Breve
dissertazione contra gli errori de' moderni increduli oggidì
nominati materialisti e deisti
di
S.Alfonso Maria de'Liguori
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441 -
Haec
est autem vita aeterna, ut cognoscant te solum Deum verum,
et quem misisti Iesum Christum.
Ioan. 17. 3.
Confiteantur
tibi populi Deus; confiteantur tibi populi omnes. Psalm.
66.
INTRODUZIONE
Essendo
che ne' tempi correnti serpono tanti errori degl'increduli,
con cui altri tolgono a Dio la divinità, o alcuno
de' suoi attributi; altri tolgono all'anima la spiritualità,
e l'immortalità; altri negano la divina rivelazione,
o le verità della nostra religion cristiana, che
è l'unica e vera; io ho procurato di avere più
libri che trattano specialmente di tal materia, come l'opera
del p. Moniglia, del p. Tertre, del p. Concina, del p. Vestini,
del p. Giudice, la metafisica del dotto Genovese, il Gentiluomo
istruito del signor Dorrel, le Lettere del conte Magalotti,
ed altri. Ma perché ho veduto che queste opere eran
molto diffuse, e non tutte colle stesse ragioni combattevano
i suddetti errori, io mi sono ingegnato colla mia debolezza
di raccogliere in questa breve dissertazione, per uso de'
nostri giovani, le ragioni più principali che assistono
alla verità della nostra religione, e le risposte
più convincenti alle opposizioni degli avversarj.
Se il mio lettore vorrà trovar questa materia più
a lungo esaminata, potrà leggere i libri nominati.
Frattanto spero che non isdegnerà questa mia operetta,
dove troverà le cose più sostanziali dicifrate
in breve, ed in un modo il più facile con cui ho
potuto spiegarmi, acciocché tutti m'intendano. Del
resto, perché i punti controversi son per la maggior
parte metafisici ed astrusi, sì per la materia stessa
come per i sistemi oscuri e confusi de' contrarj, non m'è
stato permesso in alcune cose l'esprimermi più chiaro
di quel che ho fatto.
Nella
prima parte cercherò di confutare i materialisti,
che negano la divinità; nella seconda i deisti, che
ammettono la divinità, ma negano la verità
e l'unità della nostra religione cristiana rivelata.
Di questo veleno è ben che si sappiano gli autori
che ne sono infetti: sono questi lo Spinoza, l'Hobbes, il
Bayle, il Collins, il Tolland, l'Evremond, il Voltaire,
lo Schanfrerburg, il Loke, il Wolston, il Tindal, il Montaigne.
Ve ne saranno molti altri, mentre Le Moine rapporta una
lettera pastorale del preteso Vescovo di Londra, dove questi
si lamenta del gran numero de' libri malvagi usciti da poco
tempo in qua in Inghilterra intinti di materialismo o deismo,
oltre gli altri stampati in Olanda; ma di questi altri autori
non mi è pervenuta ancora la notizia.
Si
lagna il signor Dorrel inglese (ma cattolico), che anticamente
gli ateisti andavano sconosciuti per non esser trattati
da empj, e da sciocchi; e che almeno, se erano infetti d'ateismo,
non ardivano di comparir tali: ma che gli increduli odierni
si dichiarano tali alla svelata; e si vantano, affin di
acquistarsi il nome di spiriti forti, e spregiudicati, di
giudicare della divinità e della religione. Col che,
a ben dire, pretendono in somma di togliere ogni legge,
ed ogni buon ordine di vivere; poiché tolta l'esistenza
d'un Dio rimuneratore del bene e punitore del male, ed abolite
le verità della religion cristiana ecco rimosso ogni
freno al peccato e distrutta ogni legge ed ogni regola di
morale. Sicché l'uomo diventerebbe simile e peggiore
delle bestie: il senso padron della ragione: il diritto
sarebbe deciso dalla forza, l'onesto dal piacere, il giusto
dall'interesse, l'onore dalla vendetta. Onde tutti diverrebbero
schiavi delle loro passioni, abbracciando ogni vizio, purché
si affacciasse colla sembianza d'utile o dilettevole.
Or
essendo che codesti increduli odierni non si arrossiscono
di parlare alla svelata contro la religion cristiana, si
avanzano altresì (come attesta il signor Dorrell)
a cacciar fuori continuamente libri infetti de' loro errori.
Ma codesta sorte di libri avvelenati, volesse Dio che fosse
gradita a' soli eretici, a' quali, mentr'essi non credono
più alla vera chiesa, non è difficile il non
creder più niente. Ciò ch'è degno di
lagrime, è il vedere che oggidì codesti libri
si procurano con ansia, e si leggono con qualche applauso
nella nostra Italia anche da' cattolici, i quali con leggerli
non è possibile che non ne restino almeno in qualche
modo infettati. A tal fine io ho procurato di dar fuori
quest'operetta, acciocché i confessori e tutti coloro
che hanno zelo di Dio, i quali forse non hanno il comodo
di leggere l'opere grandi mentovate di sopra, almeno stiano
intesi in breve degli errori che corrono, e delle ragioni
per confutarli.
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442 -
PARTE
I. - CONTRA I MATERIALISTI
CAP.
I.
Si prova la necessità d'un primo principio creatore
del tutto, e si confutano i falsi sistemi così del
processo infinito delle cause, come della materia increata
ed eterna, disposta dal fortuito concorso degli atomi.
È
questione se diansi o no veri atei d'intelletto: è
certo non pertanto che ve ne sono molti di volontà
i quali per non aver freno alle loro passioni disordinate
vorrebbero che non vi fosse Dio che li castigasse; onde
per liberarsi da un tal timore e da' rimorsi della coscienza,
cercano quest'infelici di mettere in dubbio la divina esistenza.
Ma io non posso né potrò mai credere che essi
giungano a persuadersi pienamente non esservi un Dio fattore
e governatore del tutto. Nulla enim (disse Cicerone1) est
gens tam fera, tam immanis, cuius mentem non imbuerit divinitatis
opinio. Multi de Deo prava sentiunt: omnes tamen esse vim
et naturam divinam arbitrantur. Gli uomini, le bestie, le
piante, i cieli, i pianeti, i mari, e tutte le altre cose
che vediamo, ci dimostrano chiaramente esservi un Dio che
l'ha create, come dicono le sacre scritture: A magnitudine
enim speciei, et creaturae cognoscibiliter poterit Creator
horum videri2. Loquere terrae, et respondebit tibi... Quis
ignorat quod omnia haec manus Domini fecerit3? Invisibilia
enim ipsius a creatura mundi, per ea quae facta sunt, intellecta
conspiciuntur: sempiterna quoque eius virtus et divinitas,
ita ut sint inexcusabiles4.
È
certo che niuna cosa può aver l'essere dal nulla,
perché il nulla non può dare quell'essere
che non ha: Nemo dat quod non habet. Dunque ogni cosa prodotta
o deve esistere da se stessa o ha d'aver l'esistenza da
un'altra cagione. Da sé non può esistere,
perché una cosa che prima non è non può
darsi l'essere che non ha; altrimenti ne risulterebbe una
inevitabile contraddizione, cioè che la stessa cosa
sarebbe insieme prodotta e non prodotta: prodotta, perché
prima non esisteva e dopo esiste; non prodotta, perché
non ha ricevuto l'essere da altri, ma da se stessa. Inoltre
se una cosa potesse darsi l'essere da sé sarebb'ella
perfettissima; poiché potendo darsi l'essere indipendente
(che sarebbe la massima perfezione), avrebbesi potuto dare
ancora tutte l'altre perfezioni. Ma noi vediamo tutte queste
creature imperfette, mortali e corruttibili; dunque è
chiaro, che non han potuto darsi l'essere da loro stesse,
ma l'han dovuto ricevere da una prima cagione perfetta ed
indipendente, qual è il nostro Iddio.
Ma
dicono che tutte le cose esistenti non hanno già
avuto principio, ma sono un'infinita serie di cause, l'una
dipendente dall'altra. Dunque rispondiamo in breve: se tutte
queste cose son dipendenti, dee per necessità ammettersi
un primo principio indipendente, da cui tutte esse dipendano;
altrimenti ne sorgerebbe un'altra contraddizione, poiché
bisognerebbe dire che queste cose da una parte son tutte
dipendenti, mentre l'una dipende dall'altra: ed all'incontro
che sono indipendenti, mentre non dipendono da altra cagione
che da loro stesse.
Né
giova dire ch'elle siano infinite, perché la loro
infinità è ad esse estrinseca, che non muta
la loro natura d'esser dipendenti; onde se non si ammettesse
la prima cagione da cui hanno l'origine, niuna di loro esisterebbe.
Sicché sebbene ammettessimo la supposta serie infinita
di cause, nulladimeno non avendo alcuna di loro (come abbiam
veduto) virtù di produrre se stessa, bisogna sempre
per necessità assegnare a tutte una prima cagione,
o sia un creatore, il quale abbia da sé l'esistenza,
ed egli l'abbia a tutte le cose comunicata.
Replicano
altri increduli che non è necessario ricorrere al
processo infinito delle cause per negare la necessità
di questa prima cagione: mentre dicono che la materia è
eterna ed increata.
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443 -
Ma
noi diciamo che questa materia eterna ed increata non può
darsi: perché se si desse, ne seguirebbero molti
grandi assurdi. Il primo, che si darebbe un infinito maggiore
di un altro infinito. Ecco come: Se vi fosse questa materia
eterna increata, ella esisterebbe necessariamente da sé,
e così sarebbe illimitata ed infinita, non avendo
da chi abbia potuto ricevere limitazione. Quindi avverrebbe
il darsi un infinito maggiore di un altro infinito; poiché
il diametro, ossia la linea che scorre dall'una all'altra
parte di questa materia fisica infinita sarebbe ella infinita,
ed all'incontro ogni parte di questa linea materiale sarebbe
ancora infinita, perché interminabile; sicché
il primo infinito che comprende tutta la linea sarebbe maggiore
del secondo infinito che abbraccia una sola parte.
Il
secondo assurdo è, che se la materia fosse stata
eterna, non vi sarebbe alcuna cosa prodotta. La ragione,
perché ogni produzione materiale si fa per via di
moto; or se la materia fosse stata eterna, anche eterno
avrebbe dovuto essere il moto; sicché il moto di
qualunque produzione avrebbe avuto a procedere da una eternità
antecedente; ma essendo l'eternità impertransibile,
questo moto non avrebbe potuto mai giungere al termine di
produrre alcun effetto. Onde se la materia fosse stata eterna,
e per via del supposto moto avessero avuto a prodursi tutte
le cose, non vi sarebbero né uomini né bestie
né piante né altra cosa di quelle che noi
vediamo già esistere nel mondo. Spieghiamo più
chiaramente l'evidenza di quest'assurdo. Se il mondo fosse
ab aeterno, niun uomo avrebbe potuto nascere; poiché
niuno infatti avrebbe potuto nascere, finché non
fosse passato un numero infinito di generazioni; ma un numero
infinito è impossibile che passi: mentre per passare
un tal numero vi sarebbe stato bisogno di principio: ma
l'infinito non ha principio. Non ha principio né
termine; ma assegnando la generazione di ciascuno, noi daremmo
termine all'infinito. Da tutto ciò evidentemente
si vede che se il mondo fosse stato ab aeterno, sarebbe
stato impossibile che alcun uomo mai nascesse.
Il
terzo assurdo è, che dato per possibile che il moto
di questa materia avesse potuto passare alle produzioni
presenti, supposta l'eternità della materia, ne nascerebbe
che di presente vi sarebbero in questo mondo infiniti uomini,
infiniti bruti, infinite piante; poiché procedendo
da un'eternità il loro numero dovrebbe essere infinito,
ed infinita dovrebbe essere ancora la terra per potervi
capire questi infiniti oggetti materiali; quandoché
noi vediamo all'incontro, che questa terra è limitata
e finita.
Il
quarto assurdo è, che se il mondo fosse ab aeterno,
dovrebbe anche in eterno permanere; onde tutte le cose che
lo compongono dovrebbero altresì durare necessariamente
in eterno: il che evidentemente è falso. E lo proviamo
così: Se il mondo è da sé, ed eterno
a parte ante, egli è intrinsecamente necessario ed
indipendente: e se è necessario ed indipendente,
dev'essere necessariamente eterno a parte post, poiché
la sua esistenza è identificata colla sua natura:
onde non può non esistere; altrimenti ne nascerebbe
la contraddizione, che sarebbe necessario e non necessario.
Posto ciò, se il mondo è necessariamente eterno,
debbono essere necessariamente eterne anche le sue parti,
perché dalle parti egli viene composto. Ma noi vediamo
che queste parti non sono necessarie; perché ben
potrebbe succedere (per esempio) che niun uomo potesse o
volesse più generare, e così si estinguerebbe
una delle sue più nobili parti; e lo stesso può
dirsi delle altre specie di cose. Dunque se tutte le parti
del mondo possono estinguersi, si rende evidente che il
mondo non può essere eterno da sé. Ma non
dice s. Tommaso, che Dio potea creare il mondo ab aeterno?
Dunque (dicono), se Dio avesse creato ab aeterno queste
parti del mondo, già
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444 -
elle
sarebbero eterne. Ma ciò non osta; perché
posto che Dio ha creato il mondo, ancorché l'avesse
creato ab aeterno, conforme liberamente l'avrebbe ab aeterno
creato, così liberamente potrebbe distruggerlo. E
perciò si è detto che il mondo non può
essere eterno da sé.
Inoltre
se il mondo fosse ab aeterno, ne nascerebbe che sarebb'egli
insieme necessario e contingente. Necessario da una parte;
perché essendo increato ed indipendente, dovrebbe
necessariamente esistere: Contingente dall'altra (cioè
possibile a non esistere, come infatti egli è), perché
il mondo certamente è composto di diverse e distinte
parti, siccome le vediamo: all'incontro queste parti son
tutte contingenti per la ragione addotta di sopra, cioè
perché niuna cosa materiale prodotta ha potuto avere
l'essere da se stessa, ma l'ha dovuto ricevere da un primo
principio; se dunque tutte queste parti son contingenti,
non possono elle comporre un tutto necessario. Né
giova, per ischivare quest'assurdo, ricorrere alla serie
infinita delle cause; perché essendo queste tutte
dipendenti l'una dall'altra, e perciò necessariamente
contingenti, non può essere l'una principio dell'altra.
Diranno
contra ciò, che non vale argomentare da' singolari
all'universale, mentre può un attributo convenire
all'universale, benché non convenga ai singolari;
onde dicono, che quantunque le parti sieno contingenti,
il tutto nondimeno è necessario. Rispondo, che allora
non vale argomentare da' singolari all'universale, quando
l'attributo conviene al tutto, ma non conviene essenzialmente
alle parti: per esempio il nome d'esercito non conviene
a ciascun soldato, ma solo conviene alla moltitudine di
tutti i soldati. Quando all'incontro l'attributo conviene
essenzialmente a ciascun de' singolari, ben si argomenta
da' singolari all'universale: per esempio, l'esser mortale
conviene essenzialmente a ciascun uomo in singolare, perché
la mortalità compete alla natura umana; dunque la
mortalità conviene essenzialmente a tutti gli uomini
in generale. E così nel caso nostro, se l'esser contingente
conviene essenzialmente alle parti di questo universo materiale,
conviene ancora al tutto. Se dunque il tutto è contingente
e non necessario, non può essere eterno ed increato,
ed avere l'esistenza da sé, come di sovra si è
detto.
Ma
replicano i contrarj, che non osta il dire che se la materia
fosse eterna, questo universo sarebbe insieme necessario
e contingente, mentre un tutto necessario non può
venir composto dalle sue parti che son contingenti: dicono
che ciò non osta, perché le parti benché
sian contingenti in quanto alla forma che non hanno da sé
stesse, ma la ricevono da altri; nondimeno son necessarie
in quanto alla materia o sia sostanza, che non ricevono
da altra cagione. Ma noi dimandiamo: questa forma da chi
mai l'hanno ricevuta coteste parti? Risponderanno, che l'hanno
ricevuta dalle cause infinite producenti l'una l'altra;
ma questo processo delle cause infinite già l'abbiam
confutato di sopra, perché essendo elleno tutte dipendenti,
per necessità han dovuto avere un primo principio
indipendente. O pure diranno che la loro forma l'han ricevuta
dal fortuito combinamento degli atomi, i quali a caso accozzandosi
gli uni cogli altri han così formate tutte le cose
di questo mondo. Ma rispondiamo: che questo ridicolo sistema
del casuale concorso degli atomi, oltre l'essere ributtato
da tutti per più ragioni, egli non può sussistere.
Per prima, è certo che in questo mondo vi sono le
sostanze spirituali (come vedremo nella seconda parte al
capo III.); or queste certamente non han potuto aver l'origine
da questi atomi che sono materiali, poiché la materia
non può dare quell'essere spirituale che non ha né
contiene in sé o formalmente o eminentemente; come
noi confessiamo che Dio crea la materia, non già
contenendola in sé secondo la di lei propria forma
e natura, essendo egli puro spirito, ma solo eminentemente,
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445 -
perché
in sé contiene tutte le perfezioni della materia,
in quanto all'esser di lei. Per secondo, qual matto mai
potrà credere, che il caso ch'è cieco, e non
ha né ragione né ordine, abbia potuto dar
ordine ed un ordine così stabile alle cose di questo
mondo? al sole, acciocché faccia sempre stabilmente
il suo corso in ogni anno, ed in ogni giorno? agli uomini
ed a' bruti, acciocché generino i loro parti sempre
della stessa specie? agli arbori, acciocché producano
sempre le stesse frutta, e sempre nelle medesime stagioni?
Cicerone deride questi sciocchi, che vogliono composto il
mondo a caso dagli atomi, dicendo: Si mundum efficere potest
concursus atomorum, cur porticum, cur templum, cur domum,
cur urbem non potest, quae sunt multo faciliora1? Onde parlando
poi questo medesimo gentile dell'ordine ammirabile, con
cui si veggono regolati i cieli ed i pianeti, disse: Quid
potest esse tam apertum, cum coelum aspicimus, quam aliquod
esse numen praestantissimae mentis, quo haec regantur?
Dicono
gl'increduli: è vero che quest'ordine è ammirabile,
ma egli è stato posto dalla stessa natura. Dimando
loro cosa intendano per natura? È ella intelligente
o priva di ragione? Se è intelligente, bene, già
siam d'accordo, perché questa natura intelligente
noi diciamo esser Dio. Se poi è priva di ragione,
replichiamo la stessa risposta data di sopra: chi mai potrà
persuadersi che una tal supposta natura, priva di ragione
e d'intelligenza, abbia potuto formare un ordine sì
ben regolato, per formare il quale certamente v'è
stato bisogno d'una somma sapienza? Se io vedo la struttura
d'una rozza capanna, debbo dire che fu opera di qualche
mente; e poi vedendo la fabbrica d'un mondo potrò
mai pensare ch'ella sia stata formata a caso, e che sia
opera d'una mano che non ha mente?
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1
L. 1. Quaest. Tuscul.
2
Sap. 13. 5.
3
Iob. 12. 7.
4
Apost. Rom. 1. 19.
1
L. 2. de natura Deorum.
PARTE
I. - CONTRA I MATERIALISTI
CAP. II. Si confuta brevemente il mostruoso sistema
di Benedetto Spinoza.
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-
445 -
CAP.
II. Si confuta brevemente il mostruoso sistema di Benedetto
Spinoza.
Prima
di tutto è ben che si sappia il carattere di quest'empio.
Egli nacque in Amsterdam nell'anno 1632. Non professò
alcuna religione, poiché sebbene nacque da parenti
giudei, nondimeno rifiutò e derise la dottrina de'
giudei, talmente che da essi fu scomunicato. Né fu
già cristiano, come alcuni han pensato, mentre non
ricevé mai il battesimo; ed intanto si chiamò
Benedetto, perché da' parenti gli fu imposto il nome
di Baruch, che nella nostra favella significa Benedetto:
meglio non però gli sarebbe stato proprio il nome
di maledetto, giacché fu egli un perfetto ateo, che
si fece un Dio ed una religione a suo capriccio. Visse il
miserabile quasi sempre vagabondo, e morì nel 1677.
in età di 44 anni compiti, di male di etisia. Per
altro, scrive il Bayle nel suo dizionario2 che la sua dottrina
non ebbe che pochi seguaci, i quali neppure son certi.
Ecco
il sistema esecrando dello Spinoza: dice che la sostanza
dell'universo è una sola e semplice, ma tutta materiale.
Questa sostanza egli suppone essere Dio; e dice che ella
è attiva e passiva: passiva in quanto è estesa,
attiva in quanto è pensante. Indi suppone che tutte
le cose particolari di questo mondo non son altro, se non
modificazioni della medesima sostanza: le materiali della
materia passiva estesa, le spirituali della materia attiva
pensante; ma secondo lui non vi sono oggetti spirituali,
perché tutto è materia.
Or
giacché, secondo Spinoza, tutto quest'universo composto
d'una sola sostanza materiale è Dio, e tutti gli
uomini e le altre cose, animali, alberi, pianeti, acque,
monti, son modificazioni di questo Dio: dunque secondo lui
ogni uomo è Dio, ogni mosca è Dio, ogni filo
d'erba, ogni goccia d'acqua, ogni pietra è Dio. Dunque
questo Dio di Spinoza è senza libertà, perché
quanto succede tutto succede per necessità. Questo
Dio ora è erba, ora grano, ora pane. Egli in un legno
si genera, in un altro si corrompe. Egli si ama in quell'uomo
ed in quell'altro si odia. In uno si loda, in un altro si
bestemmia. In
-
446 -
uno
si bentratta, in un altro si uccide. Ora è sacerdote
sugli altari, ora assassino di strada, adultero e ladro.
È maraviglia che un uomo ragionevole abbia potuto
dire spropositi sì insussistenti; ma è maggior
maraviglia l'essersi trovati altri che l'abbian potuto chiamare
un gran filosofo, invece di chiamarlo un gran matto. Ed
un certo suo discepolo (più empio del maestro) che
stampò le di lui opere, giunse a dire questa bestemmia:
che benché Spinoza abbia insegnata una regola di
vita contraria a quella di Gesù Cristo e degli apostoli,
nulladimeno la sua sentenza nulla discrepa dalla dottrina
di Gesù Cristo.
Molti
autori hanno scritto a lungo, e confutato quest'empio sistema,
il Durio, il Tomasio, il Moseo, il Moro, l'Oezio, il Belio
ed altri; ma io in breve mi sbrigherò con assegnare
due chiare insussistenze di questo ridicolo sistema. Che
dice Spinoza? Dice che quest'universo, che egli fa Dio,
non è altro che una stessa e semplice sostanza materiale
con diverse modificazioni. Ed io dico per prima, che quest'unica
e semplice sostanza materiale non può darsi; perché
essendo ella semplice e per conseguenza non avendo parti,
non può avere diverse figure o sieno modificazioni,
come di triangolo e di circolo: poiché la diversità
delle figure, dipende dalla diversa combinazione delle parti,
quandoché la sostanza semplice non ha parti: ma noi
vediamo in questo mondo tante diverse figure e modificazioni;
dunque bisogna dire che questo mondo non è una sola
e semplice sostanza, ma un composto di sostanze distinte
materiali (oltre le spirituali che nella seconda parte al
cap. III. dimostreremo già esservi nel mondo), le
quali quantunque sieno della stessa materia in quanto al
genere di materia, nulladimeno non sono della stessa materia
in quanto alle specie particolari materiali: e tanto meno
in quanto agli individui, perché ogn'individuo di
qualche specie materiale è bensì di simil
materia, ma non della stessa materia.
Dico
per secondo, che quantunque Spinoza ammettesse la sostanza
dell'universo composta di parti e non semplice, neppure
questa sostanza (essendo una, com'egli suppone) potrebbe
nello stesso tempo ricevere diverse figure (quando all'incontro
noi già vediamo nello stesso tempo molte cose diversamente
figurate), perché una figura distrugge l'altra, come
la figura del circolo distruggerebbe quella del triangolo.
Dunque, se la materia composta non può ricevere nello
stesso tempo diverse figure e modificazioni, tanto meno
può riceverle la materia semplice.
Oltreché
essendo quest'universo composto di diverse parti divisibili
e soggette a diverse mutazioni (conforme abbiam dimostrato),
se questo universo fosse Dio, come bestemmia lo Spinoza,
ne nascerebbe che Dio sarebbe divisibile e mutabile, il
che non può dirsi di un ente infinitamente perfetto,
qual è il nostro Dio, ridotto da Spinoza ad esser
rospo, pietra, letame, perché secondo lui ogni cosa
è Dio. O Dio sommo e vero Dio, che cosa vi fanno
diventare gli uomini da voi così amati e sollevati
sopra l'altre creature!
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2
Verb. Spinoza.
PARTE
I. - CONTRA I MATERIALISTI
CAP. III. Dell'esistenza di un Dio indipendente,
prima cagione di tutte le cose, ed infinito in tutte le
perfezioni.
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446 -
CAP.
III. Dell'esistenza di un Dio indipendente, prima cagione
di tutte le cose, ed infinito in tutte le perfezioni.
Lasciando
dunque da parte questo vano sistema di Spinoza, e l'altro
già antecedentemente confutato della materia eterna
ed increata; e posto per certo, come abbiamo provato di
sopra, per 1. che un essere non può avere la sua
esistenza dal nulla, perché il nulla non può
niente: per 2. che niuna cosa può dar l'essere a
se stessa, perché esisterebbe prima di essere, dandosi
l'essere quando non ancora esiste: per 3. che tutte le cose
prodotte, ancorché si fingano infinite, non possono
esistere senza una prima cagione producente; perché
essendo tutte dipendenti, per necessità han dovuto
procedere da un primo principio indipendente: e vedendo
all'incontro tante cose già prodotte in questo mondo,
dobbiamo
-
447 -
necessariamente
confessare che vi sia un Dio prima cagione e creatore del
tutto.
Si
aggiunge a tutto ciò l'interno lume impresso negli
uomini dalla stessa natura, per cui ci si manifesta l'esistenza
di Dio. Or questo lume naturale si prova dal vedere che
tutte le nazioni han riconosciuta una divinità suprema
e l'hanno adorata. E se mai taluno l'ha negata in qualche
tempo, in cui stava più immerso nelle passioni e
nei vizj, poi l'ha creduto in un altro: Mentiuntur (dicea
Seneca) qui dicunt se non sentire Deum. Or questa idea di
Dio chi altri mai poteva imprimerla così universalmente
agli uomini se non Dio stesso? Forse l'inclinazione al piacere?
No certo, perché l'amor proprio piuttosto dovea indurre
l'uomo a credere che non vi fosse alcun suo superiore il
quale gl'impedisse di servirsi della propria libertà
a suo talento. Forse un certo panico timore del male che
possa avvenirgli? Ma come l'uomo può temere un Dio,
se prima non si forma l'idea di questo Dio? Chi mai potrebbe
temere de' fulmini, se non avesse di essi l'idea? Sicché
l'idea di Dio precedé necessariamente il timore;
e l'uomo conobbe Dio prima di temerlo.
Forse
l'idea di Dio ci è stata impressa dall'educazione,
come scioccamente dicono alcuni? Ma qui va la stessa risposta,
che l'educazione non poté propagare l'idea di Dio
avanti che questa idea vi fosse nel mondo. Se poi dicessero
che questa idea fu ab aeterno, ed ab aeterno propagata coll'educazione,
bisognerebbe ch'essi prima provassero questo falso supposto,
che gli uomini fossero ab aeterno. Oltreché se gli
uomini fossero stati ab aeterno, come già ab aeterno
poteano avere questa idea (falsa già come dicono
gli increduli) d'un Dio creatore e signore del tutto? Se
poi dicessero, che tale idea fu introdotta nel tempo; rispondiamo
che ella o cominciò coll'uomo o dopo di esso. Se
coll'uomo; dunque il suo creatore è stato quello
che gl'impresse nell'anima questa idea di se stesso. Se
dopo del primo uomo, ci dicano quando nacque la suddetta
idea; o almeno dimostrino quando non v'era. Chi poi non
vede quanto differisca l'educazione dalla natura? I sentimenti
dell'educazione si mutano secondo l'etadi e le monarchie:
ma i dettami della natura son permanenti e perpetui, com'è
appunto l'idea di Dio, regnata in tutte l'età e monarchie
anche de' barbari. Concedo che l'educazione può pregiudicare
alla qualità dell'adorazione che deve esibirsi a
Dio, dopo che l'ignoranza dei genitori e l'autorità
dei regnanti abbia introdotta qualche falsa religione, come
i giapponesi adorano Amida ed altri idolatri che hanno adorato
il sole. Ma l'impressione dell'esistenza d'un Dio, perché
non è stata insegnata dagli uomini, ma inserita dalla
natura, da lei stessa ci viene avvisata e persuasa. Se dunque
dalla stessa natura, la quale nihil agit frustra, ci è
stata stampata nell'anima l'idea di Dio, a qual fine la
natura ce l'ha falsamente impressa ed ha voluto ingannarci?
E perché piuttosto non ci ha impresso che tutto è
stato fatto dal caso, come dicea Democrito? O pure che 'l
mondo è stato ab aeterno, come dicono altri, se in
verità tutto si è operato a caso, o il tutto
sussiste ab aeterno, ed in fatti non vi è questo
Dio creatore del tutto?
Forse
l'idea di Dio è stata inserita dalla politica de'
principi, come sognano altri, per mantenere i sudditi in
timore, affinché così stiano in pace e siano
ubbidienti alle leggi? Se dunque un tale inganno tanto conduce
alla pace comune e ad evitare i disordini, quando anche
non vi fosse Iddio, dovressimo noi desiderar che vi fosse.
Ma è cosa troppo strana di voler dire che l'uomo
nato alla società sia stato talmente destituito di
aiuti a poter conservare un commercio regolato, che abbia
avuto bisogno d'inganni per contenersi nel suo dovere! Inoltre
chi mai potrà persuaderci che l'idea dell'esistenza
di Dio sia stato un inganno ritrovato dalla politica, se
prima non si dinoti il tempo in cui nacque il principe
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448 -
che
inventò questa favola? E per ultimo chi mai potrà
credere che uno o pochi monarchi abbiano potuto aver la
forza di far credere a tutto un genere umano una invenzione
di tal sorta, con privarlo della sua libertà, senza
altro fondamento che della loro autorità? La sola
autorità priva di ragione non avrebbe certamente
potuto mai persuadere così costantemente per vera
un'impostura a tutti gli uomini, tra i quali vi sono (e
sempre vi sono stati) tanti savj e prudenti, che dalla ragione
vengono illuminati e regolati.
È
vero che il politeismo per l'ignoranza de' popoli, e per
la corruzione de' costumi inondò per molto tempo
la maggior parte della terra; ma non tutta, poiché
più milioni d'ebrei, (e come vogliono alcuni, anche
i cinesi per due mila anni) adorarono un solo Dio. Nondimeno
già si sa che quell'empio culto cominciò dalla
torre di Babilonia, dove il primo imperatore fu per la prima
volta adorato per Dio. Di più si sa, che il politeismo
non ebbe durata: dopo la nascita del cristianesimo egli
perdé il credito; ed al presente solamente regna,
dove regna l'ignoranza unita col vizio; ond'egli è
abbracciato solo da chi ama di vivere ingannato. Di più
si sa che la credenza di più Dei regnava prima nel
solo volgo, il quale come gregge di pecore seguita il costume;
ma non già nelle persone sagge. I filosofi, come
Socrate, Platone, Tullio, Seneca, ed i poeti deridevano
la moltiplicità degli Dei, benché nell'esterno
fingessero di venerarli, per non esser rimproverati dal
volgo. Anzi, secondo Tertulliano, lo stesso volgo nei casi
di spavento si volgea ad invocare, non più Dei, ma
uno solo: segno che un solo la natura glie n'additava per
vero Dio. Per ultimo non osta al nostro assunto che i pagani
adorassero più Dei: i popoli se non fossero stati
persuasi dalla natura dell'esistenza d'un vero Dio, non
avrebbero adorati i falsi. Quel che è certo si è,
che l'esistenza d'una divinità è stata creduta
da tutti gli uomini.
Or
se sarebbe sciocchezza il negare che vi sia stato un Alessandro,
un Nerone, con tutto ciò che non sia noto che alla
minor parte degli uomini; qual temerità sarà
il negare l'esistenza di Dio, che è nota a tutto
il genere umano? Ma l'esistenza di Alessandro, di Nerone
è stata veduta cogli occhi, e l'esistenza di Dio
no. Dunque (rispondo) la pruova de' sensi vale più
di quella della ragione? E se vogliono pruova sensibile
dell'esistenza di Dio, eccola nell'Esodo al cap. 19., dove
egli si fe' vedere in forma di fuoco, e fe' sentir la sua
voce a tre milioni di persone. Eccola benanche nella fabbrica
del mondo: per mezzo di questo, non potendo Dio apparirci
in persona, egli ci manifesta la sua esistenza. Ogn'insetto
più vile, ogni erba del campo è certamente
con maggior sapienza formata che qualunque macchina fatta
dall'arte umana. Or se la struttura d'una capanna ci convince
che fu fatta da una mano intendente, non dovrem confessare
che la gran fabbrica di questo mondo fu formata da una somma
sapienza e somma potenza? Sicché se gli increduli
han perduta la luce per conoscere l'esistenza di Dio, come
la conoscono tutte le nazioni, si persuadano non esser ciò
argomento che non vi sia Dio, ma che la loro ignoranza è
un giusto castigo della loro dissolutezza ed ostinazione
in aver voluto immergersi nel fango de' vizj a dispetto
de' lumi divini che gli esortavano a fuggirli.
Non
può dunque negarsi che vi sia un Dio prima cagione
e creatore del tutto. E se Dio è prima cagione del
tutto, è ancora immenso, e presente a tutto in ogni
luogo ed in ogni tempo; perché essendo egli prima
cagione di tutte le cose, non solo ha dovuto crearle, ma
deve ancora continuamente ed attualmente lor comunicare
l'essere per conservarle; poiché la conservazione
è una continua creazione, come dicono comunemente
i teologi; altrimenti tutte le creature finirebbero d'essere.
Di più se è prima cagione, dobbiamo ancora
confessarlo sommamente intelligente; altrimenti non avrebbe
potuto comunicare
-
449 -
all'uomo
l'intelligenza che l'uomo possiede, non potendo essere nell'effetto
alcuna perfezione, la quale non sia prima nella causa. Oltreché
l'ordine di tutte le parti di questo mondo ben fa conoscere
ch'è stato disposto da una mente d'infinita sapienza,
mentre gli uomini con tutta la loro arte ed ingegno non
possono giungere a fare ciò che fa la natura. Chi
mai è giunto a formare un fiore che odora, una formica
che cammina, un'ape che vola?
Di
più, se Dio è prima cagione, è anche
indipendente; e se egli è indipendente, è
ancora eterno; giacché non potendo essere stato dal
nulla, né avendo avuto l'essere da altri, né
potendo essere distrutto da altra potenza superiore, perché
egli è onnipotente, necessariamente deve essere eterno
senza principio, senza fine. Di più se è indipendente
e da sé, è ancora infinito in tutte le perfezioni,
poiché non ha potuto esservi chi gli abbia posto
limitazione. Sicché egli è d'infinita sapienza,
d'infinita potenza, d'infinita bontà, d'infinita
giustizia. E se è infinito, ed ha tutte le perfezioni,
è necessariamente uno; perché se vi fossero
più Dei, niun di loro sarebbe in tutto perfetto,
mentre la perfezione dell'uno mancherebbe all'altro: sicché
niun di loro avrebbe infinita potenza; giacché non
potrebbe l'uno distruggere ciò che dispone l'altro:
né infinita sapienza, non sapendo l'uno quel che
pensa l'altro. In somma essendo Dio bene infinito, è
incomprensibile. Quindi ognun vede, quanto sia grande l'ingiustizia
che gli fanno coloro i quali perché non possono giungere
a comprenderlo lo negano. Questo Dio, dicono alcuni sciaurati,
come vogliamo crederlo, se non l'arriviamo a comprendere?
Oh Dio, e come mai le nostre menti che son così limitate
e finite, possono comprendere un bene infinito! Non arriviamo
noi a comprendere neppure la natura di un moschino o d'un
fiore, e poi vogliamo comprendere un Dio! Se noi lo comprendessimo,
o non sarebbe Dio quel bene infinito qual è, o noi
saressimo Dio.
Sì
che vi è Dio. Est Deus in Israel. E mentre al presente
quest'infelici ed ingrati increduli non vogliono soggettarsi
alle di lui sante leggi, e perciò lo negano, ben
lo riconosceranno allorché saran giunti all'eternità,
dove l'avranno punitor eterno così delle loro scelleraggini,
come della loro ingiusta incredulità.
PARTE
II. - CONTRA I DEISTI
Cap. I. Si prova la verità della religione
cristiana rivelata.
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PARTE
II. - CONTRA I DEISTI
Cap.
I. Si prova la verità della religione cristiana rivelata.
La
religione cristiana trae l'origine da Gesù Cristo,
che venne a redimere il mondo. Egli era stato già
predetto nel vecchio testamento, non solo come Redentore,
ma anche come maestro degli uomini: onde questo Messia promesso,
allorché venne al mondo, non solo confermò
la dottrina del testamento antico, ma ancora insegnò
nuove dottrine, che nel nuovo si ritrovano registrate. Sicché
la religion cristiana abbraccia tutte le dottrine rivelate
così nel vecchio come nel nuovo testamento. Questa
religione è quella che intendiamo qui provare contro
i deisti: i quali per altro non han fatto un sistema regolato
di religione, né sono tutti dello stesso sistema,
ma secondo il lor capriccio ne' loro scritti chi ha buttato
di slancio un errore, e chi un altro: ma tutti ammettono
l'esistenza di Dio. Altri nonperò fanno questo Dio
materiale, come gli Spinozisti, conforme abbiam veduto di
sopra: altri negano l'immortalità dell'anima: altri
negano l'eternità dell'inferno: ma tutti ributtano
la divina rivelazione, dicendo esser ella impossibile ed
inutile, potendo ottenersi la salute colla sola religion
naturale; e con ciò dicono molti di loro, che gli
ebrei, i maomettani ed anche gl'idolatri, che tutti in somma
possono salvarsi nella loro propria religione, dando a Dio
quel culto che la ragion naturale lor detta. E questi propriamente
-
450 -
son
chiamati naturalisti, a differenza di altri deisti, che
son chiamati latudinarj, indifferentisti, o politichisti:
il sistema de' quali è, che Dio vuol essere riconosciuto
nella sua divinità, ma si contenta e si compiace
di esser venerato in diversi luoghi con diversi culti, secondo
comandano i principi, ed i magistrati de' regni, in qualsivoglia
religione che siasi; perché ciò conviene (come
dicono) a conservare la pubblica pace.
Dunque
secondo questo bel sistema Dio ordinerebbe tenere diverse
fedi tra loro contrarie. Secondo questo, dovremmo dire che
s. Stefano in Gerusalemme giustamente fu lapidato come reo,
perché riprovò la religione osservata da'
giudei: e lo stesso dovressimo dire di Gesù Cristo.
Secondo questo, se in Europa siamo obbligati a confessare
Gesù Cristo per Dio, in Costantinopoli siam tenuti
a tenerlo per puro uomo. Secondo questo, Dio in Italia ci
comanda a credere la presenza reale di Gesù Cristo
nel sagramento dell'altare, ed in Inghilterra ci comanda
a negarla: dunque necessariamente ci comanda a credere una
falsità; perché se la detta presenza è
vera in Italia, è falsa in Inghilterra; e se in Inghilterra
è vero che non vi sia la presenza reale, ciò
è falso in Italia. Dunque se io giurassi in Inghilterra
che il re è capo della chiesa, Dio mi premierebbe
quest'atto come meritorio col paradiso; ma se poi giurassi
ciò in Italia, Dio mi castigherebbe coll'inferno,
perché ciò tra noi è eresia. Ed ecco
con questo bel sistema distrutta ogni religione ed ogni
divinità, che in diversi luoghi sarebbe contraria
a se stessa, e per lo medesimo atto premierebbe in un luogo,
e castigherebbe in un altro. Ecco dove arriva l'ottenebrazione
degli uomini, quando si rilasciano ne' vizj!
E
poi, se è vero che Dio si contenta di essere adorato
in qualsivoglia religione, come è possibile che Dio
voglia contentarsi, o pure permettere (secondo dicono almeno
i latudinarj) di essere adorato con una falsa adorazione,
contro il suo onore divino, al qual egli non può
rinunziare, permettendo l'idolatria, che è l'azione
più sacrilega di tutte? Iddio è infinitamente
santo, saggio, eterno ed indipendente; ciò non si
nega da' latudinarj: or come poi potea permettere nella
religion de' pagani di essere adorato in persona d'un Giove
parricida, d'una Giunone incestuosa, d'un Mercurio ladro,
d'un Apollo disonesto, i quali tutti erano stimati mere
creature, dandosi loro padre e madre? Come mai Dio ch'è
santo, eterno, indipendente, potea permettere d'essere adorato
in persona di questi dei, a cui tanti vizj si appongono?
Ciò rimproverava a' gentili Atanagora, dicendo: Dii
non fuerunt ab aeterno, sed quisque natus, ut nos nascimur.
E Minuzio Felice così ancora si burla de' pagani:
Manifestum est homines illos fuisse, quos et natos legimus
et mortuos scimus. È vero che i filosofi internamente
teneano per false queste deità, sapendo ch'elle erano
state inventate da' poeti, e poi trasportate nei teatri,
e di là ne' templi; nulladimeno, ordinandosi nell'imperio
romano di adorarli, i medesimi anche si univano cogli altri
nel venerarli esternamente. E questa sacrilega adorazione
come mai potea da Dio esser permessa?
Replicano
altri deisti (che propriamente son chiamati naturalisti),
e dicono che per ottener la salute basta seguir la religione
naturale, impressa dalla stessa natura: la quale c'insegna
a credere, esservi un solo Dio creatore del tutto, che punisce
i vizj, e premia le virtù; ma che Dio da noi altro
non richiede che la riverenza alla sua maestà, e
'l non fare agli altri ciò che per noi non vogliamo.
E perciò dicono, che ben può salvarsi l'uomo
in tutte quelle religioni, che abbracciano queste verità,
e questi due precetti, come sono la cristiana, l'ebrea e
la maomettana. Ma io rispondo a cotesti naturalisti: dunque
un cristiano ben può adorare Gesù Cristo per
vero Dio; ma s'egli poi si fa ebreo, potrà lecitamente
-
451 -
credere
che Gesù Cristo fu un semplice uomo, anzi un malfattore
giustamente crocefisso? Ma s'è vera l'una e l'altra
religione, la cristiana e l'ebrea, come mai Dio può
contentarsi che una persona possa successivamente appigliarsi
o all'una o all'altra a suo arbitrio? Se Gesù Cristo
è Dio, come può permettere che uno lo tenga
per un semplice uomo, e per un ribaldo? E s'è puro
uomo, come Dio può contentarsi, che questo uomo sia
adorato per Dio, permettendo che l'adorazione a sé
dovuta si dia ad una creatura, a cui Dio (benché
volesse) non può cedere il suo onore divino? se Dio
non può permettere mai (come concedono gli stessi
naturalisti) quelle offese che son condannate dalla stessa
natura; quale offesa può darsi dalla natura più
abborrita, che rendere alla creatura l'adorazione dovuta
al solo creatore? Dunque se l'una o l'altra religione è
falsa, certamente o l'una o l'altra dev'essere proibita.
Lo stesso corre tra la religione cristiana e la maomettana.
La religione maomettana non solo nega a Gesù Cristo
l'esser divino e la divina adorazione, ma di più
ammette e precetta tante superstizioni ed empietà
dalla cristiana proibite.
Dice
un certo scrittore eretico: ma voi non dite che ben può
salvarsi chi siegue un'opinione probabile? Onde perché
poi non può salvarsi un uomo che creda essere la
sua religione probabilmente vera? Si risponde che circa
i precetti oscuri della legge, ben può salvarsi chi
siegue un'opinione probabile, formandosi il dettame pratico
certo in sua coscienza di operare lecitamente: ma circa
le cose di fede e necessarie alla salute, dicono tutti i
teologi con s. Agostino, che siam tenuti a seguitar le sentenze
certe e le più sicure; perché in ciò,
se si erra, non può ottenersi la salute, mentre si
erra circa i mezzi necessarj a conseguirla. Oltreché
contra la verità della nostra fede non può
aversi mai alcuna vera probabilità; solamente potranno
fingersela, ma non averla coloro che vogliono chiuder gli
occhi alla luce, per non veder la vera fede.
Ma
torniamo al punto propostoci di provare la verità
della nostra religione rivelata. Dicono gli avversarj, che
la rivelazione è impossibile ed inutile. Che ella
sia possibile, non occorre trattenerci a provarlo; mentre
da una parte l'uomo non è incapace di riceverla,
e dall'altra ben Dio può comunicarcela, sì
che quantunque l'uomo ne fosse naturalmente incapace, ben
può Dio colla sua onnipotenza farcela intendere.
Né occorre su questo punto più perder tempo.
Che
poi questa divina rivelazione sia anche necessaria all'uomo,
per dare a Dio quel culto che si merita, col credere quelle
cose che son degne di Dio, e coll'onorarlo praticando quelle
virtù che son le vere; ancora è chiaro che
dal vedere l'ignoranza che i popoli antichi senza la cognizione
delle cose rivelate hanno avuta di Dio, delle virtù
e della salute eterna. Circa la divinità, sappiamo
che molti hanno adorati per Dei uomini infami, adulteri,
ladri e crudeli: altri la fortuna, la febbre, il timore:
altri i pianeti, le bestie, le pietre, e sino le piante
degli orti. Nel Mogolle si adoravano le vacche: nella Tessaglia
le cicogne: nell'Assiria le colombe: nel Zeilan un dente
di scimia. I siri adoravano i pesci: gli africani le scimie:
gl'indi gli elefanti: i frigi i sorci; i lituani gli alberi.
Circa
poi le virtù, molti popoli han praticate le scelleraggini
più sozze e crudeli che possono immaginarsi, e così
pensavano di placare e piacere ai loro Dei. I traci onoravano
i loro Dei con divorare vivi gli uomini. I messicani una
volta scannarono ventimila persone sugli altari delle loro
deità. I cartaginesi chiudeano i fanciulli nelle
statue infocate di Saturno, e gli egizj giungeano a sacrificare
a Saturno sino i proprj figli. Gli spartani poi permetteano
per leciti i furti. Altri popoli, perché attribuivano
a' loro dei ratti, adulterj, ed omicidj, diceano esser questi
delitti virtù eroiche.
-
452 -
Chi
non vede, che in questa infelice ignoranza e confusione,
in cui apparisce distrutta anche la ragion naturale, era
assolutamente necessaria alcuna divina rivelazione, la quale
insegnasse agli uomini, chi fosse il vero Dio da adorasi,
quale il culto per onorarlo e quali le virtù per
esercitarle, e così guadagnarsi la salute eterna:
agli uomini, dico, a' quali perciò ha dato Iddio
l'uso della ragione, acciocché conoscessero la verità
delle cose, e così regolassero la loro fede, e vita.
Oppongono
i deisti ma perché ciò non può ottenersi
col solo lume della ragion naturale? Se Dio (dicono) non
avesse dato all'uomo questo lume naturale, che bastasse
a fargli conoscere così la vera religione, come le
varie virtù da praticare per salvarsi, egli sarebbe
stato ingiusto, perché avrebbe privato l'uomo senza
di lui colpa degli aiuti necessarj per ottenere la felicità
eterna ed evitare l'infelicità.
Ma
si risponde, che se Dio dopo il peccato originale non avesse
dato all'uomo la rivelazione, ma il solo lume naturale,
tale quale oggi scorgiamo negli uomini, questo (diciamo)
sarebbe stato insufficiente per ben credere, e ben vivere;
poiché l'uomo a cagione delle disordinate passioni
che lo dominano, e de' densi che l'inclinano al male, e
della poca notizia che ha delle verità eterne, anche
sarebbe rimasto nella sua ignoranza e confusione. E perciò
si vede, che sino i filosofi antichi più celebri,
i quali cercavano con grande studio, e si vantavano di conoscere
le verità divine e le vere virtù, pure insegnarono
tante falsità circa la fede, e circa i buoni costumi.
Anassimandro dicea che infiniti erano i mondi, gli uni nati
dalla corruzione degli altri, e che questi erano i veri
dei. Anassimene all'incontro dicea che gli dei erano nati
dall'aria. Zenone, che Dio era un animale immortale, composto
d'aere e fuoco. Platone dava la materia infinita. Socrate
dicea che le anime esisteano prima del corpo, e poi si ricordavano
delle notizie avute prima che col corpo fossero state unite.
Aristippo disse che la virtù consistea nel seguire
i piaceri del senso, ancorché turpi. Platone insegnò
per buona la comunicazione delle mogli. Aristotile e Cicerone
dissero esser virtù il vendicarsi. E mille altri
errori insegnarono questi sapienti del mondo; ma essi stessi
(cosa da ben notarsi) come Socrate, Platone e Cicerone,
conoscendo la gran cecità dell'uomo dissero che dovea
attendersi qualche uomo mandato da Dio, che c'insegnasse
le vere virtù e le verità divine. Ecco come
parlò Platone; disse (in Phoedone) che tutti restavamo
in confusione, nisi quis firmiori quodam vehiculo, aut verbo
quodam divino transvehi possit. Di più (in Epinomide)
disse: Pietatem docere neminem posse, nisi Deus quasi dux
vel magister praeiverit.
Ma
diranno i deisti, dunque Dio è stato ingiusto, mentre
ha creato l'uomo fra tante tenebre e passioni, senza dargli
un sufficiente lume naturale, per conoscere le verità
da credere, e le virtù da esercitare, affin di ottenere
la sua salute? Rispondiamo noi, che Dio ha creato l'uomo
retto; ma l'uomo poi per lo peccato è restato così
oscurato ed inclinato al male. Ma dove, replicano, si sa
che l'uomo per cagione del peccato è caduto in tanta
miseria? Rispondiamo a' deisti, che si sa dalla rivelazione
divina, poiché diciamo così: Dio è
giusto, e di ciò non può dubitarsi, se crediamo
ch'è Dio. All'incontro vediamo l'uomo così
ottenebrato e male inclinato: domandiamo a voi, quale mai
n'è stata la causa? Niuna delle vostre religioni
sa assegnarci la causa di un tanto sconcerto: dunque dobbiamo
credere alla rivelazione delle divine scritture, che ci
fan sapere che il peccato n'è stata l'origine e la
cagione; e che Dio poi per rimediare a tanto male, ha mandato
in terra il suo Figliuolo a farsi uomo, ed a redimerci dai
danni del peccato, con soddisfare egli per noi, e con insegnarci
la via della salute. Ma chi ci assicura, diranno, che queste
scritture sieno certamente divine? Or
-
453 -
questo
appunto proveremo nel capitolo seguente.
PARTE
II. - CONTRA I DEISTI
CAP. II.
Della divinità delle sacre scritture.
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453 -
CAP.
II. Della divinità delle sacre scritture.
Supposto
dunque ch'era necessaria la divina rivelazione, così
per credere quel che si dee credere, come per esercitare
le vere virtù, vediamo a quale delle religioni ella
sia stata fatta. Noi diciamo che ella è stata fatta
solamente alla religione cristiana; primieramente perché
l'intiera e perfetta rivelazione, fuor della cristiana,
non l'ha niuna delle altre religioni.
Non
l'hanno certamente i gentili, presso i quali (come abbiam
veduto) appena v'è restata un'ombra della religion
naturale, adorando essi più Dei contro la natural
ragione, e con culto pieno di superstizioni abbominevoli.
Non
l'hanno i maomettani, mentre i loro dogmi sono vani, ridicoli
e contraddittorj. Questi sono già compresi, come
si sa, nell'alcorano, dove l'empio Maometto fra gli altri
errori pone la felicità del paradiso in godere i
piaceri brutali della carne. Di più dice ch'egli
è il maestro dato da Dio agl'israeliti, i quali,
se a lui non avran creduto, saran da esso aggiudicati a
gravissimi supplicj. Dice che 'l suo camelo risusciterà
e salirà in cielo a regnare con lui. In tanti luoghi
poi si contraddice: poiché in uno dice che quelli
i quali dalla retta via son traviati, non saran mai perdonati
da Dio: ed in un altro dice che i demonj dovranno convertirsi
per lo suo alcorano. In un luogo dice che i morti tutti
dovranno risorgere; ed in un altro che niuno mai risorgerà.
In un luogo dice che dee pregarsi per gl'increduli, in un
altro lo nega. Ma la maggior contraddizione si è
quella, dove dice che Gesù Cristo è vero profeta
e 'l vero Messia promesso da Dio, e che 'l suo vangelo è
lume e confermazione del testamento; ma poi nega esser egli
Figliuol di Dio, sicché lo rende vero impostore,
mentre Gesù Cristo si è dichiarato tante volte
e chiaramente per vero Figliuol di Dio, come ci attestano
i sacri vangelisti, che da Maometto sono insieme chiamati
santi.
Non
l'hanno finalmente i giudei, perché questi aspettano
ancora il Messia, che la religione cristiana prova già
venuto, come fra poco vedremo. Oltreché gli ebrei,
sebbene un tempo ebbero la vera religione, nulladimeno dopo
la venuta del Messia, da lor negata con perversa ostinazione,
son caduti in tanta cecità, che al presente la religione
che professano è forse più che l'altre piena
d'errori, superstizioni e bestemmie contra Dio; mentre i
talmudisti (quali si professano gli ebrei odierni) dicono
fra le altre inezie, che alcuni rabbini una volta sdegnati
contra di Dio, perché in certa disputa egli diè
sentenza a favore del loro emulo, lo scomunicarono: onde
Iddio quasi riconoscendo l'errore fatto, sorridendo con
piacevolezza loro disse: Filii mei me vicerunt1. Dicono
di più, che Dio da tempo in tempo va ad un luogo
solitario a far gran pianti, per aver distrutto il tempio,
e disperso il popolo di Gerusalemme; e che quante volte
se ne ricorda, si batte il petto con ambe le mani, e sparge
due lagrime sull'oceano. Di più, ch'egli spende tre
ore del giorno nello studio della legge mosaica, e l'ultime
tre ore le spende a divertirsi con un pesce chiamato Leviatanne;
che perciò una volta in questo tempo ad un cero rabbino
riuscì d'ingannarlo, poiché si fece portare
in morte dal diavolo alle porte del paradiso dove furtivamente
passò. Di più dicono che Dio è reo
d'un gran peccato, per aver sottratta ingiustamente parte
di luce alla luna ed averla data al sole; e che però
ravvedutosi del male fatto, comandò poi a' giudei
nella legge, che per espiare detto peccato essi offerissero
a nome di lui special sacrificio in ogni novilunio.
Se
dunque la rivelazione è stata necessaria agli uomini,
come di sovra abbiam provato, e fuor della cristiana niuna
religione l'ha ricevuta, almeno intieramente: dunque la
sola religione
-
454 -
cristiana
ha la vera ed intiera rivelazione, la quale apparisce a
lei data da' libri del vecchio e nuovo testamento.
La
suddetta pruova è fortissima, ma è solamente
negativa; veniamo ora alle pruove positive. Per prima, la
stessa rettitudine e santità delle leggi che ha la
religion cristiana fa vedere ch'ella è divina. Tutte
le altre religioni (come si è veduto) sono piene
di errori: la sola cristiana è tutta retta e ragionevole,
poiché in quanto alle cose di fede, benché
insegni misteri superiori alla ragione, niente nulladimeno
insegna ripugnante alla ragione; essendo per altro giusto
che Dio esiga da noi che soggettiamo l'intelletto a credere
ciocché non comprendiamo col nostro basso intendimento,
dando fede alla sua divina parola. In quanto poi a' costumi,
ben intendiamo che tutto è giusto e doveroso, così
per ciò che riguarda Dio, come per quello che s'appartiene
al prossimo, ed a noi stessi: tutto è in tale armonia
ed ordine, che meglio non può pensarsi o desiderarsi.
Chi non vede, quanto è giusto che noi veneriamo un
Dio, onorandolo ed amandolo sovra ogni bene, giacch'egli
è un bene infinito? Quanto giusto che ciascuno ami
e tratti i suoi prossimi come se stesso, e com'egli desidera
d'essere amato e trattato dagli altri? Così certamente
si evitano tutte le ingiustizie e dissenzioni; ed all'incontro
colla carità si conserva la pace comune. Quanto giusto
poi che noi, per conservare la pace e 'l buon ordine in
noi stessi, ci asteniamo dalle intemperanze, dalle disonestà,
dalle superbie, dalle impazienze e da' mali desiderj o compiacenze?
Per
secondo si prova la verità della religion cristiana
e delle divine scritture dalle profezie fatte in esse scritture,
ed indi avverate nel tempo e modo predetto. Ed è
certo che la profezia, essendo prescienza e predizione degli
avvenimenti futuri ed anche delle future azioni e cogitazioni
libere, non può essere che da Dio, ch'è di
sapienza infinita, e sa le cause di tutti gli effetti, e
contiene tutti i tempi nella sua eternità.
Innumerabili
son le profezie registrate precisamente nel vecchio testamento
e poi avverate a' suoi tempi; ma noi ci contentiamo di notar
qui brevemente quelle sole che riguardano la venuta del
Messia; perché di queste non può dubitarsi
che sieno state veramente enunciate nel vecchio testamento;
mentreché se mai da' cristiani fossero state maliziosamente
aggiunte (come alcuno vorrebbe opporre) ed inserite ne'
suoi libri, certamente gli ebrei, i quali negano la venuta
del Messia, e da' quali queste scritture sono a noi pervenute,
le negherebbero, e noterebbero le mutazioni e false aggiunzioni
fatte da' cristiani. Ma gli ebrei non le negano: solamente
essi sconciamente le interpretano a loro capriccio per altre
persone, e non per lo Messia: opponendosi in ciò
a' rabbini che furono prima di Gesù Cristo, i quali
senza dubitarne spiegarono tutte queste profezie del Messia,
secondo credono i cristiani, come dimostrano l'Oezio de
Demonstr. Evang. ed il Calmet nella sua dissertazione del
Messia.
Vi
è per prima la profezia di Giacobbe1 che dicea così:
Non auferetur sceptrum de Iuda et dux de foemore eius, donec
veniat qui mittendus est; et ipse erit expectatio gentium.
In questa profezia dunque si predisse che il Messia sarebbe
allora venuto, quando Giuda, cioè quelli della tribù
di Giuda avessero perduto il regno, o sia il dominio supremo
significato per lo scettro. E ciò ben si avverò
nella venuta di Gesù Nazareno a tempo dell'imperador
Ottaviano, poiché la tribù di Giuda sino all'anno
40. prima della nascita del Messia, sempre ebbe principi
e giudici che ritennero la podestà suprema del governo;
ma dopo il senato romano diede loro per re Erode di nazione
straniera; ed indi l'imperadore avendo rilegato Archelao
figlio di Erode, ridusse la Giudea in provincia, trasferendo
la podestà civile al procuratore
-
455 -
da
lui mandato. Ed a tempo di Tito, quando questi distrusse
Gerusalemme, e 'l popolo de' giudei si disperse, anche la
podestà ecclesiastica fu loro tolta.
Per
secondo vi è la profezia di Daniele che dicea così:
Septuaginta hebdomades abbreviatae sunt super populum tuum,
et super urbem sanctam tuam, ut consummetur praevaricatio,
et finem accipiat peccatum, et deleatur iniquitas, et adducatur
iustitia sempiterna, et impleatur visio et prophetia, et
ungatur Sanctus sanctorum. Scito ergo, et animadverte: Ab
exitu sermonis, ut iterum aedificetur Ierusalem usque ad
Christum ducem hebdomades septem, et hebdomades sexaginta
duae erunt (alle quali aggiunte le sette qui antecedentemente
nominate, e l'una che appresso si annunzierà, compongono
le 70 settimane che a principio della profezia stanno predette),
et rursum aedificabitur platea, et muri in angustia temporum.
Et post hebdomadas sexaginta duas occidetur Christus; et
non erit eius populus, qui negaturus est. Et civitatem et
sanctuarium dissipabit populus cum duce venturo; et finis
eius vastitas, et post finem belli statuta desolatio. Confirmabit
autem pactum multis hebdomada una; et in dimidio hebdomadis
deficiet hostia et sacrificium, et erit in templo abominatio
desolationis; et usque ad consummationem et finem perseverabit
desolatio.
Fu
dunque predetto in questa profezia che il Messia dovea venire
e morire fra lo spazio di 70. settimane. Ogni settimana
secondo la sentenza comune abbracciata dagl'interpreti e
teologi (checché si dicano alcuni pochi), importa
sette anni: sicché fanno in tutto anni 490. Or giusta
la profezia questi anni debbon cominciare a numerarsi dal
tempo che uscì l'editto dell'imperador persiano,
il quale diè il permesso a Neemia di riedificare
la città e il tempio di Gerosolima. Questo editto
poi, alcuni dicono essere stato concesso da Dario Istaspide,
altri da Artaserse Longimano; ma altri dicono dall'anno
7. del regno di questo monarca, altri dal vigesimo, ch'è
l'opinione più comune (come può vedersi in
Natale Alessandro, e presso Calmet nella dissertazione sopra
Daniele), secondo la quale è già venuta a
succedere la morte di Gesù Cristo nel fine dell'ultima
settimana; poiché (come sta indicato in Esdra1 nell'anno
20. di Artaserse fu eseguito il suo editto; e quest'anno
20. di Artaserse (secondo la cronologia di Eusebio, di Tucidide,
e d'altri) accadde nell'anno duecento settanta di Roma,
che fu l'anno 487. antecedente all'anno 29. dell'era volgare.
Del resto qualunque opinione si tenga del principio delle
settimane, dond'egli debba computarsi, tutti concordano
che la differenza non è più che di sette in
dieci anni; essendoché sebbene altri segnano l'anno
7., altri il 20. d'Artaserse, nulladimeno in ciò
forse non v'ha alcuna, o almeno vi è poca differenza;
mentre i primi segnano il tempo in cui Artaserse cominciò
a regnar solo, i secondi il tempo in cui regnò insieme
con Serse suo padre. Sicché quantunque siano diverse
le opinioni degli autori, tutte nulladimeno convengono che
le 70. settimane vadano a finire circa i tempi della morte
di Gesù Cristo. E ciò dee bastarci, poiché
l'adempimento della profezia non solo ha da conoscersi dal
computo degli anni, ma anche dagli altri segni speciali
prenunziati, come dalla distruzione di Gerusalemme, e dalla
dispersione de' giudei, avvenute già dopo la morte
del Messia, come stava predetto. E questi sono i fatti sostanziali,
ai quali principalmente è diretta la profezia; onde
vedendo già che quelli sono avverati, non dobbiamo
metterci in dubbio per la diversità delle opinioni
de' cronologi, i quali trattandosi di tempo così
lontano, e del computo di tanti anni, non è maraviglia
che si dividano. Tanto più che neppure può
fissarsi con certezza, quale sia stato l'anno preciso della
morte di Gesù Cristo, per tante altre opinioni che
vi sono. Sicché concludiamo
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in
ciò doversi seguire per vera quella sola opinione
che s'accorda coi fatti già accaduti, e coi fatti
che da niuno son contrastati.
Di
più v'è la profezia di Aggeo nel cap. 2. dove
si legge che il profeta animò gli ebrei a rifabbricare
il tempio, perché ivi sarebbe venuto il Messia a
glorificarlo: Confortare, Zorobabel... veniet desideratus
cunctis gentibus; et implebo domum istam gloria, dicit Dominus
exercituum. Magna erit gloria domus istius novissimae, plusquam
primae: et in loco isto dabo pacem. Dunque predisse il profeta
che quello sarebbe stato l'ultimo tempio; ma che esso sarebbe
stato più glorioso del primo: non per l'oro o per
l'argento, ma perché ivi sarebbe venuto il Messia
desiderato, che l'avrebbe glorificato colla sua presenza,
e col dare nel medesimo la pace a tutte le genti. Or questo
tempio è stato già distrutto dopo la morte
di Gesù Cristo; se dunque durante questo tempio dovettero
tal