Il
Comunismo
di
Eugenio Corti
tratto
da Il Timone Novembre/Dicembre
1999
Oltre 200.000.000 di vittime. Questo il tragico bilancio
del Comunismo realizzato. L'ateismo marxista ha combattuto
Dio e ucciso l'uomo.
"Dai
loro frutti li potrete riconoscere" (Mt 7,20).
La verità di questa massima evangelica, sempre attuale,
ci porta a formulare un giudizio di severa condanna del
Comunismo.
La considerazione dei frutti, o, perlomeno, dato lo spazio
limitato di un articolo, del più tragico di questi:
l'altissimo numero di vittime che il comunismo ha provocato
ovunque si è instaurato, obbliga ogni spirito libero
a condannare nei termini più rigorosi una ideologia
che, anziché difendere le classi umili, ha finito
con il far pagare, a prezzo della loro vita, proprio a milioni
di poveri e di innocenti la follia di un progetto diabolico
che pretendeva di costruire una società senza Dio.
Basti ricordare, per fare un primo esempio, la lotta guidata
da Stalin ai contadini piccoli proprietari che comportò
nel 1929 e 1930 la deportazione-sterminio di 10 milioni
di kulaki, più di 5 milioni di subkulaki, cui seguirono
6 milioni di morti di fame nella conseguente carestia 'artificiale'
del 1931-32 (con molti casi di cannibalismo). In questa
lotta vennero dunque sacrificate complessivamente 21 milioni
di persone.
Quante furono in totale le vittime in Unione Sovietica?
Stando a quanto afferma il professore di statistica Kurganov,
tra il 1917 e il 1959, cioè nei primi 42 anni di
dominio comunista, le perdite umane dovute alle deportazioni
nei campi di sterminio, alle condanne ai lavori forzati,
alle fucilazioni di massa o alle carestie provocate dall'arresto
e dalla deportazione di milioni di contadini furono più
di 60 milioni. A confermare questo numero spaventosamente
elevato di vittime, superiore di oltre dieci volte al numero
degli Ebrei perito a causa dell'0locausto, va ricordato
che il 28 ottobre 1994, in un discorso al Parlamento russo
(Duma), Solgenitsin ha affermato che i morti dovuti al comunismo
furono 60 milioni: nessuno, sia in Parlamento che fuori,
ha sollevato obiezioni.
Per quanto concerne il numero delle vittima provocate dal
Comunismo cinese, disponiamo di informazioni meno dettagliate,
e di gran lunga meno documentate che per la Russia. Tuttavia,
un calcolo molto vicino alla realtà è possibile.
Anzitutto, per il decennio che va dal 1949 (anno della vittoria
dei comunisti e della proclamazione della repubblica popolare)
al 1958 riportiamo ciò che scrive 1'ex ambasciatore
d'Italia a Mosca Luca Pietromarchi: "In Cina... il
comunismo ha causato la perdita, dal 1949 al 1958, di cinquanta
milioni di vite umane... Inoltre 30 milioni di contadini
furono inviati in campo di concentramento".
Dopo di queste. negli anni del "Grande balzo in avanti"
(1958-1960) e subito successivi, si ebbero le perdite più
terrificanti, dovute alla carestia artificiale prodotta
dall'espropriazione dei contadini. Secondo il famoso sinologo
Lazlo Ladany (che fu per decenni redattore a Hong Kong del
notiziario China News Analisys, da cui attingevano materia
prima praticamente tutti i giornali occidentali) i morti
di fame tra il '59 e il '62 sarebbero stati 50 milioni.
Durante questi stessi anni e in quelli successivi fino al
1966 (anno d'inizio della 'Grande rivoluzione culturale'),
si ebbe inoltre lo stillicidio sistematico delle vittime
dei 'campi di rieducazione attraverso il lavoro'.
Secondo R.L. Walker ed altri sinologhi, il numero dei deportati
oscillava allora tra i 18 e i 20 milioni; il che - volendo
supporre, con ottimismo, una mortalità nei lager
cinesi analoga a quella sovietica, cioè del 7-8%
annua - comporterebbe un milione e mezzo circa di morti
all'anno, dunque una dozzina di milioni per il periodo 1958-1965.
L'unico studio sistematico a nostra conoscenza, relativo
all'intera prima fase che va dal 1949 al 1965, è
quello effettuato da Richard L. Walker per conto del Senato
americano: studio che da - ripartendole per categorie -
da un minimo di 34.300.000 a un massimo di 63.784.000 vittime,
a seconda delle fonti. Vi mancano, però, quasi del
tutto, i dati relativi alle vittime del 'Grande balzo in
avanti'.
Nel periodo successivo, cioè negli anni dal 1966
(inizio rivoluzione culturale), al '76 (morte di Mao), si
ebbero appunto le vittime prodotte dalla rivoluzione culturale,
che ammontano certamente a diverse decine di milioni.
Un quadro fondato scientificamente del numero complessivo
delle vittime fatte dal comunismo in Cina potrebbe essere
suggerito dallo studio statistico di Paul Paillat e Alfred
Sauvy, pubblicato nel 1974 sull'autorevole rivista parigina
Population (n. 3, pag. 535). Da esso emerge che la popolazione
cinese era in quell'anno inferiore di circa 150 milioni
di persone a quella che avrebbe dovuto essere statisticamente,
cioè in base al suo tasso di crescita pur calcolato
in modo prudenziale.
In Cambogia, nel triennio 1975-1978, la percentuale di vittime
innocenti da parte del Comunismo raggiunse una proporzione
mai conosciuta prima nella storia dell'intera umanità.
I capi comunisti Khmer il giorno stesso della presa del
potere hanno deportato oltre metà della popolazione
del loro sventurato Paese. Aggiungendosi la gente già
da essi deportata in precedenza nelle zone in loro possesso,
si arriva a circa 1'80% della popolazione: in tal modo praticamente
tutta la Cambogia venne trasformata in un enorme lager.
Contemporaneamente alta deportazione, i capi Khmer diedero
inizio all'eliminazione fisica di tutte 1e persone in qualche
modo 'contaminate' dal capitalismo (cioè, in Cambogia,
dal colonialismo), procedendo all'annientamento degli ex
detentori del potere, ex detentori dell'avere ed ex detentori
del sapere.
Complessivamente le vittime furono, in circa tre anni, vicine
ai 3 milioni, su 7 milioni di abitanti che annoverava il
Paese al momento della vittoria comunista (nell'aprile 1975):
furono dunque superiori a un terzo dell'intera popolazione.
L'obiettivo al riguardo dei capi-ideologi Khmer era contenuto
in una terrificante circolare da loro distribuita alle autorità
provinciali già nel febbraio del '76, che venne portata
in Thailandia da un capo Khmer profugo: "Per costruire
la Cambogia nuova un milione di uomini è sufficiente".
Nel frattempo tutti i compiti di qualche importanza nella
società venivano, per quanto possibile, affidati
a bambini e ragazzi 'non contaminati dal capitalismo' a
motivo della loro età.
Negli altri paesi in cui i comunisti hanno preso il potere
si ebbero (secondo il recente calcolo minimale di S. Courtois,
ll libro nero del comunismo): in Corea del Nord 2 milioni
di vittime, in Vietnam 1 milione, nell'Europa dell'Est 1
milione, in Africa 1.700.000, in Afganistan 1.500.000. Ma
finche non emergeranno notizie che possano fondatamente
modificare la terribile contabilità dei massacri,
si deve rimanere fermi sul totale di 215-220 milioni di
vittime circa.
Oggi in Italia un così sterminato massacro, di gran
lunga il maggiore nella storia dell'umanità, e come
se non ci fosse mai stato: ben pochi si sono curati di appurare
la verità al riguardo.
Le
ragioni.
II
recente Libro nero del Comunismo non riesce a individuare
la causa principale degli eccidi: l'impossibilità
di cambiare, usando i mezzi materialistici indicati dal
marxismo, la natura e la coscienza dell'uomo. In pratica,
fanaticamente determinati com'erano a eliminare il male
dal mondo, i comunisti non hanno potuto fare altro che eliminare
l'uomo dal mondo, e l'hanno fatto, come s'è detto,
su una scala mai vista prima nella storia. Oggi tanti loro
eredi pensano appunto, confusamente, che quegli orribili
massacri, se non giustificati, siano stati però nobilitati
dalle buone intenzioni iniziali.
Va detto che queste stragi non avevano affatto lo scopo
di conservare il potere ai comunisti (non sarebbero state
necessarie): quelle stragi facevano parte - in parallelo
con I'incremento della produzione materiale - del meccanismo
che secondo Marx e Lenin avrebbe dovuta produrre una "società
di uomini nuovi". Tale meccanismo presupponeva tra
1'altro la "violenza come levatrice della società
nuova".
Si voleva, in pratica, far cambiare a ogni uomo la sua coscienza
e la sua natura. Senza tenere nel minimo conto i reali risultati,
che consistevano soltanto in montagne e montagne di cadaveri,
i comunisti hanno insistito su questa strada perchè
il fermarsi avrebbe comportato la rinuncia all'utopica società
nuova - libera dai mali di tutte le società precedenti
- per costruire la quale essi avevano ormai fatto un così
sterminato numero di morti.
Considerando che, a causa del comunismo, nella nostra epoca
abbiamo avuto una straordinaria conferma della fondatezza
della visione di S. Agostino, per il quale la storia consiste
in un alternarsi continuo delle due "città":
la "città terrena" (cioè la società
degli uomini che, anche quando partono da propositi encomiabili,
poichè escludono Dio dalla loro vita, finiscono inevitabilmente
col seguire il "principe di questo mondo", ossia
il demonio, il quale come sappiamo è "omicida",
"padre di menzogna" e "scimmia di Dio")
e la "città celeste" (cioè la società
di coloro che nel costruire la vita in comune si rifanno
in qualche modo agli insegnamenti di Dio), non ci resta
che ribadire una convinzione ormai considerata fuori moda,
anche in certo mondo cattolico: il vero bene dell'uomo e
delle società, già a partire dalla vita in
questa terra, è possibile soltanto a condizione di
rispettare la legge di Dio. Altrimenti è il trionfo
del demonio. Una terza via non è data.
Ricorda
"Il
comunismo è intrinsecamente perverso e non si può
ammettere in nessun campo la collaborazione con esso da
parte di chiunque voglia salvare la civiltà cristiana"
(Papa Pio XI, Enciclica Divini Redemptoris, 1937).
"[...]
Sono queste le ragioni che Ci obbligano, come hanno obbligato
i Nostri Predecessori e con essi quanti hanno a cuore i
valori religiosi, a condannare i sistemi ideologici negatori
di Dio e oppressori della Chiesa, sistemi spesso identificati
in regimi economici, sociali e politici, e tra questi specialmente
il comunismo ateo"
(Papa Paolo VI, Enciclica Ecclesiam Suam, 1964).
Bibliografia
Eugenio
Corti, L'esperimento comunista, Edizioni Ares, Milano 1991.
Eugenio Corti, II cavallo Rosso, edizioni Ares, Milano.
Eugenio Corti, Le responsabilità della cultura occidentale
nelle grandi stragi del nostro secolo, Mimep-Docete, Pessano
(Ml) 1998.
Aleksandr Solzenicyn, Arcipelago Gulag, 3 voll., Mondadori
editore, Milano 1973 - 1976.
Jean Daujat, Conoscere il comunismo, Società editrice
il falco, 1977.
AAVV., II libro nero del Comunismo, Mondadori editore, Milano
1998.
Eugenio
Corti, il più amato scrittore vivente di ispirazione
cattolica, secondo un recente referendum del quotidiano
Avvenire, è nato e vive in Brianza. Oltre le opere
che sono citate nel box "bibliografia", segnaliamo:
I più non ritornano. Diario della ritirata di Russia
(Mursia); Gli ultimi soldati del re (Ares); Il fumo nel
tempio (Ares); La terra dell'india (Ares). Corti è
scrittore cattolico, capace di leggere la vita, i fatti
quotidiani e la grande storia con le categorie culturali
che nascono dalla fede. In questo è autentico maestro.
Da questo numero, inizia la sua collaborazione a "il
Timone".
"Dopo
la caduta, in molti paesi,
delle ideologie che legavano la politica ad una concezione
totalitaria del mondo
- e prima fra di esse il marxismo -,
si profila oggi un rischio non meno grave
per la negazione dei fondamentali diritti della persona
umana
e per il riassorbimento nella politica
della stessa domanda religiosa che abita nel cuore di ogni
essere umano:
è il rischio dell'alleanza fra democrazia e relativismo
etico,
che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento
morale
e la priva, più radicalmente, del riconoscimento
della verità"
(Giovanni Paolo II, enciclica Veritatis Splendor)
CONOSCERE
IL COMUNISMO (di
Jean Daujat - società editrice Il falco) |