Aspetti
epistemologici del dialogo scienza-fede
Riflessioni
sulla scienza e la religione
di
Alberto Strumia - Università
di Bari
1.
precisazioni sul dialogo scienza-teologia
Ai
nostri giorni il riaffiorare delle tematiche religiose,
oltre il vecchio ateismo materialista, anche se molto spesso
in forma distorta e, contemporaneamente il nascere in modo
serio di numerosi interrogativi in ambito scientifico ripropone
in termini nuovi il problema del dialogo tra scienza e fede,
o più precisamente, del dialogo tra scienze e teologia,
cioè di un confronto sul terreno delle discipline.
Come ha scritto il Papa:
«La verità è che la Chiesa e la
comunità scientifica verranno a contatto inevitabilmente;
le loro opzioni non comportano isolamento […]. La scienza
può purificare la religione dall’errore e dalla superstizione;
la religione può purificare la scienza dall’idolatria
e dai falsi assoluti. Ciascuna può aiutare l’altra
ad entrare in un mondo più ampio, un mondo in cui
possono prosperare entrambe. […] Abbiamo ambedue bisogno
di essere quello che dobbiamo essere quello che siamo stati
chiamati ad essere». [1]
E oggi, a chi si possono rivolgere certe domande fondamentali
se non alla scienza e insieme ad essa alla teologia?
-
Alla scienza in quanto detentrice del potere di conoscere
e manipolare la natura, proprio della modernità;
-
alla teologia come privilegiato interlocutore che, per sua
definizione, detiene il primato dell’indagine sul Mistero.
Ma
su quale base scienza e teologia possono e devono confrontarsi
e collaborare? Il semplice confronto — più o meno
antagonisticamente concepito — tra scienza e teologia, sui
loro rispettivi e ben distinti terreni, sembra poter, oggi,
essere superato verso una vera e propria collaborazione
su un terreno di lavoro comune, atto ad offrire alcuni fondamenti
metodologici alla scienza come alla teologia sistematica.
Mi limiterò, qui, ad indicare i due principali atteggiamenti
che hanno tradizionalmente caratterizza questo dialogo,
per passare, poi a sottolineare una novità propria
dei nostri anni che fa superare totalmente queste due vecchie
e insufficienti posizioni, aprendo una strada di lavoro
“seria” e metodologicamente “sana”. [2]
1.1. IL CONCORDISMO
Tra
i diversi metodi del confronto tra la scienza e la teologia,
che sono ora di superare perché inadeguati, un primo
modo — quello più ingenuo che, pur essendo spesso
criticato, ancora viene, di fatto, seguito come fosse del
tutto corretto, sia da coloro che si schierano a favore
della fede e della teologia che da quanti ne vogliono dimostrare
l’inconsistenza — è quello del concordismo. [3] Il
concordismo può assumere diverse forme, più
o meno sofisticate, ma nella sua sostanza consiste nel tentativo
di stabilire delle corrispondenze automatiche e tra le affermazioni
di alcune teorie scientifiche e le affermazioni contenute
nella rivelazione biblica, [4] o in altre tradizioni, [5]
o anche, all’opposto, nelle tesi ateistiche. [6] È
ormai classico l’accostamento-identificazione tra il big-bang
della cosmologia scientifica e il fiat lux biblico, per
citare solo un esempio. È certamente suggestivo,
spontaneo, e in un certo senso può essere anche legittimo
tentare degli accostamenti di questo tipo, ma non si può
sostenere di averne dimostrato la correttezza, se non altro
perché non disponiamo di un terreno sul quale condurre
una tale dimostrazione.
Purtroppo, oltre alle questioni sul metodo con cui attuare
il confronto (problema epistemologico-metodologico), si
aggiungono spesso, anche ulteriori complicazioni dovute
ad una inadeguata conoscenza delle teorie scientifiche da
parte di filosofi e teologi, da una parte, come ad un uso
assolutamente erroneo della terminologia teologica da parte
di taluni scienziati. Per fare solo un esempio si equivoca
sul termine creazione intendendo, meccanicisticamente, la
creazione come un semplice avvio della macchina dell’universo,
pensando che se l’universo fosse privo di un’origine nel
tempo non occorrerebbe alcuna creazione e quindi sarebbe
inutile l’azione e l’esistenza stessa di Dio. Inoltre si
identifica spesso ciò che i fisici chiamano “vuoto”
con ciò che filosofi e teologi chiamano “nulla”.
Tutto ciò ha portato anche scienziati di fama internazionale
a sostenere la tesi ridicola secondo cui se l’universo ha
avuto origine da una fluttuazione quantistica del vuoto
esso è venuto dal nulla e quindi non occorre un Creatore.
[7]
In ogni caso, nel corso della storia, questo tentativo concordista,
di fatto, non ha mai dato dei buoni risultati:
— — anzitutto perché è quasi sempre viziato
metodologicamente, in quanto è guidato troppo spesso
da una pregiudiziale ideologica: quella di voler provare
una tesi teista o ateista già assunta aprioristicamente,
strumentalizzando in qualche modo sia la scienza che il
contenuto della Rivelazione;
— — secondariamente perché sia le teorie scientifiche
che i metodi dell’ermeneutica scritturistica, essendo ipotetici,
evolvono, lasciando le tesi concordiste, quindi, sempre
nella precarietà.
Sembra, dunque, necessario un terreno più rigoroso
per un confronto, che non dia troppo spazio ai preconcetti,
ma si fondi su di una razionalità dimostrativa. Pare,
a questo proposito, di poter rinvenire, in alcune delle
problematiche epistemologiche emergenti dalle ricerche scientifiche
più recenti, alcune linee sulla base delle quali
scienza, filosofia e teologia, più che cercare punti
di accordo, possano e debbano collaborare alla costruzione
di un’epistemologia, di una logica, e di un’assiomatica
ampliate, che sia scienza che teologia possano utilizzare
come base comune per le loro dimostrazioni.
- Per quanto riguarda il mondo della scienza, anzitutto
muovendosi sul terreno del problema dei fondamenti delle
sue teorie;
- per quanto riguarda il mondo della filosofia e della teologia,
muovendosi alla ricerca di una rinnovata sistematicità,
basata su metodi dimostrativi, per quanto possibile, oltre
che descrittivi.
Una dilatazione della razionalità scientifica, dunque,
che superi in certo modo lo schema univoco delle matematiche
e delle scienze galileiane — senza ben inteso escludere
queste ultime — aprendosi a quell’approccio analogico che
per un’autentica filosofia e una teologia sistematica è
sempre stato fondamentale. [8] Oggi questo modo di procedere
sembra meno remoto di qualche decina di anni fa, soprattutto
da parte di alcuni settori delle scienze che, mi pare, stiano
rivedendo profondamente il loro modo di procedere, spinte
da un’esigenza intrinseca di maturazione.
Ma riprenderemo questo argomento tra poco.
1.2. IL PARALLELISMO
Abbiamo
dunque accennato al concordismo come ad una delle piste,
che potremmo definire insidiose, sulle quali troppo spesso
si è avviato il confronto tra le scienze e la teologia.
Ora vorrei spendere una parola su una seconda via, che del
concordismo non è che il rovescio della medaglia,
e che è quella che istituisce un assoluto parallelismo
(altri dicono indipendenza) tra scienza e teologia, considerate
come due binari senza possibilità alcuna di incontro
e quindi di accordo, o di conflitto. È la scelta,
in apparenza, più comoda per evitare il ripetersi
di spiacevoli incidenti che segnino ulteriormente la storia
dopo la questione galileiana. Si afferma che le discipline
hanno metodi diversi (e questo è vero, per cui godono
di una reciproca autonomia) e tra loro incommensurabili
(e questo non è corretto perché esistono pure
degli aspetti metodologici comuni), quindi le loro conclusioni
non devono essere raffrontate. È giusta, a mio parere,
l’affermazione di un’autonomia di metodo, ma non è
forse eccessiva l’affermazione della totale incommensurabilità?
Non si rischia di appoggiarsi alla dottrina della doppia
verità e quindi di nessuna verità? La conseguenza
è necessariamente la negazione di ogni valore conoscitivo
sia alla conoscenza scientifica che a quella teologica,
è lo strumentalismo [9] assoluto.
In questo caso il confronto è escluso a priori. Anche
questo risulta essere un atteggiamento insufficiente e,
alla fine, controproducente. [10]
1.3. UN’EPISTEMOLOGIA ORGANICA
Una
breve nota storica che può essere utile, a questo
punto, almeno per informazione, ma certamente non solo per
informazione.
Nel quadro delle scienze pre-galileiane — delle quali alcune
oggi non sono più considerate scienze, come la metafisica
e la filosofia della natura, mentre altre lo sono tuttora
come la logica e la matematica — il problema del rapporto
fra le diverse discipline veniva chiarito fin dall’inizio,
in quanto alcune di esse costituivano per altre, qualcosa
di simile a quelle che noi oggi chiamiamo meta-scienze in
quanto ad esse fornivano i fondamenti e almeno alcune regole
di metodo. [11]
Oggi non è più così: le scienze galileiane
e logico-matematiche non ricevono i fondamenti dalle discipline
filosofiche e tanto meno teologiche. Tuttavia il problema
dei fondamenti è rimasto ed è sempre più
forte. La novità che oggi — quando dico “oggi” mi
riferisco principalmente a questi ultimi trenta, quaranta
anni di ricerca scientifica — appare con maggiore evidenza,
sembra risiedere nel fatto che le stesse scienze logiche,
matematiche, informatiche, fisiche e chimiche, per non parlare
di quelle biologiche, sembrano richiedere dei fondamenti
più ampi, ma non per questo meno rigorosi, per poter
affrontare i loro stessi oggetti, via via più complessi
e strutturati. In particolare appare del tutto insufficiente
quell’epistemologia riduzionistica che, nella linea delle
scienze sperimentali, vuole la biologia ricondotta ultimamente
alla chimica, la chimica alla fisica. Nella linea delle
scienze formali già con la pubblicazione dei teoremi
di Gödel [12] questa insufficienza era stata dimostrata
in ordine al progetto di Russell e Whitehead di ridurre
l’aritmetica alla logica. [13]
Forse proprio le ricerca dei fondamenti di teorie matematiche,
fisico-chimiche e biologiche più ampie di quelle
passate ci potrà portare verso una nuova epistemologia
di tipo organico, per certi aspetti simile a quella antica,
oltre il rigido schema riduzionistico, ma capace di ospitare
le scienze più moderne e avanzate, dotate ciascuna
di un suo proprium irriducibile, ed insieme di ospitare
una teologia scientifica che procede, secondo regole proprie,
ma dimostrativamente. Sembra allora che anche il confronto
tra le scienze, la filosofia e la teologia potrà
avvalersi di tale epistemologia e di tali scienze ampliate.
Il problema principale, allora, non appare più essere
tanto quello della conquista di un predominio delle scienze
sulla teologia, o viceversa, né quello della difesa
del proprio terreno, quanto quello dell’identificazione
di un terreno comune, di una sorta di alfabeto comune sul
quale costruire insieme una meta-scienza comune, fondante
sia per le scienze che per la teologia.
Anticamente questa base comune era costituita da discipline
come:
— — la logica necessarie sia alla scienza che alla filosofia,
e quindi alla teologia per dimostrare le loro deduzioni;
— — la metafisica in quanto scienza dei principi comuni
ad ogni forma dell’essere, quindi a quello materiale come
a quello immateriale;
— — la filosofia della natura (detta anche cosmologia filosofica),
come applicazione della metafisica all’ente fisico, corporeo,
non vivente o vivente.
2. Origine e destino
2.1. L’APPROCCIO COSMOLOGICO
Ma
prima di accostare queste problematiche epistemologiche
recenti — e che sono molto interessanti anche per il filosofo
della scienza e il teologo, e sembrano poter fare parte
del metodo stesso presupposto a un serio dialogo tra scienza
e teologia, così come tra scienza e filosofia — vorrei
evidenziare un altro versante che riguarda in maniera diretta
il problema dell’origine e del destino dell’universo e dell’uomo.
Entrambi i problemi sono antichi quanto l’uomo, e si sono
riproposti regolarmente alla scienza e alla filosofia di
tutte le epoche storiche. Ciò che è interessante
notare è il fatto che alcuni periodi della storia
del pensiero hanno visto privilegiare l’approccio cosmologico
— quello cioè che parte dall’osservazione del cosmo,
esterno all’uomo — mentre in altre epoche si è privilegiato
l’approccio antropologico — che parte dall’esperienza interiore
dell’uomo — e questo in conseguenza delle alterne vicende
della razionalità.
Tendenzialmente l’approccio cosmologico ha avuto la sua
maggiore fortuna in quelle epoche della storia del pensiero
in cui si è guardata con fiducia la conoscenza sperimentale,
come fonte primaria di informazione per l’uomo. In queste
epoche si è sostenuto che la conoscenza nasce primariamente
dall’esterno dell’uomo e viene alla mente umana attraverso
i sensi. L’intelletto ne ricava, poi, mediante astrazione,
dei concetti universali ed elabora delle teorie che possono
essere anche molto lontane dalla primitiva esperienza. Successivamente
l’uomo riflette sulla propria esperienza e da tale riflessione
ricava una teoria sul suo stesso modo di pensare ed elaborare
le conoscenze, e infine su se stesso (è quella che
oggi chiameremmo una conoscenza di tipo esistenziale). Dunque
un cammino che va dal mondo verso l’uomo e verso Dio. È
indicativo il fatto che tra le prove classiche dell’esistenza
di Dio vi fossero le prove cosmologiche. Alcuni storici
della scienza, a cominciare da Alexandre Koyré -
schematizzando un po’ drasticamente, ma assai significativamente,
la storia del pensiero, - hanno qualificato come risalente
alla tradizione aristotelica questo tipo di approccio fondato
sull’esperienza sensibile, mentre hanno qualificato come
platonico quello opposto, che è proprio del pensiero
filosofico moderno. [14]
2.2. L’APPROCCIO ANTROPOLOGICO
La
filosofia moderna — intendo con questo termine la storia
del pensiero che va all’incirca da Cartesio in poi — è
connotata, al contrario, da una progressiva perdita di fiducia
nella conoscenza empirica, con un forte accento sulla conoscenza
interiore dell’io. Se la conoscenza dell’oggetto è
possibile, essa deve essere fondata sulla conoscenza del
soggetto. Si parte allora dall’uomo per arrivare a dimostrare
l’esistenza del mondo e di Dio. L’epoca contemporanea ha
visto poi sgretolarsi anche la possibilità di una
conoscenza intellettuale, lasciando aperta solo la strada
della volontà, degli imperativi, dei sentimenti per
accostare quelle realtà che la vita impone, in qualche
modo, all’evidenza e non possono essere escluse dalla riflessione,
come se non esistessero. E non a caso il fideismo costituisce
una tentazione sempre forte per lo scienziato credente:
la razionalità è solo quella della scienza
matematizzata, dicono alcuni, la fede è una questione
di sentimento, di volontà, non di intelligenza. La
Chiesa cattolica, al contrario, ha sempre difeso il valore
della ragione, dell’intelligenza che giudica e riconosce
come atto ragionevole l’adesione della fede.
Se la filosofia ha seguito questa strada che l’ha portata
all’idealismo prima e al nichilismo poi — e la teologia
ne ha risentito di conseguenza — le scienze, per loro fortuna,
hanno camminato in maniera abbastanza indipendente, a parte
gli influssi idealisti della Scuola di Copenaghen sull’interpretazione
della meccanica quantistica, che oggi comincia forse per
la prima volta ad essere messa seriamente in discussione.
Ecco che con l’avvento della cosmologia scientifica, resa
possibile dalla relatività generale di Einstein,
là dove la filosofia aveva abbandonato da parecchio
tempo la cosmologia — intesa come teoria delle origini dell’universo
— è la scienza, oggi, a riproporla soprattutto in
questi ultimi anni, dopo la scoperta della radiazione cosmica
di fondo da parte di Penzias e Wilson negli anni sessanta.
Il moltiplicarsi dell’editoria divulgativa e semi-divulgativa
sull’argomento ne è una conferma.
La recentissima collaborazione, poi, tra cosmologia e teoria
delle particelle elementari, nell’intento di dare una descrizione
dei “primi istanti dell’universo”, segnata inevitabilmente
da estrapolazioni e ipotesi molto coraggiose, ha spinto
verso interpretazioni dei modelli cosmologici delle origini
che sono interamente “metafisiche” e “teologiche”. Le varie
forme di concordismo con le più diverse tradizioni
religiose e gnostiche, sono sempre dietro l’angolo e si
fondano quasi sempre su equivoci anche nell’uso di termini
come creazione, vuoto, nulla, ecc. che nel contesto metafisico
e teologico hanno un significato ben preciso quasi mai rispettato
nelle interpretazioni spontanee dei divulgatori delle cosmologie
scientifiche.
3. Le nuove problematiche della scienza recente
Ma
che cosa c’è di veramente nuovo, dal punto di vista
epistemologico, nelle ricerche di questi ultimi venti o
trent’anni e che colpisce anche chi non è direttamente
coinvolto nell’attività scientifica, ma osserva attentamente,
come filosofo e teologo, quanto sta avvenendo nel mondo
delle scienze?
La prima cosa che colpisce consiste nel fatto che, proprio
là dove la filosofia sembra essersi spenta riguardo
ad alcune questioni fondamentali di logica e metafisica,
sembra che siano proprio le scienze a riproporre tali questioni,
certamente con un linguaggio e una formulazione diversa
da quella antica, ma pur sempre ben riconoscibili. Dunque
non si tratta di questioni, o peggio ancora di raccomandazioni,
proposte dal filosofo, dal teologo e dal moralista allo
scienziato, dall’esterno della scienza, come una sorta di
“predica”, ma di domande che nascono dall’interno, come
condizione per sviluppare nuove teorie e nuove metodologie.
Mi limiterò a prendere in considerazione i due filoni
più emergenti di queste grosse questioni: il filone
che va sotto il nome generico di problema della complessità
e quello riguardante il problema del finalismo o della finalità
nelle teorie scientifiche. [15]
3.1. LA COMPLESSITÀ E LA CRISI
DELL’EPISTEMOLOGIA RIDUZIONISTA
Il termine complessità è molto generico e
non è ancora facilmente definibile: con esso si intende,
genericamente identificare quelle problematiche o quei fenomeni,
emergenti in qualunque ambito scientifico, che si presentano
come non riducibili, cioè non scomponibili in problemi
o fenomeni più elementari e già risolti. Per
questo si afferma che la complessità ha messo in
crisi lo schema riduzionistico. Sembra che un po’ in tutte
le scienze si stia manifestando uno strano comportamento
della natura che rivela come dei livelli gerarchizzati differenziati
di organizzazione. Una sorta di stratificazione dell’essere
secondo gradi differenziati.
Non credo valga la pena entrare qui nel dettaglio tecnico
di questioni che agli specialisti sono bene note e ai non
addetti ai lavori risulterebbero comunque ostiche, quanto
il mettere in evidenza alcune questioni epistemologiche
che sono di comune interesse sia per lo scienziato che per
il filosofo e il teologo e che emergono da questo filone
scientifico. E questo perché anche il filosofo e
il teologo riconoscono gradi differenziati e irriducibili
tra loro nella realtà delle cose. Ciò che
è interessante è che questa ipotesi dell’esistenza
di livelli differenziati di organizzazione sembra emergere
proprio dalle scienze come necessaria per spiegare scientificamente
ciò che si osserva.
Mi limiterò qui a degli accenni.
— — Le scienze biologiche, ad esempio, si trovano da sempre
di fronte al vivente che mostra delle proprietà che,
anche dal punto di vista chimico-fisico appaiono nuove rispetto
a quelle del non vivente. Il vivente, anche il più
semplice, non è descrivibile interamente mediante
la sola analisi delle sue parti componenti. Un’affermazione
del genere, vista nell’ottica riduzionistica era considerata,
fino a non molto tempo fa, con sospetto e tacciata di vitalismo
perché sembrava introdurre un fattore animistico
nella scienza della vita, e forse in quel momento poteva
essere così. Oggi si è scoperto e riconosciuto
che, nell’organizzazione stessa della materia, una volta
raggiunto un certo grado di strutturazione organica (complessità),
la materia stessa, se opportunamente sollecitata, tende
a manifestare un livello nuovo di ordine non presente, di
per sé, nei componenti presi separatamente. A questo
livello non basta più l’analisi delle parti componenti
— che è stata comunque utile e necessaria fino a
tal punto — ma occorre un’indagine del nuovo livello d’insieme,
del nuovo tutto complesso.
— — La chimica. Anche a per la chimica mi limito ad un accenno.
Fino a quando sono stati solo i biologi ad avvertire il
problema del “tutto”, che non è riducibile alla somma
delle sue “parti”, non solo le altre scienze naturali e
matematiche non si sono sentite più di tanto interpellate
sulla questione, ma addirittura il problema ha giocato a
scapito della dignità scientifica della biologia
stessa che sembrava faticare a lasciarsi integrare nello
schema chimico-fisico. Ma ad un certo punto lo studio approfondito
della molecola, più o meno complessa, ha messo in
evidenza come anche nella chimica del non vivente le proprietà
d’insieme di una struttura composta complessa non siano
del tutto deducibili dalle proprietà degli atomi
componenti.
— — La fisica. Nell’ambito della fisica la questione della
complessità ha certamente un aggancio diretto con
l’impiego di tecniche matematiche non lineari, a causa delle
quali si è affacciato prepotentemente all’orizzonte
il problema del cosiddetto caos deterministico, già
scoperto da Henri Poincaré, e oggi ripreso finalmente
in seria considerazione grazie anche all’impiego del computer.
Ma non mancano, poi, altri aspetti come quello della non
separabilità in meccanica quantistica.
— — La matematica. Nell’ambito della matematica il problema
della complessità, si presenta con molta chiarezza
sotto almeno due aspetti:
— o primo aspetto. La non riducibilità del tutto
alla “somma” delle sue parti. Per un fisico questo significa,
di conseguenza, il venir meno del principio di sovrapposizione
a causa della non linearità;
— o secondo aspetto. L’indistinguibilità delle parti
dal tutto: il tutto si ritrova in ogni sua parte, in quanto
ogni parte ha lo stesso grado di complessità del
tutto. Un esempio tipico di questo secondo aspetto ci è
offerto dalla geometria frattale.
— — La logica. Nell’ambito della logica il problema del
rapporto tra il tutto e le parti si presenta principalmente
quando il tutto è rinvenibile, in qualche modo, come
parte di se stesso, come accade nelle collezioni di oggetti
che contengono se stesse, o negli enunciati che parlano
di se stessi (o autoreferenziali). È interessante
rilevare come gli Scolastici medioevali — come del resto
già i Greci — conoscessero molto bene le nozioni
che includono se stesse in quanto includono le loro differenze,
come ente, uno, vero, buono, i cosiddetti trascendentali,
e avessero proprio su questa autoinclusività fondato
la loro dottrina dell’analogia nel campo della logica e
del linguaggio teologico, e della partecipazione nel campo
della metafisica e della teologia dogmatica e morale. Dottrina
che è stata basilare per tutta la loro teologia e,
lo è ancora. È veramente interessante il fatto
che proprio la scienza, oggi, più che la filosofia;
sembri scoprire, con tecniche modernissime, risultati che
sembrano potersi raffrontare con conoscenze antiche, e che
questi risultati siano necessari alla scienza per accrescersi.
— — Informatica. Sembra essere stata proprio l’informatica
a rendere attuali le ormai classiche problematiche di logica
matematica, come quelle legate ai teoremi di Gödel
sulla coerenza e la completezza dei sistemi assiomatici.
Le indagini sulla cosiddetta intelligenza artificiale hanno
permesso di comprendere che l’informazione si può
annidare a vari livelli e che esistono delle gerarchie di
informazione: il livello inferiore risiede nella struttura
hardware della macchina, i livelli superiori nel software;
il linguaggio di programmazione, a sua volta, contiene informazioni
significative per il programmatore che ricadono in istruzioni
di livello inferiore eseguibili meccanicamente dai circuiti
senza percepirle come significative; il programma stesso
nel suo insieme contiene un’informazione di livello superiore
legata allo scopo per cui è stato scritto, che risiede
nella mente del programmatore e in quella dell’utente, e
così via.
In tutte le scienze sembra comparire una struttura gerarchizzata
di informazioni legate al grado di complessità e
quindi di unitarietà della struttura chiamata in
causa.
3.2. IL PROBLEMA DEL FINALISMO NELLE TEORIE SCIENTIFICHE
L’altro
grande problema — accuratamente escluso dalla scienza moderna
per evitare contaminazioni teologiche — che si sta, invece
riaffacciando dall’interno della scienza stessa, è
la questione del finalismo, o della finalità. Anche
in questo caso, però, e questo è l’elemento
nuovo e più importante, il problema nasce dall’interno
della scienza e non come elemento teologico imposto dall’esterno
per ragioni ideologiche. In fondo anche la sua esclusione
è stata una scelta ideologica e quindi non scientifica.
Comincia ad affacciarsi l’idea che una corretta scientificità,
dovendo tenere conto di tutti i fattori in gioco nella natura,
non possa escludere quel dato osservativo che mostra un
orientamento verso un fine di certi comportamenti sia nel
mondo vivente, come in quello non vivente e nel cosmo intero.
Ciò è particolarmente evidente in biologia,
ma non mancano anche nella fisica e nella chimica comportamenti
finalizzati.
A dire il vero, un certo cripto-finalismo è stato
sempre presente nelle scienze, anche se opportunamente occultato.
Il meccanicismo ha preteso illusoriamente di spiegare il
mondo fisico in termini di sole cause efficienti, mentre
in realtà le scienze si servono, per esprimersi con
il linguaggio antico, simultaneamente:
— — della causalità materiale quando ricercano la
spiegazione degli elementi costitutivi del mondo fisico;
— — della causalità formale, e soprattutto di questa,
quando utilizzano la matematica come strumento di spiegazione
teorica e strumento deduttivo.
La causalità finale è entrata in scena, nella
fisica, già con la termodinamica che, essendo una
teoria macroscopica, formula le sue leggi in termini finalistici
non potendo offrire direttamente una descrizione dei “meccanismi”
intimi dei processi. I processi che la natura realizza sono
quelli che raggiungono due fini:
i) la conservazione dell’energia (primo principio)
ii) l’aumento di entropia (secondo principio).
Per questo la termodinamica non piaceva ai meccanicisti
che hanno cercato una spiegazione in termini di cause efficienti,
cioè meccaniche, alla termodinamica attraverso la
teoria cinetica e la meccanica statistica.
Ma anche nella meccanica stessa tutte le leggi di conservazione
possono essere lette in chiave finalistica: il moto tende
a mantenere costante una certa quantità (quantità
di moto, energia meccanica, momento angolare, o altro).
Anche la formulazione matematicamente più potente
delle leggi meccaniche e fisiche in genere, offerta dai
principi variazionali, acquista un sapore finalistico. I
principi variazionali, infatti, affermano che la natura
si comporta in maniera tale da raggiungere lo scopo di rendere
minimo un certo integrale d’azione. [16]
Nell’ambito della meccanica non lineare, poi, sono spesso
presenti delle soluzioni delle equazioni che governano il
sistema, che non dipendono dalle condizioni iniziali (attrattori),
venendo raggiunte come approdo finale del sistema da qualunque
stato esso parta.
Se certe considerazioni sul finalismo cominciano ad essere
prese in considerazione anche dai fisici, non sembra più
così scandaloso che i biologi si stiano ponendo seriamente
il problema di accogliere il finalismo come prospettiva
adeguata di spiegazione dell’evoluzione, almeno a livello
globale e macroscopico, in una maniera somigliante alle
leggi della termodinamica.
3.3. IL PRINCIPIO ANTROPICO
In
questo contesto si sta facendo strada, da diversi anni,
anche il cosiddetto principio antropico, [17]con le diverse
varianti spesso denominate forma debole e forma forte. Si
tratta di un principio finalistico vero e proprio che appare
a molti troppo filosofico per poter essere considerato interno
alla scienza. Tuttavia, anch’esso coinvolge quantità
fisicamente misurabili come le costanti fondamentali della
fisica e la stessa struttura delle leggi fisiche. Esso è
tanto più significativo quanto più l’evoluzione
dell’universo appare un fenomeno altamente sensibile ai
valori di tali costanti e alla struttura delle leggi.
4. Conclusioni
Tirando
le somme di questa esposizione che cosa si deve dire, dunque?
Tenterei di fissare alcune conclusioni nei seguenti punti:
— — l’antica inimicizia tra scienza e teologia è
superata almeno per quanto riguarda i principi; [18]
— — Esistono aperture nello sviluppo delle teorie scientifiche
a tutti i livelli, dovute all’affronto della complessità,
che richiedono la messa a punto di un’epistemologia e di
un’assiomatica ampliate oltre il riduzionismo;
— — la logica-matematica sta dilatandosi in modo da poter
formulare in maniera rigorosa una teoria dei fondamenti
che sembra comprendere, in qualche modo almeno alcuni aspetti
dell’antica teoria dell’analogia;
— — la comparsa di approcci di tipo finalistico avvicina
ulteriormente l’impostazione scientifica e quella teologica;
— — la teologia necessità però di un metodo
più dimostrativo di quello che ha attualmente, prevalentemente
descrittivo.
Il campo di ricerca è vasto, aperto ed entusiasmante.