"Sorga il Signore e siano dispersi i suoi nemici"

 


 

 

 

 

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Quello che Dio ha separato...

Riflessioni sulla scienza e la religione

di P. Stanley L. Jaki, OSB

Il titolo di questa relazione potrebbe evocare il contrario di quello che dicono le parole sacre: “quello che Dio ha unito l’uomo non deve separare”. Ma, senza volere suggerire qualcosa di irriverente, le parole che ho usato devono sottolineare qualcosa di fondamentale riguardo il rapporto tra scienza e religione. Se non manteniamo separate queste due realtà - che sono distinte e non riducibile l’una all’altra ed essendo ambedue assolutamente necessarie - allora si può cedere alla tentazione – e succede frequentemente – di tentare in modo illusorio di fondere le due. Il risultato è stato sempre non una fusione ma una confusione. Questo fatto è dimostrato ampiamente dalla letteratura dedicata al tema. Questa relazione vuole spiegare il ruolo che Dio ha giocato nella separazione di questi due domini.
E’ difficile parlare di scienza e di religione perché la scienza sembra una cosa ovvia per tutti e, per tanto, ogni sforzo di definirla trova resistenza. Ci sono diverse ragioni per questo. Ci sono delle persone – molte – che svolgono professioni che non implicano l’esercizio della misurazione e del calcolo e che non vogliono ammettere che non sono competenti nelle scienze. Spesso sono così impressionati dalla scienze esatte che non riescono a vedere i limiti di queste. L’ambito di competenze delle scienze si estende soltanto fin dove c’è qualcosa da misurare. Questo significa che si estende fin dove c’è la materia, l’universo materiale. Questa competenza specifica è molto ristretta nella sua applicabilità. Si riferisce soltanto a quello che è misurabile, includendo la dimensione materiale dell’uomo.
Se non ammettiamo questi limiti di applicabilità cadiamo nella trappola dell’auto-inganno. Questo auto-inganno consiste nel accettare come scienza le diverse filosofie che sono state innestate alla scienza. Gli “innestatori” vanno da filosofi a storici della scienza, da guru culturali a educatori, pubblicisti e, addirittura poeti. Tutti questi ignorano l’ammonimento di alcuni scienziati di primo ordine che hanno segnalato il fatto che la scienza è semplicemente una serie di equazioni. L’espressione più concisa di questo monito è stata la frase de Heinrich Hertz, il primo osservatore sperimentale delle onde elettromagnetiche. Dopo avere ponderato per anni la natura dell’elettromagnetismo elaborato da Maxwell, Hertz arrivò alla conclusione seguente: “la teoria di Maxwell consiste nel sistema di equazioni di Maxwell” . Bohr ha detto quasi la stessa cosa riguardo alla meccanica quantica: consiste solamente in un insieme di operatori matematici.
Si potrà allora dire che la scienza è lo studio quantitativo del aspetto quantitativo delle cose in movimento. Non è niente di più né di meno. Questo è quasi interamente vero per la fisica, quale forma più esatta di tutte le scienze. Dico "quasi" perché ci sono relativamente poche nozioni non-quantitative come per esempio: massa, carica, campo, eccetera, che per se stesse non sono quantitative. I fisici trovano utili tali nozioni solo nella misura in cui sono capaci di attaccare ad esse delle proprietà quantitative. Altre scienze si avvicinano in gradi diversi a questa purità metodologica della fisica. La chimica è la più vicina, la biologia molecolare rapidamente arriva insieme alla chimica. Anche nelle forme classiche della biologia, come la morfologia e la classificazione, la ricerca comporta in modo crescente lo studio de la struttura molecolare dei cromosomi e dei geni.
La psicologia ha un segmento ridotto, la psicometria, che è scienza; il rimanente non è che filosofia, e di solito una pessima filosofia. Si può dire lo stesso riguardo la sociologia, per non parlare della cosiddetta scienza politica. Due generazioni fa c'era una tendenza verso la elaborazione di una filosofia scientifica, sotto forma del positivismo logico. Uno di suoi componenti principali, Ayer, a Oxford, concludeva alla fine che nel positivismo logico quasi tutto era sbagliato. Una moda più recente è la fenomenologia, di cui soltanto ricordo l'ammissione di Husserl che tutta la sua vita era una indagine vana per trovare un punto di partenza soddisfacente. Non si trova un tale punto in un sistema che per definizione è l'evasione dell'ontologia. Una fenomenologia ontologica è un gioco di parole svuotato. Riguardo la teologia, è meglio non chiamarla scienza.
È meglio non chiamare la teologia "scienza". A meno che non si voglia ridurre la teologia alla sociologia, alla psicologia o all'estetica, non c'è niente di misurabile nella teologia. In ogni modo, per gli ultimi due secoli, l'uso fatto della parola "scienza" è stato così pesantemente connesso con la misurazione che la parola "scienza" non ha più somiglianza con la "scientia" medievale. Certamente tutte queste aree, la psicologia, la sociologia, la teologia e la filosofia possono e devono essere discorsi ragionevoli, cioè, discorsi coerenti con le sue supposizioni iniziali, ma è meglio non chiamarle scienze.
Con tutto questo in mente, dobbiamo adesso affrontare la domanda: Che cos'è la religione? In quest'epoca ecumenica e omnicomprensiva, uno rischia di essere denominato "dogmatico" nel definire la religione, perché definire è l'arte di non includere tutto, o piuttosto di escludere un numero di cose. Però nel definire la religione si può almeno fare un servizio alla causa della chiarezza, ossia, si può sapere di che cosa si sta parlando. E la stessa parola "religio" sin dalla sua etimologia, ci obbliga a separarla di tante altre cose. La parola inglese "religion", o l'italiana "religione", viene dal latino "religio" che significa il processo per il quale uno ri-lega qualcosa a qualcos'altro, in questo caso l'uomo a Dio. Fu in questo senso che Agostino interpretò la parola "religio". Per tanto, riconoscere l'etimologia della parola "religio" obbliga colui che vuole parlare coerentemente, a mettere chiaro al meno un punto. È la religione un legare uno con se stesso, o con il suo mondo, o con la sua cultura, o con il suo tempo? Ovvero è la religione un restaurare il legame con un Essere chiamato Dio?
Anche se si ammette che la religione è un ri-legarsi di uno con Dio, possono sorgere varie domande. È quel Dio un Dio di cui dipende tutto il resto totalmente, sotto ogni aspetto? Tale dipendenza non è soltanto ontologica ma anche morale. L'uomo è libero di servire o meno Iddio. E se l'uomo si ribella, pecca, e in tal caso diventa una rovina morale.
Dio avrebbe potuto in cambio annichilare l’uomo peccatore, ma Dio, come leggiamo nel libro della Sapienza non odia ciò che ha creato (11, 24). Addirittura in questo panorama religioso che riserva l’inferno per l’uomo che indurisce il suo cuore nel peccato, l’uomo non è annichilato. Questo significa che il rapporto ontologico con Dio non è spezzato neanche dal peccato. Soltanto il rapporto morale con Dio è danneggiato ed è compito della religione riparare una tale danno. Perciò la religione deve essere nella sua pratica essenziale una proposizione morale. Questo invece non ci deve impedire di prendere la forma che si presenta quando usiamo questa frase: “Tu devi” o “tu non devi”; frasi che evocano i dieci comandamenti e i due grandi comandamenti. Secondo il primo di questi due, “tu amerai il Signore con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza”; secondo il secondo: “amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Tutti questi comandamenti sono intrinsecamente connessi con la religione biblica. Considerare soltanto questa religione in rapporto alla scienza può essere facilmente giustificato per un semplice fatto: soltanto in un medio culturale animato da quella forma di religione biblica che è il cristianesimo, poté nascere la scienza, mentre in tutte le altre antiche culture -indù, cinese, egiziana, babilonese e anche greca- la scienza è nata morta. Più tardi tornerò su questo punto. Per il momento è bene affermare di nuovo che la religione biblica, giudea, cristiana o islamica, è una proposizione morale, qualsiasi essa sia.

Qui si trova il primo aspetto di una separazione basica tra scienza e religione. La separazione può essere asserita in modo semplice: la scienza non può trattare proposizioni come queste: “tu devi” o “tu non devi”. Questa ragione è facile da giustificare. La verità finale di ogni singola proposizione scientifica è la misura. Non ci sono misure dell'obbligo morale. La scienza è per tanto impotente in materia di religione. E non si può dare ciò di cui si è impotente. Questo è ciò che è significato nell’ammissione di Einstein che dalla scienza non si può derivare nessun valore etico. E invece la sua scienza era molto ampia. Spaziava dai fotoni alle galassia e più in là ancora. Ma in tutta questa gamma che la scienza può esplorare, cioè, misurare, si cerca in vano un po' di moralità e, in conseguenza, di religione.

Soltanto la deformazione di ciò che la scienza è, può darci l’illusione che la scienza tratta sulla moralità. Questa deformazione consiste nel lasciare che la scienza delle statistiche sia la più grande di tre menzogne. La prima è una mera bugia, la seconda è una chiara menzogna, la terza è la statistica. È chiaro che i metodi matematici delle statistiche non sono né morali né immorali, sono semplicemente amorali. Non c’è nessuna morale della tabella della moltiplicazione o nei quattordici libri di Euclide. La curva di Gauss sulla distribuzione della probabilità, che è la più usata nei calcoli di statistica, è totalmente neutra. Ma completamente non scientifico e immorale è l'abuso predominante di questa funzione della probabilità. Nei suoi due estremi c'è una sezione che è chiamata la parte insignificante della distribuzione. In termini più semplici, se solamente il tre per cento della popolazione si comporta in un determinato modo, allora non si può fare nessuna richiesta a favore del riconoscimento legale di tale comportamento. Questa è la ragione per la quale gli omosessuali sono così desiderosi di riuscire a far apparire che al meno il cinque per cento della popolazione è gay o lesbiana. In quel caso essi rappresentano una parte significante della popolazione che a sua volta può chiedere un riconoscimento legale. E ciò che è legale è anche morale. Così funziona la suprema fallacia della cultura moderna.

La fallacia fu già scoperta da Mosè. Purtroppo i cattolici e i cristiani prestano poca attenzione al capitolo 23 del libro dell’Esodo. Lì Mosè inizia dicendo che non si dovrebbe ripetere un falso rapporto. Uno si domanda se la gente dei nostri mass media hanno mai letto, e ancor meno meditato, quel capitolo. Allora Mosè dice che uno non dovrebbe unirsi al cattivo nell’alzare le mani nella testimonianza contro nessuno. In altre parole, uno dovrebbe evitare di dare falsa testimonianza, anche quando ci fossero più false testimonianze che buone. Con questo Mosè arriva ad un punto in cui sembra incredibilmente moderno: “Né -dice Mosè - tu allegherai l’esempio di molti come scusa per fare il male”. È detto abbastanza con questo circa il male o la somma fallacia di trattare la moralità sulle basi della scienza, si tratti della scienza della statistica o di un altro ramo della scienza che usi il calcolo. E la scienza che non usi il calcolo non dovrebbe essere presa in considerazione in nessun modo.
Nemmeno si possono prendere in considerazione quelli che sbagliano non vedendo la moralità come parte dell'essenza di religione. Senza quell'essenza, la religione è una parte di quello che può essere chiamato la più alta estetica, o qualche cosa così bassa com'è il mero sentimentalismo. Anche se la scienza fosse capace di provare l'esistenza di Dio, il che non può fare, la scienza ancora non sarebbe capace di dire nulla sul nucleo della religione che è il comportamento morale, cioè un comportamento per il quale i Dieci Comandamenti non sono soltanto Dieci Consigli o qualche cosa anche di meno.
Ora che noi ci siamo occupati della parte più viscerale o morale della religione e dell'incapacità assoluta del metodo scientifico di ravvicinarla, possiamo rivolgerci ad un'altra parte dove la scienza e la religione appaiono come due imprese molto distinte. La differenza è rivelata nelle proposizioni più elementari e più spesso usate. Prendete, per esempio, la frase, questa tavola è qui. La prima parola è un pronome dimostrativo. Appartiene alla grammatica che non misura, e non appartiene alla scienza perché la scienza non può misurarlo. La parola tavola, invece, è un nome, un universale, che come tale ci conduce verso le acque più profonde di una filosofia che sa la differenza tra l'amore della saggezza ed il piacere di misurare. La scienza può misurare un numero molto grande di diversi oggetti tutti chiamati tavola, ma da quelli dati numerici la scienza non può dedurre che cosa ci potrebbe dire quando un oggetto può essere chiamato tavola e quando non può essere chiamato tavola.
Quindi vedete qui un'altra differenza sostanziale tra la scienza e la religione nella misura in cui la religione include un discorso razionale circa ciò che uno crede. E la religione genuina deve includere quel discorso. Prima che la religione divenga fede bisogna specificare che cosa si chiede di credere. E nella vera religione ci si chiede di credere soltanto quelle cose che noi possiamo conoscere soltanto sulla base di una diretta o trasmessa autorità divina. Ci sono certamente delle eccezioni come la dottrina della creazione dal nulla, la quale in principio è accessibile a ragione. Ma bisogna notare bene che tali dottrine di solito sono seguite soltanto all'interno di una matrice che accetta dottrine che gli uomini possono conoscere soltanto attraverso la rivelazione, come l'incarnazione, la redenzione, la Trinità, la risurrezione, la vita eterna e così via.
Ora ogni religione dipende ultimamente da quel nome divino che è "io sono colui che È." Quel nome fu rivelato a Mosè e lo stesso nome fu usato da Gesù per se stesso quando disse,"Io Sono colui che ti parla." La religione è un dispiegamento della dipendenza di tutto dalla realtà data in quel nome. La religione è fondamentalmente ontologia, nel senso di una dipendenza assoluta, mentre la scienza non ha niente a che fare col verbo è, nemmeno in quell'asserzione banale: questa tavola è qui. Non ci sono unità di misurazioni per c'è, ci sono, ci sarebbe, ci sarà, ci può essere, e così via. E ancora più certa ed evidentemente non ci possono essere unità per misurare il rifiuto di c'è, come il non esistere o per dirlo paradossalmente l'essere nulla. Nulla mostra meglio le filosofie anti-religiose di alcuni scienziati che oggi dichiarano che la cosmologia quantica da loro il diritto di creare universi letteralmente fuori dal nulla. Loro non sono ancora riusciti a fare quello che sembrerebbe di essere inizialmente più facile, cioè il trucco scientifico di creare biglietti di cento euro o di cento dollari dal nulla.
In quella frase banale, questa tavola è là, la scienza può afferrarsi soltanto alla parola "là" nella misura in cui il punto di "là" può essere riferito ad un sistema di riferimento tridimensionale: x, y, e z. Ma perfino quando la scienza specifica i valori di x, y, e z come, per esempio, 3, 5, e 4, questi numeri da soli non ci danno una connessione diretta allo stesso sistema di riferimento. Uno può immaginare un numero infinito di situazioni che implicano quelli tre numeri. Ma ci vuole più di una mente numerica per specificare ed usare un determinato sistema di coordinate.
Basta così sulla differenza tra l'indispensabilità per la religione delle parole 'debbi' ed 'è', e l'incapacità della scienza di maneggiare quelle parole.
C'è poi la categoria dello scopo. Tutte le azioni umane hanno uno scopo. Sin da Darwin si è creato un ambiente di opinione di supporre che la scienza ha lasciato da parte lo scopo, che tutto è azzardo e caso. Ora la cosa interessante è che quelli che sostengono questo, cioè, quasi tutti i darwinisti ed evoluzionisti, dedicano tutta la loro vita allo scopo di provare che non c'è scopo. Loro costituiscono sicuramente un interessante soggetto di studio per quelli che studiano l'illogicità o cose peggiori, cioè, blocco mentale, schizofrenia, o disturbi psichici.
Finora noi abbiamo visto la differenza fra il 'debbi' e il 'è' e poi l'indispensabilità assoluta di quelle parole per la religione e l'incapacità assoluta della scienza di maneggiare quelle parole. Però la scienza non può cominciare il suo lavoro di misurare a meno che lo scienziato supponga una realtà con proprietà quantitative. La scienza deve presupporre l'esser-ci di oggetti prima che la scienza possa cominciare a stabilire le loro proprietà quantitative. C'è poi il fatto che ogni azione umana è per uno scopo ed il fatto che la scienza non può misurare lo scopo. Nemmeno la scienza può misurare la libera volontà, senza la quale non c'è azione finalizzata.
Allo stesso modo la volontà libera è la base per dichiarare l'uomo un essere peccatore. Sottolineando che "tu non devi", c'è la realtà della volontà libera. Se si nega la volontà libera, si priva la religione dalla sua vera fondazione. La maggior parte dei principali scienziati moderni nega o esplicitamente o implicitamente la volontà libera. Einstein lo faceva, e così anche lo faceva Darwin. Cento anni fa William James registrò il fatto che la maggior parte di psicologi negavano la volontà libera e lui era uno di quelli psicologi. Ed anche quando tali scienziati danno un omaggio verbale alla volontà libera, è soltanto un omaggio verbale. Nel profondo delle loro menti loro sono prigionieri dell'applicabilità universale del metodo scientifico. Su quella base loro negano la volontà libera o loro l'ammetterebbero soltanto quando potessero misurarla. Una volta un premio Nobel che dichiarava di essere religioso disse (dopo io chiesi a lui su quali unità si potrebbe misurare la volontà libera) che noi dobbiamo tentare di misurare la volontà libera perché la scienza esige una spiegazione unitaria. Questo vuole dire che Lei riduce tutto a misurazioni o numeri. Che cosa rimane alla religione? Nulla più dei sentimenti estetici.
Questo riduzionismo di tutto a numeri è quello che guida oggi la maggior parte di quelli che studiano la relazione di cervello-mente. Al centro neuralgico di quella relazione si trova lo status della coscienza umana. Su questa domanda, permettetemi di riferirmi soltanto ad un aspetto di questo, quello che risiede con l'esperienza del momento presente o l'adesso. Questa nostra esperienza è la più grande pietra d'inciampo delle filosofie riduzionistiche, dal empirismo al positivismo e al positivismo logico, al pragmatismo e così via. I positivisti logici in modo particolare sentono la pressione del 'adesso'. Uno di loro, Rudolph Carnap, pensò che il problema sarebbe diminuito se potesse arruolare l'appoggio di Einstein. Lui andò da Chicago a Princeton per vedere Einstein, ma Einstein rifiutò di dargli alcun conforto. L'adesso, disse Einstein, non può essere maneggiato dalla fisica. Ed ancora non fu Einstein uno di quelli che sostennero che il tempo era soltanto la quarta dimensione, oltre alle tre dimensioni dello spazio?
Tutte queste considerazioni convergono sulla differenza radicale tra i numeri e tutte le altre categorie. Aristotele già aveva notato quella differenza. Nella sezione 6b delle Categorie Aristotele ha detto che soltanto dai numeri non si può predicare la frase," più o meno," mentre questo può essere fatto riguardo tutte le altre parole, appartenenti ad alcune delle altre categorie. Noi possiamo dire che una qualità, come la bontà, si applica più o meno a questo particolare individuo, ma noi non possiamo dire che il numero cinque è più o meno cinque.
Qui giace la fondazione concettuale della differenza radicale tra la scienza e gli studi umanistici, inclusa la religione, o piuttosto tra le proposizioni che sono genuinamente scientifiche e le proposizioni che sono genuinamente umanistiche e religiose. La differenza può essere detta anche come la differenza tra le quantità e le qualità, purché noi prendiamo le qualità in un senso non-banale. Si deve ricordare bene qui il fatto che tutte le filosofie materialistiche, cominciando con l'atomismo di Democrito, tentarono di eliminare la differenza tra le qualità e le quantità. Questo mostra qualche cosa sul carattere equivoco dell'appello di Hegel ad Aristotele, che secondo Hegel tutte le qualità potrebbero essere ridotte a quantità e viceversa. Questa era una caratteristica comune della destra e della sinistra hegeliana. La pazzia che ne è prodotta in referenza alla scienza può essere trovata nell'Enzyklopedie der Wissenschafteen di Hegel e nelle Dialettica della Natura di Engels. Ed oggi può essere trovata nelle cosiddette filosofie della complementarità.
In genere tutti quelli che ignorano i limiti del metodo scientifico, come aventi rapporto soltanto con le quantità, sono disposti a dichiarare che le qualità secondarie sono puramente soggettive. Il primo grande scienziato a sostenere questo fu Galileo nel suo Saggiatore. È un titolo che va contro l'origine di quella parola, venendo come viene da saggio o sapienza o saggezza.
Malgrado tutti questi vani sforzi di eliminare la differenza tra le qualità e le quantità, la dif-fe-renza rimane ostinatamente. Uno è ostinatamente provocato a fare la domanda sull'ultima ragione di quella differenza nella mente umana. Per spiegare quell'ultima ragione ci sono due scelte. Lo si può attribuire al cosiddetto processo evolutivo, che comunque, contrasta con il fatto che se tutto fosse stato uno all'inizio, perché abbiamo le differenze? Ma se uno suppone che proprio all'inizio c'erano le differenze, la domanda sorge, perché proprio questo insieme di differenze e non un altro?
Per spiegare quella restrizione ad un insieme di differenze o particolarità si deve presumere che fu fatta una scelta da un fattore al di fuori di quel insieme. La teologia chiama tale scelta il Creatore, il quale nel suo potere infinito scelse un particolare insieme di proprietà per l'universo. E da quando l'uomo, inclusa la sua mente, fa parte dell'universo, noi dobbiamo dire che in ultima istanza Dio è il responsabile della differenza irriducibile tra le qualità e le quantità, la religione e la scienza. Lui è il responsabile ultimo di quella mente umana per la quale ci sono le quantità e tutto il resto, e che i due non possono essere ridotti l'un l'altro.
Sempre quando si spiega qualcosa si tende a ridurre ad una unità. Si può fare questo fin a un certo punto, perché ci sono dei limiti concettuali per questo sforzo umano. Il limite principale è dato per il fatto che nessun insieme di quantità o di considerazioni quantitative condurrà ad una conclusione di tipo qualitativo.
È stato ben detto nell'Enciclica Fides et Ratio che la scienza e la religione sono due ali che sono ugualmente necessarie. Ma sarebbe molto sbagliato dire che bisogna avere scienza per essere un buon uomo, o che uno scienziato deve avere religione per poter fare scienza. I principali scienziati moderni sono stati o agnostici, o materialisti o atei, ma hanno fatto una scienza eccellente. Si può leggere invano gli scritti di un mistico cercando di trovare delle istruzioni per risolvere delle equazioni differenziali nei scritti dei mistici. Sarebbe invano rivolgersi alle encicliche dei papi per questo scopo. E sarebbe altrettanto invano rivolgersi per questo scopo ai filosofi cattolici che dichiarano audacemente che distinguono per unire. Ma loro non riuscirono a notare proprio fin dall’inizio la radicale differenza tra le quantità e ogni altra cosa.
Questi autori di buona intenzione ma di vista corta (e alcuni hanno nomi prominenti, come per esempio Maritain) mancano di notare un punto del tutto importante. Una volta che la scienza nacque tra il 1330, quando Buridano propose l'idea del moto inerziale, che è un'anticipazione delle tre leggi del moto di Newton, e la pubblicazione dei Principia di Newton, nella quale queste tre leg-gi erano esposte nella sua potenza meravigliosa, la scienza progredisce nei termini di queste tre leggi. La scienza non ha bisogno della religione, neanche della filosofia, per fare il suo lavoro. È lo scienziato che forse ha bisogno della religione per sapere che deve fare con la scienza. Riguardo ai teo-logi, dovrebbero riconoscere che le verità, le verità quantitative della scienza, sono autonome.
In altre parole, sempre che un teologo (o la Bibbia su questo argomento) fa una affermazione di un aspetto relazionato con qualcosa di materiale, la verità di quel aspetto dipende esclusivamente della ricerca quantitativa o scientifica. Se i nostri teologi del secolo XVII fossero stati consci di questa regola che non si può evitare, non ci sarebbe stato nessun caso Galileo, che ancora si cerne sulla Chiesa come un albatro. Ci dovrebbe essere infatti un molto caro prezzo da pagare quando si prende alla leggera che ciò che Dio ha separato nessun uomo dovrebbe tentare di fondere.
Abbiamo bisogno di tutte queste parti separate, ma non dobbiamo intendere di fonderle in una sola. Nella relazione tra scienza e religione non si può procedere a maniera di un puzzle. Nel puzzle tutto è spaziale, mentre nella religione niente è spaziale e nella scienza tutto è spaziale, cioè quantitativo. Per imparare questo c’è bisogno di una mente matura. Aristotele disse una volta che un giovane può facilmente imparare la matematica, ma per imparare la filosofia ci vuole una età matura. Ed anche nell’età matura c’è bisogno delle quantità per vivere in un mondo che Dio ha disegnato secondo misurazione, numero e peso.