Il
digiuno
Il
digiuno nella vita della Chiesa di don
Gabriele Mangiarotti
Perché
il digiuno?
A
questa domanda bisogna dare una risposta più ampia
e profonda, perché diventi chiaro il rapporto tra
il digiuno e la "metanoia", cioè quella
trasformazione spirituale, che avvicina l'uomo a Dio. Cercheremo
quindi di concentrarci non soltanto sulla pratica dell'astensione
dal cibo o dalle bevande - ciò infatti significa
"il digiuno" nel senso comune - ma sul significato
più profondo di questa pratica che, del resto, può
e deve alle volte essere "sostituita" da qualche
altra. Il cibo e le bevande sono indispensabili all'uomo
per vivere, egli se ne serve e deve servirsene, tuttavia
non gli è lecito abusarne sotto qualsiasi forma.
La tradizionale astensione dal cibo e dalle bevande ha come
fine di introdurre nell'esistenza dell'uomo non soltanto
l'equilibrio necessario, ma anche il distacco da quello
che si potrebbe definire "atteggiamento consumistico".
Tale atteggiamento è divenuto nei nostri tempi una
delle caratteristiche della civiltà e in particolare
della civiltà occidentale. L'atteggiamento consumistico!
L'uomo orientato verso i beni materiali, molteplici beni
materiali, molto spesso ne abusa. Non si tratta qui unicamente
del cibo e delle bevande. Quando l'uomo è orientato
esclusivamente verso il possesso e l'uso di beni materiali,
cioè delle cose, allora anche tutta la civiltà
viene misurata secondo la quantità e la qualità
delle cose che è in grado di fornire all'uomo, e
non si misura con il metro adeguato all'uomo. Questa civilizzazione
infatti fornisce i beni materiali non soltanto perché
servano all'uomo a svolgere le attività creative
e utili, ma sempre di più... per soddisfare i sensi,
l'eccitazione che ne deriva, il piacere momentaneo, una
sempre maggiore molteplicità di sensazioni.
Alle volte si sente dire che l'incremento eccessivo dei
mezzi audio-visivi nei paesi ricchi non sempre giova allo
sviluppo dell'intelligenza, particolarmente nei bambini;
al contrario, talvolta contribuisce a frenarne lo sviluppo.
Il bambino vive solo di sensazioni, cerca delle sensazioni
sempre nuove... E diventa così, senza rendersene
conto, schiavo di questa passione odierna. Saziandosi di
sensazioni, rimane spesso intellettualmente passivo; l'intelletto
non si apre alla ricerca della verità; la volontà
resta vincolata dall'abitudine, alla quale non sa opporsi.
Da ciò risulta che l'uomo contemporaneo deve digiunare,
cioè asternersi non soltanto dal cibo o dalle bevande,
ma da molti altri mezzi di consumo, di stimolazione, di
soddisfazione dei sensi. Digiunare significa astenersi,
rinunciare a qualcosa.
Perché
rinunciare a qualcosa? Perché privarsene?
Abbiamo
già in parte risposto a questo quesito. Tuttavia
la risposta non sarà completa, se non ci rendiamo
conto che l'uomo è se stesso anche perché
riesce a privarsi di qualcosa, perché è capace
di dire a se stesso: "no". L'uomo è un
essere composto di corpo e di anima. Alcuni scrittori contemporanei
presentano questa struttura composta dell'uomo sotto la
forma di strati e parlano, ad esempio, di strati esteriori
in superficie della nostra personalità, contrapponendoli
agli strati in profondità. La nostra vita sembra
esser divisa in tali strati e si svolge attraverso di essi.
Mentre gli strati superficiali sono legati alla nostra sensualità,
gli strati profondi sono espressione invece della spiritualità
dell'uomo, cioè: della volontà cosciente,
della riflessione, della coscienza, della capacità
di vivere i valori superiori.
Questa immagine della struttura della personalità
umana può servire a comprendere il significato del
digiuno per l'uomo. Non si tratta qui solamente del significato
religioso, ma di un significato che si esprime attraverso
la cosiddetta "organizzazione" dell'uomo come
soggetto-persona. L'uomo si sviluppa regolarmente, quando
gli strati più profondi della sua personalità
trovano una sufficiente espressione, quando l'ambito dei
suoi interessi e delle sue aspirazioni non si limita soltanto
agli strati esteriori e superficiali, connessi con la sensualità
umana. Per agevolare un tale sviluppo, dobbiamo alle volte
consapevolmente distaccarci da ciò che serve a soddisfare
la sensualità, vale a dire, da quegli strati esteriori
superficiali. Quindi dobbiamo rinunciare a tutto ciò
che li "alimenta".
Ecco, in breve, l'interpretazione del digiuno al giorno
d'oggi.
La
rinuncia alle sensazioni, agli stimoli, ai piaceri e anche
al cibo o alle bevande, non è fine a se stessa. Essa
deve soltanto, per così dire, spianare la strada
per contenuti più profondi, di cui "si alimenta"
l'uomo interiore. Tale rinuncia, tale mortificazione deve
servire a creare nell'uomo le condizioni per poter vivere
i valori superiori, di cui egli è, a suo modo, "affamato".
Ecco, il "pieno" significato del digiuno nel linguaggio
di oggi. Tuttavia, quando leggiamo gli autori cristiani
dell'antichità o i Padri della Chiesa, troviamo in
loro la stessa verità, spesso espressa con linguaggio
così "attuale" che ci sorprende. Dice,
per esempio, san Pietro Crisologo: "Il
digiuno è pace del corpo, forza delle menti, vigore
delle anime" ("Sermo" VII: "De
Jejunio", 3), e ancora: "Il digiuno è
il timone della vita umana e regge l'intera nave del nostro
corpo".
E sant'Ambrogio risponde così alle
eventuali obiezioni contro il digiuno: "La carne,
per la sua condizione mortale, ha alcune sue concupiscenze
proprie: nei loro confronti ti è stato concesso il
diritto di freno. La tua carne è sotto di te: non
seguire le sollecitazioni della carne fino alle cose illecite,
ma frenale alquanto anche per quanto riguarda quelle lecite.
Infatti, chi non si astiene da nessuna delle cose lecite,
è prossimo pure a quelle illecite" (S.
Ambrogio, "Sermo de utilitate jejunii", III. V.
VII). Anche scrittori non appartenenti al cristianesimo
dichiarano la stessa verità. Questa verità
è di portata universale. Fa parte della saggezza
universale della vita.
E'
ora certamente più facile per noi comprendere il
perché Cristo Signore e la Chiesa uniscano il richiamo
al digiuno con la penitenza, cioè con la conversione.
Per convertirci a Dio, è necessario scoprire in noi
stessi quello che ci rende sensibili a quanto appartiene
a Dio, dunque: i contenuti spirituali, i valori superiori,
che parlano al nostro intelletto, alla nostra coscienza,
al nostro "cuore" (secondo il linguaggio biblico).
Per aprirsi a questi contenuti spirituali, a questi valori,
bisogna distaccarsi da quanto serve soltanto al consumismo,
alla soddisfazione dei sensi. Nell'apertura della nostra
personalità umana a Dio, il digiuno - inteso sia
nel modo "tradizionale" che "attuale"
- deve andare di pari passo con la preghiera perché
essa ci dirige direttamente verso lui.
D'altronde il digiuno, cioè la mortificazione dei
sensi, il dominio del corpo, conferiscono alla preghiera
una maggiore efficacia, che l'uomo scopre in se stesso.
Scopre infatti che è "diverso", che è
più "padrone di se stesso", che è
divenuto interiormente libero. E se ne rende conto in quanto
la conversione e l'incontro con Dio, attraverso la preghiera,
fruttificano in lui.