Il
titolo di questa relazione potrebbe evocare il contrario
di quello che dicono le parole sacre: “quello che Dio ha
unito l’uomo non deve separare”. Ma, senza volere suggerire
qualcosa di irriverente, le parole che ho usato devono sottolineare
qualcosa di fondamentale riguardo il rapporto tra scienza
e religione. Se non manteniamo separate queste due realtà
- che sono distinte e non riducibile l’una all’altra ed
essendo ambedue assolutamente necessarie - allora si può
cedere alla tentazione – e succede frequentemente – di tentare
in modo illusorio di fondere le due. Il risultato è
stato sempre non una fusione ma una confusione. Questo fatto
è dimostrato ampiamente dalla letteratura dedicata
al tema. Questa relazione vuole spiegare il ruolo che Dio
ha giocato nella separazione di questi due domini.
E’ difficile parlare di scienza e di religione perché
la scienza sembra una cosa ovvia per tutti e, per tanto,
ogni sforzo di definirla trova resistenza. Ci sono diverse
ragioni per questo. Ci sono delle persone – molte – che
svolgono professioni che non implicano l’esercizio della
misurazione e del calcolo e che non vogliono ammettere che
non sono competenti nelle scienze. Spesso sono così
impressionati dalla scienze esatte che non riescono a vedere
i limiti di queste. L’ambito di competenze delle scienze
si estende soltanto fin dove c’è qualcosa da misurare.
Questo significa che si estende fin dove c’è la materia,
l’universo materiale. Questa competenza specifica è
molto ristretta nella sua applicabilità. Si riferisce
soltanto a quello che è misurabile, includendo la
dimensione materiale dell’uomo.
Se non ammettiamo questi limiti di applicabilità
cadiamo nella trappola dell’auto-inganno. Questo auto-inganno
consiste nel accettare come scienza le diverse filosofie
che sono state innestate alla scienza. Gli “innestatori”
vanno da filosofi a storici della scienza, da guru culturali
a educatori, pubblicisti e, addirittura poeti. Tutti questi
ignorano l’ammonimento di alcuni scienziati di primo ordine
che hanno segnalato il fatto che la scienza è semplicemente
una serie di equazioni. L’espressione più concisa
di questo monito è stata la frase de Heinrich Hertz,
il primo osservatore sperimentale delle onde elettromagnetiche.
Dopo avere ponderato per anni la natura dell’elettromagnetismo
elaborato da Maxwell, Hertz arrivò alla conclusione
seguente: “la teoria di Maxwell consiste nel sistema di
equazioni di Maxwell” . Bohr ha detto quasi la stessa cosa
riguardo alla meccanica quantica: consiste solamente in
un insieme di operatori matematici.
Si potrà allora dire che la scienza è lo studio
quantitativo del aspetto quantitativo delle cose in movimento.
Non è niente di più né di meno. Questo
è quasi interamente vero per la fisica, quale forma
più esatta di tutte le scienze. Dico "quasi"
perché ci sono relativamente poche nozioni non-quantitative
come per esempio: massa, carica, campo, eccetera, che per
se stesse non sono quantitative. I fisici trovano utili
tali nozioni solo nella misura in cui sono capaci di attaccare
ad esse delle proprietà quantitative. Altre scienze
si avvicinano in gradi diversi a questa purità metodologica
della fisica. La chimica è la più vicina,
la biologia molecolare rapidamente arriva insieme alla chimica.
Anche nelle forme classiche della biologia, come la morfologia
e la classificazione, la ricerca comporta in modo crescente
lo studio de la struttura molecolare dei cromosomi e dei
geni.
La psicologia ha un segmento ridotto, la psicometria, che
è scienza; il rimanente non è che filosofia,
e di solito una pessima filosofia. Si può dire lo
stesso riguardo la sociologia, per non parlare della cosiddetta
scienza politica. Due generazioni fa c'era una tendenza
verso la elaborazione di una filosofia scientifica, sotto
forma del positivismo logico. Uno di suoi componenti principali,
Ayer, a Oxford, concludeva alla fine che nel positivismo
logico quasi tutto era sbagliato. Una moda più recente
è la fenomenologia, di cui soltanto ricordo l'ammissione
di Husserl che tutta la sua vita era una indagine vana per
trovare un punto di partenza soddisfacente. Non si trova
un tale punto in un sistema che per definizione è
l'evasione dell'ontologia. Una fenomenologia ontologica
è un gioco di parole svuotato. Riguardo la teologia,
è meglio non chiamarla scienza.
È meglio non chiamare la teologia "scienza".
A meno che non si voglia ridurre la teologia alla sociologia,
alla psicologia o all'estetica, non c'è niente di
misurabile nella teologia. In ogni modo, per gli ultimi
due secoli, l'uso fatto della parola "scienza"
è stato così pesantemente connesso con la
misurazione che la parola "scienza" non ha più
somiglianza con la "scientia" medievale. Certamente
tutte queste aree, la psicologia, la sociologia, la teologia
e la filosofia possono e devono essere discorsi ragionevoli,
cioè, discorsi coerenti con le sue supposizioni iniziali,
ma è meglio non chiamarle scienze.
Con tutto questo in mente, dobbiamo adesso affrontare la
domanda: Che cos'è la religione? In quest'epoca ecumenica
e omnicomprensiva, uno rischia di essere denominato "dogmatico"
nel definire la religione, perché definire è
l'arte di non includere tutto, o piuttosto di escludere
un numero di cose. Però nel definire la religione
si può almeno fare un servizio alla causa della chiarezza,
ossia, si può sapere di che cosa si sta parlando.
E la stessa parola "religio" sin dalla sua etimologia,
ci obbliga a separarla di tante altre cose. La parola inglese
"religion", o l'italiana "religione",
viene dal latino "religio" che significa il processo
per il quale uno ri-lega qualcosa a qualcos'altro, in questo
caso l'uomo a Dio. Fu in questo senso che Agostino interpretò
la parola "religio". Per tanto, riconoscere l'etimologia
della parola "religio" obbliga colui che vuole
parlare coerentemente, a mettere chiaro al meno un punto.
È la religione un legare uno con se stesso, o con
il suo mondo, o con la sua cultura, o con il suo tempo?
Ovvero è la religione un restaurare il legame con
un Essere chiamato Dio?
Anche se si ammette che la religione è un ri-legarsi
di uno con Dio, possono sorgere varie domande. È
quel Dio un Dio di cui dipende tutto il resto totalmente,
sotto ogni aspetto? Tale dipendenza non è soltanto
ontologica ma anche morale. L'uomo è libero di servire
o meno Iddio. E se l'uomo si ribella, pecca, e in tal caso
diventa una rovina morale.
Dio avrebbe potuto in cambio annichilare l’uomo peccatore,
ma Dio, come leggiamo nel libro della Sapienza non odia
ciò che ha creato (11, 24). Addirittura in questo
panorama religioso che riserva l’inferno per l’uomo che
indurisce il suo cuore nel peccato, l’uomo non è
annichilato. Questo significa che il rapporto ontologico
con Dio non è spezzato neanche dal peccato. Soltanto
il rapporto morale con Dio è danneggiato ed è
compito della religione riparare una tale danno. Perciò
la religione deve essere nella sua pratica essenziale una
proposizione morale. Questo invece non ci deve impedire
di prendere la forma che si presenta quando usiamo questa
frase: “Tu devi” o “tu non devi”; frasi che evocano i dieci
comandamenti e i due grandi comandamenti. Secondo il primo
di questi due, “tu amerai il Signore con tutto il tuo cuore,
con tutta la tua anima, con tutta la tua forza”; secondo
il secondo: “amerai il tuo prossimo come te stesso”.
Tutti questi comandamenti sono intrinsecamente connessi
con la religione biblica. Considerare soltanto questa religione
in rapporto alla scienza può essere facilmente giustificato
per un semplice fatto: soltanto in un medio culturale animato
da quella forma di religione biblica che è il cristianesimo,
poté nascere la scienza, mentre in tutte le altre
antiche culture -indù, cinese, egiziana, babilonese
e anche greca- la scienza è nata morta. Più
tardi tornerò su questo punto. Per il momento è
bene affermare di nuovo che la religione biblica, giudea,
cristiana o islamica, è una proposizione morale,
qualsiasi essa sia.
Qui si trova il primo aspetto di una separazione basica
tra scienza e religione. La separazione può essere
asserita in modo semplice: la scienza non può trattare
proposizioni come queste: “tu devi” o “tu non devi”. Questa
ragione è facile da giustificare. La verità
finale di ogni singola proposizione scientifica è
la misura. Non ci sono misure dell'obbligo morale. La scienza
è per tanto impotente in materia di religione. E
non si può dare ciò di cui si è impotente.
Questo è ciò che è significato nell’ammissione
di Einstein che dalla scienza non si può derivare
nessun valore etico. E invece la sua scienza era molto ampia.
Spaziava dai fotoni alle galassia e più in là
ancora. Ma in tutta questa gamma che la scienza può
esplorare, cioè, misurare, si cerca in vano un po'
di moralità e, in conseguenza, di religione.
Soltanto la deformazione di ciò che la scienza è,
può darci l’illusione che la scienza tratta sulla
moralità. Questa deformazione consiste nel lasciare
che la scienza delle statistiche sia la più grande
di tre menzogne. La prima è una mera bugia, la seconda
è una chiara menzogna, la terza è la statistica.
È chiaro che i metodi matematici delle statistiche
non sono né morali né immorali, sono semplicemente
amorali. Non c’è nessuna morale della tabella della
moltiplicazione o nei quattordici libri di Euclide. La curva
di Gauss sulla distribuzione della probabilità, che
è la più usata nei calcoli di statistica,
è totalmente neutra. Ma completamente non scientifico
e immorale è l'abuso predominante di questa funzione
della probabilità. Nei suoi due estremi c'è
una sezione che è chiamata la parte insignificante
della distribuzione. In termini più semplici, se
solamente il tre per cento della popolazione si comporta
in un determinato modo, allora non si può fare nessuna
richiesta a favore del riconoscimento legale di tale comportamento.
Questa è la ragione per la quale gli omosessuali
sono così desiderosi di riuscire a far apparire che
al meno il cinque per cento della popolazione è gay
o lesbiana. In quel caso essi rappresentano una parte significante
della popolazione che a sua volta può chiedere un
riconoscimento legale. E ciò che è legale
è anche morale. Così funziona la suprema fallacia
della cultura moderna.
La fallacia fu già scoperta da Mosè. Purtroppo
i cattolici e i cristiani prestano poca attenzione al capitolo
23 del libro dell’Esodo. Lì Mosè inizia dicendo
che non si dovrebbe ripetere un falso rapporto. Uno si domanda
se la gente dei nostri mass media hanno mai letto, e ancor
meno meditato, quel capitolo. Allora Mosè dice che
uno non dovrebbe unirsi al cattivo nell’alzare le mani nella
testimonianza contro nessuno. In altre parole, uno dovrebbe
evitare di dare falsa testimonianza, anche quando ci fossero
più false testimonianze che buone. Con questo Mosè
arriva ad un punto in cui sembra incredibilmente moderno:
“Né -dice Mosè - tu allegherai l’esempio di
molti come scusa per fare il male”. È detto abbastanza
con questo circa il male o la somma fallacia di trattare
la moralità sulle basi della scienza, si tratti della
scienza della statistica o di un altro ramo della scienza
che usi il calcolo. E la scienza che non usi il calcolo
non dovrebbe essere presa in considerazione in nessun modo.
Nemmeno si possono prendere in considerazione quelli che
sbagliano non vedendo la moralità come parte dell'essenza
di religione. Senza quell'essenza, la religione è
una parte di quello che può essere chiamato la più
alta estetica, o qualche cosa così bassa com'è
il mero sentimentalismo. Anche se la scienza fosse capace
di provare l'esistenza di Dio, il che non può fare,
la scienza ancora non sarebbe capace di dire nulla sul nucleo
della religione che è il comportamento morale, cioè
un comportamento per il quale i Dieci Comandamenti non sono
soltanto Dieci Consigli o qualche cosa anche di meno.
Ora che noi ci siamo occupati della parte più viscerale
o morale della religione e dell'incapacità assoluta
del metodo scientifico di ravvicinarla, possiamo rivolgerci
ad un'altra parte dove la scienza e la religione appaiono
come due imprese molto distinte. La differenza è
rivelata nelle proposizioni più elementari e più
spesso usate. Prendete, per esempio, la frase, questa tavola
è qui. La prima parola è un pronome dimostrativo.
Appartiene alla grammatica che non misura, e non appartiene
alla scienza perché la scienza non può misurarlo.
La parola tavola, invece, è un nome, un universale,
che come tale ci conduce verso le acque più profonde
di una filosofia che sa la differenza tra l'amore della
saggezza ed il piacere di misurare. La scienza può
misurare un numero molto grande di diversi oggetti tutti
chiamati tavola, ma da quelli dati numerici la scienza non
può dedurre che cosa ci potrebbe dire quando un oggetto
può essere chiamato tavola e quando non può
essere chiamato tavola.
Quindi vedete qui un'altra differenza sostanziale tra la
scienza e la religione nella misura in cui la religione
include un discorso razionale circa ciò che uno crede.
E la religione genuina deve includere quel discorso. Prima
che la religione divenga fede bisogna specificare che cosa
si chiede di credere. E nella vera religione ci si chiede
di credere soltanto quelle cose che noi possiamo conoscere
soltanto sulla base di una diretta o trasmessa autorità
divina. Ci sono certamente delle eccezioni come la dottrina
della creazione dal nulla, la quale in principio è
accessibile a ragione. Ma bisogna notare bene che tali dottrine
di solito sono seguite soltanto all'interno di una matrice
che accetta dottrine che gli uomini possono conoscere soltanto
attraverso la rivelazione, come l'incarnazione, la redenzione,
la Trinità, la risurrezione, la vita eterna e così
via.
Ora ogni religione dipende ultimamente da quel nome divino
che è "io sono colui che È." Quel
nome fu rivelato a Mosè e lo stesso nome fu usato
da Gesù per se stesso quando disse,"Io Sono
colui che ti parla." La religione è un dispiegamento
della dipendenza di tutto dalla realtà data in quel
nome. La religione è fondamentalmente ontologia,
nel senso di una dipendenza assoluta, mentre la scienza
non ha niente a che fare col verbo è, nemmeno in
quell'asserzione banale: questa tavola è qui. Non
ci sono unità di misurazioni per c'è, ci sono,
ci sarebbe, ci sarà, ci può essere, e così
via. E ancora più certa ed evidentemente non ci possono
essere unità per misurare il rifiuto di c'è,
come il non esistere o per dirlo paradossalmente l'essere
nulla. Nulla mostra meglio le filosofie anti-religiose di
alcuni scienziati che oggi dichiarano che la cosmologia
quantica da loro il diritto di creare universi letteralmente
fuori dal nulla. Loro non sono ancora riusciti a fare quello
che sembrerebbe di essere inizialmente più facile,
cioè il trucco scientifico di creare biglietti di
cento euro o di cento dollari dal nulla.
In quella frase banale, questa tavola è là,
la scienza può afferrarsi soltanto alla parola "là"
nella misura in cui il punto di "là" può
essere riferito ad un sistema di riferimento tridimensionale:
x, y, e z. Ma perfino quando la scienza specifica i valori
di x, y, e z come, per esempio, 3, 5, e 4, questi numeri
da soli non ci danno una connessione diretta allo stesso
sistema di riferimento. Uno può immaginare un numero
infinito di situazioni che implicano quelli tre numeri.
Ma ci vuole più di una mente numerica per specificare
ed usare un determinato sistema di coordinate.
Basta così sulla differenza tra l'indispensabilità
per la religione delle parole 'debbi' ed 'è', e l'incapacità
della scienza di maneggiare quelle parole.
C'è poi la categoria dello scopo. Tutte le azioni
umane hanno uno scopo. Sin da Darwin si è creato
un ambiente di opinione di supporre che la scienza ha lasciato
da parte lo scopo, che tutto è azzardo e caso. Ora
la cosa interessante è che quelli che sostengono
questo, cioè, quasi tutti i darwinisti ed evoluzionisti,
dedicano tutta la loro vita allo scopo di provare che non
c'è scopo. Loro costituiscono sicuramente un interessante
soggetto di studio per quelli che studiano l'illogicità
o cose peggiori, cioè, blocco mentale, schizofrenia,
o disturbi psichici.
Finora noi abbiamo visto la differenza fra il 'debbi' e
il 'è' e poi l'indispensabilità assoluta di
quelle parole per la religione e l'incapacità assoluta
della scienza di maneggiare quelle parole. Però la
scienza non può cominciare il suo lavoro di misurare
a meno che lo scienziato supponga una realtà con
proprietà quantitative. La scienza deve presupporre
l'esser-ci di oggetti prima che la scienza possa cominciare
a stabilire le loro proprietà quantitative. C'è
poi il fatto che ogni azione umana è per uno scopo
ed il fatto che la scienza non può misurare lo scopo.
Nemmeno la scienza può misurare la libera volontà,
senza la quale non c'è azione finalizzata.
Allo stesso modo la volontà libera è la base
per dichiarare l'uomo un essere peccatore. Sottolineando
che "tu non devi", c'è la realtà
della volontà libera. Se si nega la volontà
libera, si priva la religione dalla sua vera fondazione.
La maggior parte dei principali scienziati moderni nega
o esplicitamente o implicitamente la volontà libera.
Einstein lo faceva, e così anche lo faceva Darwin.
Cento anni fa William James registrò il fatto che
la maggior parte di psicologi negavano la volontà
libera e lui era uno di quelli psicologi. Ed anche quando
tali scienziati danno un omaggio verbale alla volontà
libera, è soltanto un omaggio verbale. Nel profondo
delle loro menti loro sono prigionieri dell'applicabilità
universale del metodo scientifico. Su quella base loro negano
la volontà libera o loro l'ammetterebbero soltanto
quando potessero misurarla. Una volta un premio Nobel che
dichiarava di essere religioso disse (dopo io chiesi a lui
su quali unità si potrebbe misurare la volontà
libera) che noi dobbiamo tentare di misurare la volontà
libera perché la scienza esige una spiegazione unitaria.
Questo vuole dire che Lei riduce tutto a misurazioni o numeri.
Che cosa rimane alla religione? Nulla più dei sentimenti
estetici.
Questo riduzionismo di tutto a numeri è quello che
guida oggi la maggior parte di quelli che studiano la relazione
di cervello-mente. Al centro neuralgico di quella relazione
si trova lo status della coscienza umana. Su questa domanda,
permettetemi di riferirmi soltanto ad un aspetto di questo,
quello che risiede con l'esperienza del momento presente
o l'adesso. Questa nostra esperienza è la più
grande pietra d'inciampo delle filosofie riduzionistiche,
dal empirismo al positivismo e al positivismo logico, al
pragmatismo e così via. I positivisti logici in modo
particolare sentono la pressione del 'adesso'. Uno di loro,
Rudolph Carnap, pensò che il problema sarebbe diminuito
se potesse arruolare l'appoggio di Einstein. Lui andò
da Chicago a Princeton per vedere Einstein, ma Einstein
rifiutò di dargli alcun conforto. L'adesso, disse
Einstein, non può essere maneggiato dalla fisica.
Ed ancora non fu Einstein uno di quelli che sostennero che
il tempo era soltanto la quarta dimensione, oltre alle tre
dimensioni dello spazio?
Tutte queste considerazioni convergono sulla differenza
radicale tra i numeri e tutte le altre categorie. Aristotele
già aveva notato quella differenza. Nella sezione
6b delle Categorie Aristotele ha detto che soltanto dai
numeri non si può predicare la frase," più
o meno," mentre questo può essere fatto riguardo
tutte le altre parole, appartenenti ad alcune delle altre
categorie. Noi possiamo dire che una qualità, come
la bontà, si applica più o meno a questo particolare
individuo, ma noi non possiamo dire che il numero cinque
è più o meno cinque.
Qui giace la fondazione concettuale della differenza radicale
tra la scienza e gli studi umanistici, inclusa la religione,
o piuttosto tra le proposizioni che sono genuinamente scientifiche
e le proposizioni che sono genuinamente umanistiche e religiose.
La differenza può essere detta anche come la differenza
tra le quantità e le qualità, purché
noi prendiamo le qualità in un senso non-banale.
Si deve ricordare bene qui il fatto che tutte le filosofie
materialistiche, cominciando con l'atomismo di Democrito,
tentarono di eliminare la differenza tra le qualità
e le quantità. Questo mostra qualche cosa sul carattere
equivoco dell'appello di Hegel ad Aristotele, che secondo
Hegel tutte le qualità potrebbero essere ridotte
a quantità e viceversa. Questa era una caratteristica
comune della destra e della sinistra hegeliana. La pazzia
che ne è prodotta in referenza alla scienza può
essere trovata nell'Enzyklopedie der Wissenschafteen di
Hegel e nelle Dialettica della Natura di Engels. Ed oggi
può essere trovata nelle cosiddette filosofie della
complementarità.
In genere tutti quelli che ignorano i limiti del metodo
scientifico, come aventi rapporto soltanto con le quantità,
sono disposti a dichiarare che le qualità secondarie
sono puramente soggettive. Il primo grande scienziato a
sostenere questo fu Galileo nel suo Saggiatore. È
un titolo che va contro l'origine di quella parola, venendo
come viene da saggio o sapienza o saggezza.
Malgrado tutti questi vani sforzi di eliminare la differenza
tra le qualità e le quantità, la dif-fe-renza
rimane ostinatamente. Uno è ostinatamente provocato
a fare la domanda sull'ultima ragione di quella differenza
nella mente umana. Per spiegare quell'ultima ragione ci
sono due scelte. Lo si può attribuire al cosiddetto
processo evolutivo, che comunque, contrasta con il fatto
che se tutto fosse stato uno all'inizio, perché abbiamo
le differenze? Ma se uno suppone che proprio all'inizio
c'erano le differenze, la domanda sorge, perché proprio
questo insieme di differenze e non un altro?
Per spiegare quella restrizione ad un insieme di differenze
o particolarità si deve presumere che fu fatta una
scelta da un fattore al di fuori di quel insieme. La teologia
chiama tale scelta il Creatore, il quale nel suo potere
infinito scelse un particolare insieme di proprietà
per l'universo. E da quando l'uomo, inclusa la sua mente,
fa parte dell'universo, noi dobbiamo dire che in ultima
istanza Dio è il responsabile della differenza irriducibile
tra le qualità e le quantità, la religione
e la scienza. Lui è il responsabile ultimo di quella
mente umana per la quale ci sono le quantità e tutto
il resto, e che i due non possono essere ridotti l'un l'altro.
Sempre quando si spiega qualcosa si tende a ridurre ad una
unità. Si può fare questo fin a un certo punto,
perché ci sono dei limiti concettuali per questo
sforzo umano. Il limite principale è dato per il
fatto che nessun insieme di quantità o di considerazioni
quantitative condurrà ad una conclusione di tipo
qualitativo.
È stato ben detto nell'Enciclica Fides et Ratio che
la scienza e la religione sono due ali che sono ugualmente
necessarie. Ma sarebbe molto sbagliato dire che bisogna
avere scienza per essere un buon uomo, o che uno scienziato
deve avere religione per poter fare scienza. I principali
scienziati moderni sono stati o agnostici, o materialisti
o atei, ma hanno fatto una scienza eccellente. Si può
leggere invano gli scritti di un mistico cercando di trovare
delle istruzioni per risolvere delle equazioni differenziali
nei scritti dei mistici. Sarebbe invano rivolgersi alle
encicliche dei papi per questo scopo. E sarebbe altrettanto
invano rivolgersi per questo scopo ai filosofi cattolici
che dichiarano audacemente che distinguono per unire. Ma
loro non riuscirono a notare proprio fin dall’inizio la
radicale differenza tra le quantità e ogni altra
cosa.
Questi autori di buona intenzione ma di vista corta (e alcuni
hanno nomi prominenti, come per esempio Maritain) mancano
di notare un punto del tutto importante. Una volta che la
scienza nacque tra il 1330, quando Buridano propose l'idea
del moto inerziale, che è un'anticipazione delle
tre leggi del moto di Newton, e la pubblicazione dei Principia
di Newton, nella quale queste tre leg-gi erano esposte nella
sua potenza meravigliosa, la scienza progredisce nei termini
di queste tre leggi. La scienza non ha bisogno della religione,
neanche della filosofia, per fare il suo lavoro. È
lo scienziato che forse ha bisogno della religione per sapere
che deve fare con la scienza. Riguardo ai teo-logi, dovrebbero
riconoscere che le verità, le verità quantitative
della scienza, sono autonome.
In altre parole, sempre che un teologo (o la Bibbia su questo
argomento) fa una affermazione di un aspetto relazionato
con qualcosa di materiale, la verità di quel aspetto
dipende esclusivamente della ricerca quantitativa o scientifica.
Se i nostri teologi del secolo XVII fossero stati consci
di questa regola che non si può evitare, non ci sarebbe
stato nessun caso Galileo, che ancora si cerne sulla Chiesa
come un albatro. Ci dovrebbe essere infatti un molto caro
prezzo da pagare quando si prende alla leggera che ciò
che Dio ha separato nessun uomo dovrebbe tentare di fondere.
Abbiamo bisogno di tutte queste parti separate, ma non dobbiamo
intendere di fonderle in una sola. Nella relazione tra scienza
e religione non si può procedere a maniera di un
puzzle. Nel puzzle tutto è spaziale, mentre nella
religione niente è spaziale e nella scienza tutto
è spaziale, cioè quantitativo. Per imparare
questo c’è bisogno di una mente matura. Aristotele
disse una volta che un giovane può facilmente imparare
la matematica, ma per imparare la filosofia ci vuole una
età matura. Ed anche nell’età matura c’è
bisogno delle quantità per vivere in un mondo che
Dio ha disegnato secondo misurazione, numero e peso.