibili a una reale efficacia dei prodotto
omeopatico.
Ci si potrebbe allora chiedere: com'è possibile che
i prodotti omeopatici siano in vendita in molte farmacie
italiane, se è vero che non hanno mai dimostrato
un'efficacia maggiore di un semplice placebo? In altre parole,
come è possibile che i prodotti omeopatici siano
venduti in farmacia pur non avendo mai superato alcun test
di efficacia?
Il
test che non c'è e la libertà di scelta terapeutica
Una
risposta c'è: i prodotti omeopatici sono in vendita
in farmacia perché, grazie a una legge europea varata
appositamente in loro favore, a essi non viene richiesto
(come agli altri farmaci) di superare sia il test di innocuità
sia il test di efficacia, ma di superare solamente quello
di innocuità. La proposta di direttiva della CEE
(pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale delle 1/5/1990) parla
chiaro: per essere registrati (e posti in vendita) i farmaci
devono superare le prove di innocuità, qualità
ed efficacia. Nel caso dei prodotti omeopatici si procede
invece con la "registrazione semplificata": per
essi "non è richiesta la prova dell'effetto
terapeutico" (art. 4).
Tale direttiva venne recepita dal parlamento italiano nei
febbraio dei 1994 e si tramutò in legge il 6/6/1995.
1 prodotti omeopatici, dunque ,"possono essere registrati
senza ottemperare alle esigenze di registrazione degli altri
farmaci, i quali hanno l'obbligo di dimostrare la loro efficacia".
E per questo motivo che, da un punto di vista strettamente
legale, i prodotti omeopatici in vendita in farmacia sono
definiti "rimedi" e non "farmaci". Ovviamente,
essendo i preparati omeopatici fatti di molecole di H20
allo stato liquido più eccipienti, va da sé
che il test di innocuità lo superano brillantemente.
Così brillantemente da non manifestare volutamente
alcun effetto collaterale.
Ci si potrebbe a questo punto chiedere: perché è
permesso che in farmacia si vendano dei prodotti che dimostrano
soltanto di non essere nocivi e non, nel contempo, di essere
anche efficaci? Bisogna aggiungere, a questo punto, che
questo problema non riguarda solamente i rimedi omeopatici:
ultimamente la farmacia sta assumendo sempre più
l'aspetto di un negozio commerciale dove vengono venduti
una quantità di prodotti la cui efficacia è
completamente nulla. Un esempio è il braccialetto
di rame, che viene proposto come cura di moltissimi mali.
Di esso si discorre a vanvera di onde positive e negative,
di equilibrio energetico e magnetico, ma funziona solamente
per effetto placebo.
Torniamo comunque alla domanda di cui sopra: perché
i rimedi omeopatici sono in bella mostra in farmacia come
fossero l'ultimo ritrovato della scienza, mentre sono fatti
in realtà della comunissima acqua di cui l'intero
pianeta terra è zeppo? E perché nella stessa
farmacia, per legge, vi sono due pesi e due misure? La risposta
c'è, anche se sembra una presa per i fondelli: si
chiama libertà di scelta terapeutica.
Oltre all'approvazione della legge che permette ai prodotti
omeopatici di stare in farmacia senza dimostrare di essere
efficaci, in Italia è stato fatto un altro favore
all'omeopatia: una serie di sanatorie per tutti quei prodotti
entrati in farmacia senza alcun controllo (nemmeno quello
di qualità). La proposta di sottoporre almeno al
test di qualità anche i prodotti omeopatici suscitò
le proteste degli omeopati che gridarono allo scandalo.
Secondo costoro un tale provvedimento avrebbe fatto sparire
dalle farmacie ben il 60% dei loro rimedi. Gli omeopati
insorsero sorretti dalla stampa, e con appelli accorati
organizzarono una colossale raccolta di firme, convincendo
i più che una tale proposta avrebbe impedito ai cittadini
di curarsi come meglio credevano. Fu così che l'acqua
magico-omeopatica rimase in farmacia in nome della libertà.
Per una persona con un minimo di onestà intellettuale
"Libertà di scelta terapeutica" significa
libertà di scegliere fra differenti terapie la cui
efficacia sia però stata testata (a garanzia del
paziente); altrimenti è ovvio che chi acquista dell'acqua
pura credendo vi siano contenuti dei principi attivi, più
che di fronte a una scelta terapeutica si trova di fronte
a una grossolana fregatura. Come potrebbe infatti un comune
cittadino sospettare che l'autorevolezza, di cui a ragione
godono sia i medici sia le farmacie, possa venire utilizzata
in modo tanto basso e meschino da abusare della sua fiducia
per propinargli della semplice acqua al posto di una medicina?
Come
nacque l'omeopatia
Passiamo
ora a dare un sintetico sguardo storico alla nascita di
questa irrazionale disciplina: l'omeopatia venne fondata
nel 1789 dal dottor Samuel Hahnemann (1755-1843), che ipotizzò
un principio di similarità per curare i suoi pazienti.
Tale principio essendo espresso con la massima «similia
similibus curantur», ovvero "i simili si curino
con i simili". Omeopatia, infatti, deriva dalle parole
greche ómoios, che significa ",stesso",
e páthos, che significa "malattia, disagio".
Secondo tale principio si poteva curare una malattia o un
disagio somministrando al malato quella stessa sostanza
che in una persona sana avrebbe provocato proprio quella
malattia o quel disagio. Applicando questo assunto in modo
esplicito si arriverebbe ben presto a provocare banalmente
dei danni alla salute. Ad esempio, per far passare una sbornia,
visto che il simile cura il simile, si potrebbe essere indotti
a prescrivere dei bicchierini di grappa; oppure, per riuscire
a dimagrire in modo omeopatico, si potrebbe decidere di
trangugiare una quantità di pillole di lardo. Un'applicazione
diretta del principio, come enunciata nei due esempi precedenti,
porterebbe evidentemente all'aggravarsi dei disagio e non
certo alla sua scomparsa.
Per ovviare a questi inconvenienti, lo stesso Hahnemann
aggiunse un'importantissima clausola alla sua teoria: il
principio attivo simile (la sostanza cioè che viene
ritenuta responsabile dei disagio, negli esempi precedenti
l'alcool o i grassi) deve venire considerevolmente diluito
in acqua prima di essere utilizzato per curare un qualsiasi
paziente.
Ma quanto diluito? Ai tempi in cui il dottor Hahnemann fondò
l'omeopatia non era ancora diffusa la teoria molecolare
della materia e nessuno poteva immaginare che 18 grammi
di acqua contenesse un numero di molecole pari a 6,025x1023,
il numero di Avogadro, scoperto dal chimico-fisico Amedeo
Avogadro (1776-1856) nel 181 l. Perciò Hahnemann
utilizzò diluizioni in acqua talmente spinte da finire
per perdere ogni traccia dei diversi principi attivi che
di volta in volta utilizzava. Senza poter rendersene conto,
Hahnemann, pur partendo da sostanze diverse, produsse dei
medicinali che contenevano solamente acqua; i suoi medicinali
erano dunque completamente inutili, ma anche completamente
innocui. Ed è per questo motivo che egli ebbe successo:
ai suoi tempi era infatti prassi per i medici passare da
un paziente all'altro senza lavarsi le mani, sostenendo
che la loro sporcizia era una sporcizia professionale, e
non era affatto raro che si somministrasse il salasso perfino
per curare l'anemia; in altre parole, le cure mediche di
allora erano molto spesso nocive per il paziente. Dare della
semplice acqua e null'altro poteva dunque portare a un vantaggio:
quello di non provocare danni. Ad Hahnemann capitò
quindi di avere una minor percentuale di decessi rispetto
ai suoi colleghi, e questo lo incoraggiò a proseguire
per la sua strada (questa scusante, se pur fu valida per
Hahnemann, non si può ovviamente accordare ai suoi
odierni discendenti, i quali sono dei tutto consapevoli
di vendere acqua allo stato puro e farfugliano di strane
energie per mascherare o la loro abissale ignoranza o la
loro evidente malafede).
Nacque così l'omeopatia, la cui regola d'oro divenne:
«Ciò che in dosi ponderate causa la malattia
nell'individuo sano, in dosi infinitesimali è di
cura per l'individuo malato».
CH15: un millesimo di goccia sull'intero pianeta Terra.
Cerchiamo ora di discutere in dettaglio cosa intendano a
tutt'oggi gli omeopati per "dosi infinitesimali"
(o meglio "dosi deboli, come preferiscono chiamarle
attualmente i successori di Hahnemann). Potremo così
chiarire le affermazioni fatte all'inizio dei discorso riguardo
al fatto che il principio attivo dei rimedi omeopatici è
talmente diluito da sparire nell'acqua (anzi, secondo alcuni,
più un principio è diluito e più esso
è efficace, ragione per cui le diluizioni degli omeopati
sono praticamente senza limite).
Si deve notare che gli stessi omeopati, alla fine dei loro
processi di diluizione, non sono in grado di distinguere
i loro preparati (neanche i meno diluiti) dalla acqua bidistillata.
Le loro diluizioni arrivano a percentuali di volume di preparato
curativo su volume di acqua di 10 -30 , 10 -60 , 10 -200
e oltre. Un veterinario omeopata, che in questi giorni si
è offerto coraggiosamente di sottoporre a test in
doppio cieco i suoi metodi di cura, mi ha confidato candidamente
di diluire i principi attivi che usa fino a 10 -10.000.
E il dottor Valter Masci, un vero luminare dell'omeopatia
in Italia, insegna che si può diluire fino alla 10
-2.000.000. Tali numeri sono fuori dalla capacità
di immaginazione umana, perciò è bene fare
alcuni esempi. Innanzitutto, la notazione: quando si scrive
10 -30 (si legge "dieci alla meno 30") si intende
dire "uno diviso un numero fatto da 1 seguito da 30
zeri". In questo modo 10 -3 significa un millesimo,
10 -6 Significa un milionesimo, 10 -9 significa un miliardesimo,
ecc. Si comprende allora che 10 -30 è un numero davvero
infinitesimo (figuriamoci 10 -2.000.000! ). Nei prodotti
omeopatici tali diluizioni sono scritte sull'etichetta attraverso
la sigla sibillina, studiata apposta per non far capire
che dentro c'è solo acqua. Tale sigla è CH
oppure DH seguita da un numero. DH significa decimale e
CH significa centesimale. DH20, per esempio, significa "Ventesima
diluizione decimale", ovvero 10 -20; mentre CH20 significa
"Ventesima diluizione centesimale", che equivale
numericamente a 10 -40 . Facciamo ancora qualche esempio
per chiarire cosa si intende quando si dice che tali soluzioni
sono infinitesime: consideriamo il prodotto omeopatico belladonna
CH9 (uno dei meno diluiti in commercio). Esso è costituito
da belladonna diluita in acqua a 10 -18.
Cosa
significa in pratica?
Prendete
una scatola di aspirine e leggete le istruzioni: ogni compressa
contiene amido di mais e cellulosa in polvere come eccipienti
e mezzo grammo di acido acetilsalicilico come principio
attivo. Come arrivare ad una quantità di 10 -18 grammi
di principio attivo? Spezzettate l'aspirina in cinquecentomila
parti (operazione piuttosto difficile) e raccogliete uno
di questi frammenti: ora avete in mano esattamente un milionesimo
di grammo di acido acetilsalicilico, ovvero una percentuale
di 10 -6. Questa piccola parte dividetela amichevolmente
con un migliaio di persone: vi resterà così
una parte pari a 10 -9. A questo punto, sempre che siate
in grado di vedere e tenere in mano il vostro millesimo
di cinquecentimillesimo di aspirina, scioglietelo in una
grande piscina d'acqua, preparando poi un miliardo di boccettine:
ecco fatto. Avete finalmente ottenuto una delle diluizioni
omeopatiche meno spinte in commercio: la CH9, ovvero 10
-18! Che fare con quel miliardo di boccettine? Un'idea:
potete curare tutti i Cinesi sofferenti di influenza e raffreddore.
Ovviamente, avete consumato una parte su duecentocinquanta
milioni della aspirina iniziale, perciò tutto il
popolo Cinese può stare tranquillo anche per l'anno
prossimo, e per quello dopo ancora, e ancora per tanti e
tanti anni a venire. Ma 10 -18 è nulla rispetto a
ciò che osano gli omeopati.
Vediamo ora qualche diluizione più seria: 10 -30
significa che c'è una sola molecola attiva (cioè
diversa dall'acqua) su un milione di litri di acqua (e va
ricordato che 18 grammi di acqua sono costituiti da più
di 1023 molecole). Come fanno gli omeopati a raggiungere
queste diluizioni?
Ecco una ricetta per raggiungere 10 -30 (la quindicesima
centesimale CH15): si mettono 15 bicchierini di acqua in
fila; nel primo si aggiunge una goccia (un centesimo dei
volume dei bicchiere) di una qualsiasi sostanza (propoli,
belladonna o cianuro non ha importanza) e si mescola ben
bene (pardon, si dinamizza) ottenendo la soluzione di un
centesimo. Fatto questo, con una pipetta si raccoglie una
goccia dal liquido dei primo bicchiere e la si versa nel
secondo, che conteneva solo acqua, raggiungendo la diluizione
di un decimillesimo. Si rimescola e si procede di nuovo
travasando una gocciolina dal secondo al terzo, poi dal
terzo al quarto e così via, fino al quindicesimo
bicchiere. Fatto questo, nell'ultimo bicchiere la quantità
della sostanza iniziale (il principio attivo) è 10
-30 rispetto alla quantità d'acqua: il che significa
fisicamente che non ce n'è più. Per fare un
altro paragone considerate che una diluizione di 10 -30
equivale a mettere un millesimo di grammo (ovvero 10 -6
Kg) sulla massa dell'intero pianeta Terra (il cui peso è
circa 1024 Kg). Una diluizione 10 -60 significa invece (essendo
tutta l'acqua presente sulla Terra fatta da 1046 molecole)
che vi sarebbe una sola molecola attiva su centomila miliardi
di volte la totalità dell'acqua presente negli oceani
terrestri. A questo punto quante probabilità ci sono
che in un bicchierino di prodotto omeopatico ci sia almeno
una singola molecola diversa dall'acqua fra i miliardi e
miliardi di molecole presenti? Il conto è presto
fatto: le probabilità sono molte di meno di quelle
che qualcuno riesca a vincere 5 volte di seguito il primo
premio alla Lotteria Italia.
La
teoria dei complotto
A
volte gli omeopati - e anche la gente comune - di fronte
alle resistenze che vengono opposte da molti medici e ricercatori
alla diffusione di prodotti omeopatici, vanno in giro a
gridare al complotto. L'idea, secondo loro è questa:
le case farmaceutiche, con la loro potente lobby, non vogliono
che la gente possa utilizzare i prodotti omeopatici e perciò
ricoprono di derisione chiunque ne parli male. Per esempio,
io stesso, secondo questo teorema, dovrei ricevere parecchi
soldi dalle lobby farmaceutiche visto che sto parlando "male"dei
rimedi omeopatici.
A questa visione maniacale si può rispondere con
un ragionamento estremamente semplice: chi credete che produca
i rimedi omeopatici? Pensate forse che i milioni e milioni
di scatolette che invadono tutte le farmacie d'Europa siano
fatte a mano da una congrega di naturopati? No. Ma sono
delle case farmaceutiche che entrano anche in questa fetta
di mercato, producendo, oltre i classici farmaci, anche
i più svariati rimedi omeopatici.
La omeopatia può essere comparata al vaccino?
Passiamo adesso a smontare un'altra piccola bugia che spesso
propinano i venditori di prodotti omeopatici per far credere
che l'omeopatia abbia un fondamento scientifico: il confronto
con l'idea dei vaccino. Il seguente esempio aiuta a distinguere
il meccanismo con cui dovrebbe funzionare il prodotto omeopatico
dai meccanismo con cui funziona un vaccino. «vaccino
funziona immettendo dei batteri deboli (in numero diverso
da zero, sia chiaro) nell'organismo affinché questo
produca degli anticorpi e resista a un eventuale successivo
attacco batteriologico. La teoria che sta alla base dei
prodotto omeopatico è invece diversa: essa prevede
l'assunzione dell'agente patogeno (o meglio dell'acqua dove
precedentemente una infinitesima parte dell'agente patogeno
aveva forse fatto il bagno) dopo che l'attacco all'organismo
è già avvenuto. Si pensi alla seguente situazione:
c'è un forte di soldati, è notte e stanno
tutti dormendo. Il vaccino funzionerebbe così: arrivano
tre indiani malaticci ad attaccare il forte; i soldati si
svegliano, si preparano e sconfiggono i tre indiani. Rimangono
quindi desti e aspettano armatissimi il grosso della tribù
(che in questo esempio rappresenta la malattia, senza offesa
per gli indiani). L'omeopatia invece dovrebbe funzionare
così: i soldati stanno dormendo e una tribù
indiana li attacca all'improvviso. A metà del combattimento
si inseriscono nel forte (per salvarlo) tre piume d'indiano
diluite in cento miliardi di oceani terrestri sotto forma
di comodi bicchierini. Arrivano i nostri!
L'acqua
che male fa?
Un'ultima
considerazione: qualcuno potrebbe dire che i prodotti omeopatici,
visto che sono fatti di acqua, non fanno male a nessuno.
Questo è vero, ed è anche vero che per tutte
quelle persone che abusano di farmaci (o di psicofarmaci)
senza averne bisogno, è senza altro meglio ingurgitare
pastiglie omeopatiche. Ma non è questo il punto:
innanzitutto, se non si ha bisogno di farmaci si può
fare semplicemente a meno di prenderli, sostituendoli con
una passeggiata gratis, piuttosto che con un costoso prodotto
omeopatico; e poi si deve tener conto che c'è anche
chi ha veramente bisogno di cure efficaci e assumendo prodotti
inutili trascura la propria malattia. In questi ultimi anni,
la moda delle medicine alternative, omeopatia in testa,
ha fatto sì che molte persone siano arrivate al pronto
soccorso in fase già avanzata o acuta di malattia.
Questo per il semplice motivo che può capitare di
perdere giorni e giorni, se non addirittura settimane, a
cercare di guarire confidando in sciocche e inutili superstizioni
anziché cercare al più presto una cura testata
e funzionale. E di questo è complice, prima ancora
degli omeopati, che andrebbero semplicemente compatiti,
la pessima qualità dell'informazione veicolata dai
media: in essa si esaltano le medicine alternative per il
solo fatto di essere "alternative", come se questo
significasse qualcosa."
Roberto Vanzetto (astrofisico Ph.D, del Centro Interdipartimentale
Studi ed Attività Spaziali "G. Colombo";
Dipartimento Ingegneria Meccanica, Padova)