Demonologia
e prassi dell'esorcismo e delle preghiere di liberazione:
un punto di vista cattolico
di
Pietro Cantoni (Studio Teologico Interdiocesano
di Camaiore)
Questo
opuscolo riflette integralmente con poche necessarie
correzioni il testo delle dispense di un corso che
ho tenuto negli anni 2001-2003 presso lo Studio Teologico
Interdiocesano di Camaiore, affiliato alla Facoltà
Teologica dell'Italia Centrale. Il corso era concepito come
"modulo" di poche ore all'interno del corso di
Teologia Pastorale, ha quindi un carattere teoretico-pratico
finalizzato a fornire a dei giovani aspiranti al presbiterato,
per lo più già diaconi, alcune necessarie
e succinte informazioni su un punto molto delicato e controverso,
ma certamente ormai non più marginale del loro ormai
prossimo ministero pastorale.
Della
scuola il testo conserva tutti i pregi e i difetti: stile
"parlato", carattere molto sintetico e poco organico
Alcuni amici mi hanno proposto di metterlo a disposizione
di un pubblico più vasto. Rileggendolo mi si è
subito affacciato alla memoria l'antico detto «cetera
desiderantur», a cui si è però immediatamente
affiancato il trito «l'ottimo è nemico del
bene». Dato il vuoto teologico che circonda l'argomento
penso effettivamente che anche queste brevi e scarne note,
che non hanno nessuna pretesa né di originalità,
né tanto meno di completezza possano svolgere una
loro benefica funzione. Se non altro quella di introdurre
alla materia e di dare delle primissime informazioni.
Oltre
che dalla scuola il testo è supportato dall'esperienza
pastorale. Sono stato infatti incaricato dal mio Ordinario
di coadiuvarlo nelle questioni riguardanti la celebrazione
degli esorcismi e ho svolto questo ministero per più
di dieci anni nella mia diocesi. Solo ora sono stato sollevato
dall'incarico per ragioni di salute. Continuerò però
a tenere il corso (che si affianca alla materia di cui sono
docente stabile: la metafisica) e quindi spero
ad approfondire e integrare.
Un
sentito ringraziamento ai colleghi che mi hanno chiesto
di tenere il corso e agli studenti che hanno seguito e partecipato
con straordinario interesse.
1.
Teologia degli angeli e dei demóni
Si
impone un punto di partenza teologico-speculativo per due
ragioni.
Una
di carattere generale: il legame teoria - prassi in campo
teologico è troppo stretto perché si possa
procedere semplicemente dando per scontato il
presupposto teorico.
Laltra
di valore più circostanziale riguarda la particolare
situazione della demonologia (a cui è strettamente
connessa langelologia) nellattuale economia
degli studi teologici. Molto semplicemente: si tratta di
argomenti che - per lo più - non sono trattati.
1.1
Gli angeli: a che cosa servono?
Fino
a qualche tempo fa si poteva parlare di una situazione di
crisi della credenza negli angeli. Oggi il panorama è
assai cambiato.
I
problemi per il credente (e, a maggior ragione, per il non
credente) sono due: ci sono? E, se ci sono, a che servono?
Cioè: che cosa cambia nella mia vita se credo alla
presenza degli angeli? Io inizierei dal secondo dei quesiti.
Siamo infatti abituati a impostare così i problemi
da una certa mentalità. Ci interessa ciò che
serve. Giudicare tutto dal punto di vista dell'utile.
E dellutile immediato.
Incomincio
di qui, ma proprio per contestare questo punto di partenza.
Con i problemi della fede (e non solo con quelli
)
dobbiamo rovesciare il discorso. Non ci credo perché
serve, ma certamente serve perché ci debbo credere.
Dio non rivela cose inutili. In effetti il mistero di Dio
e della sua provvidenza appare in ben altra prospettiva
se lo vedo circondato dalle schiere degli angeli adoratori
e messaggeri. Così come il mistero del male acquisisce
spessore e profondità nuove se ammetto che la sua
«centrale» si situa in una dimensione «altra»
rispetto a quella soltanto umana.
1.2.
Esistono?
Ma
ci debbo veramente credere? Cioè Dio lo ha veramente
rivelato? Prima di affrontare direttamente il problema dal
punto di vista della Rivelazione, poniamoci un problema:
è lunica fonte?
a) Indizi
1. La prima cultura che ha ignorato o respinto il mondo
angelico è quella del razionalismo europeo del XVIII
secolo. La credenza in esseri intermedi è
universale, nel tempo e nello spazio.
2. Questo interesse non abbandona neppure l'Occidente illuminista
e post-illuminista. «Ernst Bloch ha distinto nella
storia del marxismo una corrente fredda che
sottolinea il materialismo e il razionalismo, e una corrente
calda che insiste sul novum radicale dellutopia
rivoluzionaria. Unanaloga distinzione sembra presente
nella storia della spiritualità massonica, dove coesistono
una corrente fredda razionalista e scettica,
con una gamma di variazioni che va dal deismo illuministico
allateismo, e una corrente calda irrazionalistica
e interessata a tutti i tipi di occultismo».
3. Anche l'interesse per gli UFO testimonia di una nostalgia
degli angeli. Ma c'è un argomento più serio.
La completezza dell'universo. Nelluniverso cè
una componente materiale e una componente materiale-spirituale,
che è luomo. Posto che il mondo creato da Dio,
manifesta nel suo insieme una grande armonia e che componente
dellarmonia è la corrispondenza delle parti
e la completezza dellinsieme, tutto lascia supporre
che debba esistere anche una componente puramente spirituale.
Non sarà forse Dio stesso, secondo lo schema: mondo
materiale - mondo materiale-spirituale (uomo) - Dio. No,
perché Dio è fuori serie! Deve quindi
esistere un mondo solo spirituale come componente della
realtà complessiva del luniverso creato. Questo
argomento, che è solo di convenienza,
mette in risalto il ruolo dellangelologia come bastione
della trascendenza di Dio nellambito della teologia
globale.
Dio non è riducibile alla componente spirituale del
cosmo, perché ne è il principio trascendente,
che contiene in sé - in modo virtuale ed eminente
- tutte le sue componenti. In Dio non cè materia,
ma vi deve essere lidea della materia e lidea
archetipa.
Lassenza della consapevolezza di un mondo di spiriti
finiti finisce per indurre ad una visione onto-teologica
di Dio e viceversa. Non dimentichiamo che la prima negazione
riflessa del mondo angelico è dellIlluminismo,
solidale con la sua visuale razionalistica e deistica
di Dio. Gli angeli trovano invece un indiscusso spazio in
una visione che riconosca allapofatismo il suo indispensabile
ruolo teologico.
b) Prove
La Bibbia. Molti teologi ed esegeti dicono che il suo linguaggio
a proposito di angeli e demóni fa parte di quel rivestimento
culturale che noi, appartenenti ad una cultura diversa e
più evoluta, dobbiamo lasciar cadere. Ma quali gli
argomenti?
«Chi accetta Dio non si vede quale razionale difficoltà
"a priori" possa avere ad accettare la risurrezione
di Cristo o la maternità verginale di Maria o la
moltiplicazione dei pani e dei pesci. Non ho mai capito
l'allergia "a priori", che si riscontra in molti
teologi, ad ammettere gli angeli, se non identificandola
come una "zona di incredulità" sussistente
per incoerenza in una mentalità che dovrebbe essere
tutta permeata dalla fede. Una volta appurata nella fede
l'esistenza del mondo invisibile, "a priori" non
ho obiezioni da opporre non solo agli angeli, ma nemmeno
agli arcangeli, ai cherubini, ai serafini a chi sa quali
altre creature siano state pensate e volute dalla divina
fantasia.
«O
l'universo è vuoto, e allora si capisce che sia sordo
e muto; o c'è la possibilità che sia popolato,
e allora mi aspetto che ci siano molti esseri in grado di
porsi in ascolto delle nostre voci e in grado di farci arrivare
la loro.
«Il
credente è uno che si attende molte sorprese. Una
volta conosciuta l'esistenza di un Dio che è fantasioso
e onnipotente, cioè "capace di tutto",
la ragionevolezza sta nell'aspettarsi che la divina immaginazione
a poco a poco si manifesti, oltrepassando sempre ogni previsione
e stupendo sempre la nostra connaturale propensione per
ciò che è consueto, prevedibile, convenzionale.
«L'uomo
nativamente "religioso" "a priori" non
esclude niente. Sa che, se è arduo dimostrare l'esistenza
di qualche cosa, è ancora più arduo dimostrarne
apoditticamente l'inesistenza.
«L'uomo
"areligioso" è quello che possiede la più
arrischiata e irragionevole delle certezze: la certezza
di ciò che non c'è. E' una certezza che conviene
solo a Dio: solo colui che è onnisciente può
elencare le cose che non ci sono. Sicché paradossalmente
potremmo dire che l'uomo areligioso possiede la più
arbitraria e ingiustificata delle fedi. E, ancora paradossalmente,
soltanto da una divina rivelazione potrei avere la notizia
indubitabile che oltre la zona accessibile alla mia conoscenza
naturale non ci sia niente.».
La
Bibbia ne parla.
Certamente la Bibbia ha bisogno di una interpretazione.
Leggere la Bibbia «alla lettera», fidandosi
di un senso che sarebbe sempre ovvio e immediato, è
una illusione. Non è neppure la lettura antica o
tradizionale, ma qualcosa di moderno e di legato anch'esso
- come la lettura razionalista - all'Illuminismo. Il «fondamentalismo»
come corrente all'interno del Protestantesimo è nato
con John Nelson Darby (1800-1882), mentre il nome risale
all'inizio di questo secolo.
Quando
per es. leggiamo: « il Signore Dio plasmò l'uomo
con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un
alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente»
(Gen 2,7), dobbiamo far intervenire una pre-comprensione
metafisica di Dio, per cui, escludendo da Dio tutto ciò
che è corporeo, leggiamo le espressioni che lo fanno
come un vasaio che plasma il suo manufatto alla stregua
di espressioni simboliche. Per scoprire subito che esse
non cessano di essere profonde. L'uomo ha due componenti:
una terrestre, che viene dalla materia informe (fango) e
una celeste, che viene direttamente da Dio (soffio) e che
ha una analogia con quel «soffio» divino che
appare già nell'AT come una realtà personificata
in Dio. Soffio è indizio di vita e di movimento.
Soffio, vento è la realtà materiale più
immateriale. Più «spirituale».
A
volte per rendersi pienamente conto del significato esclusivamente
simbolico di una data rappresentazione c'è voluto
un certo itinerario di indagine scientifica, come l'affermarsi
della teoria Copernicana (pure molto antica) su quella Tolemaica.
Ciò non toglie che il senso simbolico fosse già
presente e spessissimo anche l'intuizione della precarietà
della visione scientifica corrente (per es. in san Tommaso
d'Aquino proprio a proposito del moto dei cieli).
Qualcuno
ha voluto coinvolgere angeli e demoni nell'ambito precario
di una immagine del mondo destinata ad essere coinvolta
nell'aggiornamento scientifico, per cui la loro funzione
sarebbe ormai solo simbolica e anche questa da rivedere
con il mutare della sensibilità dell'uomo moderno.
Ecco per es. la posizione di un campione del razionalismo
biblico dell'Ottocento - David Friedrich Strauß (1808-1874)
-: a noi «mediante la concezione copernicana è
stato tolto il luogo in cui l'antichità giudaica
e cristiana pensava posto il trono di Dio».
Non c'è più posto per il trono di Dio e nemmeno
per i suoi angeli.
Il
problema è
che non c'è nessuna ragione metafisica per interpretare
l'angelo (buono o cattivo) come un simbolo, la metafora
di qualcosa. Mentre Dio non può avere un corpo e
quindi sedere su un trono, può benissimo aver creato
dei puri spiriti ed esserne «circondato», cioè
essere oggetto della loro adorazione amante, costruire con
loro una famiglia di amore e servirsi della loro opera per
guidare le sorti del mondo.
Che non c'è neppure nessuna ragione scientifica per
operare questa de-mitologizzazione. La scienza non può
certamente provare che gli angeli esistono, ma non può
neppure dimostrare che non ci sono
Che se si esamina con un po' di attenzione tutto il quadro
della rivelazione biblica ci si accorge che il dramma della
storia della salvezza conosce anche questi personaggi. Se
non sono i protagonisti, non sono neppure delle comparse.
Nella prima lettera di san Giovanni troviamo questa affermazione
sulla finalità di tutta l'azione redentiva del Verbo
Incarnato: «il Figlio di Dio è apparso per
distruggere le opere del diavolo» (1 Gv 3,8).
Se poi andiamo a riesaminare la posizione dei demitologizzanti
ad oltranza ci accorgiamo facilmente di un fatto paradossale:
dietro l'immagine innocente di un mero problema di metodo
e di adattamento ai progressi della scienza e del costume,
ci sono delle posizioni teoriche antitetiche alla fede:
per es. il manicheismo e la gnosi.
Davanti
a testi che ci parlano di angeli e demóni occorrono
dunque dei criteri. Non possiamo muoverci in essi arbitrariamente.
Il
criterio, lo abbiamo già visto non può essere
quello fondamentalista. Esso annulla il problema eliminando
(o occultando) l'alterità della forma.
Il
racconto richiede di essere decodificato.
In
base a quale chiave di comprensione?
È
nota l'infelice espressione di Bultmann: «Non ci si
può servire della luce elettrica e della radio, o
far ricorso in caso di malattia ai moderni ritrovati medici
e clinici, e nello stesso tempo credere nel mondo degli
spiriti e dei miracoli propostoci dal Nuovo Testamento».
Qui
il criterio è la concezione del mondo dell'uomo moderno,
frutto del progresso scientifico tecnico.
A
Bultmann fa eco H. Haag: «Tutto quanto si afferma
su Satana nel Nuovo Testamento non appartiene al messaggio
vincolante della Rivelazione, ma solo a quell'immagine del
mondo caratteristica degli scrittori biblici ossia della
mentalità della loro epoca».
«Questa concezione non è più compatibile
con l'immagine che oggi ci facciamo del mondo e perciò
abbiamo il diritto di non accettarla».
Qui
andrebbe osservato subito che la «concezione dell'uomo
moderno» è in continua evoluzione. Bultmann
sarebbe sorpreso nel vedere quanti uomini del nostro tempo
accendono tranquillamente la luce elettrica, si siedono
davanti al televisore e, nello stesso tempo, frequentano
l'astrologo e credono ai folletti e alle fate
Ma a lui va concessa una attenuante: la sua conferenza è
del 1941. Ben altra responsabilità hanno coloro che
continuano a propagandare oggi la favola dell'uomo moderno.
Ma,
al di là di considerazioni circostanziali, resta
il rilievo di fondo: è possibile elevare la concezione
del mondo dell'uomo moderno a criterio ermeneutico decisivo
del testo biblico e dei documenti della fede? Certamente
la scienza rientra fra i momenti regolativi nell'interpretazione
di questi documenti, ma non potrà mai costituire
l'ultima istanza.
È
interessante vedere come Pannenberg - che pure vuole porsi
nella linea della demitologizzazione più conseguente
- sottopone oggi a critica l'argomentazione classica della
scuola liberale per sbarazzarsi di angeli e demóni:
«David
Friedrich Strauß ha parlato, proprio a proposito della
attività mondana degli angeli di una
contraddizione della concezione moderna della natura,
perché considera questi fenomeni naturali, come lampo
e tuono, terremoto, pestilenza, ecc. non come speciali
manifestazioni di Dio, ma li riconduce a cause
che si situano all'interno del contesto naturale.
Ora questa obienzione colpisce non solo l'operare degli
angeli ma anche il particolare agire di Dio negli avvenimenti
della natura e presuppone una concezione del contesto naturale
come un sistema chiuso (in corrispondenza all'immagine meccanicistica
del mondo) e vede nelle affermazioni teologiche sull'agire
di Dio o degli angeli negli accadimenti del mondo, in ogni
caso nei singoli eventi della natura, spiegazioni di procedimenti
naturali che fanno concorrenza con le descrizioni scientifiche
e i fattori da loro addotti».
1.3.
Chi sono?
Si
tratta di esseri personali e spirituali. Intrattengono una
certa somiglianza col platonico mondo delle idee.
Sono come gli archetipi e i prototipi personali di tutto
ciò che esiste. Con san Tommaso d'Aquino si afferma
la concezione che gli angeli non differiscono tra loro "numericamente"
ma come specie da specie. Ogni angelo un'idea. Fra angelo
e angelo c'è, di per sé, una ben più
grande distanza che fra uomo e uomo, più grande che
fra razza e razza.
1.4.
Che fanno?
Angelo:
messaggero, inviato. malak - malachim
dalla radice semitica lk = mandare, che i LXX
e il NT rendono con ánghelos - ángheloi.
La
vita e il destino è in comunione. Uno può
pensare: che bisogno c'è di tutta questa miltitudine
di esseri intermedi? In fondo io posso vedermela direttamente
con Dio. Perché dunque Dio non mi ha fatto da solo?
E perché ho bisogno dell'altro? Questo certamente
obbedisce alla logica dell'amore personale. È il
riflesso nell'uomo solo dell'uomo è detto
che è immagine e somiglianza di Dio - della Trinità
e della infinita perfezione di Dio. Collegamento, influsso,
dramma, comunione fraterna. All'uomo si può togliere
tutto, ma c'è una cosa di cui ha supremamente bisogno:
dell'altro. La Scrittura dice: «guai ai soli!».
E l'eremita? E colui che ha trovato altra compagnia. La
compagnia di Dio (che è una eterna compagnia)
e, appunto, degli angeli. I valori materiali se con-divisi
(la torta...) diminuiscono, quelli spirituali aumentano!
L'uomo desidera ardentemente comunicarli. Si ama comunicare
le belle notizie.
Esiste
un legame riconosciuto tra angeli e liturgia.
I veri valori stanno al cospetto di Dio da cui segue con
logica stringente il primato della contemplazione. Torniamo
qui, in certo qual modo al punto di partenza: a che cosa
serve? Serve a questo. E questo? A quest'altro. Serve, serve,
serve. Ma non si può andare all'infinito. Bisogna
arrivare ad un punto in cui si incontra qualcosa (o Qualcuno)
che non serve a niente. Non perché è
inutile, ma proprio per il motivo contrario, perché
è il termine di ogni utile, cioè è
il Fine supremo. E chi si occupa direttamente di questo
Fine supremo, chi fissa il suo sguardo in quel Volto, ed
è sempre occupato a questo è colui che ha
trovato nel suo agire la massima intensità di senso
possibile. E, per gli angeli non esiste quella tensione
spesso dilacerante che è tipica della condizione
umana: azione o contemplazione? Per occuparsi degli uomini
non devono distogliere lo sguardo dal Volto, anzi, da quello
sguardo traggono tutta la loro energia e la loro luce. Il
mio direttore spirituale (potremmo dire il mio guru).
Un direttore sapiente e prudente. C'è un famoso detto
anglosassone denso di saggezza pedagogica: «Per insegnare
il latino a John bisogna conoscere il latino, ma soprattutto
bisogna conoscere John...». E chi può meglio
conoscermi del mio «Moi céleste»?
Fra l'uomo e il suo angelo c'è una profonda simpatia,
una simpatia "metafisica", radicata in Dio e nella
creazione. Una tale simpatia che i suoi sussurri sono impercettibili
e possono facilmente essere scambiati per i nostri stessi
pensieri... Una guida che vive innanzitutto quello che suggerisce.
Come una guida di montagna esperta che conosce le cime come
le sue tasche. Lui conosce le cime, perché è
sempre al cospetto di Dio, e il suo volto sorridente (l'angelo
di Chartres!) fissa lo sguardo nel Volto di Dio
1.5.
Gli angeli malvagi
La
negazione del demonio e della sua azione nella teologia
contemporanea
Come
si è arrivati a negare l'esistenza del demonio?
Partiamo
dalla data che, almeno nella Chiesa cattolica, ha rappresentato
il punto di partenza emblematico della crisi. La data è
il 1969 con la pubblicazione di un libretto da parte di
un esegeta tedesco - esperto di Antico Testamento - Herbert
Haag. Molto noto, autore anche di un importante dizionario
biblico. Il libretto è intitolato Abschied vom
Teufel, cioè «Commiato dal diavolo»,
tradotto subito l'anno successivo in italiano dalle edizioni
Queriniana di Brescia. Un dettaglio significativo: alla
traduzione è stato aggiunto un punto interrogativo
nel titolo, per cui diventa «Liquidazione del diavolo?»,
anche se nella versione tedesca originale questo punto interrogativo
non c'è. In Italia certe frasi forti mettono un po'
più di scrupoli
ma la sostanza è la
stessa.
Alla
pubblicazione di questo libro è connesso anche un
aneddoto. Haag insegnava all'università di Tubinga
e tra i suoi colleghi c'era il professor Joseph Ratzinger.
Quando Ratzinger fu trasferito - credo - a Monaco, fecero
una festicciola tra docenti, una festa di congedo; in quell'occasione
il professor Haag consegnò a Ratzinger il suo libretto
dal titolo appunto «Commiato dal diavolo»
In
seguito Ratzinger lesse quel libro e lo criticò anche
pesantemente.
La
tesi di Haag è semplice: il demonio non esiste, è
soltanto un simbolo, il simbolo della malvagità nel
mondo. Quali gli argomenti? Si riassumono tutti in questa
frase: «Tutto quanto si afferma su Satana nel Nuovo
Testamento non appartiene al messaggio vincolante della
Rivelazione, ma solo a quellimmagine del mondo caratteristica
degli scrittori biblici ossia della mentalità della
loro epoca».
Questa concezione non è più compatibile con
l'immagine che oggi ci facciamo del mondo e perciò
non possiamo più accettarla.
Questa
credenza in un mondo di spiriti intermediari fra Dio e l'uomo
- angeli e demoni, spiriti buoni e spiriti cattivi - fa
parte di quella concezione del mondo che noi oggi, alla
luce del progresso scientifico e tecnico, non siamo più
autorizzati ad ammettere. Per «concezione del mondo»
qui si intende in modo indifferenziato non soltanto un certo
modo di interpretare scientificamente i fenomeni della natura,
ma anche un determinato modo di concepire Dio, l'al di là
e i suoi rapporti con l'al di qua. Questa concezione del
mondo era condivisa da tutti a quell'epoca e Haag non ha
difficoltà ad ammettere che era condivisa anche da
Gesù e da tutti i personaggi del Nuovo Testamento.
Ci rendiamo conto, già da questo punto di vista,
come l'impostazione sia molto debole, perché in fondo,
una impostazione di questo genere fa assurgere il modo con
cui l'uomo interpreta scientificamente il mondo, con tutta
la sua intrinseca incertezza e mutevolezza, a criterio ultimo
di giudizio per l'interpretazione dei contenuti della fede.
Le idee dell'uomo cambiano spesso
Oggi per es. assistiamo
a una netta inversione di tendenza, per cui, con gli stessi
criteri dovremmo prepararci ad ammettere nella teologia
le cose più favolose e incredibili.
Il
personaggio più significativo, ed il primo - per
quanto abbia potuto indagare io - che ha ragionato così
è David Friedrich Strauß (1808-1874), noto
soprattutto per i suoi studi sul Vangelo e sulla vita di
Gesù, il quale afferma praticamente le stesse cose,
dice: «mediante la concezione copernicana è
stato tolto il luogo in cui lantichità giudaica
e cristiana pensava posto il trono di Dio»,
per cui tolto il trono, bisogna togliere anche la corte,
e non abbiamo più motivo di credere ad angeli e demoni.
Una cosa va però sottolineata: questa posizione non
è mai stata una posizione di maggioranza anche nell'ambito
della teologia protestante liberale. La posizione più
frequente è quella che si trova incarnata in un altro
teologo importante, Friedrich Schleiermacher (1768-1834):
una posizione agnostica o di disinteresse. Gli angeli (e
i demóni) si possono lasciare alla pietà popolare,
ma il teologo che si rispetti non li deve prendere in considerazione.
Karl Barth (1886-1968) critica questa impostazione chiamandola
«l'angelologia dell'alzata di spalle».
Che ci possano essere angeli non è ragionevole negarlo,
perché è una possibilità che certo
non possiamo mettere in discussione, però il teologo
se ne deve disinteressare, perché è un argomento
indegno della sua considerazione; d'altra parte che ci siano
gli angeli o che non ci siano, non cambia assolutamente
nulla della vita cristiana, per cui lasciamo pure che la
gente ci creda, lasciamo che l'angelologia e la demonologia
siano ancora presunti, per esempio, nella liturgia e nella
preghiera dei cristiani, però il teologo deve guardarsi
bene dall'occuparsi di queste cose. Questa è una
linea che ha avuto un certo seguito. Diciamo pure che ha
influenzato parecchio anche la teologia cattolica. Molto
spesso infatti più che una aperta negazione, si è
diffusa una impostazione di questo genere: un'atteggiamento
che si riassume plasticamente nell'espressione usata da
Barth: gli angeli? una «spalluccia»
Se
proprio dobbiamo parlarne, sbrighiamo la cosa alla svelta
così passiamo a cose più serie.
Soffermiamoci
un momento sulla teologia cattolica. Qui una presa di posizione
di Karl Rahner ha influenzato pesantemente negli anni passati
più ancora che il contenuto della demonologia laffettato
disinteresse che lha colpita. «Non cè
alcun motivo, oggi, - scrive Rahner -, per collocare la
dottrina del d. [demonio], compresa nellannuncio,
al primo piano della gerarchia delle verità,
come in parte avvenne in tempi passati (ancora in Lutero,
per esempio). Non perché non esista una enunciazione
di fede, di valore permanente, sul d., ma perché
quello che essa dice per il concreto compimento dellesistenza
cristiana, può essere detto, nel suo contenuto determinante,
anche senza una tale dottrina esplicita sul d., o, quanto
meno, laccesso a questa dottrina è relativamente
difficile per luomo doggi. Il discorso riguardante
il d. non si trova infatti nelle grandi professioni di fede».
Qui
si può e a mio avviso - si deve contestare
che il messaggio di Cristo possa essere esistenzialmente
trasmesso senza un riferimento allopera del diavolo
nella storia della salvezza e nella vita concreta del singolo.
Se è vero che la verità sul demónio
e gli angeli malvagi non si trova al vertice della gerarchia
delle verità, non si può neppure affermare
che si trovi in fondo
Certamente il demónio
non cè né nel credo apostolico né
in quello niceno costantinopolitano. Lo troviamo però
nel Padre Nostro. È infatti quanto meno assai probabile
che la domanda rysai
hemas apò tou ponerou debba essere correttamente
tradotta liberaci dal Maligno.
È comunque presente con assoluta certezza nella professione
di fede del concilio Lateranense IV, come vedremo più
avanti.
Per
tornare ad Haag: non possiamo leggere la Scrittura partendo
da questo presupposto così fragile: la mentalità
o la visione del mondo dell'uomo moderno, non è certamente
questo il modo corretto di impostare il discorso. Qual'è
il criterio determinante per fare discernimento, per distinguere
nella Scrittura quello che è soltanto un dato culturale,
secondario e caduco, e quello che è invece l'elemento
determinante dal punto di vista della fede? Non può
essere che l'insegnamento della Chiesa, il suo magistero.
Il Magistero si è pronunciato in molti modi, tra
l'altro proprio a proposito del libro di Haag. Nel '72 Paolo
VI ha parlato dell'esistenza del demonio come essere personale,
della sua azione, del suo influsso. E' uscito anche un documento
che vi invito a leggere e a rileggere, pubblicato dalla
Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1975, intitolato
Fede cristiana e demonologia, dove viene affrontato
in modo teologico, dottrinale, il tema della demonologia.
Riguardo
all'esistenza degli angeli e dei demoni il testo magisteriale
più importante è costituito certamente dal
capitolo Firmiter della professione di fede del Concilio
Lateranense IV (1215 - papa Innocenzo III): «Crediamo
fermamente e confessiamo apertamente che uno solo è
il vero Dio. [
] Con la sua forza onnipotente fin dal
principio del tempo creò dal nulla l'uno e l'altro
ordine di creature: quello spirituale e quello materiale,
cioè gli angeli e il mondo terrestre, e poi l'uomo,
quasi partecipe dell'uno e dell'altro, composto di anima
e di corpo. Il diavolo, infatti, e gli altri demoni da
Dio sono stati creati buoni, ma da se stessi si sono trasformati
in malvagi. L'uomo poi ha peccato per suggestione del
demonio» (DS 800).
Questo
testo conciliare così chiaro, è stato esaminato
da qualche teologo e ne è stata messa in dubbio la
portata di definizione dogmatica. L'argomento è più
o meno questo: tutte le volte che la Chiesa definisce una
verità, dobbiamo vedere quale è la sua intenzione
e quale è l'errore che la Chiesa vuole scartare.
Ora noi sappiamo che il Concilio Lateranense IV aveva in
mente l'errore del manicheismo. Secondo il manicheismo il
mondo è la creazione di un dio cattivo, quindi il
male ha una sua consistenza ontologica. Ora qui la Chiesa
ha voluto dire, semplicemente, che questo non è vero,
ha voluto dire che la creazione è buona, ma non ha
voluto dire che veramente Dio ha creato gli angeli e che
alcuni di essi sono poi diventati cattivi.
Questa
è l'obiezione che è stata fatta a questo testo
del Magistero.
Qui
bisogna rispondere in questo modo.
Non
tutti i testi del Magistero sono testi condannatori, quello
che abbiamo detto qui va bene quando ci troviamo di davanti
ad una condanna e, quindi effettivamente, per capire la
portata della condanna dobbiamo partire da quell'errore
che è condannato ed evincere da lì e solo
da lì la portata effettiva di quello che la Chiesa
voleva dire.
Qui,
invece, il genere di cose è diverso, ci troviamo
davanti ad una professione di fede, la Chiesa semplicemente
fa professione di quello che crede; davanti ad una professione
di fede, tutto quello che qui viene esplicitamente detto
fa parte del patrimonio di fede della Chiesa.
In più c'è anche un legame profondo tra le
cose: non è un caso che questa affermazione della
Chiesa salti fuori in corrispondenza dell'errore manicheo.
Facciamo qualche passo indietro.
Il
problema del male accompagna l'uomo da che esiste. Ogni
riflessione religiosa o filosofica è sempre in fondo
stimolata da questo problema: da dove viene il male?
Anche
nel racconto (o nei racconti) della creazione che apre il
libro del Genesi l'interesse principale è quello
di dare una risposta a questo quesito. Il testo ci dice
che in principio Dio ha creato il cielo e la terra, poi
descrive tutte le varie realtà che Dio ha creato
e quasi a mo' di ritornello ripete: «E Dio vide che
ciò era buono». Se contate tutte le volte che
questo è detto, vedete che corrisponde al numero
sette, perché la Scrittura usa un linguaggio anche
simbolico: il numero sette è un numero di perfezione,
per sette volte viene detto «ciò è buono».
Poi
dopo - solo dopo - si parla del peccato. Nel capitolo
terzo fa capolino il male, ma il male fa capolino nel modo
e sotto la forma di deviazione della libertà di uno
spirito finito. Anche dalla forma letteraria di questi racconti,
noi vediamo che l'autore sacro è quasi in polemica
nei confronti di altre visioni dell'uomo che circolavano
nell'ambiente, visioni in cui il problema del male veniva
risolto in fondo in questo modo: nella natura delle cose
c'è il bene e c'è il male. Il male fa parte
integrante della natura delle cose. Le cosmologie dei popoli
circostanti Israele interpretavano l'origine del mondo e
del cosmo come una composizione fra elementi diversi tra
cui c'è anche un elemento cattivo. Perché
c'è il male? Perché fra le varie nature che
ci sono, fra le varie cose che ci sono, c'è anche
il male, quindi il male c'è strutturalmente. Il manicheismo
non farà altro che portare alle estreme conseguenze
questo concetto. Questo tipo di spiegazione prenderà
altre forme, affermando come addirittura succede nella speculazione
della Cabala ebraica, che il male è una qualità
di Dio, o come avviene nell'idealismo di Hegel, che il negativo
entra dentro la costituzione dell'assoluto, che l'assoluto
ha bisogno del negativo per essere quello che è.
Allora il male diventa qualche cosa di costitutivo nella
natura delle cose e addirittura nella natura stessa di Dio.
No!
sembra dire il testo sacro. Il male non è nella natura
delle cose, ma è entrato nel mondo solo con un atto
di libertà. Con il peccato dei progenitori. Il male
non è né in Dio né nelle cose, ma il
male è saltato fuori perché Dio ha creato
degli esseri liberi, i quali hanno usato male questa loro
libertà. Non solo, la Scrittura subito ci
fa notare una cosa: cioè che l'uomo non è
stato l'inventore del male, lo ha fatto con tutta la sua
responsabilità, ma in qualche modo lo ha trovato,
perché qualcuno glielo ha suggerito, e qui abbiamo
quel personaggio misterioso che è il serpente, di
cui non si dice inizialmente chi veramente sia.
Nell'Antico
Testamento infatti del demonio si parla molto poco.
Abbiamo
pochi passi in cui si parla di lui. In fondo questo serpente,
viene interpretato come tale nell'Antico Testamento soltanto
nel tardivo libro della Sapienza, dove si dice che la morte
è entrata nel mondo a causa dell'invidia del diavolo
(cfr. Sap 2,24), quindi si interpreta l'evento che ha per
protagonista il serpente, come operato dal diavolo, si dice
appunto che il serpente è il diavolo.
Nel
libro di Giobbe si dice che il demonio è uno degli
angeli che sono presenti alla corte di Dio e da tutto il
racconto si evince che il demonio fa comunque e sempre solo
quello che Dio gli permette di fare.
Ecco
che quadro nasce da questa spiegazione biblica: il male
non è una cosa, non è una virtù, ma
è strutturalmente privazione. Dire che il
male è privazione non vuol dire che non sia niente.
Dire che il male non esiste può sembrare una
ingiusta banalizzazione del male e il male non va mai banalizzato;
però si può dire che il male è sempre
una mancanza di perfezione, il male è carenza di
ciò che si dovrebbe avere e fare secondo la propria
natura e la causa ultima del male si radica nell'uso cattivo,
deviato di una libertà.
La
Scrittura ci dice anche che non tutto il male che c'è
è fatto dall'uomo, anzi, originariamente l'uomo ha
sì fatto il male, ma lo ha fatto per una suggestione
che veniva da lontano. Se noi leggiamo attentamente il racconto
del Genesi, ci rendiamo conto che non autorizza nessuna
deresponsabilizzazione, perché non dice che, dato
che Adamo ed Eva sono stati tentati dal diavolo non erano
responsabili
Si dice solo che la suggestione era molto
forte e che c'è stata e c'è ancora una presenza
del male che in qualche modo precede l'attività dell'uomo.
Il male, potremmo dire, ha una sua dimensione metastorica
che è appunto questa presenza degli spiriti cattivi
che sono diventati tali per una deviazione della loro volontà.
La cosa è allusa, per così dire, nella Scrittura
sia per quello che riguarda la creazione degli angeli, sia
per quello che riguarda la loro caduta. Nella Scrittura
non abbiamo delle affermazioni così aperte o perlomeno
così importanti come quelle riguardanti la creazione
del mondo e dell'uomo, però troviamo delle allusioni
che sono sufficientemente chiare. Nella seconda lettera
di san Pietro (2 Pt 2,4), nella lettera di san Giuda (Gd
6), troviamo dei passi abbastanza espliciti per quello che
riguarda la caduta, mentre san Paolo, parlando di principati
e potenze, dice che sono creature (Rm 8,38).
Che
succede quando si nega l'esistenza del demonio dicendo che
è il simbolo del male? Si finisce fatalmente per
fare di questo male un qualcosa che ha una sua consistenza,
cioè per ricadere nel manicheismo, proprio in quelle
concezioni che la parola di Dio voleva confutare rivelando
l'esistenza di spiriti celesti decaduti. Questo esito fatale
lo troviamo per esempio in quei teologi protestanti che
affermano che i demóni sono «strutture mentali».
Che cosa significa? O che il male ha una sua consistenza
oggettiva, oppure che il demonio è una inclinazione
cattiva che è nel cuore dell'uomo. Una teoria molto
antica che troviamo anche nel Talmud. Ma il problema è
solo spostato: se nel cuore dell'uomo c'è, fin dalla
nascita, una inclinazione cattiva allora questa inclinazione
viene da Dio.
Molti
di questi teologi affermano che «Gesù come
tutti gli uomini del suo tempo condivideva la concezione
dell'esistenza di demoni, angeli, ecc.». È
una affermazione profondamente inesatta, perché anche
al tempo di Gesù c'erano già delle correnti
che negavano l'esistenza del diavolo e degli angeli: i Sadducei
infatti negavano l'esistenza degli angeli (cfr. At 23,8).
È invece chiaro dai Vangeli che il Signore molto
spesso contraddice apertamente le convinzioni diffuse nel
suo tempo, mostrando la sua piena indipendenza.
La
ricerca più avveduta ha riscontrato che l'Apocalittica
più che un "genere letterario" costituisce
piuttosto una corrente teologica. L'essenziale dell'apocalittica
non sarebbe quindi da ricercarsi in una questione di metodo,
ma a livello di contenuti. Ora il contenuto centrale della
teologia apocalittica è proprio il problema del male,
dove il demonio non rappresenta più una cifra simbolica,
ma proprio la sostanza della soluzione: il male non è
un "qualcosa", ma è in radice il frutto
dell'uso sbagliato della libertà, quindi ha un fondamento
personale. La lotta contro il male è dunque sì
drammatica, ma, avendo per oggetto non incoercibili leggi
della natura, ma potenze personali, può essere vinta
e le foze del male depotenziate. Ecco tutta l'ambiguità
e il paradosso dell'apocalittica: messaggio insieme di estrema
drammaticità e di sfolgorante speranza.
«La
figura del diavolo nei suoi molteplici aspetti non è
frutto della fantasia [
]. Il diavolo non rappresenta
affatto il trionfo dell'estetica sulla logica, ma condensa
su di sé esigenze razionalissime del pensiero umano
di fronte al problema del male. Il diavolo è quella
x che risolve una complessa equazione di non so quale
grado, dove si tiene conto di molteplici fattori non facilmente
fra loro conciliabili, quali l'esistenza di un Dio giusto,
della libertà dell'uomo che si fa tale davanti ad
una scelta fra bene e male, nella quale uno dei due termini,
la Luce, viene fatto risalire a Dio, mentre l'altro, la
Tenebra è impossibile riportarcelo, almeno direttamente.
Nella figura del diavolo c'è anche l'intuizione del
male come forza organizzata, in quanto ha uno scopo di distruzione
che non colpisce soltanto questo o quello, ma è rivolta
contro tutto e contro tutti e quindi non può essere
opera di un semplice spirito maligno. Il diavolo è
una forza che l'uomo avverte al tempo stesso come a lui
esterna ed a lui interiore. Il diavolo del giudaismo non
"è quella parte del tutto chiamata Tenebra"
di Goethe, né la morte che va al suo posto come gli
antichi miti cananaici; il diavolo spiega che il male c'è
ed è sempre, per così dire, fuori posto, perché
è quella forza che si oppone all'ordine e non si
può, in nessun modo, farlo rientrare in nessuna rassicurante
struttura dell'essere»
Perché
questa attenzione alla negazione dell'esistenza del demonio?
Perché sono convinto che ha portato molta confusione.
Ha distolto infatti la teologia e la catechesi da una riflessione
attenta sul tema, favorendo così una situazione di
vuoto. Ma il pensiero dell'uomo, come la natura, fugge il
vuoto, così che lo spazio lasciato libero si è
riempito in modo disordinato. Si è trascurato di
coltivare un angolo del giardino, non ci si deve meravigliare
che si sia riempito di erbacce
2.
Il problema della possessione diabolica e dellazione
demoniaca in generale
Riguardo
all'azione che le forze demoniache esercitano nella vita
dell'uomo dobbiamo stare attenti ad una polarizzazione eccessiva,
esagerata, sul tema della possessione.
Il
peccato angelico ha avuto un influsso non solo sul mondo
umano, ma su tutto il creato nel suo insieme.
Tutto giace nelle doglie del parto a causa del peccato.
La morte non faceva parte del primitivo piano di Dio e quindi
neppure la malattia. Il disordine portato dal peccato è
la causa delle malattie. Ciò non significa che ogni
malattia sia causata dal peccato personale di chi ne è
affetto: la Scrittura ci invita piuttosto a pensare il contrario.
Rimane però vero che cè un collegamento
tra malattia e peccato. La vittoria sul peccato tuttavia
non determina per ciò stesso la scomparsa della malattia
che rimane come mezzo di espiazione e purificazione e anche
come mezzo di elevazione. Con laccettazione, nella
fede e nellamore, della sofferenza che la malattia
comporta luomo può anzi partecipare alla redenzione
di Cristo. È nel contesto della teologia della malattia
che dobbiamo innanzitutto collocare la problematica della
possessione.
In
questottica si deve dire che lazione dei demóni
è di duplice natura: indiretta e diretta.
Lazione indiretta è quella che si manifesta
nella debolezza della carne che sfocia così spesso
in malattia e ultimamente nella morte. Così come
il disordine del cuore umano porta con sé un disordine
della sua vita associata, il sorgere di strutture di peccato
e ultimamente di quellambiente permeato dal peccato
e che spinge ad esso che è il mondo.
In questo senso il demonio è il principe di
questo mondo. Accanto però a questazione
indiretta cè unazione diretta degli spiriti
malvagi che si manifesta soprattutto come tentazione,
cioè come suggestione del male. Lazione è
finalizzata a modificare lorientamento della volontà
delluomo, portandola a dis-orientarsi da Dio. Questopera
di dis-orientamento, se ha il suo fulcro nel fondo dellanima
e nel cuore delluomo come centro delle
sue decisioni personali e libere, si attua partendo - per
così dire - dalla periferia, cioè dalle facoltà
di cui luomo si serve per pensare e decidere, soprattutto
la fantasia. Lazione del maligno non può essere
diretta sulla libertà, ma è diplomatica,
cioè avviene attraverso mediazioni che sono quelle
delle potenze corporee di cui si serve luomo per attuare
la sua moralità (è tutto lambito morale
fondamentale degli atti imperati e delle passioni). La possessione
quindi (in senso lato) va vista come un tentativo messo
in atto da entità personali spirituali malvagie per
prendere possesso delluomo in tutte le sue componenti
al fine di assoggettarlo e spingerlo contro Dio. In questo
si manifesta lodio verso Dio che non potendo estrinsecarsi
anche qui in forma diretta, si esprime attraverso il danneggiamento
del creato e soprattutto del capolavoro del creato che è
luomo.
Questo sforzo di assoggettamento può giungere in
qualche caso fino a rendere tecnicamente folle
luomo. Cioè fino al punto di fargli perdere
il controllo delle sue facoltà compiendo atti di
cui non è più responsabile, atti che hanno
di norma una valenza autodistruttiva o aggressiva, sia verbale
che fisica nei confronti di Dio, delle cose sacre e delle
persone. Anche qui con un crescendo di intensità
che di norma si esprime con due termini distinti: ossessione
e possessione.
Per
valutare bene questo discorso è importante rifarsi
ad una antropologia corretta, cioè che non indulga
- in modo più o meno consapevole - a precomprensioni
di stampo cartesiano e meccanicistico. Occorre cioè
avere ben chiaro che luomo è corpore et
anima unus. Se è importante distinguere ciò
che rileva della sfera dellanime e del corpo, tutto
però deve avvenire senza compromettere in nulla lunità
sostanziale del composto. Ogni distinzione deve ciò
operarsi nellunito. Non solo: è importante
recuperare la visione biblica e tradizionale delluomo
a tre dimensioni, cioè somatica, psichica e pneumatica. Non si tratta affatto di
ipotizzare tre componenti delluomo, ma modalità
diverse di esprimersi della componente immateriale. Lanima,
che è il principio vitale, non esprime tutta la sua
capacità vitale nel dinamismo vegetativo e animale
del corpo (dimensione psichica), ma dispone di operazioni
che trascendono la materia - pur essendo ad essa sempre
strettamente legata (dimensione pneumatica).
Sempre
in una prospettiva di teologia della malattia si può
allora elaborare questa classificazione eziologica: le malattie
hanno una dimensione somatica e psichica (la malattia spirituale
in senso vero e proprio è il peccato, che si annida
nella volontà della persona). La malattia psichica,
che è quella che qui ci interessa direttamente, può
avere una causa somatica, demoniaca o spirituale. Può
cioè ricollegarsi in modo più o meno evidente
alla dimensione corporea, quindi materiale, delluomo;
può essere invece frutto di un diretto intervento
demoniaco; oppure ricollegarsi a una o più malvagie
passioni umane (soprattutto la philautía,
cioè lo smodato amore di sé, in particolare
del proprio corpo).
Tutte queste considerazioni che meriterebbero certamente
uno sviluppo più ampio, possono servire qui ad introdurci
al difficile tema della diagnosi degli interventi malefici.
Dovrebbe essere ormai chiaro che la questione è complessa
e che una diagnosi corretta deve rifarsi ad una eziologia
differenziata. Per esempio è evidente che lazione
malefica non esclude di per sé che il soggetto sia
malato, anche psichicamente, per altra causa. Così
come appare evidente che lazione malefica sul soggetto
induce di necessità un disordine nelle sue facoltà,
quindi una malattia, la quale di norma presenta sintomi
che possono essere letti anche solo in chiave somatica.
Questo naturalmente se non immaginiamo luomo come
non è, cioè la somma giustapposta di anima
e corpo. Il fatto che un disturbo sia di origine endogena
od esogena non modifica ordinariamente più
di quel tanto il suo immediato proporsi fenomenico.
In
che cosa consiste dunque la possessione?
Si
intende per possessione una aggressione da parte di forze
demoniache di un soggetto umano per cui questo si trova
limitato o del tutto inibito nel disporre delle sue proprie
funzioni psichiche.
Questa
è la possessione in senso stretto, cioè la
possessione accompagnata da follia, perché
la possessione senza particolari e veri e propri disturbi
psichici è un fatto più ampio che può
essere considerato coestensivo con tutta lazione dei
demóni quando si manifesta in interiore homine.
«È
spesso difficile dire perché questo tipo di possessione
accompagnato da follia sovente agitata tocca certi individui
piuttosto che altri, così come è difficile
spiegare per quale ragione la malattia, a parità
di condizioni, tocca quel tale piuttosto che il tal altro.
Il diavolo sceglie di manifestarsi in questa forma in certi
individui per delle ragioni che non sono sempre chiare.
Non si potrebbe sempre invocare uno stato peccaminoso più
grande in colui che è vittima, perché altri
sono risparmiati da questa forma di possessione quando il
loro stato spirituale sembra pur tuttavia equivalente. Se
a volte lintervento demoniaco fa seguito a un peccato
personale, questo ne è piuttosto - propriamente parlando
- loccasione che la causa. Ciò che determina
la scelta particolare dei demóni appare tuttavia
nel caso in cui luomo si è volontariamente
e coscientemente abbandonato al potere di Satana (qui il
prototipo è Giuda), nel caso ugualmente in cui la
possessione e la follia che ne risulta sono stati indotti
da pratiche di stregoneria e magia, come nel caso infine
in cui si può vedere nella possessione/follia una
prova permessa da Dio per permettere una purificazione e
un progresso spirituale che, in certuni, non avrebbe potuto
effettuarsi in altro modo».
Il
ministero dell'esorcismo era inizialmente qualcosa di molto
diffuso nella comunità cristiana e il cui esercizio
era abbastanza libero. Ben presto si è arrivati a
determinare la funzione specifica dell'esorcistato e poi,
successivamente il ministero è stato circoscritto
ai presbiteri. In seguito si è stabilito (Benedetto
XIV, 1 ottobre 1745) che il sacerdote può amministrare
lesorcismo solo se ha licenza da parte del suo vescovo,
e questa è la norma che si è andata consolidando
nella Chiesa cattolica.
Così
il Codice di Diritto Canonico del 1917 diceva che nessuno
poteva esorcizzare senza espressa licenza del vescovo, e
la stessa cosa è stata ribadita nel codice del 1983.
Fino
al 1998 era in vigore un rituale dellesorcismo risalente
al 1614. Esso è tuttora utilizzato ancora da molti
esorcisti. La Congregazione per il Culto divino e la disciplina
dei Sacramenti ne concede luso ai vescovi che ne fanno
richiesta per i loro esorcisti. Riporta una serie di regole
iniziali sul modo di amministrare questo sacramentale e
contiene anche delle norme di discernimento. Vi si dice
prima di tutto che il sacerdote non deve credere facilmente
che qualcuno sia posseduto dal demonio: «In primis,
ne facile credat, aliquem a daemonio esse obsessum».
Nel 1991 è stato concesso alla CEI e distribuito
ai vescovi e ai sacerdoti da loro incaricati un Rito
degli esorcismi ad interim in lingua italiana. Finalmente
nel 1998 è arrivato il nuovo rito nelledizione
tipica latina con il titolo De exorcismis et supplicationibus
quibusdam che revisiona e sostituisce il Titulus XII
del Rituale romano del 1614. Il rituale aveva già
subito alcune modifiche. La più significativa risale
a Pio XII: gli indizi di possessione vengono qualificati
come indizi possibili, anziché come indizi sicuri.
Evidentemente si trattava di sottolineare la necessità
di un discernimento che poggiasse su un quadro diagnostico
globale, dove il punto focale era costituito dallavversione
per il sacro. I criteri di discernimento - con questa precisazione
- sono transitati senza modifiche nel nuovo rito.
È
rimasta intatta la formula «ne facile credat».
Se quindi l'esorcista messo davanti ad un caso di presunta
possessione avanza delle esigenze di esame più dettagliato,
questo non è indizio di incredulità, ma solo
di obbedienza alle leggi della Chiesa. Bisogna fare discernimento,
cioè non si deve procedere in modo spontaneo, quasi
meccanico, a praticare un esorcismo.
Lesorcismo
è una preghiera con cui «la Chiesa domanda
pubblicamente e con autorità, in nome di Gesù
Cristo, che una persona o un oggetto sia protetto contro
l'influenza del Maligno e sottratto al suo dominio».
Lesorcismo che può compiere solo il presbitero
autorizzato dal vescovo è quello sulle persone e
riguarda solo i casi di possessione.
Dunque sulle cose o sulle persone nei casi di vessazioni
che non arrivano alla possessione qualunque sacerdote è
competente. È un sacramentale e come tale la sua
efficacia dipende dalla fede di chi lo amministra, dalla
fede di chi lo riceve e dalla fede delle persone che sono
presenti, per cui è chiaro che la presenza di curiosi,
di persone che sono lì soltanto per godersi lo spettacolo
danneggia la riuscita del sacramentale stesso.
L'elemento
decisivo è sempre la fede per cui l'esorcista deve
continuamente esortare la persona esorcizzata ad assecondare
con la preghiera, con una vita di fede, con il suo impegno,
l'azione che viene svolta.
Anche
l'esorcista deve impegnarsi personalmente con una vita di
preghiera, di fedeltà a Dio, di impegno, questo perché
un sacerdote può celebrare validamente una Messa
anche essendo - purtroppo - molto lontano da Dio, pur dubitando
anche della verità di quello che sta dicendo. La
Messa è pur sempre valida. Diverso è il caso
del sacramentale. Lefficacia del sacramentale non
è sempre garantita, perché chi lo amministra
e chi lo riceve non danno tutto quello che potrebbero dare
in termini di fede e di preghiera e anche naturalmente perché
Dio può avere degli altri progetti
Il
tema del maleficio
(fattura) è un argomento molto delicato. Anche su
questo punto, esistono effettivamente diversità di
opinioni nel campo della teologia.
Per
esempio, ancora recentemente, un teologo brasiliano di origine
tedesca, mons. Boaventura Kloppenburg, vescovo di Novo Hamburgo
e membro della Commissione Teologica Internazionale (un
organismo della Santa Sede), in un convegno di otto anni
fa, a Lione, ha sostenuto che la cosiddetta magia nera è
una illusione.
Il diavolo non agirebbe su commissione. Il che non vuol
dire che il demonio non possa nuocere alle persone, solo
che per farlo non si servirebbe di intermediari.
Bisogna
però riconoscere che la patristica e la grande maggioranza
dei teologi ha sempre ritenuto il maleficio possibile e
reale.
Recentemente
se ne è parlato anche in una nota pastorale della
conferenza episcopale toscana intitolata A proposito
di magia e demonologia.
Che io sappia è il primo documento episcopale che
si occupa così distesamene di demonologia, affrontando
anche questioni pratiche. In tema di maleficio ci dice questo:
«Alcuni fedeli si domandano: è vera la fattura?
Ha effetti reali? Il demonio si può servire di persone
cattive e quindi di gesti come la fattura o
il malocchio per fare del male a qualcuno? La
risposta è certamente difficile per i singoli casi,
ma non si può escludere, in pratiche di questo genere,
una qualche partecipazione del gesto malefico al mondo demoniaco,
e viceversa. Per questa ragione la Chiesa ha sempre fermamente
rifiutato e rifiuta il maleficium e qualunque
azione ad esso affine».
Una
cosa è certissima: la persona che fa la fattura -
posta le ovvie condizioni della piena avvertenza e del deliberato
consenso - commette un peccato grave, gravissimo, perché
vuole fare del male, odia e quindi è chiaro che si
mette in sintonia con colui che è omicida fin dal
principio, e questa sintonia non è solo un fatto
psicologico, è qualcosa di più. Mettersi in
sintonia vuol dire entrare in una certa sfera di influenza.
Non
si può però neanche escludere che ci sia una
partecipazione in senso rovesciato, cioè non solo
del soggetto alla malvagità del demonio, ma anche
del demonio al soggetto che compie l'azione malefica, così
che questi partecipa in qualche modo della sua forza e la
persona (o la cosa) oggetto del maleficio ne è colpita.
Questo naturalmente solo per permissione di Dio e nei limiti
di questa permissione.
Il
tema è delicatissimo perché mai come in questo
campo sono possibili le illusioni e lo scivolamento in forme
maniacali di delirio di persecuzione. Al demonio interessa
stare nascosto, però uno può occultare la
sua vera esistenza sia perché non se ne parla mai,
sia perché se ne parla troppo. Anche leccessiva
e disordinata pubblicità è un modo di occultare
la propria natura. Clive S. Lewis, che ci ha regalato una
serie di gustosi ma anche profondi libretti sul diavolo,
nota con arguzia: «Vi sono due errori, uguali ed opposti, nei quali
la nostra razza può cadere nei riguardi dei Diavoli.
Uno è di non credere alla loro esistenza. Laltro,
di credervi, e di sentire per essi un interesse eccessivo
e non sano. I Diavoli sono contenti dambedue gli errori
e salutano con la stessa gioia il materialista e il mago».
La
caccia alle streghe, è un tema che deve far riflettere:
noi oggi possiamo dire con certezza che non è vero
che è stata la Chiesa a causare la caccia alle streghe,
essa c'è stata per altre ragioni. Oggi siamo anche
in grado di dire che l'intervento dell'Inquisizione fu un
intervento che ha messo molta più moderazione di
quanta non ce ne fosse nei tribunali civili.
Però - attenzione! - perché effettivamente
c'è stato un periodo storico in cui la gente si è
lasciata prendere da una vera e propria mania che un grande
demonologo, Egon von Petersdorff non esita a qualificare
- nei suoi eccessi - essa stessa come diabolica
3.
Criteri diagnostici
Come
sempre succede la soluzione dei problemi è condizionata
dalla loro corretta o scorretta impostazione. La delicata
questione della diagnosi della possessione e del disturbo
malefico in generale è anchessa condizionata
dalla generale impostazione della problematica. Le pagine
che precedono hanno cercato di fornire un quadro di riferimento,
certamente bisognoso di sviluppi e integrazioni, ma forse
sufficiente allimpostazione del problema. Iniziamo
col mettere in chiaro come il problema non va impostato.
Dire che la ammissione di una diretta influenza demoniaca
è condizionata dallesclusione di ogni sia pur
lontanamente plausibile spiegazione naturale porta di suo
ad eliminare di fatto ogni possibile diagnosi in questo
senso. Gli esorcisti che partono da questo presupposto sono
molto spesso degli esorcisti credenti ma non
praticanti. Il passo alla miscredenza è solo
questione di tempo. Ma cè anche lipotesi
- tuttaltro che remota - di un passaggio alla credulità
indiscriminata, perché così - sempre in concreto
- molto spesso va luomo
Questo punto di partenza
è viziato da un falsa precomprensione dei rapporti
tra teologia e scienza e a monte tra soprannaturale e naturale.
Il teologo non è condannato ad occupare gli spazi
che gli sono concessi, bontà loro, dagli altri inquilini
delledificio del sapere.
Di questo passo il dormire sotto i ponti è un destino
ineludibile
In realtà si tratta di occupare
tutto e di imparare a coabitare nel rispetto reciproco.
Fuor di metafora: linterpretazione teologica non procede
a compartimenti stagni, perché tutto lessere
è suo oggetto proprio. La teologia si occupa di Dio
e di ogni cosa in quanto ha (e di principio sempre
lo ha) riferimento a Dio. Se si occupa delluomo se
ne occupa in ogni sua dimensione. Lo stesso fanno le scienze
umane, in cui rientrano anche la psicologia e la psichiatria.
La differenza di oggetto formale non è riconducibile
ad una differenza di oggetto materiale, appunto.
Nella concreta prassi dellinterpretazione però
occorre tenere nella dovuta considerazione i risultati scientificamente
motivati che procedono da altri approcci, confrontarsi con
essi nel rispetto del metodo scientifico che li ha generati
e del metodo teologico proprio nella certezza che verità
non può contraddire a verità. Il lavoro dellinterpretazione
è sempre necessariamente olistico e tanto più
convincente quanto più sa rispondere alle critiche
che procedono da altri modelli, sa criticare modelli alternativi
e sa integrare modelli complementari.
In
questottica è importante prendere in esame
qualche critica di tipo genealogico che metterebbe
in forse - se accolta - tutto limpianto della nostra
interpretazione. Laccettazione dellipotesi demonologica
sarebbe dovuto soltanto al fatto che in una fase arretrata
del progresso della scienza medica - della psichiatria in
particolare - le malattie in generale e quelle psichiche
in particolare erano sempre solo ricondotte a fenomeni di
possessione o maleficio o comunque allazione di spiriti
malvagi. Questa impostazione in quanto legata ad una visione
del mondo caduca e ormai superata deve essere decisamente
abbandonata.
Qui
bisogna rispondere che questa critica riposa su presupposti
storici falsi. Come linterpretazione della credenza
di Gesù nellesistenza degli spiriti malvagi
come partecipazione ad una unanimemente condivisa visione
del mondo degli uomini del suo tempo. Noi sappiamo infatti
che questa visione condivisa non esisteva. I sadducei non
credevano allesistenza di spiriti buoni o cattivi
che fossero. Anche la concezione dellistinto malvagio
(yetser ha-ra'), della sua natura e della sua origine
(impersonale o personale esterna) allinterno
della tradizione rabbinica, quindi farisaica, non è
affatto univoca.
Così noi constatiamo che i racconti evangelici di
esorcismo ci mettono davanti ad ogni pié sospinto
a testimonianze di diagnosi differenziata. Malattie e possessioni
non sono percepiti affatto come fungibili.
In
primo luogo possessioni e malattie o infermità sono
nettamente distinte in numerosi passi:
«La
sua fama si sparse per tutta la Siria e così condussero
a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori,
indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guariva»
(Mt 4,24).
«Venuta
la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò
gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati»
(Mt 8,16).
«Chiamati
a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di
scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di
malattie e d'infermità. [
] Guarite gli infermi,
risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni»
(10,1.8).
Inoltre,
la maggior parte delle malattie o infermità citate
a proposito di miracoli compiuti da Cristo non appaiono
affatto legate ad una possessione.
In
terzo luogo, in alcuni casi, la stessa persona risulta affetta
simultaneamente da una possessione e da una malattia senza
che la seconda sia legata alla prima. Abbiamo già
visto per es. Mt 8,16, dove Gesù procede a due operazioni
successive: luna di esorcismo (scacciò gli
spiriti), laltra di guarigione (guarì
tutti i malati). La prima però sarebbe bastata
se la malattia si fosse identificata con la possessione
o fosse stata causata da essa.
Non
dobbiamo neppure pensare che - come spesso si dice - i cristiani
antichi non sapessero distinguere tra malattia e possessione.
«Si pensa spesso al giorno doggi che lattribuzione
di una causa demoniaca a certe forme di follia è
dovuta al fatto che la medicina dellepoca non sarebbe
stata in grado di dare ad essa delle spiegazioni naturali.
Questo vuol dire ignorare che la medicina contemporanea
agli scritti patristici a cui facciamo riferimento vedevano
le cose nella stessa prospettiva naturalista della psichiatria
attuale e non lasciava, esattamente come questa, alcuno
spazio nelle sue descrizioni alla demonologia».
Il celebre trattato ippocratico intitolato Del male sacro,
attacca tutti quelli che vogliono attribuire lepilessia
e, in termini generali, qualunque malattia mentale, a un
potere divino o demoniaco.
Certo
le diagnosi mediche del tempo di Gesù non sono le
stesse di oggi, ma ciò non muta limpostazione
del problema. La diagnosi demonologica poi è di natura
ultimamente carismatica.
Ciò che importa rilevare è che allinterno
del progresso della scienza medica e - in una certa misura
- anche della diagnostica teologica della possessione -
rimane chiaro che i due fenomeni non coincidono.
Si
può poi avanzare un genealogia della genealogia,
cioè interpretare la negazione come espressione della
volontà di potenza del razionalimso, del suo delirio
di interpretazione, tale da non ammettere ambiti che
possano trascendere il potere esplicante della ragione naturale,
soprattutto quando questi ambiti si aprono su orizzonti
inquietanti, che mettono paura. Qui molto spesso lironia
assume i tratti di una specie di esorcismo laico.
Ciò fra laltro è autocontraddittorio
perché contraddice lagnosticismo che - normalmente
- accompagna limpostazione scientistica. Oggi i progressi
dellepistemologia generale e di quella psichiatrica
in particolare concludono ragionevolmente a risultati ben
più umili e aperti.
La
crisi e gli sviluppi dellepistemologia contemporanea,
in particolare il frantumarsi del modello positivista, hanno
avuto un inevitabile ricaduta in psichiatria: «Da
parte di vari ricercatori si parla di crisi della ragione.
Mentre affiora un insieme di ragioni, si fa strada la consapevolezza
dellimpossibilità di ridurle alla Ragione di
classica memoria illuminista. Si incrina: - il dogma della
riduzione del complesso al semplice, - il postulato del
poter descrivere ogni fatto noto di natura sotto la relativa
legge, - la nozione di oggettività fondata sulla
elaborazione sommativa dei dati osservati. La coscienza
scientifica si propone sempre meno di pervenire a parametri
totalizzanti in quanto si infrange nella crisi della Ragione
e nel riaffiorare dellindiscussa validità di
paradigmi locali».
Scilligo,
a proposito della diagnosi di possessione, non teme di evocare
la possibilità della coesistenza di interpretazioni
diverse: «Di fronte a questi fenomeni lo scienziato
mantiene una mente aperta e come minimo sospende il giudizio
e spera in una risposta futura che avalli la sua convinzione
di ridurre tutto a processi fisici. Lo scienziato può
anche rischiare di più e abbassare il suo pregiudizio
e pensare ad esempio che anche in questo campo potrebbe
valere il concetto di complementarietà del fisico
Bohr [
]. Potremmo trovarci di fronte ad un fenomeno
che per certi versi è spiegato bene dalla teoria
delle scissioni e proiezioni e per certi versi dalla teoria
delle possessioni spiritiche. I fatti concreti osservati
potrebbero costringere anche lo scienziato ad accettare
spiegazioni parallele, tutte e due plausibili, proprio come
è accettata la spiegazione di un unico fenomeno,
la luce, sulla base di due teorie».
Oggi
il famoso Manuale Diagnostico dell'American Psychiatric
Association, nella sua IV ed., descrive la possessione in
termini molto «neutrali» e ammonisce che si
può parlare di Disorder, cioè porre
una diagnosi psichiatrica, solo se non si tratta di stati
accettati dalla cultura dell'interessato come una parte
normale di una pratica culturale o religiosa (cfr. DSM-IV,
pp.486-487.490. 727-728). Questo può essere visto
come una generica forma di tolleranza religiosa, ma credo
debba essere interpretato soprattutto come prudenza scientifica
nell'affrontare un fenomeno di difficile catalogazione.
I
criteri di discernimento
Il
vecchio rituale li elencava in questo modo: parlare lingue
sconosciute, non soltanto qualche parola, ma intrattenere
un dialogo, una conversazione; manifestare fatti o cose
nascosti e lontani; sviluppare una forza assolutamente sproporzionata
rispetto all'età e alla complessione.
Questi
sono i termini usati nel rituale edito da Paolo V nel 1614
e rivisto da Pio XII nel 1952. Nel De exorcismis et supplicationibus
quibusdam si aggiunge giustamente un altro criterio
che è l'avversione a Dio, a Maria, ai santi e in
generale a tutto ciò che dice relazione con lazione
salvifica di Dio. Viene anche accentuata la necessito di
un quadro diagnostico globale.
Vale
la pena riportare il testo per intero:
«Lesorcista
dunque non proceda alla celebrazione dellesorcismo
se non ha accertato, con certezza morale, che lesorcizzando
sia veramente posseduto dal demonio e - se possibile - con
il suo consenso.
Secondo
la prassi sperimentata, si considerano come segni di possessione
diabolica: proferire molte parole in una lingua sconosciuta
o capire chi la parla; manifestare cose lontane o occulte;
dimostrare forze superiori alla natura delletà
o della condizione. Tali segni possono offrire un qualche
indizio. Ma siccome tali segni non sono necessariamente
da interpretare come provenienti da parte del diavolo, bisogna
fare attenzione ad altri segni, soprattutto di ordine morale
e spirituale, che manifestano diversamente lintervento
diabolico, come ad esempio una forte avversione nei confronti
di Dio, del santissimo nome di Gesù, della Beata
Vergine Maria e dei santi, della Chiesa, della parola di
Dio, di cose, riti, soprattutto sacramentali, e immagini
sacre. A volte si deve esaminare con molta cura il rapporto
di tutti i segni con la fede e il combattimento spirituale
nella vita cristiana, perché il Maligno è
soprattutto nemico di Dio e di tutto ciò che i fedeli
mettono in relazione con lazione salvifica di Dio».
Questi
sintomi si presentano - anche presi uno per uno - come fenomeni
spiegabili in maniera naturale. La personalità multipla
(MPD Multiple Personality Disorder), per esempio,
è un fenomeno che gli psichiatri conoscono e ritengono
di poter ricondurre a un processo di scissione e proiezione.
Bisogna però subito aggiungere che pur essendo
stato accolto nel 1980 nel DSM-III (American Psychiatric Association, Diagnostic and Statistical
Manual of Mental Disorder) si tratta di un criterio
diagnostico molto discusso e contestato.
Il sintomo più sicuro - preso a sé stante
- sembra essere il parlare lingue sconosciute.
Quando si tratta veramente di un discorso, di una conversazione
in una lingua che il soggetto per certo non può conoscere,
è qualche cosa che dal punto di vista naturale non
si può spiegare in nessun modo.
Naturalmente
tutte le volte che si parla di sintomi è chiaro che
occorre una visione globale della situazione, bisogna cercare
di vedere non tanto separatamente le manifestazioni, ma
in tutto il contesto in cui si presentano e l'esorcista
deve fare un esame dettagliato della persona e della sua
situazione prima di procedere all'esorcismo.
C'è
da dire però anche un'altra cosa: l'esorcismo solenne
«sugli ossessi» non è l'unica forma di
intervento nei confronti di disturbi di carattere malefico,
così come d'altra parte, la possessione diabolica
non è l'unica forma di manifestazione di carattere
malefico. Ci possono essere fatti anche di altra natura:
si può parlare, per esempio, di ossessione
nel senso di un disturbo che non arriva fino alla possessione
in senso stretto, ma che si manifesta in vessazioni che
toccano più o meno pesantemente la persona, nei confronti
delle quali si può procedere con preghiere, con esorcismi
in senso lato. Per infestazione
invece si intende in genere il disturbo che riguarda cose
e luoghi.
L'elemento
decisivo è sempre quello indicato nella prima lettera
di san Pietro: «Siate temperati, vigilate. Il vostro
nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando
chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo
che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse
sofferenze di voi» (1Pt 5, 8-9). "In" in
ebraico vuol dire sia "in" che "con";
in questo caso potremmo quindi tradurre: «resistetegli
saldi con la fede», dove la fede rappresenta
l'elemento determinante di qualsiasi lotta contro il demonio.
Prendiamo
un altro passo importante che è quello del capitolo
sesto della lettera agli Efesini: «Rivestitevi dell'armatura
di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La
nostra battaglia infatti non è contro creature fatte
di sangue e di carne, ma contro i Principati e Potestà,
contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli
spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete
perciò l'armatura di Dio, perché possiate
resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver
superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i
fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della
giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per
propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano
lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti
i dardi infuocati del maligno; prendete anche l'elmo
della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la
Parola di Dio» (Ef. 6, 11-17).
Nel
vangelo di Luca, il Signore, che ha scacciato il demonio
da un indemoniato, ci dà così la spiegazione
di quello che è successo: «Quando un uomo forte,
bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi
beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte
di lui e lo vince, gli strappa via l'armatura nella quale
confidava e ne distribuisce il bottino» (Lc 11, 20-22).
Chi
è Gesù? È il più forte, in grado
di schiacciare il forte, cioè il demonio. Se dovessi
dire quale è l'atteggiamento che il cristiano deve
avere nei confronti di questo mondo inquietante e tenebroso,
direi che non è quello della paura, ma quello della
vigilanza, anzi il cristiano in fondo se ha paura e nella
paura si adagia, pecca, perché vuol dire che non
crede! Se noi diamo un'occhiata alla storia della salvezza
vediamo che a tutti i livelli c'è sempre una tensione,
fra un "già" e un "non ancora".
Il Signore ci ha già salvati, però
noi abbiamo ancora qualcosa da fare a questo mondo
per accogliere questa salvezza. Così possiamo dire
che il Signore ha già vinto il demonio e che
però il demonio è ancora all'opera.
Quindi la vigilanza la dobbiamo sempre avere senza mai perdere
la consapevolezza della vittoria che il Signore ha riportato
sul demonio. Il demonio in fondo è vinto e noi lo
vinciamo nella misura in cui con la fede ci affidiamo interamente
a quest'Uomo più forte di lui che è Gesù
nostro Signore.
È
significativo anche il confronto con altre culture non toccate
dal cristianesimo. A volte ne ho trovato conferma in alcuni
missionari che sono venuti a contatto con popolazioni in
cui c'è un rapporto inquieto, teso, con il mondo
degli spiriti, come una paura costante nei confronti di
un mondo dal quale si teme sempre un attacco. Il cristianesimo
allora porta serenità, perché porta la convinzione
profonda che questo mondo è soggiogato, è
tenuto lontano, è controllato.
«La
cultura atea dell'Occidente moderno vive ancora grazie alla
libertà dalla paura dei demoni portata dal cristianesimo».
L'ottimismo che pervade la nostra civiltà occidentale
ha questa origine cristiana, ma può anche mantenersi
solo conservando i suoi rapporti con il cristianesimo che
lo giustifica (l'«uomo forte» non è da
temere solo se qualcuno «più forte» di
lui lo tiene legato): «se questa luce redentrice del
Cristo dovesse spegnersi, pur con tutta la sua sapienza
e tutta la sua tecnologia il mondo ricadrebbe nel terrore
e nella disperazione. Ci sono già segni di questo
ritorno di forze oscure, mentre crescono nel mondo secolarizzato
i culti satanici».
4.
Laspetto pastorale e liturgico
Ho
svolto un ministero pastorale in questo campo per più
di dieci anni.
Nel
mese di dicembre del 1992 (o poco prima) il Vescovo mi ha
affidato l'incarico di prendere in esame i casi di persone
che si ritenevano oggetto di disturbi di origine malefica,
riservando a sé la qualifica e il ministero di esorcista
della diocesi.
Ho
usato sempre questa prassi: più colloqui preliminari
al fine di accertare con la massima accuratezza possibile
la reale situazione della persona. Quindi, nell'eventualità
lo ritenessi necessario, richiesta di celebrazione dell'esorcismo
solenne da parte del Vescovo. Il Vescovo ha sempre, di fatto,
incaricato me. Ho cercato fin da subito la collaborazione
di medici specializzati in Psichiatria
Descrivo
qualche caso non tra quelli che mi paiono più eclatanti,
ma scegliendo alcuni casi emblematici, tipici
delle diverse situazioni che mi si presentano spesso nel
ministero. Avverto che la descrizione subisce modifiche
di dettaglio, che non influiscono ovviamente nella sostanza,
onde salvaguardare la privacy delle persone.
1.
Pochissimo tempo dopo aver ricevuto l'incarico, si è
presentata da me una signora di origine slava sui cinquant'anni.
Aveva frequentato a lungo l'ambiente degli «operatori
dell'occulto» facendo anche la rappresentante di ditte
fornitrici del settore (carte, libri, pupazzi, candele
).
Io stesso più volte mi sono recato (in borghese
)
a visitare una libreria di Viareggio dove viene venduto
materiale di questo genere. Effettivamente si tratta di
un giro commerciale di una certa consistenza. La donna riteneva
di avere ricavato da questa attività una serie di
disturbi di origine malefica. In certi momenti le capitava
di perdere il controllo di sé. Questa donna mi porta
altre due persone: fratello e sorella, ancora più
disturbati di lei. Io cerco di tranquillizzarli e minimizzo
l'importanza del caso. Una sera arrivano all'improvviso.
La ragazza è praticamente sorretta da due persone
e sta male. È molto pallida e non parla. Provo a
recitare qualche preghiera, ma le reazioni sono violente.
Telefono al Vescovo chiedendo istruzioni. Il Vescovo non
ritiene che sia il caso di celebrare l'esorcismo solenne.
Chiedo comunque l'autorizzazione di utilizzare l'esorcismo
di Leone XIII che mi viene accordata. La reazione della
ragazza è ancora più violenta: urla e si dimena.
Sono necessarie più persone per tenerla ferma. Una
cosa soprattutto mi colpisce: il movimento degli occhi è
molto strano, anche se non mi pare eccezionale. L'impressione
soggettiva è comunque molto forte. Non articola nessuna
parola dotata di senso, il tono della voce però è
decisamente impressionante. Dopo circa un'ora di preghiera,
interrompo e fisso un nuovo incontro fra qualche giorno.
Per il giorno fissato è presente anche uno psichiatra,
ma la ragazza non si presenta più, né avrò
più sue notizie in seguito.
2.
P.B. è una ragazza di circa vent'anni, figlia unica.
Ha frequenti crisi che paiono collegate con una certa fobia
del sacro. Va in crisi quando si recita il Rosario. Vado
a casa sua per assistere ad una di queste crisi. Effettivamente
si agita molto. I movimenti però, per quanto scomposti,
mi paiono decisamente controllati dalla ragazza. La voce
è solo un po' stridula, ma tutto sommato normale.
Non dice cose significative. La indirizzo dallo psichiatra
che, davanti alla resistenza alle terapie e al persistere
delle crisi decide di ricoverarla. I genitori soprattutto
la madre sono iperprotettivi. Il ricovero dura una
quindicina di giorni. La ragazza ne esce guarita.
3.
Una giovane donna è affetta da fortissimi mal di
testa. Si è sottoposta a molte visite, anche specialistiche,
senza risultato. Risulta sana e le blande terapie proposte
non hanno effetto. La donna mi pare assolutamente normale
e non particolarmente influenzata religiosamente. La convivenza
con la suocera (o altra persona di casa) è difficile.
È la presenza di questa persona, nella sua sensibilità,
che fa problema. La invito a pregare, soprattutto a perdonare.
La vedo due volte (o una soltanto?
) e la benedico.
I mal di testa spariscono improvvisamente.
4.
M.S. è una ragazza di circa vent'anni. Conosce una
persona molto strana che le parla di un mondo invisibile
con cui entrare in contatto. Partecipa a sedute spiritiche
(guidate da questa persona?). Mantiene una relazione (non
so fino a che punto «pulita») con questa persona
molto più vecchia di lei, naturalmente di nascosto
dai genitori. Sente voci e vede luci di notte. La sensazione
della luce che gira per la stanza è piacevole. M.
è strana e irrequieta. Ha diversi ragazzi perché
molto bella, ma i rapporti non sono mai sereni. Si confessa
e tutto sembra sparire. A volte però affiorano comportamenti
strani, si direbbe distruttivi, nei confronti delle persone.
Sembra che si diverta a far soffrire le persone. Un suo
ragazzo si suicida. Una volta forse l'ultima
viene da me per confessarsi. Poi, prima che fossimo entrati
in argomento e si accennasse alla confessione, improvvisamente,
si dà alla fuga. La inseguo. Prego di nascosto e
lei inveisce contro di me dicendomi «smettila di dire
queste
».
5.
Una giovane ragazza viene coinvolta dal fidanzatino in un
gruppo di giovani «satanisti». Li guida una
persona più matura. Vanno al cimitero e scoperchiano
le tombe. Fanno riti strani che culminano nel falò
di un crocifisso. Non ho verificato la veridicità
di questo episodio, so però per certo che
episodi di questo genere si sono verificati nelle nostre
zone. Ho avuto anche la visita di una ispettrice di Polizia
che voleva avere da me qualche informazione. Sono entrato
in possesso di alcune fotografie scattate da giornalisti.
La ragazza mi pare assolutamente sincera. L'episodio che
fa scattare le turbe è questo: una sera la ragazza
è messa in una cassa da cui è stato tolto
il cadavere. Da allora è agitata, non dorme, fa fatica
a entrare in Chiesa, ecc. Ottengo il permesso di esorcizzarla.
Si agita parecchio. Dopo diverse sedute incomincia a stare
meglio. Mi telefona che non ha più bisogno di venire.
6.
Una signora di mezza età che vive sola è spaventata
dalla comparsa in casa di macchie con visi e simboli. Mi
reco sul posto. Spostiamo faticosamente (e pericolosamente)
un grosso armadio per visionare le macchie più sospette.
Sono solo macchie di umidità. Accetta docilmente
la spiegazione e si confessa.
Questa
è la prassi con cui affronto abitualmente i casi.
Dopo
qualche convenevole per cercare di mettere la persona o
le persone a proprio agio, mi faccio raccontare di che si
tratta. Ascolto e mi sforzo di completare il quadro con
opportune domande. In particolare cerco di accertare se
la persona ha già da tempo disturbi del genere, se
ha seguito terapie, se è attualmente in cura. Indago
sulla sua frequentazione di maghi o sedute spiritiche o
altro del genere. Sulla sua fede e pratica cristiana, sulla
situazione matrimoniale e familiare.
Per
lo più mi limito ad una esortazione che tende a rafforzare,
in molti casi a riaccendere, la fede. Faccio uso dei sacramentali,
in particolare olio benedetto.
Mai però senza che questo gesto sia spiegato e accompagnato
dalla Parola di Dio. Insisto sull'ascolto della
Parola di Dio, sulla
recita del Rosario, sulla lettura della Bibbia, sulla preghiera
del cuore, sull'Eucaristia. Suggerisco la frequentazione
di qualche gruppo di preghiera, parrocchiale o altro e insisto
perché si perseveri in quello già frequentato,
qualora ci sia.
Ho
constatato che per molti la partecipazione ad una Messa
con preghiere di liberazione, molto movimentata ed «emozionante»,
ha costituito il momento forte la «scossa»
- per un generale riavvicinamento alla fede. In qualcuno
leffetto è stato disturbante (nel qual caso
li sconsiglio di continuare), in altri è il punto
di partenza di un cammino di fede che cerca contenuti, anche
dottrinali, sempre più solidi. In questo caso
per esempio il «riposo nello Spirito»
rappresenta un episodio di passaggio.
In
moltissimi casi il colloquio sfocia in una confessione,
che per tanti è la «seconda» della vita,
e in molti prosegue in un rapporto di guida spirituale.
Constato
che le preghiere di liberazione
e gli esorcismi
hanno un effetto per lo più positivo. Si può
certamente pensare ad un «effetto placebo»,
peraltro in sé tuttaltro che disprezzabile
se porta buoni frutti. Non mi pare però che tutto
possa e debba essere ridotto a questo.
L'esperienza
che ho accumulato mi ha confermato nella convinzione che
l'uso dei sacramentali
sia molto utile se inserito in un contesto di fede. I sacramentali
fanno parte della struttura sacramentale della fede cristiana.
L'abuso è certamente possibile. Mi è capitato
per es. il caso di una signora che per potenziare l'efficacia
dell'olio benedetto se ne era letteralmente versata in testa
una bottiglia, con grande sconcerto del figlio
Sono
tuttavia riuscito a convincerla ad abbandonare completamente
questo tipo di pratiche! Bisogna notare però che
l'abuso attraversa tutti gli ambiti dell'esistenza cristiana:
non risparmia neppure la Bibbia, di cui si può fare
un uso fondamentalistico, o la Messa che può essere
concepita come un gesto magico, soprattutto le Messe per
i defunti. Constato spesso con raccapriccio che il rapporto
che la nostra gente ha con la Messa è spesso di questo
genere. Questo però non può essere una buona
ragione per allontanare i fedeli dalla Messa e neppure per
mettere in discussione la pratica delle Messe in suffragio
dei defunti. La catechesi e a monte la teologia
dei sacramentali è utilissima. Essi rappresentano
il modo tradizionale della Chiesa per espandere l'ordine
sacramentale a tutti i momenti della vita. La vita del cristiano
è esistenza sacramentale. Mi pare che
la risposta adeguata allo scadimento magicistico non sia
l'esclusione, ma l'integrazione.
Altri
esorcisti hanno confermato una mia impressione: per lo più
ci troviamo davanti a fenomeni misti, dove cioè patologia
e influsso malefico sono strettamente intrecciati.
Mi
sento a questo punto anche di produrre dei desiderata.
È importante sottrarre lesorcista dal suo attuale
isolamento pastorale, che gli conferisce per lo più
una identità quasi stregonesca.
È
importante dissolvere leccessiva concentrazione
sulla possessione e
quindi sullesorcismo solenne. Attualmente il termine
esorcismo è diventato sinonimo di esorcismo solenne,
per cui si è introdotto il neologismo preghiere
di liberazione. Al di là di un problema di
terminologia sarebbe opportuno dotare la Chiesa di preghiere
ufficiali di taglio esorcistico che possano servire per
tutti i casi (che sono i più frequenti) che non rientrano
nel caso della liberazione di un ossesso.
Il Benedizionale è stato accusato di aver eliminato
ogni riferimento demonologico. Non è proprio esatto:
se si leggono bene le norme introduttive si vede che una
delle funzioni delle benedizioni è proprio quella
di sottrarre le cose dall'influsso del demonio, quindi -
anche se poi la preghiera specifica non lo nomina esplicitamente
- la norma introduttiva dice che ha anche questa finalità.
Rimane tuttavia lesigenza che vi siano anche preghiere
con esplicito riferimento esorcistico. Nel frattempo
si può ricorrere a preghiere libere. Nel 1985 la
Congregazione per la Dottrina della Fede ha inviato una
lettera ai vescovi richiamando le norme della Chiesa sugli
esorcismi. Vi si dice che i fedeli laici non possono usare
le formule dell'esorcismo solenne e neppure quelle dell'esorcismo
di Leone XIII, tuttavia la lettera conclude che: «il
richiamo di queste norme [
] non deve affatto allontanare
i fedeli dal pregare affinché, come ci ha insegnato
Gesù, siano liberati dal male».
Bibliografia
sommaria
Per
il momento esegetico
Rimane
fondamentale: Heinrich
Schlier, Mächte und Gewalten im Neuen Testament
(Quaestiones Disputatae 3), Freiburg i. B.: Herder, 1958;
trad. it.: Principati e potestà nel Nuovo Testamento,
Brescia: Morcelliana 1967.
Per
mettere a fuoco la posizione di forte centralità
del ministero esorcistico nel Nuovo Testamento ho trovato
di grande utilità:
Susan
R. Garrett, The Demise of the Devil. Magic and the Demonic
in Luke's Writings, Minneapolis: Augsburg Fortress, 1989.
Graham
H. Twelftree, Jesus the Exorcist. A contribution to the
Study of the Historical Jesus, Peabody - Massachussetts:
Hendrickson Publishers, 1993
Per
il momento patristico
Jean-Claude
Larchet è un teologo francese di confessione ortodossa.
Il suo trittico incentrato sulla teologia della
malattia costituisce un contributo di grande valore per
il nostro argomento. Valido anche per laspetto sistematico.
Jean-Claude Larchet,
Théologie de la maladie, Paris: Éditions
du Cerf, 1991; trad. it. Teologia della malattia
(Universale teologica 34), Brescia: Queriniana, 1993.
Idem,
Thérapeutique des maladies mentales. L'expérience
de l'Orient chrétien des premiers siècles,
Paris: Éditions du Cerf, 1992
Idem,
Thérapeutique des maladies spirituelles. Une introducyion
à la tradition ascétique de l'Église
orthodoxe, Paris: Éditions du Cerf, 2000/4ª
ed.
Per
il momento sistematico
Egon von Petersdorff, Demonologia. Le
forze occulte ieri e oggi, Invito alla lettura di Massimo
Introvigne, prefazione di Pietro Cantoni, Milano: Leonardo
(Arnoldo Mondadori Editore), 1995.
René
Laurentin, Il demonio mito o realtà. Insegnamento
ed esperienza del Cristo e della Chiesa, trad. it.,
Milano/Udine: Massimo/Segno, 1995.
Benito
Marconcini - Angelo Amato - Carlo Rocchetta - Moreno Fiori,
Angeli e demoni. Il dramma della storia tra il bene e
il male (Corso di teologia sistematica, 11), Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna,
1991.
Sullaspetto
parapsicologico
Maria
Teresa La Vecchia, Antropologia paranormale. Parte I:
Fenomeni dell'occulto e della Parapsicologia (ad uso
degli studenti), Roma: Pontificia Università Gregoriana,
1989.
Idem,
Antropologia paranormale. Parte II: Fenomeni preternaturali
e soprannaturali (ad uso degli studenti), Roma: Pontificia
Università Gregoriana, 1989.
Sullaspetto
liturgico
Achille
M. Triacca, Esorcismo, in: Domenico Sartore, csj - Achille M. Triacca, sdb - Carlo
Cibien, ssp (a c. di), Liturgia, Cinisello
Balsamo (Milano): S. Paolo, 2001, pp. 711-735.
AA.
VV., «Cacciate i demoni». Manuale per l'uso,
in: Rivista Liturgica 87 (6, 2000).
AA.
VV., De exorcismis, in: Ephemerides liturgicæ
114 (3, 2000).