I libri apocrifi e la tradizione
A
cura di frà Tommaso Maria di Gesù
dei frati minori rinnovati
Via alla Falconara n° 83 - 90100 Palermo - Tel. 0916730658
Cattolico.
Con tutta la buona volontà che mi
anima, riconosco, carissimo fratello, la mia grave difficoltà
nel dialogare con un "cristiano", il quale, per
principio, rigetta l'autorità da Dio costituita per
il governo della Chiesa fondata da Cristo. Questo rifiuto
rende, più o meno, quasi impossibile la comprensione
tra noi. Vorrei pregare umilmente te e tutti i tuoi fratelli
di fede non cattolici, a riflettere con serenità
e umiltà sulla necessità, anche soltanto naturale,
che qualunque società ha di avere una autorità,
un principio di unità senza dei quali la società
stessa si dissolverebbe. La Parola di Dio in merito è
molto chiara: a Pietro Gesù ingiunge di "confermare
i suoi fratelli nella fede", su di lui fonda la Sua,
unica Chiesa, che non sarebbe mai stata travolta dal tempo
e dall'errore; a lui consegna le "chiavi del Regno
dei Cieli" (queste parole si riferiscono principalmente
all'interpretazione della S. Scrittura, ossia alla fede
e alla morale), e concede la potestà di sciogliere
e legare (Cf anche Mt 18,18 e Gv 20,21-23, in cui Gesù
estende la stessa potestà agli altri apostoli e discepoli);
a Pietro, infine, Gesù commette il compito di pascere
Il Suo gregge. Oltre a ciò troviamo ancora scritto
(Lc 10 16): "Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza
voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza Colui che
mi ha mandato". S. Paolo ci fa sapere come comportarci
"nella Casa di Dio, che é la Chiesa del Dio
vivente, colonna e sostegno della Verità' (1 Tm 3,14-15).
E' certo che quando S. Paolo parla della Chiesa di Dio intende
riferirsi all'unica Chiesa fondata da Cristo su Pietro (Cf
Mt 16,18-20).
Non
cattolico. Sai
bene, fratello cattolico, che qui ci proponiamo di chiarire
il problema dei libri "apocrifi" ai quali la Chiesa
Cattolica attribuisce l'ispirazione divina, mentre tutti
sanno che soltanto i libri canonici, poi detti protocanoníci,
devono ritenersi ispirati.
Ti ringrazio e ti perdono per la predica iniziale. Ma tiriamo
avanti e rispondi alle mie chiare domande che ti rivolgo:
Che cosa sono per te i libri apocrifi? Noi sappiamo che
si chiamano "apocrifi", cioè nascosti,
i seguenti libri ebraici, contemporanei agli ultimi scritti
dell 'A.T. , e cioè: Tobia, Giuditta, Baruc, Ecclesiastico,
la Sapienza, i due libri del Maccabei e alcuni brani aggiunti
al libro di Ester e a quello di Daniele. Questi libri sono
stati sempre chiamati "apocrifi", cioè
non ispirati, per i quali il domenicano Sisto Seneto inventò
la parola "deuterocanonici".
Con
questo termine, che significa "secondo elenco dei libri
ispirati", la Chiesa Romana mette i libri apocrifi
sullo stesso piano dei libri ispirati. Giustamente, noi
tutti ci domandiamo: come mai la Chiesa Romana perpetra
cosi gravi errori e poi pretende di essere nel vero?
Cattolico.
Fratello, la risposta sarà un po' lunga ma necessaria.
Ti prego di ascoltarmi con mente serena e cercando di accantonare
un po' i tuoi pregiudizi.
Nei nn. 4 e 5 ho riferito già qualche cosa sui libri
"canonici", "protocanonici" e "deuterocanoníci".
Ora ne parlerò più diffusamente. Nei nn. da
29 a 39 ho trattato sufficientemente il problema della "ispirazione",
strettamente connesso alle questioni che stiamo trattando.
Nei nn. 3 e 4 sono elencati i libri dell'A. e del N.T. aventi
carattere sacro.
Tali libri "sacri" sono stati ritenuti ispirati`
sia dalla tradizione giudaica che da quella cristiana.
La parola greca "canon" significa "regola",
"norma" ed è impiegata dal sec. IV per
designare la collezione dei libri sacri. Da allora si parla
di libri "canonici" in contrapposizione ai "non
canonici". I termini "protocanonici" e "deuterocanonici"
sono invece stati inventati, come tu stesso dici, da Sisto
Senese il quale volle distinguere quelli che concordarono
sempre con l'A.T., da quelli sui quali alla fine del 1°
secolo dopo Cristo, sorsero delle polemiche e dei dubbi
che si protrassero per molti anni. Gli Ebrei e i Protestanti
chiamano i libri deuterocanonicí "apocrifi",
escludendoli dal canone biblico.
Non dovrebbe essere difficile - almeno per chi crede nella
divina istituzione della Chiesa - comprendere che, trattandosi
di questioni a carattere soprannaturale, la facoltà
di dichiarare infallibilmente quale libro sia dotato del
carattere dell'ispirazione, e sia perciò da inserirsi
nel canone biblico, é soltanto della Chiesa, depositaria
della dottrina di Gesù Cristo. Quindi il criterio
sicuro e anche logico per conoscere se un libro debba far
parte di questa collezione è la tradizione che risalga
fino all'età apostolica.
Sta di fatto che i libri, oggi detti deuterocanoníci,
sono compresi nella versione greca detta dei "Settanta",
realizzata da Giudei alessandrini qualche secolo prima di
Cristo. Essi erano letti nelle sinagoghe ed erano considerati
ispirati. La divergenza è dovuta ad un rigorismo
degli scribi e rabbini palestinesi, che non tollerarono
alcun libro originariamente in greco, e che anche verso
libri composti originariamente in ebraico ed aramaico si
mostrarono sospettosi quando non si presentassero come dovuti
ad un autore insignito di carisma profetico (cf 1 Macc 4,46;
14,42); cosicché i requisiti indispensabili di un
libro sacro furono quasi fissati nella lingua ebraica, nella
qualità profetica dell'autore supposto anteriore
ad Esdra, e nell'origine palestinese del libro. Tale rigorismo
non era condiviso dai Giudei ellenizzati della diaspora
(=dispersione, migrazione degli Ebrei fuori la Palestina)
che leggevano la Bibbia nella versione greca dei Settanta.
Notizie storiche ci assicurano che anche presso i Giudei
palestinesi in un primo tempo questi libri, specialmente
i più antichi, fossero ammessi.
Quanto a Gesù e agli Apostoli, dalle loro allusioni
conservate nel N.T. e dall'uso frequente della versione
dei Settanta, risulta in pratica che ritenevano per ispirati
anche i "deuterocanonici". Tale è la norma
anche dei più antichi Padri, i quali citano o usano
indifferentemente le due serie di libri (Clemente, Ippolito,
Ireneo, Tertulliano, Clemente Alessandrino, Cipriano). Di
modo che, per i primi due secoli non risulta alcuna incertezza
circa l'ispirazione e l'autorità dei libri in questione.
Solo verso la fine del 2° secolo, le controversie frequenti
con i Giudei, che ormai concordemente rigettavano i libri
"deuterocanonici", condussero gli apologisti (=difensori
della fede) a non desumere i loro argomenti da questi scritti
non ammessi dagli avversari. Si trattava di una norma pratica
da seguire, più che di un principio teorico.
Cattolico. Ne riscontriamo i sintomi in
Melitone di Sardi (+160 -180), in Origene, che tuttavia
usa i deuterocanonici come libri ispirati. In tempi successivi
tale opinione si diffuse più sensibilmente nella
Chiesa greca; ad essa si attennero Atanasío, Cirillo
di Gerusalemme, Epifanio, Gregorio di Nazianzio, e alcuni
altri, sebbene anch'essi in pratica non si mantennero aderenti
a quella opinione, giacché non è difficile
ritrovare nelle loro opere citazioni di deuterocanonici
come libri ispirati.
Allora cominciò a circolare presso i Greci una triplice
distinzione di libri della Bibbia: si parlò di libri
certi od ammessi da tutti, di libri controversi e di libri
spuri o apocrifi.
Con il termine "controversi" si intendevano i
nostri "deuterocanonici". Ma quanto poco fosse
radicato il rifiuto di tali libri è confermato dall'accettazione
incondizionata di essi da parte di numerosi altri dottori
della Chiesa e dalla decisione del Concilio di Costantinopoli
del 692, detto Trullano, che sebbene in una forma non del
tutto perspicua riferì il canone integrale, mantenuto
SEMPRE incontrastato nella Chiesa greca, almeno sino al
Protestantesimo.
Nella Chiesa latina i primi ad attenersi al canone giudaico
furono Ilario di Poitiers, Rufino di Aquileia e Girolamo.
I primi due furono indotti dall'esempio di Origene, di cui
si professavano discepoli; il terzo, che prima di recarsi
in Oriente, sembra che ritenesse il canone completo, con
la sua autorità ingenerò dubbi in autori posteriori.
Tuttavia la grande maggioranza degli scrittori mantenne
categoricamente la ispirazione e la canonicità dei
libri "controversi". Rappresentante di questa
opinione della maggioranza fu Agostino che conservò
intatta la genuina tradizione della Chiesa.
La sede romana già con Innocenzo I (405) si pronunziò
in modo deciso in favore di tali libri; alcuni anni più
tardi il "Decreto", erroneamente detto "Gelasiano",
segnò la norma costante di fede per i secoli successivi
, finche i Concili ecumenici Fiorentino (1441~1446) e Tridentino
(1546) lo sancirono solennemente. Tuttavia l'autorità
di Girolamo, che aveva fatto esitare e fuorviare taluni
nel medioevo (Ugo di S. Vittore, Niccolé Lirano e
qualche altro), si risente ancora in S. Antonio arcivescovo
di Firenze (+1459), e nel cardinale Gaetano (1532), che
negavano al libri "controversi" (deuterocanonici)
un'autorità impegnativa in materia di fede.
Lutero,
pur rigettando la tradizione ecclesiastica, manifestò
una certa esitazione nel ripudiare i "deuterocanonici"
e si accontentò di relegarli in fondo alla sua traduzione.
Dopo quanto ho detto, possiamo trarre una conclusione. Col
sorgere del Cristianesimo l'Antico Testamento fu usato nella
sua traduzione greca dei "Settanta", i cui inizi
risalgono al 3° secolo avanti Cristo.
I cristiani non escluso Cristo e gli Apostoli, traevano
da questa versione le citazioni bibliche nelle loro polemiche
contro i Giudei.
QUESTA FU LA PRINCIPALE RAGIONE per cui, lungo il
2° sec. dopo Cristo, i
Giudei ripudiarono come infedele la versione dei "Settanta",
sebbene in precedenza l'avevano circondata di particolare
venerazione, e la sostituirono con altre versioni greche,
totali o parziali, fatte da Giudei e giunte fino a noi soltanto
in modo frammentario.
I
veri libri apocrifi, cioè quelli non ispirati, furono
ben presto smascherati dalla Chiesa Cattolica ed esclusi
dall'ispirazione.
Caro fratello non cattolico, conosci tutta questa storia
sui libri che tu chiami "apocrifi"?
Non
cattolico. No, a dir la verità,
non la conosco e non nascondo che essa mi lascia sconcertato.
Cattolico.
Il guaio è che non sei il solo a non sapere queste
cose, ma è la massa dei non cattolici i quali tutti
rifiutano e rigettano quanto la Chiesa decide con tanta
prudenza e saggezza dopo studi e travaglio di secoli.
Non
cattolico. Pur ammirando la tua erudizione
in merito, io resto fermo nelle mie idee, però mi
propongo di attuare seri accertamenti prima di cambiare
opinione.
Cattolico.
Si, accertati bene e sappi intanto che non è vero
che i "deuterocanonicí" sono stati sempre
chiamati "apocrifi"; che non è vero che
la Chiesa Cattolica l'8 aprile 1546 al Concilio di Trento
decise di metterli sullo stesso piano degli altri libri
ispirati. In tale occasione la Chiesa volle derimere qualunque
dubbio e questione in merito, definitivamente. Non è
vero che la Chiesa dei primi secoli non li riconosceva ispirati.
E neppure è vero che S. Girolamo col suo prestigio
ha messo in imbarazzo la Chiesa di Dio, ma solo alcuni studiosi.
S.
Agostino, tra i maggiori geni del Cristianesimo,
credeva, con la Chiesa, alla "ispirazione" dei
libri "controversi" (deuterocanonici). Essi sono
letti nella Chiesa anche allo scopo di trarvi una dottrina,
proprio perché ispirati.
Non
cattolico. Ma
tu li conosci questi sette libri contestati?
Cattolico.
Un po' soltanto, tanto però da poterti dare un giudizio
fugace e sommario di ognuno di essi. Ti prego di ascoltarmi.
1.
Il libro di Tobia è stato composto tra il
3°-2° sec. a.C. con lo scopo di mantenere nella
fede tradizionale i Giudei rimasti fuori della Palestina
anche dopo il ritorno di molti di loro dall'esilio. L'eroe
del racconto (a sfondo storico, sapienziale e poetico, un
po' come "I Promessi Sposi" del Manzoni é
esemplare; è un vero giudeo, osserva fedelmente la
legge di Mosé e Dio lo ricompensa di questa fedeltà
assoluta. L'autore, con molta arte e da vero saggio, si
preoccupa soprattutto di far rivivere agli occhi del lettore
un uomo giusto. Egli vuol mostrare che la vera sapienza,
il cammino che conduce alla felicità, consiste nell'amare
Dio e nell'osservare i suoi comandamenti, qualsiasi cosa
succeda.
Ecco la chiave del libro, che è un gioiello letterario.
Molto prima del Vangelo, celebra la nobiltà che caratterizza
il matrimonio fin dalla sua origine: un solo sposo, una
sola sposa. L'autore scopre la Provvidenza nella vita quotidiana,
supera le situazioni dolorose mediante la fede; elogia la
fedeltà vissuta nel quadro di una vita familiare,
il senso dell'elemosina, il rispetto dei morti, la preoccupazione
della purezza, il gusto della preghiera, anticipando cosi
molti concetti della vita cristiana.
Dell'originale del libro, scritto in ebraico o aramaico,
si sono trovati frammenti nei manoscritti del Mar Morto.
2.
Giuditta. Anche il libro di Giuditta, come quello
di Tobia, messo dopo i libri storici, va collocato tra i
libri sapienziali.
Dal punto di vista letterario è un'opera riuscita
e non manca di fascino. L'autore racconta un dramma nazionale
e vuol fissarne il ricordo, ma soprattutto vuole attirare
l'attenzione sul senso religioso del conflitto che oppone
continuamente il popolo di Dio agli empi. Il libro assomiglia
a quelle storie edificanti tanto care ai Giudei degli ultimi
secoli prima dell'era cristiana; fa rivivere i racconti
della terra santa... la Chiesa vi ha attinto immagini e
testi per la preghiera liturgica; ciò che esso insegna
sulla potenza, e la fedeltà di Dio, sullo svolgimento
della storia e la vittoria finale del bene è sempre
di attualità.
Se non parla molto di amore, è però, anche
per il lettore di oggi, un libro di fede e di speranza.
3.
Baruc. Il prestigio che dopo l'esilio si unisce
al nome del profeta Geremia, si riflette sul suo servo fedele
segretario Baruc. Perciò, secondo un procedimento
dell'epoca, si fa di lui l'autore di un insieme di scritti,
posteriori di più secoli, di cui la Bibbia ha conservato
almeno un libretto.
Si crede che il libro debba essere anteriore al 2° sec.
avanti Cristo. La cosiddetta lettera di Geremia, che è
stata aggiunta, potrebbe essere dello stesso tempo, se non
più recente.
Il libro di Baruc ha il pregio di rivelare l'anima profondamente
religiosa dei Giudei dispersi nel mondo e tuttavia rimasti,
in modo sorprendente, uniti al loro popolo. La loro fede
testimonia un senso vivissimo del peccato nazionale: l'infedeltà,
rifiuto dell'obbedienza, disprezzo della parola di Dio gridata
dai profeti, rigetto della legge e della sapienza. La disfatta
e la prigionia sono la disastrosa conclusione e il giusto
castigo di quella costante ribellione. Ma questo libro contiene
soprattutto un messaggio di speranza: di fronte all'infedeltà
di Israele, resta l'immutabile fedeltà di Dio.
Contiene una preghiera di confessione e di speranza (1,55-3,8);
un poema sapienziale (3,9-4,4); un brano profetico (4,5-5,9)
dove Gerusalemme personificata si rivolge agli esiliati
e dove il profeta la incoraggia con il richiamo delle speranze
messianiche. Un piccolo frammento del testo greco è
stato scoperto in una delle grotte di Qumran.
Sotto il nome di Baruc vengono messe due apocalissi scritte
nel 2° secolo dopo Cristo.
4.
Ecclesiastico, oggi detto Siracide.
I due terzi circa di questo testo ebraico sono stati ritrovati
nel 1896 nei frammenti di diversi manoscritti del medioevo
provenienti da una vecchia sinagoga dal Cairo.
Più recentemente, piccoli frammenti sono venuti alla
luce in una grotta di Qumran, e nel 1964 è stato
scoperto a Masada (fortezza su di una collina rocciosa del
deserto di Giuda a ovest del Mar Morto) un lungo testo nel
quale sono contenuti i capitoli 39,27-44,17 in una scrittura
degli inizi del 1° sec. a.C.
La Chiesa riconosce come canonico il testo greco. Il nipote
dell'autore spiega che tradusse il libro quando si trovò
in Egitto nel 38° anno del regno di Erergete, ossia
il 132 a.C.
Suo nonno scrisse verso il 190-180.
Ben-Sira, o Siracide, è uno scriba che unisce l'amore
della sapienza a quello della Legge. La sapienza annunziata
da Ben Sira proviene dal Signore; suo principio è
il timor di Dio; forma la gioventù e procura la felicità.
Egli identifica la sapienza con la legge proclamata da Mosé
(24,23-24), cosa che farà anche il poema sapienziale
di Baruc (3,9-4,4).
Ben Sira è l'ultimo testimone canonico della sapienza
ebraica In Palestina. Benché non sia stato accolto
nel canone ebraico, il Siracide è citato frequentemente
negli scritti rabbinici; nel N.T. la lettera di Giacomo
vi attinge molte espressioni; il Vangelo di Matteo vi si
riferisce più volte e ancora oggi la liturgia si
fa portavoce
di questa antica tradizione di sapienza.
5.
Sapienza. Verso la metà del 1° sec.
a.C., la grande città di Alessandria di Egitto contava
una importante comunità giudaica, fedele alle tradizioni
religiose dei suoi padri. Il paganesimo, dai volti più
diversi, si presentava talmente ovvio per il costume che
minacciava costantemente d'infiltrarsi nel seno delle comunità
giudaiche lontane dalla patria.
Il libro della Sapienza ha voluto venire incontro a questa
situazione, ma ci si intravede anche la preoccupazione di
non urtare i pagani che fossero indotti a leggerlo.
L'autore scrive in lingua greca, caso unico nell'A.T.; egli
stesso è un giudeo d'Alessandria, formato alla cultura
greca, ma non meno nutrito della S. Scrittura. E' un saggio
che preferisce però far parlare Salomone, il sapiente
per eccellenza. Egli ci porge una sapienza che viene da
Dio e che ci dà la visione giusta delle cose, che
spinge a cercare la vera felicità. Questa sapienza
divina, di fatto, ha rivelato - guidando magistralmente
la storia del popolo eletto - che la vera felicità
appartiene agli amici di Dio. In altre parole, non scoprono
il senso della vita se non coloro cui il Signore lo rivela..
L'autore ci dona un primo abbozzo di filosofia religiosa,
che si unisce, d'altra parte, ad una bella meditazione di
fede cui la liturgia si ispira volentieri.
Il libro della Sapienza prepara Giudei e Greci alla venuta
di Gesù Cristo.
Le pagine, perciò finiscono con l'apparire più
attraenti.
Nella nostra cultura i Cristiani tentati di "allinearsi"
a tutte le mode troveranno qui uno stimolo per riflettere
sulla loro originalità, per accettare la rude tensione
che esiste tra Vangelo e società.
6.
1° MACCABEI. Questo libro é stato scritto
in ebraico da un giudeo di Gerusalemme, probabilmente verso
l'inizio del 1° sec. a.C. Ci resta solo qualche traduzione
ed è il testo greco che fa fede per la Chiesa. L'autore
tratta l'epopea di una resistenza e si riferisce quasi a
mezzo secolo di storia ebraica (175-134 a.C.), dall'avvento
cioè al trono di Siria di Antioco IV Epifane alla
morte di Simone Maccabeo. L'autore segue scrupolosamente
l'ordine cronologico degli avvenimenti. Le sue tendenze
politiche lo rendono parziale. Ciononostante, rimane uno
storico serio, oggettivo, riporta ciò che ha visto,
utilizza la testimonianza dei contemporanei e i documenti
ufficiali. Questo storico è anche un credente, persuaso
che la Provvidenza conduce e sostiene l'improvvisa rinascita
del popolo. Come nel libro di Ester, Dio, per rispetto,
non è mai nominato; lo si evoca dicendo "il
Cielo". Ma è Lui che sostiene Giuda e i suoi
fratelli e che dà la vittoria; è Lui che anima
questa guerra santa. Ciò che caratterizza questi
Giudei del 2° sec. a.C. sono lo zelo per la Legge, il
culto del Tempio, l'orrore della impurità e delle
bestemmie dei pagani.
7.
2° MACCABEI Non é il seguito o il completamento
del primo. Vi si riferiscono avvenimenti svoltisi tra il
175 e il 161 a.C. al tempo della grande persecuzione.
Siamo all'inizio della resistenza giudaica di cui il 1°
libro ci presenta tutta l'epoca.
Scritto anteriormente a quest'ultimo da cui non dipende
in alcun modo: se ne differenzia anzitutto per lo stile
e per il sentimento religioso, ma anche per il racconto
dei fatti. L'autore sembra un giudeo d'Alessandria che scrive
poco dopo il 124 a.C. e direttamente in greco. Egli dice
che riassume l'opera, molto più vasta, di un altro
giudeo della Colonia di Cirene (Africa settentrionale),
un certo Giasone di cui non sappiamo altro. Si tratta certo
di un libro di storia ma anche di una sorta di "leggenda
aurea" dei martiri, vittime della persecuzione di Antioco
IV Epífane.
In effetti, l'autore si trasforma in predicatore e vuole
colpire l'immaginazione e la sensibilità del lettore.
Esalta l'eroismo della fede giudaica, esagera l'empietà
e la crudeltà dei nemici di cui aumenta le forze
e le perdite, evoca con realismo i supplizi e si mette a
descrivere le manifestazioni celesti che vengono a sconvolgere
gli avvenimenti, ma c'è una cura reale di verità
storica. L'autore però è più preoccupato
di religione che di politica. E un credente appassionato,
vede Dio all'opera per sanzionare la condotta degli uomini.
I giusti soffrono il martirio, ma essi sono sicuri che un
giorno
risusciteranno e otterranno il premio. Finora la fede giudaica
non era mai penetrata a tal punto nel mistero della retribuzione
e dell'aldilà. Questi insegnamenti costituiscono
un arricchimento considerevole per la teologia dell'A.T.
Ripresi e sviluppati nel N.T., essi hanno assicurato il
successo del 2° Maccabei negli ambienti cristiani.
Non
cattolico. Comunque il 2° Maccabei
termina così: "Se la disposizione della materia
è stata buona e come si conviene alla storia, è
quello che ho desiderato. Se poi è mediocre e di
scarso valore, è quanto ho potuto fare" (2°
Macc 15,38). Quindi, lo stesso autore esclude trattarsi
di libro ispirato.
Cattolico.
Fratello, forse per capire quello che l'autore
vuol dire, sarà bene andare a rileggere 2,25-31 e
vi troverai l'intento dell'autore, il quale sta sunteggiando
una storia... Egli è cosciente dello sforzo letterario
compiuto per unire l'utile al dilettevole. Il lettore moderno
deve comprendere.... e, come gli uomini dell'oriente, deve
rinunciare per un certo tempo al vino puro (ciò era
prescritto per ragioni igieniche). Sapendolo, troverà
piacevole la parola di Dio che gli è proposta in
questo libro. Questo vuol dire modestamente l'autore. Il
giudizio dell'ispirazione non è sua competenza. "Ai
posteri l'ardua sentenza!". Difatti, la tradizione
ebraica, come ho già detto, fino al rifiuto categorico
degli Ebrei e alle polemiche con i cristiani aveva accettata
la canonicità dei libri in questione compreso i due
Maccabei.
Non
cattolico. Inoltre, noi non consideriamo
ispirati dei libri che, come ben dice San Girolamo, contengono
favole. Tali appaiono 1° e 2° Maccabei quando ci
raccontano la morte del re Antioco IV Epifane in tre modi
diversi: il re muore di crepacuore (1° Macc 6,13-16);
una seconda volta è lapidato dai sacerdoti; la terza
volta muore in seguito ad una orribile malattia intestinale.
Cattolico.
Non mi è facile rispondere ad una obiezione del genere.
Ho consultato diversi libri senza poterne ricavare un gran
che, anche se ho capito che i libri dei Maccabei, pur presentando
delle impressioni su fatti e personaggi, raccontano storie
edificanti scritte da Giudei, di gran fede che vogliono
sostenere i fratelli della diaspora nella loro fedeltà
al Dio unico e vero, onnipotente e misericordioso. Dalla
esegesi riportata dalla Bibbia di Civiltà Cattolica
viene una parola abbastanza chiarificatrice. Sunteggio quanto
ho letto.
In 1 Macc 6,13-16, Il racconto risulta felice nel fare convergere
le disgrazie che colpiscono l'empio persecutore. L'autore
vuol dimostrare che la morte di Antioco IV Epifane è
un'azione della giustizia di Dio. Ciononostante, l'insieme
del racconto é esatto. In 2 Macc 1,15-16, gli esegeti
ritengono che il popolo fa presto a ricamare sulle notizie.
Così l'avventura di Antioco si è mescolata
a quella del padre morto in Persia dopo avere saccheggiato
il tempio del dio Bel. L'autore del 2 Maccabei sembra dare
ai fatti una versione più esatta di quella presentata
dalla lettera (due lettere danno inizio al 2 Macc) scritta
forse fin dal momento stesso dell'arrivo delle prime voci
sulla morte del re detestato.
In 2 Macc 9,5 è raccontata per la terza volta la
morte del persecutore, essa diventa un racconto edificante:
Dio abbatte sempre l'orgoglio smisurato degli empi, il loro
pentimento avviene troppo tardi. Colui che si faceva dio,
giace come un morto, già divorato dalla putrefazione.
E' difficile sapere quale sia la malattia che portò
l'empio re alla tomba.
Qui la storia prende la libertà della leggenda per
meglio sottolineare la lezione morale dell'evento.
Non
cattolico. La Chiesa romana afferma
che i Vangeli non rispecchiano tutto il pensiero di Gesù,
e che la Verità, secondo il Concilio di Trento (Sess.
IV, 8 aprile 1546) "è contenuta nei libri scritti
e nelle tradizioni, non scritte, le quali - ricevute dagli
apostoli per bocca di Cristo stesso, o dagli stessi apostoli
per dettato dello Spirito Santo - giunsero fino a noi, come
trasmesse di mano in mano". "Ne risulta - prosegue
il Concilio Vaticano II - che la Chiesa non trae dalla sola
S. Scrittura la sua certezza sul contenuto totale della
Rivelazione. E perciò l'una e l'altra devono essere
ricevute e venerate con eguale sentimento d'amore e di rispetto"
(Costit. Dogm. sulla Rivelazione, 9).Ma non basta. La Chiesa
romana tenta di giustificare la tradizione con la "teoria
del germe" immaginata dal cardinale inglese John Newman.
Secondo questo sofisma, si ammette che le tradizioni non
risalgono a Gesù. Ma è sufficiente - egli
insegnava - che queste tradizioni fossero contenute "in
germe" nel suo insegnamento. Penserà poi la
Chiesa a trasformare queste dottrine "implicite"
in dottrine "esplicite". E' così che il
Conc. Vat. II ha affermato che la tradizione va attraverso
i secoli sviluppandosi per virtù di vari fattori:
a) la riflessione e lo studio dei credenti;
b) per la più profonda intelligenza che essi hanno
delle cose spirituali;
c) per la predicazione di coloro che, con la successione
episcopale, hanno ricevuto un carisma sicuro della verità.
Ora, perché i non cattolici non accettano la Tradizione
della Chiesa romana?
l. Perché già dai tempi di Gesù era
venuta formandosi, accanto all'autorità della Bibbia
(A.T.), la tradizione, la quale sovente rivestiva un'autorità
superiore alla Bibbia medesima. Contro tale tradizione Gesù
ha reagito, energicamente, negandone il valore: "Si,
veramente, voi togliete ogni autorità al comandamenti
di Dio per osservare la tradizione vostra" (Mc 7,9).
E S. Paolo ribadiva: "Guardate che non vi sia alcuno
che faccia di voi sua preda con la filosofia e con vanità
ingannatrice secondo la tradizione degli uomini , gli elementi
del mondo, e non secondo Cristo" (Colossesi 2,8).
Cattolico.
Caro fratello, ma tu stai dicendo delle
cose con le quali certamente senza saperlo ti dal la zappa
sui piedi ...
Non
cattolico. Ti prego di non interrompermi
perché c'è ancora molto da dire sulle vostre
false tradizioni.
Cattolico.
Scusami l'interruzione e preparati ad ascoltare in silenzio
e con molta attenzione le mie risposte.
Non
cattolico. Dicevo: 2. Perché
quando Gesù è stato tentato, egli ha sconfitto
il diavolo riferendosi costantemente alla S. Scrittura,
e non alla tradizione. Tre volte tentato, tre volte rispose:
"Sta scritto" (Mt 4,1-10).
3. Perché è assurdo pensare che l'insegnamento
di Gesù dovesse giungere fino a noi per due vie diverse,
senza comunicazione fra loro. Gesù, per esempio,
avrebbe insegnato le dottrine del limbo, del purgatorio,
della Immacolata Concezione, dell'invocazione dei santi,
della venerazione delle reliquie e delle immagini, e tutte
le altre dottrine caratteristiche della Chiesa romana, ma
avrebbe proibito di fissare queste dottrine nei documenti
scritti. Per quale straordinario e recondito motivo? Non
ci è dato sapere.
4. Non solo, ma se fosse vero che Gesù e gli Apostoli
non hanno voluto che certi loro insegnamenti (le tradizioni)
fossero messi per iscritto, come mai i papi si sono presi
l'ardire di farlo? S. Perché queste tradizioni, non
solo non si trovano nella Bibbia, ma sono in aperto contrasto
con essa. Per es., la tradizione insegna che i bambini non
battezzati sono esclusi per sempre dal Paradiso, mentre
Gesù prendendo in braccio dei bambini non battezzati,
ha detto "di tali è il Regno dei Cieli"
(Mt 19,14). La tradizione insegna a chiamare Maria col titolo
di "mediatrice" di tutte le grazie, tanto che
Dante fa così pregare S. Bernardo: "Donna, se
tanto grande e tanto vali/Che qual vuol grazia ed a te non
ricorre/Sua disianza vuol volar senz'ali" (Parad. XXXIII,
13-15).
Ma Gesù diceva: "Nessuno può venire al
Padre se non per mezzo di me" (Gv 14,6), e così
via.
6. Perché basta consultare un qualsiasi manuale di
storia della Chiesa per rendersi conto della progressiva
elaborazione di tutte quelle dottrine che, a poco a poco,
sovente dopo violenti contrasti, si sono affermate nella
Chiesa romana. Qualsiasi anima sincera deve riconoscere
che né Gesù né gli Apostoli hanno mai
insegnato l'Immacolata Concezione, il purgatorio, il limbo,
la confessione auricolare, il papato, ecc...
Cattolico.
Ti prego, fermati e prendi fiato.
Non
cattolico. Ed io ti prego di farmi dire
tutto, perché senza interruzioni e senza battibecco
le mie obiezioni risulteranno più chiare e più
concatenate.
Cattolico.
Continua, e ti avverto, fin d'ora, che la stessa cosa farò
anch'io.
Non
cattolico. Ascoltami. Voglio anche dirti
cose che tu forse ignori: voglio cioè, riferirti
il pensiero dei Padri della Chiesa riguardo alla tradizione.
- Giustino martire (anno 155): "Non
abbiamo alcun comandamento di Cristo che
ci faccia obbligo di credere alle tradizioni e alle dottrine
umane, ma soltanto a quelle che i beati profeti hanno promulgate
e che Cristo stesso ha insegnate, ed io ho cura di riferire
ogni cosa alle Scritture e chiedere ad esse i miei argomenti
e le mie dimostrazioni (Dialogo con Trifone).
- S. Girolamo (400 circa): "Se voi
volete chiarire le cose in dubbio, andate alla legge e alla
testimonianza della Scrittura; fuori di lì siete
nella notte dell'errore. Noi ammettiamo tutto ciò
che è scritto, rigettiamo tutto ciò che non
lo è. Le cose che si inventano sotto il nome di tradizione
apostolica senza l'autorità della Scrittura, sono
colpite dalla spada di Dio" (In Isaiam, VII).
- S. Giovanni Crisostomo (390 circa): "Quando
l'eresia si impadronirà della Chiesa, sappiate che
non vi sarà prova di vera fede e di cristianità
se non le S. Scritture, perché quelli che si volgeranno
altrove periranno" (in Matteo Omelia, 49).
-
S. Agostino (400 circa): "Io mi sottometto
all'autorità dei libri canonici e a nessun'altra.
Tutto ciò che è necessario alla fede e alla
condotta della vita si trova nelle dichiarazioni chiare
della Scrittura" (De dottrina cristiana, 137).
Non
ho finito. Ma non ci sarebbe un argomento che indichi, senza
possibilità di equivoci, quale fosse la fede della
Chiesa cristiana dei primi secoli, in relazione alle dottrine
su cui cristiani non cattolici e cattolici divergono?
Senza
dubbio: il documento inconfutabile, ammesso dalla Chiesa
romana, come dalle Chiese non cattoliche, da entrambe ritenuto
come lo STATUTO FONDAMENTALE della loro fede, è il
Credo apostolico: dalla lettura di esso risulta in modo
inoppugnabile che non vi è traccia alcuna: del papato,
dell'Immacolata Concezione, della gerarchia, del purgatorio,
del limbo, del culto alla Madonna, del culto ai santi, dell'Assunzione
di Maria, delle indulgenze, della confessione auricolare...
La ragione é evidente: la Chiesa dei primi secoli
NON CI CREDEVA. Quindi neppure io e i miei compagni di fede
ci crediamo. Sono dottrine che fanno parte della tradizione,
ma non si trovano nel "Credo" perché non
si trovano nella Scrittura.
E adesso, caro fratello cattolico, rispondi a tutto e con
precisione. Io ti ascolterò in silenzio e con gravità
perché l'argomento è quanto mai interessante
e complesso. E tu sappi che noi non crediamo a tradizioni
umane e a sacramenti, ma all'infallibile Parola di Dio.
Cattolico.
Carissimo fratello non cattolico, ora ti prego di disporti
ad ascoltare pazientemente e con gravità, secondo
la promessa fattami.
Non
cattolico. Sono tutto orecchi e tacerò
anche quando istintivamente vorrei bloccarti e farti tacere.
Cattolico.
Devo ribadire quanto ho già detto in altre occasioni,
e cioè: abitualmente i non cattolici con una semplice
frase negano una verità di fede, esiste o non esiste
il riferimento biblico. Ed il cattolico è costretto
a ricostruire con lunghe e necessarie argomentazioni. Oltre
a ciò, il non cattolico si presenta sicuro e spesso
anche arrogante, con la Bibbia alla mano, citandone qualche
frase, per dimostrare che egli crede solo alla "infallibile
Parola di Dio. Molti non cattolici, o quasi tutti, ed anche
qualche cattolico, di fronte a tanta spavalda sicurezza,
pensano che effettivamente essi credono alla S. Scrittura.
E invece è tutto il contrario, cioè è
proprio alla Parola di Dio che i non cattolici NON CREDONO.
Se essi credessero alla Divina Parola sarebbero cattolici.
Non
cattolico. Di fronte a queste tue bestemmie
io non posso tacere: queste sono menzogne e calunnie.
Cattolico.
Fratello, ti prego di farti violenza e di
tacere, come mi hai promesso. Con la polemica ed il "battibecco"
non approderemo a nessuna chiarificazione. Se nella mia
esposizione non mi manterrò sempre legato e coerente
alla Parola di Dio, tu me lo mostrerai alla fine. Per ora
voglio iniziare col dimostrarti una cosa molto semplice
per il cattolico e per la logica biblica, ma per il non
cattolico è forse una novità. E novità
è anche per il cattolico ignorante.
Tu hai affermato che Gesù condanna le tradizioni
e le invenzioni umane. E questo è vero anche per
la Chiesa Cattolica che segue Gesù parola per parola.
Ora richiamerò alla tua mente i vari passi del N.T.
che condannano la tradizione umana. Eccolí nelle
loro espressioni più significative:
1. Mt 15,1-6: "In quel tempo... alcuni
farisei...e scribi dissero a Gesù: "Perché
i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi?
... Poiché non si lavano le mani quando prendono
cibo! Ed Egli rispose loro: Perché voi trasgredite
il Comandamento di Dio in nome della vostra tradizione:
Onora il padre e la madre... Invece voi asserite: Chiunque
dice al padre e alla madre: Ciò con cui ti dovrei
aiutare è offerto a Dio, non è più
tenuto a onorare suo padre o sua madre. Cosi avete annullato
la Parola di Dio in nome della vostra tradizione".
2. Mc 7 1-13: ….i farisei e alcuni degli
scribi avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano
cibo con mani immonde... quei farisei lo interrogarono...
E Gesù rispose loro: Bene ha profetato Isaia di Voi,
ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le
labbra, ma il suo cuore è lontano da me.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione
degli uomini….".
3. Col 2, 8.22: Badate che nessuno vi inganni
con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione
umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo".
" ... Non prendere, non gustare, non toccare"?
Tutte cose destinate a scomparire con l'uso: sono infatti
prescrizioni e insegnamenti di uomini!".
Ogni
volta che ho parlato con un non cattolico o ho letto qualche
loro libro contro la tradizione cattolica, ho sentito citare
le frasi sopra riportate che condannano, giustissimamente,
le tradizioni umane. Chissà perché i non cattolici
ignorano o vogliono ignorare, sempre, le tradizioni apostoliche-bibliche,
di cui ci sono molteplici riferimenti nel N.T. Riporto e
sintetizzo le principali.
1. Cor 11,2: "Vi lodo poi perché
in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni
così come ve le ho trasmesse".
2. 1 Cor 15,3: "Vi ho trasmesso dunque,
anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto...".
3. Lc 1,1-2: "Poiché molti
han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti
successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che
furono testimoni fin da principio e divennero ministri della
parola...".
4. 2 Ts 3,6 "Vi ordiniamo pertanto,
fratelli, nel nome del Signore Nostro Gesù Cristo,
di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera
indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto
da noi".
5. 2 Ts 2,15: "Perciò, fratelli,
state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso
cosi dalla nostra parola come dalla nostra lettera".
Quanti non conoscono questi passi riguardanti la sana e
santa tradizione biblica apostolica?
..Certo,
la Tradizione non è superiore alla S. Scrittura,
ma ne diventa la garante.
E
chi di noi può sapere quali furono le tradizioni,
le parole, i fatti raccontati da S. Paolo ai Corinzi e ai
Tessalonicesi?
Noi
non sappiamo per notizie dirette, ma sappiamo bene per le
tradizioni bibliche-apostoliche sempre vissute, controllate,
poi messe in iscritto e giunte incorrotte fino a noi.
L'organo
ufficiale fondato da Cristo, che è il suo prolungamento
(Mt 28,18-20) ed il suo Corpo (Col 1,18), che è custode
del deposito della fede (1 Tm 6,20-21), è la Chiesa
del Dio vivente, Colonna e Sostegno della Verità
(1 Tm 3,14-15), la quale è, per costituzione divina
una ed unica, animata da un solo Spirito, un solo Corpo,
una sola fede, una sola speranza, un solo battesimo (cf
Ef 4,4-5)
Strettamente parlando, queste mie dimostrazioni potrebbero
anche essere sufficienti a farti capire che le tradizioni
della Chiesa non sono quelle di cui hai parlato, ma io voglio
dirti ancora qualche cosa in merito alle false tradizioni
che sono invenzioni umane e delle quali vivono tutti i non
cattolici. La dimostrazione non é difficile. Infatti
fino a Lutero il Cristianesimo, eccetto alcune divergenze
di portata inferiore, era quel che è adesso la Chiesa
Cattolica. La rivoluzione del protestantesimo ha rigettato
molte verità di fede.
Questi
errori. ossia queste verità rigettate, oggi costituiscono
il CREDO di quasi tutti i non cattolici.
Come si è formato questo credo:
Per mezzo di tradizioni umane, inventate da quelli che hanno
ripudiato le tradizioni apostoliche ed hanno fatto naufragio
nella fede ... (cfr 1 Tm 1,18-19).
Queste
mie affermazioni sono inoppugnabili: basta guardare obiettivamente
la storia per arrivare a questa conclusione.
Poiché,
caro fratello, tu mi hai citato il Concilio Vaticano II,
sarà bene che io te ne ricordi alcuni punti perché,
in essi e per essi, è la Chiesa Cattolica che ci
parla.
Dalla
Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione apprendiamo
che:
a) "La profonda verità poi,
sia di Dio, sia della salvezza degli uomini, per mezzo di
questa rivelazione risplende a noi in Gesù Cristo,
il quale è insieme il Mediatore e la pienezza di
tutta intera la rivelazione" (Cap. 1,2);
b) «A Dio che rivela è dovuta
"l'obbedienza della fede" (Rm 16,26, cf Rm 1,5;
2 Cor 10,5-6), con la quale l'uomo si abbandona a Dio...
Affinché poi l'intelligenza della
rivelazione diventi sempre più profonda, lo stesso
Spirito Santo perfeziona continuamente la fede per mezzo
dei suoi doni" (ivi n.5);
c) Dio, con somma benignità, dispose
che quanto Egli aveva rivelato ... rimanesse per sempre
integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò
Cristo, Signore, nel quale trova compimento tutta intera
la rivelazione.... ordinò agli Apostoli che l'Evangelo
- prima promesso per mezzo dei Profeti e da Lui adempiuto
e promulgato di persona, come la fonte di ogni verità
salutare e di ogni regola morale - lo predicassero a tutti
(Mt 28,19-20; Mc 16,15), comunicando i doni divini... Gli
Apostoli poi affinché l'Evangelo si conservasse sempre
integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori
i Vescovi, ad essi affidando il loro proprio posto di magistero.
Questa sacra Tradizione dunque e la Sacra Scrittura dell'uno
e dell'altro testamento sono come uno specchio nel quale
la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto
riceve; finché giunga a vederlo faccia a faccia come
Egli è (cf Gv 3,2). (Cap. II, n. 7.);
d) Gli Apostoli, trasmettendo ciò
che essi stessi avevano ricevuto, ammoniscono i fedeli ad
attenersi alle tradizioni che avevano appreso sia a voce
che per lettera (cf 2 Tes 2,15), e di combattere per quella
fede che era stata ad essi trasmessa una volta per sempre
(cf Giuda, 3).
Ciò che fu trasmesso dagli Apostoli, poi, comprende
tutto quanto contribuisce alla condotta santa del Popolo
di Dio e all'incremento della fede, e cosi la Chiesa, nella
sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e
trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa
é, tutto ciò che essa crede.
Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella
Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti
la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse,
sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali
le meditano in cuor loro (cf Lc 2,19.51), sia con l'esperienza
data da una più profonda intelligenza delle cose
spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con
la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro
di verità.
La
Chiesa cioè, nel corso dei secoli, tende incessantemente
alla pienezza della verità divina, finché
in essa vengano a compimento le Parole di Dio.
Le
asserzioni dei Santi Padri attestano la vivificante presenza
di questa tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella
pratica e nella vita della Chiesa che crede e che prega.
E' la stessa Tradizione che fa conoscere alla Chiesa l'intero
canone dei Libri Sacri, e in essa fa più profondamente
comprendere e rende ininterrottamente operanti le stesse
Sacre Lettere, cosi Dio, il Quale ha parlato in passato,
non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio diletto,
e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce dell'Evangelo
risuona nella Chiesa, e per mezzo di questa nel mondo, introduce
i credenti a tutta intera la verità e in essi fa
risiedere la Parola di Cristo in tutta la sua ricchezza
(cf Col 3,16) (ivi, n. 8).
N.B. Vi sono molte verità che ci erano necessarie
a sapere e doveri da praticarsi che non furono esplicitamente
insegnati nella Bibbia ma trasmessi per Tradizione nella
Chiesa. Accenniamo solo a queste:
in Gesù Cristo c'è una sola Persona che in
se unisce le due nature, la divina e l'umana; in Cristo
ci sono due volontà, la divina e l'umana; i Sacramenti
sono sette; come essi ci santificano; lo Spirito Santo procede
ugualmente dal Padre e dal Figlio; è valido il Battesimo
anche se dato da un eretico o pagano; il Matrimonio è
vero Sacramento ed è assolutamente indissolubile;
ecc.
Ugualmente per sola Tradizione sappiamo di molti precetti,
come il digiuno quaresimale, la sostituzione della domenica
al sabato, ecc.
Il
paragrafo 9 parla della mutua relazione tra la Tradizione
e la Scrittura.
La
Sacra Tradizione dunque e la Sacra Scrittura sono strettamente
tra loro congiunte e comunicanti. Poiché ambedue
scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano
in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine.
Infatti la Sacra Scrittura è Parola di Dio in quanto
scritta per ispirazione dello Spirito di Dio; la Parola
di Dio, affidata da Cristo e dallo Spirito Santo agli Apostoli,
viene trasmessa integralmente dalla Sacra Tradizione ai
loro successori, affinché questi, illuminati dallo
Spirito di Verità, con la loro predicazione fedelmente
la conservino, la espongano e la diffondano; accade così
che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate
non dalla sola Scrittura. Perciò l'una e l'altra
devono essere accettate con pari sentimento di pietà
e di riverenza.
Il paragrafo 10 ci istruisce sulla rivelazione della Tradizione
e della Scrittura con tutta la Chiesa e con il Magistero.
La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un
solo sacro deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa,
e nell'adesione ad esso tutto il popolo santo, unito ai
suoi Pastori, persevera assiduamente nell'insegnamento degli
apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del
pane e nelle orazioni (cf At 2,42), in modo che, nel ritenere,
praticare e professare la fede trasmessa, concordino i Presuli
e i fedeli.
L'ufficio poi di interpretare autenticamente la Parola di
Dio scritta e trasmessa è affidato al solo Magistero
vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata
nel nome di Gesù Cristo. Il quale Magistero però
non è superiore alla Parola di Dio, ma ad essa serve,
insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso,
in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito
Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente
espone quella parola, e da questo unico deposito della fede
attinge tutto ciò che propone da credere come rivelato
da Dio.
E'
chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura
e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione
di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non
potere indipendentemente sussistere, e tutti insieme, secondo
il proprio modo, sotto l'azione di un solo Spirito Santo,
contribuiscono efficacemente alla salvezza della anime.
Fin
qui il Concilio Vaticano II. Ascoltiamo ora la parola di
uno studioso.
"La
Chiesa vive della Tradizione. E la Tradizione è Cristo
stesso che si consegna col dono dello Spirito. Egli è
la Tradizione reale che permane incessantemente a generare
la Chiesa, e che si manifesta in una varietà di espressioni
fondamentali: la dottrina, o, in contenuti della fede, i
sacramenti, le determinazioni della prassi. Questo complesso
di dati - che ultimamente si risolvono in Gesù Cristo
e da Lui ricevono sostanza - rappresentano l'imprescindibile
riferimento dell'identità cristiana. Fossero alterati,
tale identità si dissolverebbe; non ci sarebbe più
la Chiesa del Signore, che verrebbe a interrompere la comunione
con Lui. Non è pensabile né che la Tradizione
così intesa sia venuta meno, né che lo possa,
a meno di concepire la Chiesa evoluzionisticamente recreatesi,
sotto la suggestione della storia e secondo principi d'invenzione
umana. Quando si afferma che la Chiesa è tradizionale
si vuol dire esattamente tutto questo: la sua sottrazione
all'arbitrio, la sua origine e natura "cristologica"
e "spirituale"; in altre parole si vuole sottolineare
la sua fedeltà al Signore.
Forse occorre sottolineare che la tradizione della Chiesa
non è solo dottrinale, e meno ancora unicamente concettuale.
Il "deposito" - per usare l'espressione della
lettera paolina - non è formato puramente di dogmi,
ma di realtà, di strutture, di istituzioni, e di
sensibilità che, a un preciso livello, non possono
considerarsi mutevoli.
Ci sono componenti di dottrina, giudizi etici, disposizioni
"spirituali" che fanno essenzialmente parte della
figura della Chiesa e del riconoscimento cristiano.
Va aggiunta un'altra precisazione: se si mette in relazione
la Tradizione con Gesù Cristo, che ne è la
sorgente, il concetto della custodia va riscattato da qualsiasi
convenienza con l'inerzia o la passività. La Tradizione
è una realtà vivente; una esperienza.
Essa prosegue nell'integralità ma non come "materiale"
da conservare e da riaffidare intatta come una vita che
si trasmette….
.... Essa è solidale con la storia e le sue circostanze,
ossia con l'antropologia dei credenti e delle Chiese: ecco
perché essa riceve volti e versioni diverse ... proprio
sotto la forza e per l'esigenza della Tradizione e della
coerenza ad essa ... Del resto, un vigile Magistero in questi
anni, anche a costo della impopolarità, non ha esitato
a individuare e a giudicare le contraffazioni, barattate
come Vaticano II, anche se purtroppo ancora rimangono dei
combattenti, armati di tutto punto, che ancora non si sono
accorti che la guerra è finita" (Da "Avvenire"
del 15.7.1987 p. 10: "La Tradizione e le tradizioni"
di Inos Biffi).
Non cattolico. Caro
fratello, ne hai ancora per molto?
Cattolico.
Si, caro. Il fatto é questo: il non
cattolico, generalmente, si limita a dire, meglio a negare
alcune verità sostenute dalla Chiesa, senza darne
vere e circostanziate ragioni. Tocca al cattolico, poi,
ricostruire quanto con una grossa bomba (= affermazioni
generiche.) il non cattolico ha distrutto.
Ti prego, sii fedele agli impegni e lascíami ancora
parlare.
Dopo avertí fatto ascoltare delle voci autorevoli,
disponiti a riflettere su proposte più comuni e che
derivano dall'esperienza della vita.
Per quanto riguarda il nostro argomento, si può dire
che l'uomo, nella situazione concreta in cui si trova, sia
in buona parte un dono della tradizione. L'uomo è
dotato di libertà, per questo può assumere
atteggiamenti teorici e pratici che, secondo i casi, lo
definiranno - rispetto alla tradizione - come conservatore,
tradizionalista, progressista, rivoluzionario, ecc ...
Nel campo del sapere, la tradizione ha un'importanza considerevole
perché i contenuti spirituali, per quel tanto che
superano la sfera dell'esperienza e della riflessione personale,
dipendono completamente dalla testimonianza degli altri,
(trasmessa a volte da epoche molto lontane).
Tutta la rivelazione si rifà all'Antico ed al Nuovo
Testamento. Ne deriva l'importanza eccezionale di approfondire
sia il sorgere delle tradizioni relative ai "momenti
opportuni della storia", sia l'influenza che può
avere esercitato sopra di esse una lunga trasmissione.
In merito, il Concilio di Trento si occupa unicamente delle
tradizioni che risalgono agli Apostoli e delle tradizioni
dottrinali. Non pretende, quindi di approvare ogni tradizione
che risale agli Apostoli, ma solo quelle che contengono
la rivelazione del Verbo Incarnato.
Il Vaticano I, preciserà che la Buona Novella di
Cristo è trasmessa ugualmente sia dalle tradizioni
orali che dalla S. Scrittura, e che esse hanno diritto ad
un eguale rispetto. Molte cose sono soltanto implicitamente
rivelate, per cui la tradizione può riferirsi all'esplicitazione
di esse fatta dalla Chiesa. (Tradizione ecclesiastica).
Grazie a Dio, pare che oggi, l'antica opposizione tra la
sola Scrittura da un lato e la Scrittura e la tradizione
dall'altro, sia stata ampiamente superata sia tra noi che
tra i protestanti.
La Formgeschichte (= Storia delle forme) ha portato il pensiero
protestante all'idea che la Scrittura sotto l'aspetto umano,
non è altro che una testimonianza della tradizione
primitiva, e inoltre lo studio di Lutero ha rivelato che
questi ha vissuto largamente della tradizione della Chiesa.
La Parola di Dio fu per lui la "Viva vox evangelii",
cioè la "parola pronunciata" in seno alla
Chiesa, la cui storia ci è offerta
come mezzo in cui si é effettuata la trasmissione
della Parola. Gli Apostoli, trasformati in testimoni dei
fatti e della Risurrezione, vengono mutati in maestri, provocano
nei nuovi discepoli una riflessione di fede religiosa di
cui si trova un'eco nelle parole di S. Paolo: "Vi rendo
noto, fratelli, il Vangelo che vi ho annunziato..., se lo
mantenete in quella forma, in cui ve l'ho annunziato…ricevete
la salvezza. Altrimenti avreste creduto invano! Vi ho trasmesso,
anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto…" (1 Cor
15,1-3)
S. Paolo accettò dal gruppo apostolico la tradizione
relativa al Gesù secondo la carne e tutto questo
lo introdusse nel mondo pagano.
I protestanti pensano che i cattolici abbiano sostituito
gradatamente la sola tradizione apostolica, prima fonte
della rivelazione, con una tradizione apostolica ed ecclesiale.
Ma non è così, giacché per la Chiesa
Cattolica la tradizione, nel suo aspetto principale, è
la predicazione viva ed infallibile della fede, pur distinguendo
chiaramente fra tradizione costitutiva della Chiesa dei
tempi apostolici e tradizione continuativa ed esplicativa
della Chiesa successiva.
L'autorità romana, non molto tempo fa, espresse la
sua disapprovazione per ogni formulazione che pareva identificare
'tradizione' (fonte della rivelazione) e magistero (interpretazione
autentica della rivelazione), mettendo all'indice il libro
di L. Charlier che salutava "l'eliminazione della prova
storica attraverso le fonti, sostituendola con la prova
del Magistero" e "l'identificazione della predicazione
della fede per mezzo del magistero ecclesiastico con la
tradizione ".
E' anche vero che il cattolico, più che fidarsi di
se stesso, trova la certezza della fede nella vita concreta
della Chiesa, Corpo Mistico di Cristo.
Questa valorizzazione della tradizione viva si fonda sulla
dottrina scritturistica relativa alla Chiesa e sul comportamento
concreto della Chiesa antica nella lotta contro le eresie,
come pure sulla ragione teologica, ossia il contenuto del
messaggio apostolico, senza un'autorità infallibile,
non potrebbe continuare ad essere presenza escatologica,
ma sarebbe sommerso e travolto, quasi ineluttabilmente,
dalla evoluzione delle dottrine e delle istituzioni umane.
Non è escluso che la Chiesa, vivendo del contenuto
della rivelazione, possa acquisire, sotto la guida dello
Spirito Santo, se non una intuizione più profonda,
per lo meno una conoscenza riflessiva più sviluppata
di quella degli Apostoli. La promessa che troviamo in Gv
16,13: "...Vi guiderà alla Verità tutta
intera" vale, in un certo senso, per l'intera storia
della Chiesa.
Nelle definizioni conciliari (Concilio di Trento e Vaticano
I) si parla:
1.
solo di tradizioni divino-apostoliche;
2. aventi relazione con la fede e con la
morale;
3. trasmesse ininterrottamente per mezzo
del Magistero della Chiesa assistita dallo Spirito Santo.
Mancando
una sola di queste condizioni si hanno sempre tradizioni
umane fallibilissime.
Nella Bibbia si trova affermata sia l'esistenza di un mezzo
vivo ed autentico di trasmissione orale, sia l'esistenza
di determinate verità da tramandare fedelmente: "Andate
dunque, fatevi discepoli tutte le genti... insegnando loro
ad osservare tutto quanto vi ho comandato " (Mt 28,19-20).
Gesù si preoccupò di predicare e di far predicare,
non di scrivere o di far scrivere. E negli scritti degli
Apostoli è innegabile la frammentarietà e
la incompletezza, a confessione dei loro stessi autori:
-
Gv 20, 30: "Molti altri segni fece Gesù in presenza
dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo
libro";
- Gv 21,25: "Vi sono ancora molte altre cose compiute
da Gesù, che se fossero scritte una per una, penso
che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che
si dovrebbero scrivere".
- S. Paolo (Rm 10,17) scolpisce la natura e la necessità
della tradizione: la fede viene per ascoltazione, e l'ascoltazione
per mezzo della Parola di Cristo".
- In 2 Ts 2,15, più esplicitamente dice: "Perciò,
fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete
apprese così dalla nostra parola, come dalla nostra
lettera"; anzi, prima che allo scritto, S. Paolo si
appella alla sua viva voce: " ... tutti i nostri padri
furono battezzati in rapporto a Mosé nella nuvola
e nel mare. . . " (1 Cor 10,2).
- - In 1 Cor 11,23, come ho già riferito altrove,
S. Paolo precisa: "lo, infatti, ho ricevuto dal Signore
quello che a mia volta vi ho trasmesso". (Confrontare
anche 1 Cor 15,3; 1 Ts 4,2; 1 Tm 6,20; 2 Tm 2,1-2).
L'atteggiamento
dei Padri Apostolici riguardo alla tradizione orale è
indicato da Papia (130 circa): "Se
poi fosse venuto qualcuno che aveva seguito i presbiteri,
ricercavo da costoro i detti dei presbiteri: che cosa aveva
detto Andrea, o Filippo, o Tommaso, o Giacomo, o Giovanni,
o Matteo, o qualche altro discepolo del Signore.... Infatti
ero convinto che non avrei avuto tanto giovamento dalle
cose apprese dai libri, quanto dalla voce viva e permanente"
(Eusebio, Hist. Eccl. III, 39; PG 20, 297).
S. Clemente Romano dice che la predicazione
degli Apostoli e dei Vescovi da loro costituiti è
la "regola della nostra tradizione".
Secondo S. Ireneo (+ 202), la Chiesa le
medesime cose predica, insegna e trasmette quasi avesse
una sola bocca. Infatti, quantunque nel mondo ci siano lingue
diverse, tuttavia una e identica è la virtù
della tradizione. Né le Chiese che sono state fondate
in Germania credono diversamente, né diversamente
predicano" (Adv. hacr., 1, 10,2; PG 7,553).
"Se gli Apostoli non avessero lasciato nulla di scritto,
si dovrebbe egualmente seguire l'ordine della tradizione
consegnata da loro ai capi della Chiesa. Questo metodo è
seguito da molti popoli barbari che credono in Cristo. Senza
carta e senza inchiostro essi hanno scritto nel loro cuori
la salvezza per opera dello Spirito Santo: essi conservano
accuratamente l'antica tradizione" (ibid. III, 4, 2,
PG 7,855).
Anche Tertulliano, S. Basilio, S. Agostino
ci parlano di questa tradizione apostolica. Vincenzo
di Larino (sec.V) formulò la regola per
riconoscere, fra tante, la vera tradizione apostolica:
"In ipsa item Ecclesia catholica magnopere curandum
est ut teneamus quod ubique, quod semper, quod ab omnibus
creditum est" (= Similmente nella stessa Chiesa Cattolica
è da tener presente che si conservi con fermezza
ciò che dovunque, ciò che sempre, ciò
che da tutti è stato creduto" (Commonit. 2,
L 50.646).
S.
Cirillo Alessandrino presentò una raccolta
di florilegi sulle tradizioni al Concilio di Efeso (431)
in difesa della divina maternità di Maria.
Alcune
precisazioni
1. Sia nella Bibbia che presso i Padri,
il concetto di tradizione è sempre collegato all'assistenza
dello Spirito Santo: senza lo Spirito di Verità l'insegnamento
orale, pur con tutte le cautele umane, non potrebbe non
mescolarsi con inevitabili errori. E' su questo punto che
erra il Protestantesimo.
2. Il concetto di tradizione è inscindibile
dal magistero vivo della Chiesa: una tradizione, sia pure
del 1° o del 2° secolo, non attestata dalla Chiesa
di oggi, potrebbe valere come documentazione storica, ma
non costituire norma di fede.
3. Da quanto detto, è chiaro che
la rivelazione non è necessariamente espressa in
modo completo nella S. Scrittura.
4. La tradizione, però, non è
indipendente dalla Scrittura, come se fosse una seconda
fonte della rivelazione, ma deve sempre orientarsi nel senso
della Scrittura. Quindi la Scrittura é la norma della
tradizione che a sua volta è l'interprete della Scrittura.
5. La Scrittura è opera e grazia
di Dio che promana dalla Chiesa, sua unica custode ed interprete,
e al di fuori della quale non può essere compresa.
La Sacra Scrittura esiste solo in seno alla Chiesa e alla
Storia della sua tradizione. La Divina Rivelazione nella
Scrittura e nella tradizione viene proclamata in tutta la
Chiesa. Essa è presente ed operante nella Chiesa
o meglio é Dio stesso che è presente in mezzo
agli uomini nella sua Parola.
6. Come ho già accennato, sotto
il soffio dello Spirito Santo, la coscienza di fede della
Chiesa penetra sempre più profondamente il senso
della Scrittura. Si assiste cosi ad uno sviluppo nell'apprendimento
e nella scoperta delle correlazioni finora occulte della
rivelazione.
In
conclusione, possiamo dire che la tradizione è l'altra
maniera nella quale la rivelazione si manifesta. E' nella
concretezza vissuta (= tradizione) che le S. Scritture trovano
la loro autentica significazione. Non si possono isolare
Tradizione e Sacra Scrittura, né vi può essere
dissidio tra l'una e l'altra, perché entrambe scaturiscono
dalla stessa divina sorgente.
Nulla
può proporre la Tradizione contrario alla S. Scrittura.
Se ci rifacciamo alle Chiese apostoliche, è chiaro
che esse vivevano della predicazione degli Apostoli, della
quale gli scritti neotestamentari sono soltanto occasionali
e particolari documenti. Il canone stesso della S. Scrittura
non può definirsi se non in base alla Tradizione.
Senza la Tradizione la parola della S. Scrittura è
polivalente ed equivoca. La S. Scrittura non porta in se
stessa il criterio sufficiente e inequivoco della propria
interpretazione. Si vince, per esempio, l'arianesimo, interpretando
il testo biblico mediante un concetto ed una parola non
biblici: "consustanziale"..
Con l'accettazione di questo termine il Concilio di Nicea
pose fine, all'equivoco ariano.
Lo
stesso Credo, detto apostolico, è stilato - in alcune
verità - con parole
non bibliche. Così, per esempio, la formula "comunione
dei santi", "Chiesa santa cattolica". Si
capisce allora come S. Agostino potesse
asserire energicamente: "Non crederei nei Vangeli
se non mi vi inducesse l'autorità della Chiesa".
Ora, la Chiesa è l'insieme dei credenti. Sono i credenti,
nel loro insieme, i portatori della Tradizione, e ciò
perché, come ho già detto tante volte, essi
come Chiesa sono il "prolungamento" del Cristo,
di cui costituiscono il Corpo Mistico.
Non
cattolico. Tu dici delle belle cose,
ma la realtà è che molte verità insegnate
dalla Chiesa Cattolica non esistono né nella Bibbia
né nel Credo apostolico, verità alle quali
tutti diciamo di credere. Noi questi cambiamenti, invenzioni,
tradizioni, per ragioni di fedeltà alla divina Parola,
non possiamo ammetterli.
Cattolico.
Preciserò successivamente le affermazioni troppo
facili di fedeltà alla Bibbia ed al Credo fatte dai
non cattolici. Per ora voglio precisarti che é regola
fondamentale della Chiesa Cattolica l'immutabilità
sostanziale della verità".
Infatti il Cristianesimo ha nella Chiesa la sua realizzazione
secondo il disegno del suo Fondatore. La Chiesa appartiene
a Cristo e non può mai mettere da parte l'insegnamento
di Cristo: perciò la sua dottrina è immutabile.
I suoi membri possono essere perseguitati, messi al bando
e uccisi, ma la Verità non muta. Non sarà
mai possibile che sia vero quello che era falso e viceversa.
Caratteristica della Verità è la stabilità.
Esiste invece la possibilità di mutamento nella forma
per venire incontro alle mutate esigenze dei tempi. Se,
per esempio, si preferisce esercitare il culto in una certa
lingua al posto di un'altra, non c'è alcuna obiezione
da fare. Dio si può lodare in latino o in greco o
in qualsiasi altra lingua. Se certe forme esterne vengono
cambiate, come ha inteso di fare l'ultimo Concilio ecumenico,
non c'è alcun motivo per fare obiezioni. Dio viene
incontro all'uomo; e non ha forse introdotto la più
grande novità quando il Figlio di Dio ha assunto
la natura umana?
Altro è dunque aggiornarsi, come soleva dire papa
Giovanni XXIII, e altro cambiare la dottrina, come è
avvenuto ai tempi di Lutero e come qualche spirito critico
vorrebbe fare anche oggi, mettendosi contro gli insegnamenti
del magistero, cui Cristo ha affidato il compito di rappresentarlo
sulla terra.
Riassumendo, c'è una sola Verità che non muta:
quella fondata sulla Parola di
Dio. Le altre sono necessariamente mutevoli. (cfr. "Carroccio"
n. 3 del 28 gennaio 1990. «La forma e la sostanza"
di Ulderico Gamba, p. 2).
Non
cattolico. Dopo tutto quello che hai
detto, per me restano ancora insolute le obiezioni fatte,
e cioè:
1.
La Chiesa romana, secondo il Concilio di Trento ed il Vaticano
II, afferma che la Scrittura non rispecchia tutto il pensiero
di Gesù, e questo a noi sembra una bestemmia.
2. La Chiesa romana, in base alla teoria
del "germe", proposta dal Cardinale John Henry
Newman, ha formulato le sue tradizioni alterando così
la divina Parola e prendendosi l'ardire di dire e insegnare
ciò che Gesù e gli Apostoli non hanno voluto
fosse scritto.
3. Le tradizioni della Chiesa cattolica
non solo non si trovano nella Bibbia, ma sono in contrasto
con essa. Per esempio, la tradizione insegna che i bambini
non battezzati sono esclusi dal Paradiso, mentre Gesù
dice che di essi è il Regno dei cieli (cfr. Mt 19,14).
4. I Padri della Chiesa, in contrasto con
la Chiesa romana non credevano alle tradizioni. Infatti:
a) S. Giustino martire (+ 155) afferma: "Non abbiamo
alcun comandamento di credere alle tradizioni umane ...
ed io ho cura di riferire ogni cosa alle Scritture";
b) S. Girolamo (400 circa) dice: "Fuori delle Scritture
siete nella notte dell'errore ... Le cose che si inventano
sotto il nome di tradizione apostolica senza l'autorità
della Scrittura sono colpite dalla spada di Dio";
c) S. Giovanni Crisostomo (390 circa) scrive: "Quando
l'eresia si impadronirà della Chiesa, sappiate che
non vi sarà prova di vera fede e di cristianità
se non con le Sacre Scritture, perché quelli che
si volgeranno altrove periranno";
d) S. Agostino (400 circa) afferma: Io mi sottometto all'autorità
dei libri canonici e a nessun'altra. Tutto ciò che
è necessario alla fede e alla condotta della vita
si trova nelle dichiarazioni della Scrittura".
5.
La Tradizione della Chiesa romana, in contrasto col Credo
apostolico, crede a tante cose in esso non esistenti, come:
l'Immacolata Concezione, l'Assunzione di Maria in anima
e corpo in cielo, il purgatorio, il limbo, la confessione
auricolare, il papato, ecc.
Cattolico.
Fratello, se non erro, tu mi stai ripetendo
quello che già mi hai detto precedentemente e che
è compreso nei numeri 105 e 106.
Quanto ti ho detto finora, a pensarci bene può essere
già una esauriente risposta alle tue istanze. Ma
per maggior precisione ti ricorderò brevemente le
seguenti affermazioni:
a)
La Tradizione di cui ti ho parlato è quella di origine
apostolica. Nel n. 106 troverai riportati i passi del N.T.
che si riferiscono a tale Tradizione. Questa progredisce
nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: cresce
infatti la comprensione tanto delle cose quanto delle parole
trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei credenti,
sia con l'esperienza data da una più profonda "Intelligenza"
delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro
i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un
carisma sicuro della verità (cfr. n. 107). Questa
può essere la teoria del "germe", che però,
a pensarci bene, è l'iter di tutte le discipline:
della storia, della filosofia, della tecnica, dell'arte,
compresa quella del falegname, del fabbro, del progresso
scientifico e del progresso in genere. Nulla v'è,
sostanzialmente, nella S. Tradizione che non sia esplicitamente
o "implicitamente" contenuto nella S. Scrittura.
b)
La S. Tradizione, dunque, e la S. Scrittura sono strettamente
tra loro congiunte e concomitanti. Il fatto di attingere
anche dalla Tradizione, rafforza la certezza e la convinzione
della verità, senza menomare la forza e l'importanza
della S. Scrittura. Quando una notizia viene attinta da
una fonte sicura, il sentirla confermata da un'altra fonte
o da un testimone oculare, non toglie nessuna forza alla
fonte ufficiale e autorevole, ma le conferisce un maggiore
splendore, specialmente quando le due fonti hanno una sorgente
in comune, che qui sono Cristo e gli Apostoli.
c)
La S. Tradizione e la S. Scrittura costituiscono un solo
sacro deposito della Parola di Dio affidate alla Chiesa.
Il Magistero vivo della Chiesa è l'autentico interprete
della parola scritta e trasmessa, la cui autorità
è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Quindi,
il Magistero è a servizio della divina Parola: esso
- assistito dallo Spirito Santo - insegna soltanto ciò
che è stato apostolicamente trasmesso, sempre in
connessione e mai in contrasto con la S. Scrittura
Dunque