La confessione dei peccati
A
cura di frà Tommaso Maria di Gesù
dei frati minori rinnovati
Via alla Falconara n° 83 - 90100 Palermo - Tel. 0916730658
Non
cattolico. Voi cattolici dite che la confessione
è un sacramento istituito da Gesù Cristo,
che i sacerdoti sono incaricati di assolvere i peccati e
che i fedeli devono confessare i loro peccati almeno una
volta l'anno. Noi invece diciamo che è stato il papa
Innocenzo III, che per primo si attribuì il titolo
blasfemo di "Vicario di Cristo", il quale al IV
Concilio Lateranense del 1215, impose l'obbligo della confessione
auricolare almeno una volta l'anno.
Cattolico.
Noi cattolici, seguendo la S. Scrittura, la storia
della Chiesa e la stessa ragione umana, rimaniamo
sempre più sbalorditi di fronte alle affermazioni
dei contestatori perché le loro obiezioni stravolgono,
stranamente, tutte le realtà relative al Sacramento
della Confessione. Una sola cosa ci appare di una certa
logicità e cioè: che i nostri fratelli non
cattolici, avendo ereditato dai loro “capostipiti"
come sistema razionale la "protesta" contro la
Chiesa cattolica, essi ne fanno largamente uso, anche irrazionalmente
e forse anche senza rendersene completamente conto.
Infatti, spesso i nostri fratelli non cattolici affermano
di volersi attenere strettamente alla S. Scrittura, ma poi,
poiché il Cattolicesimo è tutto basato sulla
S. Scrittura, e poiché essi lo contestano e lo rifiutano,
"sono costretti", per una certa loro coerenza,
a cercare o ad inventare ragioni per dimostrare che la Chiesa
cattolica non si attiene strettamente alla Parola di Dio.
Non è difficile rispondere alle obiezioni dei non
cattolici. Infatti:
1.
Il Vangelo è molto chiaro e non ammette false interpolazioni.
Esso suona così:
a) Gv 20,19-23: “La sera di quello stesso
giorno, il primo dopo il sabato,... venne Gesù...
e disse: “Pace a voi...” Gesù disse loro di nuovo:
“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando
voi”. Dopo... alitò su di loro e disse: “Ricevete
lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi
e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi".
Non credo che occorra molto spremersi le meningi per capire
che Gesù abbia voluto istituire, con queste parole,
il Sacramento della Penitenza. Basta leggerle e pronunziarle
devotamente per capirne l'importanza e la solennità.
Non c'è dubbio: "come il Padre ha mandato me,
così io mando voi". E' chiaro che agli Apostoli
che ascoltano viene affidata da Gesù la stessa missione
che il Padre ha affidato a Lui. Si, sono cose sorprendenti,
inaudite, quasi incredibili. per la mente umana. A degli
uomini viene affidata la potestà di Cristo-Dio: quella
cioè di rimettere i peccati!...
b)
Mt 16,18-29: “... E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa
pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli
inferi non prevarranno contro di essa. A te darò
le chiavi dei regno dei cieli, e tutto ciò che legherai
sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò
che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.
Anche qui non credo che sia necessario spremere troppo le
proprie meningi. Le parole sono molto chiare e solenni e
sono una promessa.
c)
Mt 18,18: “In verità vi dico: tutto quello che legherete
sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto
quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto
anche in cielo".
Sono difficili queste parole? Non mi sembra proprio, esse
sono chiarissime e precise. Anche qui, come a Pietro, Gesù
fa una promessa che si sarebbe realizzata.
Non
cattolico. Ma quando si realizzò
questa promessa? Dimmelo.
Cattolico.
Io ti ho citato prima Gv 20,19-23, perché
Gesù con le sue parole, dopo la risurrezione, istituiva
il Sacramento e, quindi, adempiva la promessa fatta a Pietro
e agli altri apostoli quando disse: “tutto ciò che
legherai...", "tutto ciò che legherete"...
“sarà sciolto anche in cielo".
Non
cattolico. Ho già detto che la
storia, contrariamente a quanto affermi, ci dice che fu
il papa Innocenzo III ad imporre l'obbligo della confessione,
perché le parole da te citate hanno un altro significato.
Cattolico.
Il dire che papa Innocenzo III, nel Concilio Lateranense
IV (1215), abbia istituito il Sacramento della Penitenza
è una grossolana falsità. Chi lo afferma o
ignora, o vuole ignorare tutta la storia precedente in merito
alla confessione. Innocenzo III non fece che disciplinarne
l'uso, comandando che tutti i cristiani si confessassero
almeno una volta l'anno sotto pena di incorrere in certe
censure della Chiesa. Si vede chiaro che in quell'epoca
molti cristiani si confessavano raramente, ed il papa intervenne
giustamente.
Per far comprendere il vero significato delle parole "almeno
una volta l'anno" a certi penitenti, io faccio questo
discorso: "Supponi che dopo che ti sei sposato, nei
primi tempi vai spesso a far visita ai tuoi genitori. Passando
del tempo ci vai più raramente; dopo ancora altro
tempo, fai passare dei mesi e poi anche oltre un anno senza
recarti da tuo padre e tua madre. Il che provoca, certamente,
dispiacere e risentimento nei tuoi genitori, i quali, rammaricati,
ti dicono: “figlio mio, se tu non vieni almeno una volta
l'anno a farci visita, noi non ti riteniamo più nostro
figlio, né ti daremo, nella divisione dell'eredità,
tutto quello che avremmo voluto darti”. A questa minaccia,
tu ti decidi di andare a far visita ai tuoi genitori almeno
una volta l'anno.
Ora ti domando: Un figlio che va a trovare i genitori solo
una volta l'anno e di più, per non perdere alcuni
beni materiali, secondo te, ama i propri genitori?
Ecco la risposta che mi è stata sempre data: "No".
Un figlio che agisce cosi non ama i suoi genitori. Ebbene,
concludo io, anche tu, confessandoti una volta l'anno, non
ami Gesù, non ami la tua anima, sei preso principalmente,
solo dalle cose materiali.
Quando la Chiesa ci dice di “confessarci almeno una volta
l'anno", non ci dà un consiglio, ma ci fa una
minaccia.
Non
cattolico. Io, parlandoti di Innocenzo
III, mi riferisco proprio alla storia. Fu lui che obbligò
a confessarsi.
Cattolico.
Della
storia tu conosci solo una parte. Infatti, ignori:
a) che negli Atti degli Apostoli (19,18)
è scritto: "Molti di quelli che avevano abbracciato
la fede venivano a confessare in pubblico le loro pratiche
magiche";
b) che l'apostolo Giovanni (1 Gv 1,9) ci
dice che: "Se riconosciamo (=confessiamo) i nostri
peccati, Egli che è fedele e giusto, ci perdonerà
e ci purificherà da ogni colpa";
c) che alcuni passi delle lettere paoline
sembrano sottintendere la dottrina e la prassi penitenziale:
-
1 Cor 5,3-5: "Orbene, io,
assente con il corpo, ma presente con lo spirito, ho già
giudicato come se fosse presente colui che ha compiuto tale
azione... nel nome del Signore... con il potere del Signore
nostro Gesù, questo individuo sia dato in balia di
Satana per la rovina della sua carne, affinché il
suo spirito possa ottenere la salvezza nel giorno del Signore".
-
2 Tes 3,14-15: "Se qualcuno non obbedisce a quanto
diciamo per lettera, prendete nota di lui e interrompete
i rapporti, perché si vergogni; non trattatelo però
come un nemico, ma ammonitelo come un fratello".
-
Tt 3,10-11: “Dopo una o due ammonizioni sta lontano da chi
è fazioso, ben sapendo che è gente ormai fuori
strada e che continua a peccare condannandosi da se stesso;
-
2 Cor 2,18-20. In questo passo S. Paolo è più
esplicito e le parole sono abbastanza chiare e precise:
"Dio ha affidato a noi il ministero della riconciliazione.
Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse
per mezzo nostro".
Non
cattolico. Dal momento che tu insisti,
io ti dirò che proprio un altro papa, S. Clemente
I, romano, molto prima di Innocenzo III nello scrivere ai
Corinzi, dice quello che diciamo noi. Ecco le sue parole:
“Il Signore nulla esige dagli uomini se non una confessione
fatta a Lui" (Clemente Romano, Epist. I ad Cor., 52;
cit. da: H Ch. Lea, Storia della confessione auricolare
e delle indulgenze nella Chiesa latina, 1911, p. 211).
Cattolico.
Anch'io insisto e ti dirò che il Papa S. Clemente
(88-97) nella sua lettera ai Corinzi (scritta nel 95) dice
tante belle cose.
La lettera di S. Clemente Romano ai Corinzi è un
documento storico di grande portata. “E’ un capolavoro che
racchiude valori espressivi e contenuti dottrinari che da
soli potrebbero costituire gli elementi di una teologia
completa dell'epoca". (cf “I Padri Apostolici”, 7°
Ed., Città Nuova, 5° Vol., p. 43). A Corinto,
comunità fondata dall'Apostolo Paolo, si verificarono
delle sedizioni di una certa gravità al punto che
i dissidenti deposero i presbiteri. Il papa Clemente interviene
con tatto quasi materno per calmare gli animi. Il suo linguaggio,
informato ai sensi biblici e alla realtà spirituale,
tende sempre all'universale. Esorta i responsabili della
sedizione a correggersi deponendo ogni superbia, e a ricordarsi
su quello che comporta il nome santo e glorioso di cristiano.
Fatta questa premessa, la frase da te citata suona propriamente
così: “Fratelli, il Signore dell'universo non ha
bisogno, non cerca nulla da nessuno tranne che si faccia
a Lui la confessione" (52, 1).
Prima di scrivere queste parole, in 51,3 dice: "E'
meglio per l'uomo confessare le sue colpe che indurire il
suo cuore..."
Seguendo sempre la lettera-omelia di Clemente in 57,1-2
scrive: “Voi che siete la causa della sedizione sottomettetevi
ai presbiteri e correggetevi con il ravvedimento, piegando
le ginocchia dei vostro cuore. Imparate ad assoggettarvi
deponendo la superbia e l'arroganza orgogliosa della vostra
lingua. E' meglio per voi essere trovati piccoli e ritenuti
nel gregge di Cristo, che avere apparenza di grandezza ed
essere rigettati dalla sua speranza”.
In queste ultime frasi è difficile vedervi soltanto
un’esortazione a sottomettersi ai sacerdoti: è più
facile vedere nelle parole di Clemente un chiaro riferimento
alla Confessione, perché è propriamente questa
la dottrina cattolica del Sacramento della Penitenza.
Il monito che talora si legge nei Padri, di confessare i
peccati solo a Dio, quando non si riferisca alle colpe quotidiane
che si possono espiare con la preghiera (cf Agostino, D
e Symbolo, sermo I ad catechumenos, 7,15; Serm., 9,11),
indica la confessione da farsi in segreto, in opposizione
a quella pubblica (cf G. Crisostomo, De Lazaro, Hom., 4,4);
e ciò con tanta più ragione in quanto, temendo
i Padri che nella riconciliazione del peccatore il sacerdote
agisce come strumento e ministro del Signore (cf Ambrogio,
De paenit., 1, 8934-37; , Paciano, Epist., 1,6 e 3,7; Crisostomo,
In Joan. hom., 87,4) potevano essi con ragione, fermando
la considerazione sull'agente principale, parlare della
Confessione come se dovesse farsi solo a Dio.
In realtà, che la Confessione fatta a Dio non escludesse
l'intervento del sacerdote è confermato sia dalle
esortazioni, che si leggono negli scritti dei Padri, rivolte
al ministro della confessione, perché accolgano benevolmente
i peccatori; sia dalla preoccupazione costante che gli stessi
Padri manifestano di essere ministri idonei della penitenza,
con il sanare le malattie (= peccati) dei fedeli che mediante
la Confessione venivano loro manifestate, e con il proporzionare
la penitenza alla diversa specie dei peccati
(cf Cipriano, Epist. 59, 15-16; Paciano, Paraenes. ad paenit.,
8; Gregorio di Nazianzo, Orat. 2 Apologetica, 16-33; Crisostomo,
De Sacerdotio, 2, 24).
Non
cattolico. Io sto alle parole dette
da.papa Clemente, esse sono inequivocabili:
“Il Signore nulla esige dagli uomini se non una confessione
fatta a Lui".
Cattolico.
So bene che il non cattolico, quando può, si attacca
ad una frase, ad una parola, pur di difendere le sue opinioni,
ma la storia è storia e bisogna tenerne conto ed
ascoltarla.
Non
cattolico. Io ti sto ascoltando. Hai
finito?
Cattolico.
Sulla storia della Confessione ho ancora da riferirti molte
cose.
Anzitutto voglio dire, come risulta dalla storia e dalla
logica, che l'istituzione del Sacramento della Penitenza,
per il suo carattere psicologico e giudiziario, fu in grado
di adottare costantemente, nel corso dei secoli, la procedura
voluta dalla durezza dei costumi oppure dalla sensibilità
religiosa del tempo. Il diritto di rimettere o di ritenere
i peccati, di accordare o rifiutare al fedele la partecipazione
all'Eucaristia attuò ancora una volta la legge, che
si verifica tanto spesso nel Cattolicesimo, della continuità
del principio nel multiforme sviluppo della vita feconda
e generosa. Certamente il potere delle chiavi è rimasto
quale lo aveva istituito Gesù Cristo; e tuttavia,
salvando tale sostanza, come dice il Concilio di Trento,
si conformò ai diversi bisogni delle anime, ai diversi
climi e alle successive civiltà. Diventò un
metodo, un’educazione, un'ascesi; e, ogni volta che fu necessario,
assunse una forma nuova, imprevista, utile, benefica. E
per aver dato la pace a tante e cosi varie coscienze, non
è invecchiato e continua a piegarsi alle nostre esigenze
spirituali al fine di soddisfarle.
La Chiesa, forse un pò spaventata dai propri diritti,
forse un pò stupita che “Dio avesse dato un tale
potere agli uomini” pare esitasse a servirsi troppo spesso
di un'arma nuova e tagliente.
Le coscienze di allora, tanto fervide quanto semplici, forse
non avevano ancora bisogno di cure troppo speciali. Venivano
dal mondo giudaico e da quello romano e nessuno dei due
era pronto per fare esami di coscienza particolareggiati.
La ragione giudaica più fedele che tenera, più
esatta che inquieta, conosceva "il cuore contrito e
umiliato", ma ne esponeva i dettagli solo a Dio; riposava
più sopra un largo fondamento di speranze nazionali
e religiose, su un dogmatismo duro e irriducibile, un proselitismo
implacabile che non sopra delicatezze mistiche e confessioni
precise, e se soffriva di scrupoli erano troppo spesso scrupoli
di farisei. Quanto ai Gentili, Greci e Romani nulla li disponeva
direttamente a quello che noi chiamiamo Sacramento della
Penitenza, o Confessione o Riconciliazione.
Gli antichi solo a stento manifestavano le loro anime, che
d'altronde conoscevano appena. Il Cristianesimo, perseguitato
per oltre tre secoli, non, aveva ancora iniziato il grande
lavoro per far rientrare le anime nella loro interiorità.
La religione rimaneva un dovere o un'estasi, una fede o
una morale; sotto le pressione del Vangelo essa doveva divenire
un'ascesi e una confidenza, un esame e una confessione.
Il Sacramento avrebbe attuato il grande cambiamento, e finché
non fosse compiuto, s'accontentava di abituare il fedele
a rendere conto davanti alla comunità delle grandi
linee della sua coscienza.
In quell'epoca la Penitenza è soprattutto una liturgia,
lunga e austera, monotona e un pò teatrale; colpiva
soprattutto i sensi esteriori.
Nei secoli successivi soprattutto il progresso dell'ascetismo
volgarizzò ed estese l'uso della istituzione penitenziale:
medicina severa per i peccatori, diventò a poco a
poco un rimedio preventivo per le anime ferventi. Da sanzione
disciplinare qual'era e rimase, divenne un esercizio ascetico.
L'evoluzione probabilmente è dovuta ai monaci. Crebbe
il numero di coloro che si accostavano al sacramento, che
però dovette farsi più discreto; per essere
frequentato, dovette farsi meno visibile. Era l'epoca in
cui la spiritualità occidentale, erede delle esperienze
religiose che avevano sovvertito e poi pacificato la grande
anima di Agostino, si metteva per sempre alla scuola di
questo grande penitente il quale aveva avuto il sentimento
del peccato più di tutti i Padri anteriori (cf Enciclopedia
Apologetica, Ed. Paoline, V Ediz., pagg. 508-509.)
Non cattolico. Io
ti ringrazio per tutte queste belle notizie che mi dai,
però esse sono piuttosto parole e opinioni, mentre
io ti chiedevo una storia più concreta e documentata
sulla confessione.
Cattolico.
Non pensare che quanto ti ho detto finora sia opinione e
basta. Nel riferirti certi giudizi ho anche fatto delle
citazioni di autori ben noti tra i Padri della Chiesa, come
Agostino, Ambrogio, Paciano.
Rispondendo alla tua richiesta di storia documentata, ti
segnalo quanto appresso.
a) Che la Chiesa antica abbia avuto in
uso la Confessione, risulta dalle seguenti constatazioni.
E' noto che la penitenza era determinata dal sacerdote,
il quale, prima di imporla, doveva tener conto della natura
e della gravità della colpa, delle condizioni personali
del reo, delle circostanze in cui era stato commesso il
peccato. Viene attestata tale prassi, tra gli altri, da
Agostino (Serm., 351,9), da Innocenzo 1
(Ep. ad Decentium, 7), da Gregorio Magno (In
Evang. hom., 26). Ma evidentemente ciò supponeva
l'uso della confessione da parte del penitente. Difatti,
tale previa confessione è ricordata da papa
Cornelio (251-253) scrivendo della riconciliazione
da lui fatta di alcuni novazionisti (Ep. Cornelii ad Cyprianum:
PL 3,718-22). E' ricordata dalla Didascalia degli
Apostoli in occasione del diverso modo in cui venivano
riconciliate alcune determinate specie di peccatori (2,16-18;
38-41; 42-43).
Cipriano, poi, ci fa sapere che alcuni
fedeli, pur avendo solo pensato di sacrificare agli idoli,
tuttavia "confessando ciò con dolore e semplicità
ai sacerdoti di Dio, fanno l'esame della coscienza, manifestano
il peso dell'anima loro, cercano un rimedio salutare alle
ferite" (De Lapsis, 28). Il che dimostra come anche
dei peccati commessi solo internamente ora in uso fare la
confessione.
Da parte sua, Tertulliano, già montanista,
ci attesta la consuetudine dei fedeli di ottenere dal vescovo
il perdono dei peccati meno gravi e più facile a
commettersi (De Pud., 18,17; 19,23-24): evidentemente dopo
che il vescovo ne ha avuto notizie mediante la confessione.
Né sono infrequenti le recriminazioni dei Padri contro
quei fedeli, i quali, mentre confessano al sacerdote i propri
peccati, tuttavia si astengono poi dal fare la penitenza
che viene loro imposta. Così, per es., Ambrogio
(De paenit., 2,9.86 e 10,91), Paciano (Paraenesis
ad paenit., 8), Asterio di Amasea (Hom.:
PG 40,368).
b)
Alla prassi dei fedeli di confessare i propri peccati dà
saldo fondamento dottrinale l'insegnamento dei Padri e degli
scrittori ecclesiastici sulla necessità della confessione.
Esplicita, infatti è la loro affermazione che, per
la remissione dei peccati è dei tutto richiesta la
confessione al sacerdote: cf Cipriano:
“Confessi ciascuno il proprio delitto, mentre chi peccò
è ancora nel mondo, mentre può ammettersi
la sua confessione, mentre la soddisfazione e la remissione
per opera dei sacerdoti è grata presso il Signore"
(D e Lapsis, 29); Origene (11n Levit. homil.,
3,4); Ambrogio di cui è detto: “Il
peccato è veleno, il rimedio è l'accusa dei
proprio crimine; veleno è l'iniquità, la confessione
è il rimedio della caduta" (In ps., 27,11);
Girolamo, il quale afferma che è
ufficio dei sacerdoti della Nuova Legge legare e sciogliere,
non già ad arbitrio, ma solo “dopo udite la varie
specie dei peccati” (In Matth., 3,16,19); Agostino
(Serm., 351,10); Leone Magno, il quale
scrive che la norma della Chiesa è di concedere la
penitenza solo a quanti confessano le proprie colpe (Epist.,
108,2).
c)
Ma in altro modo ancora insegnano i Padri la necessità
della Confessione; e cioè, con il descrivere il processo
penitenziale in analogia o alla risurrezione di Lazzaro
o alla guarigione delle malattie corporali.
Come a Lazzaro fu detto “Vieni fuori" (Gv 11,43) e
quindi fu sciolto dalle fasce che lo tenevano legato, così
è necessario che il peccatore metta fuori, cioè,
manifesti le sue iniquità mediante la confessione,
perché possa essere quindi sciolto dai ministri della
Chiesa: cf Ambrogio (Depaenit., 2,7,57-58); Agostino (Enarr.
in ps, 10 1, 2, 3; Serm., 67, 1,2; In Joan. tract., 22,7).
Inoltre, come per ottenere la guarigione dal medico bisogna
innanzitutto fargli conoscere la malattia, così per
essere guarito dal peccato bisogna manifestarlo al sacerdote
con la confessione: cf Origene (In Ps.,
37, hom., 2,6), Afraate (Demonstr., 7:
De paenitentibus, 2-3).
d)
E' da rilevare che nella Chiesa antica la cosa più
grave ed impressionante che costituiva la maggiore difficoltà
per il peccatore, non era l'accusa dinanzi al sacerdote,
ma la penitenza. Tanto è vero che parecchi si confessavano,
chiedevano ed ottenevano la penitenza, ma poi non avevano
il coraggio e la forza di compierla.
Si comprende allora che i pastori di anime insistano tanto
sulla penitenza e poco sulla confessione: contrariamente
a quanto avviene oggi, quando, costituendo la manifestazione
dei peccati, per molti cristiani, l'ostacolo principale,
è su di essa che insiste la predicazione, senza peraltro
pensare che la Chiesa non richieda più la penitenza
o la contrizione del cuore.
Che poi i Padri intendevano per confessione la manifestazione
dei peccati al sacerdote, si deduce dall'insistenza cori
la quale essi inculcano che la confessione deve essere fatta
in Chiesa, deve essere orale, deve riguardare i singoli
peccati, né deve lasciarsi il peccatore vincere dal
timore di arrossire nello svelare le proprie iniquità
(cf Ambrogio, De paenit., 2,7,57; In ps.,
37,57; Crisostomo, Hom. 2 de paenit., 1;
De Lazaro, hom., 4, 4; Hom. non esse ad gratiam contionandum,
3): ammonizioni queste che non si comprenderebbero qualora
si trattasse di confessione fatta solo a Dio, come ho già
detto precedentemente (cf Enc. Cattolica) .
Non
cattolico. Hai finito con la storia?
Cattolico.
Credo di aver detto tanto quanto basti a dimostrare sufficientemente
che la Confessione va fatta, si, a Dio, ma tramite il ministro
designato, e che Innocenzo III non fu lui a stabilire la
confessione dei peccati, ma ne regolò alcune norme.
Non
cattolico. Io ho ancora da farti presenti
molte cose sull'argomento della confessione.
a) Dalla storia sappiamo invece che il
colpevole di qualche scandalo o peccato doveva umiliarsi
a confessare pubblicamente quella sua colpa, e non certo
tutti i suoi peccati.
b) Dopo le persecuzioni, molti cristiani
che avevano avuto la debolezza di abiurare, domandavano
di essere riammessi alla Chiesa. Si trovò, allora
più pratico, anziché far comparire costoro
davanti a tutta l'assemblea, di delegare un penitenziere
ad ascoltare i penitenti. Era naturale che, contemporaneamente
alla istituzione dei penitenzieri, i fedeli si confidassero
con i loro ministri. Questi cominciarono a dire che la pratica
è buona, anzi consigliabile. Ma quando, nel 1215,
il papa Innocenzo III decretò l'obbligo della confessione,
sollevò l’opposizione più violenta del popolo”
(H CH. Lea, Storia della confessione auricolare e delle
indulgenze nella Chiesa latina, 1911, p. 211).
Cattolico.
Ho già detto precedentemente che
il Sacramento della Penitenza, dato il suo peculiare complesso,
ha avuto una importante evoluzione. Ciò non toglie
nulla alla istituzione fatta da Cristo con molta chiarezza
e precisione. I documenti storici, che abbiamo a disposizione,
ci persuadono di tale sviluppo.
D'altra parte, le parole di Gesù presentano la missione
che Egli sta per affidare ai discepoli come una continuazione
di quella che il Padre ha affidato a Lui: "Come il
Padre ha mandato me, cosi io mando voi". L'investitura
è espressa col gesto simbolico dell'alitare su di
loro, quasi comunicando il suo stesso spirito che è
lo Spirito Santo. In forza della vita del Cristo e della
potenza dello Spirito in loro, essi continueranno a fare
quello che Gesù ha fatto: rimettere i peccati. Gli
ascoltatori non potevano sbagliarsi: né potevano
dubitare dell'efficacia nell'ordine invisibile e spirituale
a quel modo con cui di altre parole di Gesù avevano
constatata l'efficacia nell'ordine visibile e materiale.
Gesù ha rimesso. i peccati: per questo fu mandato
dal Padre. Anche essi rimetteranno i peccati: per questo
sono mandati dal Figlio.
La Chiesa apostolica e la Chiesa primitiva subito così
intesero e così praticarono. Negli Atti si dice che
“molti di coloro che avevano creduto venivano a confessare
e a manifestare quanto avevano fatto" (At 19,18). Giacomo
nella sua lettera pone questa esortazione: “confessate l'uno
all'altro i vostri peccati e pregate gli uni per gli altri,
affinché siate guariti" (5,16). S. Giovanni
nella prima lettera afferma: "se noi confessiamo i
nostri peccati, Egli (Dio) è fedele e giusto per
rimetterci i nostri peccati e purificarci da ogni iniquità"
(1,9). Da quanto detto, pur non potendo sostenere una testimonianza
esplicita della confessione sacramentale, resta non di meno
incontestabile che questi testi suppongono una società
nella quale il loro significato fosse ben accessibile, esprimendo
una prassi consueta: manifestare ad altri le proprie colpe
per ottenere da Dio il perdono.
Il passo di S. Giovanni poi attesta un punto importantissimo
della dottrina cristiana: nessuna specie di peccati è
esclusa dalla possibilità di perdono: Dio può
“rimettere tutti i nostri peccati e purificarci da ogni
iniquità"; tutti, ossia in qualsiasi numero;
ogni iniquità, ossia di qualunque specie. Nessun
limite all'infinita misericordia di Dio: né limite
quantitativo, né limite qualitativo.
Parlando della storia e della tradizione, già ho
segnalato il pensiero dei SS. Padri. Da tener presente che
S. Cipriano e il papa Cornelio sono della metà dei
"duecento". La Didaché, invece, è
dei primo secolo (circa il 90): essa invita i fedeli a celebrare,
di domenica, il sacrificio eucaristico “dopo di avere confessati
i vostri peccati". S. Ignazio martire (circa il 107)
ai fedeli di Filadelfia scrive che "il Signore perdona
a coloro che si ravvedono, purché il loro pentimento
li riconduca all'unità di Dio e alla comunione con
il vescovo". Nel secolo II ci sono testimonianze più
esplicite, come quella di Dionigi di Corinto che raccomanda
- in una lettera circolare ad alcune chiese e alcuni vescovi
del Ponto - di “accogliere coloro che si convertono da qualsiasi
peccato o delitto o anche da uno sviamento eretico".
Queste parole ci fanno entrare nel vivo delle controversie
che dovevano, nei secoli II-IV, travagliare la Chiesa a
proposito del sacramento della penitenza.
A metà del II secolo si abbozzò una tendenza
rigorista che per distogliere dal peccato il battezzato,
gli minacciava preclusa ogni via al perdono: già
sei stato perdonato nel battesimo, come puoi pretendere
di essere perdonato ancora un'altra volta? Non é
ben chiaro se costoro intendessero contestare alla Chiesa
l'uso della confessione o anche il potere di confessare,
il potere cioè di rimettere i peccati.
Contro questa corrente ci rimangono due documenti insigni:
un lungo scritto intitolato Il Pastore, scritto da Erma,
fratello del papa S. Pio I. Siamo verso il 150. Gran parte
dello scritto è inteso proprio a rivendicare la liceità
della confessione, ossia di un mezzo sacramentale di remissione
dei peccati dopo il battesimo. L'annuncio è proposto
con circospezione e cautela, forse per non urtare troppo
rudemente la coscienza dei rigoristi bene intenzionati:
si afferma cioè l'unicità della confessione:
dopo il battesimo si dà la confessione, ma per una
sola volta.
La stessa rivendicazione, con lo stesso limite, fa Tertulliano
nella sua opera intitolata appunto "De paenitentia".
Eppure il Vangelo è così chiaro: "Quante
volte dovrò perdonare - chiese Pietro a Gesù
- al mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?”.
E Gesù gli rispose: "non fino a sette volte,
ma fino a settanta volte sette" (Mt 18,22). Se l'uomo
deve perdonare sempre, Dio non perdonerà sempre?
Non credo che la generosità dell'uomo dovrà
essere più grande di quella di Dio!
La crisi rigorista del secolo III. All’inizio di questo
secolo (circa il 220) si accese un'altra controversia a
proposito della specie dei peccati da assolvere. I rigoristi
deviarono in una eresia, il montanismo, cui aderì
anche Tertulliano. Essi pretendevano irremissibili i più
gravi peccati carnali: in un secondo momento credettero
irremissibile anche il peccato di apostasia. Il papa S.
Callisto, con un suo provvedimento, prescriveva di assolvere
tali peccati da chiunque fossero commessi, anche da un presbitero.
Contro quest'ultima parte del decreto insorse anche Ippolito,
prete romano, più tardi antipapa, il primo antipapa
che la storia conosce. Il decreto papale ribadiva dottrina
e prassi sempre tenute dalla Chiesa di Roma: il potere delle
chiavi riguardante ogni specie di peccato. Né invero
Tertulliano disconosceva aver Cristo dato a Pietro il potere
di rimettere ogni peccato: ma pretendeva o che tale potere
non fosse trasmissibile, o che non convenisse usarne senza
eccezione.
Per il peccato di apostasia, che prese più grandi
proporzioni in un secondo momento e durò più
a lungo, molti si rifiutavano, opponendo all'apostasia la
resistenza, le sofferenze, di quelli che si erano tenuti
fedeli sino al martirio. Il perdono e la remissione non
era forse un'ingiuria per i martiri? Anche qua i rigoristi
finirono in una eresia: l'eresia dei novaziani, che contestava
alla Chiesa lo stesso potere di assolvere. A difendere dottrina
e prassi romana scese in campo il vescovo di Cartagine S.
Cipriano.
Dalla fine del secolo III si può considerare superato
il periodo di controversie teoriche e di incertezze pratiche:
ormai la dottrina e la prassi, sempre vive in Roma, diventarono
la dottrina e la prassi universali. Ogni peccato è
remissibile senza limite alcuno, purché - evidentemente
- vi siano le condizioni soggettive ed oggettive per le
quali il sacramento sia valido e lecito.
E' da notare che anche i rigoristi, i quali negavano o il
potere o l'opportunità di assolvere da certi peccati,
non è che condannassero il peccatore alla perdizione
eterna: anche se volevano che la Chiesa non l'assolvesse
neppure nel punto di morte, protestavano tuttavia di affidare
il peccatore alla misericordia di Dio. La Chiesa intanto
che rifiutava il suo officio di mediazione efficace, avrebbe
offerto il suo officio di efficace impetratrice.
I vari atteggiamenti dei rigoristi potevano con qualche
plausibilità rifarsi ai testi neotestamentari e cioè:
-
Atti 15,20 dove il concilio degli Apostoli tenuto a Gerusalemme
nel 54, deliberò di non sottoporre i gentili, che
volevano farsi cristiani, alle obbligazioni della legge
mosaica, ma di invitarli tuttavia ad "astenersi dalle
contaminazioni degli idoli, dalla fornicazione, dagli animali
soffocati e dal sangue".
-
Eb 6,5-6, dove è scritto: "essere impossibile
che coloro i quali sono stati una volta illuminati e cioè
battezzati - e hanno mangiato l'Eucaristia, e hanno ricevuto
lo Spirito Santo, e poi sono caduti nel peccato, si rinnovellino
un'altra volta a penitenza" (forse qui impossibile"
è uguale a "molto difficile").
-
In Mt 12,32 (cf anche Mc 3,29; Lc 12,10) si parla della
irremissibilità della bestemmia contro lo Spirito
Santo, e nella 1° lettera di Gv (5,16), si parla di
peccati che conducono alla morte... Questi testi non sono
certamente molto chiari, e perciò si comprende come
agli inizi della riflessione cristiana, agli inizi del cammino
esegetico, essi dovessero pesare sulla dottrina e sulla
prassi penitenziale. Così Origene, in un passo del
De oratione parla di peccati insanabili, pure affermando
il potere della Chiesa di rimettere ogni peccato. Persino
S. Cipriano parla di irremissibilità della bestemmia
contro lo Spirito Santo, la quale molto probabilmente è
da intendersi così: L'uomo è scusabile se
si inganna sulla dignità divina di Gesù, velata
dalle umili apparenze del “Figlio dell'uomo", ma non
lo è se chiude gli occhi e il cuore alle opere evidenti
dello Spirito. Negandole, egli rigetta la proposta suprema
che Dio gli fa e si mette fuori della salvezza (cf Eb 6,4-6;
10,26-31).
Ai rigoristi passati e futuri, possiamo indicare il comportamento
di Gesù il quale guarisce ogni male e ogni peccato:
neppure la morte è di ostacolo alla sua potenza.
I
rilievi fatti finora sulla base dei documenti storici ci
persuadono che, se un sacramento è profondamente
evoluto nei secoli, specialmente nei primi secoli, questo
è il sacramento della penitenza. Dando uno sguardo
riassuntivo a quanto (molto poco, perché non ho parlato
degli elementi che lo compongono: l'accusa dei peccati,
il dolore dei peccati con il proposito di non più
peccare, la soddisfazione... il giudizio del confessore,
la penitenza...) ho detto di questo sacramento, l'animo
si riempie di gioia riconoscente: il nostro Dio è
veramente il Dio della Misericordia; e noi siamo veramente,
secondo l'espressione paolina, “i vasi di misericordia",
i vasi che Egli ama riempire con la pienezza della sua misericordia,
perché li ha "preparati per la gloria"
(Rm 9,23).
Non
cattolico. Mi
sembra che ti stai dilungando su fatti e circostanze superflui.
Cattolico.
Tutt'altro. Io sto rispondendo alle tue affermazioni secondo
le quali la confessione sarebbe nata dalla istituzione dei
penitenzieri: io voglio dimostrarti, invece, che la prassi
della confessione ha avuto origine fin dai tempi apostolici.
L'accusa dei peccati è uno degli atti del penitente
costitutivi del sacramento. Non mancò mai nella Chiesa
tale pratica, anche se la storia ci documenta maniere diverse
di intenderla e di praticarla. Gli scarsi documenti che
abbiamo dei primi secoli ci parlano abbastanza largamente
di una penitenza, pubblica che includeva, però, anche
il riconoscimento del proprio peccato, soprattutto se peccato
pubblico. Autorevoli studiosi ritengono che fosse in uso,
fin da allora, anche l'accusa aperta. La cosa sembra molto
plausibile anche solo in rapporto alla penitenza pubblica.
Modalità e tempi di tale pubblica penitenza venivano
infatti determinati solitamente dal Vescovo. Egli dunque
doveva conoscere le colpe per potervi proporzionare la penitenza.
Dalla storia si sa che, almeno in Oriente, ad un dato momento
venne istituita la carica del presbitero penitenziere, proprio
per ricevere l'accusa. Secondo gli storici greci tale carica
fu istituita ai tempi di Decio (metà del sec.III)
e forse anche prima. Si può ritenere che quando S.
Leone Magno, nel 459 scrive ai Vescovi della Campania che
“le colpe della coscienza basta che siano manifestate soltanto
ai sacerdoti in una confessione segreta" (D.B. 145),
non facesse altro che sancire una prassi che ormai si era
imposta universalmente. Il passo di Leone Magno non solo
testifica l'uso della confessione segreta, confessione auricolare,
ma che il ministro di tale confessione è solamente
il sacerdote. Teniamo sempre presente che quando fu istituito
il sacerdote penitenziere (metà del III sec.), ci
imbattiamo in documenti contemporanei, come quelli di papa
Cornelio (251-253) che parla della riconciliazione da lui
fatta di alcuni novazionisti, e di S. Cipriano che scrive
(in De Lapsis) che i fedeli "si confessano con dolore
e semplicità ai sacerdoti... manifestano il peso
della loro anima e cercano rimedio salutare alle loro ferite";
mentre la Didachè, che è del primo secolo,
invita i fedeli a celebrare di domenica il sacrificio eucaristico
"dopo di aver confessati i vostri peccati”. E ricordiamo
ancora S. Ignazio (107 circa) il quale scrive ai fedeli
che "il Signore perdona a coloro che si ravvedono,
purché il loro pentimento li riconduca all'unità
di Dio e alla comunione con il vescovo".
Con tutte queste parole, che a te sembrano fatti e circostanze
superflui, io voglio dimostrarti che le deduzioni da te
ripetute e avanzate già prima di te dal prof. Henry
Charles Lea (1-5-1909) sono soltanto supposizioni di un
protestante. Si sa che il Lea, nato e cresciuto protestante,
trattando la storia, specialmente religiosa, esprime giudizi
e valutazioni non equamini dei fatti che racconta. Pubblicò
pure la Storia della confessione auricolare e delle indulgenze
nella Chiesa latina in tre volumi, “nei quali il preconcetto
religioso impedisce all'autore ogni oggettività di
giudizio”. Questo è quello che dice di lui la storia
(cf Enc. Cattolica). Credo che questo basti per dirti che
sono i tuoi preconcetti a farti rifiutare tante verità
della fede cristiana.
Non
cattolico. Dici quello che vuoi, ma
io ti ripeto che in un primo momento la confessione era
pubblica e basta.
Cattolico.
lo non ho negato che ci fosse una confessione
anche pubblica, ti ho detto però che il sacramento
della penitenza, data la sua importanza e tutto quello che
comporta nella Chiesa e nei singoli fedeli, ha avuto uno
sviluppo e una evoluzione notevole. Ti dico anche che il
carattere pubblico aveva una duplice finalità: da
una parte era di eloquente ammonimento a tutti i fedeli,
dall'altra interessava alle sorti dei penitenti tutta la
comunità: tutta la Chiesa gemeva e pregava per essi.
Questa pubblica penitenza - che importava pratiche anche
assai gravi, come lunghe orazioni, ripetuti digiuni, vestire
in un certo modo, non servirsi di privilegi anche nella
vita civile, e persino non usare il matrimonio - poteva
protrarsi anche per anni. Era stabilita dal vescovo in base
alla gravità della colpa: si trattava per lo più
di colpe pubbliche, soprattutto se scandalose. Dopo tutto
quello che ho detto sulla evoluzione del Sacramento della
Penitenza, non fa meraviglia che la Chiesa al momento giusto
(es.: Conc. Lateranense, Conc. di Trento ... ) sia intervenuta
a regolare e a precisare tanti elementi componenti il Sacramento
stesso.
Non
cattolico. Devo farti notare ancora
una cosa molto importante, e cioè che le parole che
la Chiesa cattolica prende a pretesto per imporre la confessione
hanno un ben diverso significato.
Cattolico.
Desidererei sapere quali sono le parole che la Chiesa prende
a pretesto per imporre la confessione e qual'è il
loro vero significato.
Non
cattolico. Le parole sono quelle da
te citate precedentemente, e cioè: “A chi rimetterete
i peccati, saranno rimessi, e a chi li riterrete saranno
ritenuti" (Gv 20,23); e queste altre: “A te darò
le chiavi del regno dei cieli; e tutto ciò che avrai
legato sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto
ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto
nei cieli" (Mt 16,19).
Cattolico.
Il significato di queste parole di Gesù
è troppo chiaro. Le parole sono semplici e solenni
e non credo che possano ammettere equivoci.
Non
cattolico. Il vero significato è
questo: "Quando un cristiano annunzia l'Evangelo della
grazia, egli scioglie le anime dai loro peccati, non certo
per una sua particolare capacità, ma per la potenza
della predicazione cristiana. Se però le anime che
ascoltano non accettano l'Evangelo, esse rimangono legate,
vincolate al loro peccato. Non si tratta quindi di un "perdonare",
"rimettere i peccati", "sciogliere"
per iniziativa di un uomo. Chi ha diritto di perdonare non
è l'uomo, ma solo Dio. I credenti hanno unicamente
ricevuto la missione di essere ambasciatori di Dio, e l'annunzio
del perdono è sanzionato da Dio in una sentenza di
grazia o di condanna, a seconda che gli uditori l'ascoltano
o la respingono".
Cattolico.
Non ti nascondo che ti sto ascoltando trasecolato!... Mi
rendo sempre più conto delle disastrose conseguenze
dell'interpretazione arbitraria e personale che vige nel
protestantesimo. Dopo queste parole che ho ascoltato io
comprendo sempre più chiaramente gli effetti deleteri
delle parole di Lutero che invita il credente a dover sentire
"nell'intimo del cuore che questa e proprio questa
è la Parola divina" per essere sicuro!... Oppure,
come dice E. Comba, che “Tutti i fedeli possono ed hanno
diritto di interpretare le S. Scritture", e che "Sempre
avviene una rivelazione divina nella coscienza umana religiosa,
la quale è pertanto l'organo della rivelazione divina,
non ve ne sono altri". Oppure, ancora, quello che ha
detto un altro protestante: "Per avere la certezza
di quello che indichi e voglia la Parola di Dio, dobbiamo
decidere da noi stessi e scegliere ciò che soddisfa
la nostra ragione...". Questi pensieri, come ben ricorderai,
li ho ripetuti già diverse volte con tutti i relativi
riferimenti, ma si vede che i protestanti, in preda ai pregiudizi,
sacrificano - forse involontariamente o senza accorgersene
- l'uso della retta ragione.
Non
cattolico. Come puoi sostenere che un
uomo possa prendere il posto di Dio? Questa è una
bestemmia! ...
Cattolico.
Infatti, anche gli scribi e i farisei dicevano di Gesù
la stessa cosa quando asseriva di rimettere i peccati: "Egli
bestemmia". Essi non credevano alla divinità
di Gesù, e potevano anche essere scusati, ma molti
non cattolici dicono di credere in Gesù, vero uomo
e vero Dio; come mai poi non credono alle sue parole e vogliono
dar loro un significato diverso da quello che hanno?
Non
cattolico. Sì, io credo fermamente
alla divinità di Cristo, ed è proprio per
questo che non posso ugualmente credere che degli uomini
possano sostituirsi a Dio.
Cattolico.
Non voglio ripetere per l'ennesima volta le stesse cose.
Le parole di Cristo sono chiarissime: "come il Padre
ha mandato me... così io mando voi ... a chi rimetterete
... sarà rimesso ed a chi non rimetterete i peccati
saranno ritenuti”.
Questa è la grande misericordia di Dio, la sua immensa
bontà: Egli ha delegato i ministri della Sua Chiesa
a compiere e svolgere il Suo ministero. Perciò la
Chiesa è il Corpo di Cristo, la sua Sposa, Colonna
e sostegno della verità. Il non cattolico vuole pensare
e credere contro l'evidenza delle parole di Cristo, contro
la vita e la realtà dei fatti della Chiesa fondata
da Cristo. Ma tutto ciò è invenzione umana.
Non
cattolico. Interpretazione umana è
tutto ciò che ha inventato la Chiesa. E devi darmi
conto di queste invenzioni umane, perché mi hai promesso
che oltre alla S. Scrittura e alla storia mi avresti provato
anche con argomenti di ragione la pratica della confessione
così come viene vissuta nella Chiesa cattolica.
Ecco, i non cattolici hanno potuto constatare che la confessione
- com'è insegnata nella Chiesa romana - è
responsabile dell'errato concetto di peccato, che viene
considerato nelle sue singole manifestazioni esteriori e
non nella sua natura. Così l'individuo si confessa
al prete, distinguendo fra peccati "veniali" (che
si possono tacere) e peccati "mortali", fra la
bugia e l'assassinio, fra il peccato di gola e l'adulterio
e via dicendo. Così si ignora il problema di fondo,
che è quello della nostra natura corrotta, e si dimentica
che i singoli peccati (veniali o mortali, che dir si voglia)
non sono che delle manifestazioni secondarie del primo e
vero peccato, cioè della nostra ribellione contro
Dio.
E' quello che aveva capito il re Davide, adultero e assassino,
quando esclamava: “Io ho peccato contro te, contro te solo"
(Salmo 51,4 = 50,4).
Il danno della dottrina e della pratica della confessione
auricolare è immenso. Certo è da deplorarsi
che il popolo si sottometta ad una pratica così avvilente
per la dignità umana, ma più grave ancora
è la responsabilità di chi gliela impone.
Ma - direbbe il compianto sacerdote Lorenzo Milani – “sulla
soglia del disordine estremo mandiamo a voi quest'ultima
nostra debole scusa, supplicandovi di credere nella nostra
inverosimile buona fede. Ma se non avete come noi provato
a succhiare col latte errori secolari, non ci potete capire"
(L. Milani, Esperienze pastorali, Firenze, Libreria Ed.
Fiorentina, 1958, p. 437).
Cattolico.
Io resto sempre più sorpreso di quanto dici e ringrazio
Iddio che ci ha mandato il Suo Figlio diletto e ci ha anche
detto di ascoltarlo. La Chiesa si attiene alla divina rivelazione
e a quanto Gesù, Parola del Padre, è venuto
ad insegnarci. L'uomo, dopo essere nato, per potersi sviluppare
ha bisogno di tante cose (nutrimento, aria, assistenza,
medicine, cure, ecc ... ) nell'ordine naturale. Così
è dell'uomo anche nell'ordine spirituale (Battesimo,
Cresima, Eucaristia, Penitenza, ecc...). Tutto questo gli
viene dall'Alto con la divina grazia. Tuttavia, poiché
l'uomo, dopo il peccato originale, ha una natura vulnerata
per cui è piuttosto incline al male, ecco che Gesù,
ben conoscendo la fragilità umana, trovò il
mezzo per guarirne le piaghe dell'anima ed istituì
il Sacramento della Confessione come tavola di salvezza.
Adesso voglio un pò rispondere, ma con la ragione
illuminata dalla fede, a quanto tu dici contro la opportunità
della confessione.
- Notiamo anzitutto che se la confessione fosse un'invenzione
umana, la storia ci dovrebbe ricordare l'epoca ed il nome
di quell'uomo - Papa o Vescovo o prete o frate - che l'ha
inventata, come la storia fa con tutti gli altri inventori.
E invece su questo punto la storia è muta. Non c'è
scrittore, amico o nemico della Chiesa che ne faccia menzione.
- C'è di più. Ragionando ancora, potremmo
pensare: sono stati forse i fedeli a inventare la confessione?
No: essi mai si sarebbero imposti un obbligo nuovo e umiliante
per l'umano orgoglio. Forse i sacerdoti? Ma qual motivo
avrebbe potuto indurli ad imporre ai cristiani un giogo
così pesante? L'interesse? E piacere? La curiosità?
E' facile, da chiunque, rispondere a queste domande, perché
se c'è un ministero pesante e gravoso in cui il sacerdote
non guadagna niente è proprio questo! E che bel piacere
sarebbe quello che obbliga a levarsi magari nel cuor della
notte per correre al letto degli infermi, ad essere spettatori
di scene strazianti... ad affrontare, in tempo di peste
o di altre malattie contagiose, anche la morte? E qual curiosità
ci può essere nel sapere le miserie e le debolezze
umane, che spesso si ripetono fino alla nausea, e di cui
poi, il confessore deve custodire il più rigoroso
segreto, sino a potere o dovere compromettere la propria
vita?
Dunque non si può ragionevolmente ammettere che qualcuno
nella Chiesa abbia inventata la confessione. E poi come
avrebbero potuto farla accettare improvvisamente da tutti?
Come volete che contro l'ardito innovatore non fossero insorti
a ribellione i popoli, non avessero protestato almeno i
re ed i principi, sempre così orgogliosi, non avessero
alzato la voce gli eretici che sono là sempre con
tanto d'occhi per cogliere la Chiesa in fallo e condannarla?...
Ma se non altro, l'inventore o gli inventori, avrebbero
dovuto esentare se stessi da questo peso! Invece no: sono
obbligati a confessarsi, tanto come i fedeli, anche i preti,
i parroci, i vescovi ed il Papa!
Il padre Gioacchino Ventura così scrive: "Quando
io ho veduto una volta l'anima pura di Pio IX inginocchiato
ai miei piedi per confessarsi e ricevere l'assoluzione;
quando io ho veduto questa prima maestà della terra
nell'umile attitudine dei penitente davanti all'ultimo dei
preti; imbarazzato, stupefatto, commosso sino alle lacrime,
dissi tra me stesso: io non mi ingannavo, no, quando credevo
che i preti non hanno inventata la confessione; ma al presente
io tocco coi dito questa consolante verità, poiché
vedo lo stesso Vicario di Cristo, quale uomo e quale cristiano,
passare anch'esso sotto la severità della legge della
Confessione. Una legge che non esenta neppure il dio della
terra, non può avere altro autore che il Dio dei
cielo!" (La ragione filosof., Vol. III, conf. XVIII).
- Eppure tutti i “Fratelli separati” con a capo Lutero,
sostengono che la Confessione fu inventata dal papa Innocenzo
III, nel Concilio Lateranense IV, tenutosi nell'anno 1215.
Voglio ancora ricordare che tutte le sette eretiche che
sin dai primi secoli si separarono dalla Chiesa cattolica,
taluna delle quali è ancora superstite, sia pure
con poche migliaia di seguaci, hanno la confessione che
non presero certo da noi nei secoli posteriori, ma che portarono
già con sé andandosene come profughe dalla
casa madre. Il che mostra che fin dai primi secoli la Confessione
era universalmente praticata.
- Pochi - specialmente tra i non cattolici - pensano quanto
sia salutare all'uomo la Confessione, per le cinque cose
che essa esige dal peccatore.
L'esame lo obbliga a riguardarsi peccatore com'è,
suscitandogli avversione al peccato. Il dolore lo obbliga
a detestare, a ripudiare i suoi peccati. E proponimento
lo induce alla risoluzione ferma di non più peccare.
La confessione lo obbliga come a vomitare il peccato che
lo tortura, che lo rimorde, a liberarsi di quel peso segreto
che lo opprime. La penitenza è la pena che subisce
dei peccati a cui sente doverne aggiungere altre volontarie
e più gravi.
La Confessione è rimedio del peccato. Questo è
superbia e piacere; la Confessione è umiltà
e dolore e pena. La Confessione è un peso, ed è
giusto, poiché per essa si tratta di ottenere il
perdono dei peccati, ma è un peso anche dolce che
risponde all'inclinazione naturale del cuore che ha bisogno
di confidarsi, e apporta gioia e consolazioni indicibili.
Di fronte a tutte queste osservazioni, frutto della ragione,
anzi del più elementare buon senso, sarebbe una cecità
inqualificabile il non riconoscere Gesù Cristo come
autore e istitutore del Sacramento della Penitenza (= Confessione),
e il voler sostenere che una creazione così provvida,
santa, sublime, degna della divina bontà, sia opera
dell'uomo e non di Dio.
Non
cattolico. Dimmi, allora, perché
tanti, ad onta di tutto, si ostinano ancora ai nostri giorni,
a negare la divinità di questo Sacramento e lo odiano
a morte, più di qualunque altro e lo combattono in
mille maniere?
Cattolico.
La ragione principale è perché molti non vogliono
mettere nessun freno alle proprie passioni e lasciare il
peccato. Così facendo si allontanano dalle pratiche
religiose e gridano contro la Confessione, simili a quella
signora che avendo un viso brutto e deforme, non passava
mai innanzi ad uno specchio senza mandarlo in frantumi!
...
Non
cattolico. Sono chiacchiere quelle che
dici, perché io ti posso dimostrare con i fatti che
effettivamente la confessione cattolica è causa di
un naturale rifiuto e di forte avversione. Ti racconto soltanto
qualche fatto, che traggo dalla cronaca abbastanza recente.
1.
"Sono una ragazza di vent'anni e con un buon impiego
e sino a poco tempo fa molto religiosa; ora purtroppo non
più. Mi spiego: ogni qualvolta che vado a confessarmi,
la prima cosa che il confessore mi do- manda: “Sei fidanzata?”.
E poi: “Vi baciate?”. “Quante volte?”. Essere fidanzati
è una bella cosa, secondo il confessore; baciarsi
è invece peccato gravissimo che ha richiesto, come
penitenza, il non vedere per due mesi il mio fidanzato.
Fin qui tutto bene o meglio tutto regolare, purtroppo. Ciò
che ha fatto traboccare il vaso della pazienza è
stata una ulteriore domanda. Per me è stato troppo.
Da allora non ho più messo piede in una chiesa"
(La Stampa, 14 maggio 1960).
2.
"Desidero immensamente riaccostarmi a Dio comunicandomi,
ma non trovo il coraggio di inginocchiarmi ad un confessionale.
Io non so se la mia è mancanza di vera umiltà,
ma non credo. Mi pento sinceramente dei miei peccati. Ma
il fatto di doverli aridamente sussurrare in attesa della
sentenza senza poter tentare di spiegarli (più a
me stessa che al confessore), di aprirvi sopra un colloquio
umano veramente proficuo, è una cosa che mi agghiaccia,
mi toglie ogni slancio. Ora mi dica, per favore, la confessione
non si può rendere scritta? Oppure a viso aperto,
senza quella terribile grata? (Amica, 23 ottobre 1966).
Dopo
questi esempi, certamente penserai che noi protestanti,
abolendo la confessione, abbiamo una religione molto comoda.
La risposta a questo modo di pensare dei cattolici te la
dà proprio un cattolico, il quale scrive sull’Europeo
(8 gennaio 1961):
"Che la loro religione li ponga (i protestanti) senza
intermediari di fronte a Dio, mi pare che sia chiaro dal
modo con cui la praticano: essi non hanno la confessione
e la loro preghiera sale direttamente al Signore senza bisogno
di interprete... E che ciò crea
in loro un maggiore senso di responsabilità, mi sembra
ovvio. I compromessi diventano più facili quando
si sa che basta confessarli per esserne perdonati. E' molto
comodo liberarsi dai propri errori e peccati rimettendoli
con una bella confessione nelle mani di un parroco e dicendogli:
'Occupatene un pò tu'. Chi non ha questa scappatoia
rimane solo di fronte a Dio, cioè di fronte alla
propria coscienza, con cui il colloquio è molto difficile...
Ciò ha reso la nostra vita molto più facile
e gradevole, liberandola dal dubbio e dal rimorso. Ma anche
ha favorito la nostra congenita propensione a evadere ogni
responsabilità individuale”.
Questi
sono fatti e non chiacchiere.
Cattolico.
Sui fatti di cronaca da te raccontati si
potrebbero dire molte cose, ma, temendo di perdermi in lunghe
disquisizioni polemiche, parto dalle verità della
nostra fede e dallo stesso Sacramento della Confessione
da Cristo istituito, per dirti che:
a) Di questi fatti negativi potresti raccontarne
anche a centinaia, ma io di quelli positivi, di quelli cioè
che lasciano capire l'opportunità del Sacramento
della Confessione, la sua bontà, il beneficio e la
gioia che arreca alle anime te ne potrei raccontare a migliaia,
a centinaia di migliaia e oltre...
b) Una ragazza di venti anni che reclama
attraverso "La Stampa" contro la Confessione,
non deve essere mai stata molto religiosa. Può forse
dirsi che non ha avuto mai una vera fede, perché
una persona che ha fede profonda non abbandona la Chiesa
di Cristo anche perché sa che essa è il Suo
prolungamento. Chi ha fede non abbandona la propria religione
perché un suo ministro non gli garba, ma, tutt’al
più, ne sceglie un altro, come si fa quando un medico
non ci convince della sua bravura.
c) Non è possibile che un sincero
credente, possa desiderare immensamente riaccostarsi a Dio
comunicandosi e poi non trovi il coraggio di inginocchiarsi
ad un confessionale. Un vero cristiano sa che l'umiltà
è la base della santità e della perfezione
e non la mette da parte per le sue vedute personali. Anche
una persona molto timida e impacciata avrà il coraggio
di aprirsi ad un buon sacerdote, dirgli le sue difficoltà...
e troverà mille sacerdoti che sono disposti a parlarle
a viso aperto, senza quella terribile grata...
d) Non credo, assolutamente, che un vero
cattolico possa credere che la preghiera di un credente
abbia bisogno di interprete per salire a Dio. Neppure credo
che un vero cattolico, che conosce il Vangelo, il pensiero
e le parole di Cristo, possa pensare che confessando sinceramente
i suoi peccati si senta tranquillo mettendo tutto nella
mani di un parroco e dicendogli: "Occupatene un pò
tu". E neppure riesco a credere che un vero cattolico
possa pensare che confessando sinceramente i propri peccati
si senta più propenso a evadere ogni responsabilità
individuale. Tutt'altro!...
Chi pensa secondo gli esempi che tu mi hai elencato può
essere o un protestante, oppure un cattolico che per la
sua facile e disimpegnata vita cristiana sente molta propensione
a scuotere il dolce e soave peso a cui Cristo sottopone
i suoi fedeli seguaci.
e) Mi hai un pò commosso quando
hai ripetuto le parole del compianto sacerdote Lorenzo Milani.
Per chi legge, è giusto chiarire il pensiero di don
Lorenzo Milani, altrimenti si crea un grande equivoco e
ne risulterà una grande falsità.
Se tu hai letto le "Esperienze pastorali" di don
Milani, saprai certamente, o almeno dovresti sapere, dal
momento che lo citi, che quel compianto sacerdote con quelle
parole vuoi dire ben altro da quello che tu vorresti farci
intendere. Egli immagina di scrivere una “lettera dall'oltretomba"
riservata e segretissima ai missionari cinesi.
Don Milani vive in tempo di pieno comunismo, creduto per
circa settanta anni, difensore dei poveri. Egli condivideva,
perciò, molto accoratamente la causa dei poveri pur
rigettando il comunismo, e immagina di scrivere, appunto,
una lettera ai missionari cattolici cinesi dopo la sua morte,
oltre il 2000, quando cioè gli errori degli europei
saranno ben chiari ed i cinesi evangelizzeranno gli europei!
Infatti egli scrive: “Cari e venerabili fratelli, voi certo
non vi saprete capacitare come prima di cadere noi non abbiamo
messa la scure alla radice della ingiustizia sociale. E'
stato l'amore dell’ordine che ci ha accecato. Sulla soglia
del disordine estremo mandiamo a voi quest'ultima nostra
debole scusa, supplicandovi di credere nella nostra inverosimile
buona fede. (Ma se non avete come noi provato a succhiare
col latte errori secolari non ci potrete capire). Non abbiamo
odiato i poveri come la storia dirà di noi. Abbiamo
solo dormito...".
Mi fermo qui. Quanto ho riportato è sufficiente a
farci capire che don Milani parla esclusivamente di errori
sociali-politici. Questo è il suo punto di vista.
Per convincercene riporto alcune sue frasi tratte da due
libri di don Gerlando Lentini che ci parla di lui. In "Don
Lorenzo Milani - servo di Dio e di nessun altro" (Ed.
Gribaudi), il Lentini dice: “Caro amico, il libro che ti
accingi a leggere è esplosivo...: ti avverto che
rischi di cambiare radicalmente, di diventare rivoluzionario,
di non poter più fare sonni tranquilli, d'innamorarti
perdutamente di Cristo, della Chiesa, della Politica, della
Scuola; e di un amore sincero, tenero e aggressivo insieme...
(ivi, p. 7). A pag. 8, scrive: “Don Milani ha scritto di
se stesso: 'severamente ortodosso e disciplinato e nello
stesso tempo appassionatamente attento al presente e al
futuro. Nessuno può accusarmi di eresia o di indisciplina...".
Sfogliando un altro libro del Lentini “Come bisogna essere
- Don Lorenzo Milani" (Ed. "Carroccio"),
vi trovo che don Milani, scrivendo al padre Reginaldo Santilli,
revisore di "Esperienze pastorali”, che aveva concesso
il "nulla osta" per la stampa, gli diceva: “Non
mi ribellerò mai alla Chiesa, perché ho bisogno
più volte alla settimana il perdono dei miei peccati
e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi
lasciato la Chiesa" (ivi, p. 48).
E in una lettera alla zia Silvia: “So di aver fatto infinite
cose buone e altrettanto cose cattive, ma non son mica tanto
cretino da perder tempo a rodermi sulle seconde. Il Sacramento
della Confessione è quella meravigliosa istituzione
per cui il cristiano può vivere più sereno
e ottimista degli altri: il male lo cancella con un colpo
di spugna, il
bene non lo cancella anzi l'accumula" (L. Milani, Lettere
alla mamma, cit., 21-3- 1966).
“La confessione frequente e la direzione spirituale davano
a don Lorenzo Milani quella interiore serenità, quella
gioia spirituale, quella dirittura di coscienza che, nonostante
tutto, lo rendevano un uomo e un prete cristianamente contento..."
(cf G. Lentini, “Come bisogna essere”, p. 49).
Ad un suo giovane amico scriveva: “La fede quando si trova
va tenuta stretta per non perderla. Io penso che non si
possa tenerla stretta altro che col confessarsi spesso"
(cf Lettere di L. Milani, priore di Barbiana, cit., 22-7-1955,
dal libro sopra citato, p. 47).
Non
cattolico. Possibile tutto quello che
stai dicendo, quando don L. Milani ha scritto ciò
che ti ho riferito?
Cattolico.
Possibilissimo. Perché, ti ripeto ancora, il pensiero
del sac. Milani è ben lungi da quello che tu gli
vuoi far dire.
Qualche decennio prima del Milani, Jacques Maritain aveva
scritto: “Comprendiamo dunque che il fermento evangelico,
che la massaia solerte nasconde in tre staia di farina e
che fa fermentare tutta la massa, solo la Chiesa sa serbarlo
puro. Chiunque altro che non sia lei lo altera manipolandolo
senza saggezza; ed è una cosa tremenda il manipolare
senza saggezza le energie di un fermento divino. Cristo
non può essere disgiunto dalla sua Chiesa. Il Cristianesimo
non è vivo che nella Chiesa; fuori di essa muore,
e come ogni cadavere, entra in dissoluzione. Se il mondo
non vive del cristianesimo vivente nella Chiesa, muore del
cristianesimo corrotto fuori la Chiesa" (Lettera riportata
su Oggi, 3-5-1973, p. 78, G. Lentini, come sopra, p. 37).
Il ventenne neofita Lorenzo Milani comprese perfettamente
tutto ciò e lo credette fermamente.
Egli (don Milani) ebbe perfettamente chiara quella importantissima
distinzione sulla realtà divina-umana della Chiesa,
tanto sottolineata dal medesimo Jacques Maritain: “Non bisogna
confondere Chiesa e cristianità: la prima è
unica, sempre la stessa per tutti i tempi, infallibile e
assoluta, perché viene da Dio ed è la continuazione
del Cristo nella storia; la seconda è multiforme,
variabile, in relazione ai cristiani che di tempo in tempo
incarnano la Chiesa in particolari condizioni storiche.
Naturalmente la cristianità non è fuori della
Chiesa, con tutte le deficienze e tutte le precarietà
che sono proprie dell'umano. I cristiani (compresa la gerarchia
(n.d.r., sono dunque la Chiesa, ma la Chiesa in un dato
momento storico, essi la rappresentano, però la Chiesa
non si esaurisce in loro, e specialmente nel loro compito
temporale di cultura e di socialità" (Lettere
di don Milani, priore di Barbiana, Ed. Mondadori, Milano,
1970, a don Ezio,
12-5- 1955; G. Lentini, ivi p. 37).
Non
cattolico. Troppe cose stai dicendo che
non mi riguardano e per me sono molto relative e ci sarebbe
tanto da discutere.
Cattolico.
A dirti tutte queste cose mi ci hai costretto con le tue
obiezioni e con la tua citazione su don Lorenzo Milani.
Chi legge ha diritto di sapere, è interessato e vuol
conoscere la verità su certe questioni di fede. Don
Lorenzo Milani, cristiano e prete, sapeva di avere bisogno
della Verità con lettera maiuscola, della Verità
cristallina, senza incertezze, netta e sicura, sui massimi
problemi dell'esistenza, su Dio, su Cristo, sull'uomo; sapeva
di aver bisogno di perdono, di avere rimessi i peccati,
di una continua purificazione; sapeva di aver bisogno di
un Pane Vivo sorgente di forza e di gioia in questa valle
di lacrime. E tutto ciò non lo poteva trovare che
nella Chiesa e per la Chiesa, senza della quale e al di
fuori della quale era sicuro di non poter vivere. Affermava,
infatti. “Per me che l'ho accettata, questa Chiesa è
quella che possiede i Sacramenti. L'assoluzione dei peccati
non me la dà mica l'"Espresso". L'assoluzione
me la dà il prete. Se uno vuole l'assoluzione dei
peccati si rivolge al più stupido, arretrato dei
preti pur di averla... Il più piccolo litigio che
io avessi con la Chiesa, io perdo questo potere: di togliere
i peccati agli altri e di farli togliere a me. E chi me
lo rende questo potere? Arrigo Benedetti?... - Falconi?
Me lo rende Falconi il potere di togliere i peccati agli
altri e di farmeli togliere? O la Comunione e la Messa me
la danno loro? Sicché devono rendersi conto che non
sono... che loro non sono nelle condizioni di poter giudicare
e di criticare queste cose. Non sono qualificati per dare
il giudizio su una cosa in cui il fondamentale è
credere o no nel potere di questa Chiesa di togliere i peccati,
di salvare l'anima e insegnare la Verità (ibidem
Lettere di don Milani, cfr G. Lentini, come sopra, pp. 38-39).
Don Milani capiva che la Chiesa per il credente è
Madre e Maestra; con essa egli aveva stabilito un legame
ontologico radicato nella fede; tutte le questioni che poteva
avere con essa erano semplicemente marginali e secondarie
(pur se in sé gravi e importanti) di fronte al suo
potere “di togliere i peccati, di salvare l'anima e di insegnare
la Verità".
La gioia di vivere nella sicurezza della Chiesa cattolica
don Milani la manifestava anche scrivendo al direttore del
quotidiano cattolico fiorentino Il Giornale del Mattino,
queste parole: “Noi cattolici saremo perdonati anche se...
non avremo saputo mostrare al mondo cosa sappiamo fare.
Ma guai se non avremo almeno mostrato cosa vorremmo fare.
Perché il non saper far nulla di buono è retaggio
d'ogni creatura. Sia essa credente o atea, sia in alto o
in basso loco costituita. Ma il non saper cosa si vuole,
questo è retaggio solo di quelle creature che non
hanno avuto la Rivelazione da Dio. A noi Dio ha parlato.
Possediamo la Sua legge scritta in 72 libri e in più
possediamo da 20 secoli un’Interprete vivente e autorizzato
di quel libri. Quell'Interprete ha già parlato più
volte, ma se non bastasse si può rivolgersi in ogni
momento a lui è sottoporgli nuovi dubbi e nuove idee.
A noi cattolici non può dunque far difetto la luce.
Peccatori come gli altri, passi. Ma ciechi come gli altri,
no. Noi i veggenti o nulla. Se no vale meglio l'umile e
disperato brancolare dei laici... Chi non crede allora dirà
di noi che pretendiamo di saper troppo; avrà orrore
dei nostri dogmi e delle nostre certezze, negherà
che Dio ci abbia parlato o che il papa ci possa precisare
la Parola di Dio. Dicendo cosi avrà detto solo che
siamo un pò troppo cattolici. Per noi è un
onore. Ma sommo disonore è se invece potranno dire
di noi che, con tutte le pretese di rivelazione che abbiamo,
non sappiamo poi neanche da dove veniamo e dove andiamo,
e qual è la gerarchia dei valori, e qual è
il bene e quale il male" (citato in Famiglia Cristiana,
n. 16, Alba, 1973, p. 32, ad un confratello, 9-3- 1950.
Vedi G. Lentini, libro cit., p. 42).
La Chiesa, dunque, e la Gerarchia in essa, a don Milani
garantiva la chiarezza dei principi, la gerarchia dei valori,
la distinzione tra il bene e il male: una ricchezza enorme
alla quale attingere. Gli importava poco se poi riscontrava
l'incoerenza a questa somma di Verità in basso e,
anche, in alto; meglio, non è che non gliene importava,
non se ne scandalizzava: con forza e con coraggio cercava
di far fronte alla incoerenza in se stesso, in primo luogo,
e poi negli altri cattolici, nella stessa Gerarchia, nel
mondo della scuola e della politica...
In don L. Milani c'era un realismo che impressiona... Il
suo era il realismo della fede, quello evangelico, quello
di Gesù Cristo il quale affidò la immacolatezza
della sua Verità liberante alla fragilità
morale di Pietro e degli Apostoli, nonché alla carente
umanità dei loro successori, perché, nel contrasto,
fosse chiaro che la potenza della verità non è
l'uomo che l'annunzia, non è la Chiesa, non è
il consenso che riscuote, ma lo
Spirito di Dio presente nella storia e che fa la storia
dell'umanità" (ivi, G. Lentini, pp. 42-43).
Non
cattolico. Non ti sembra di esagerare
e di essere anche troppo polemico?
Cattolico. Se pensi
così, io chiedo scusa a te ed ai lettori. Ma le tue
ambiguità nel presentare certi personaggi e questioni
impongono chiarezza e precisione, per tutti, per te obiettante
e per quelli che leggono le nostre diatribe.
Non
cattolico. A parte le nostre discussioni
e le tue lungaggini, la confessione, così come la
intendono i cattolici è superbia e piacere, e basta.
Cattolico.
La Confessione è umiltà e dolore o pena.
Non
cattolico. Risulta a molti che la confessione
è un peso.
Cattolico.
Si, ed è giusto, poiché per essa si tratta