I
discepoli e il digiuno
di
padre Raniero Cantalamessa
Marco
(2,18-22)
In
quel tempo i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo
un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero:
«Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli
dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli
invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché
hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno
giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno.
Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio;
altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma
uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri
vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si
perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi».
Nel
dare una risposta ai discepoli di Giovanni Battista e ai
farisei, che chiedono come mai i suoi discepoli non osservano
il digiuno, Gesù non rinnega questa pratica, ma la
rinnova nei suoi modi, nei tempi e nei contenuti. Il digiuno
è diventato ai nostri giorni una pratica ambigua.
Nell’antichità non si conosceva che il digiuno religioso;
oggi esiste un digiuno politico e sociale (scioperi della
fame!), un digiuno igienico o ideologico (vegetariani),
un digiuno patologico (anoressia), un digiuno estetico (per
mantenere la linea). Esiste soprattutto un digiuno imposto
dalla necessità: quello dei milioni di esseri umani
che non hanno il minimo indispensabile e muoiono di fame.
Per sé stessi, questi digiuni nulla hanno a che vedere
con ragioni religiose e ascetiche. Nel digiuno estetico,
anzi, a volte (non sempre) si "mortifica" il vizio
della gola, solo per obbedire a un altro vizio capitale,
quello della superbia o della vanità.
È
importante perciò cercare di riscoprire il genuino
insegnamento biblico sul digiuno. Nella Bibbia troviamo,
nei confronti del digiuno, l’atteggiamento del "sì,
ma", dell’approvazione e della riserva critica. Il
digiuno, per sé, è cosa buona e raccomandabile;
traduce alcuni atteggiamenti religiosi fondamentali: riverenza
davanti a Dio, riconoscimento dei propri peccati, resistenza
ai desideri della carne, sollecitudine e solidarietà
verso i poveri... Come tutte le cose umane, però,
esso può scadere a "vanto della carne".
Basta ripensare alla parola del fariseo al tempio: «Digiuno
due volte la settimana» (Luca 18,12).
Se
Gesù parlasse a noi discepoli di oggi, su che cosa
insisterebbe di più, sul "sì" o
sul "ma"? Noi siamo molto sensibili oggi alle
ragioni del "ma" e della riserva critica. Avvertiamo
come più importante la necessità di «spezzare
il pane con l’affamato e vestire l’ignudo»; abbiamo
giustamente vergogna di chiamare, il nostro, un "digiuno",
quando quello che sarebbe per noi il colmo dell’austerità
– mangiare pane e acqua – per milioni di persone sarebbe
già un lusso straordinario, soprattutto se si tratta
di pane fresco e acqua pulita.
Quello
che dobbiamo riscoprire sono invece le ragioni del "sì".
La domanda del Vangelo potrebbe risuonare, ai nostri giorni,
in altra forma: «Perché i discepoli di Budda
e di Maometto digiunano e i tuoi discepoli non digiunano?»
(È risaputo con quanta serietà i musulmani
osservano il loro Ramadan).
Viviamo
in una cultura dominata dal materialismo e da un consumismo
a oltranza. Il digiuno ci aiuta a non lasciarci
ridurre a puri "consumatori"; ci aiuta ad acquistare
il prezioso "frutto dello Spirito" che è
"il dominio di sé", ci predispone all’incontro
con Dio che è spirito, e allo stesso tempo ci rende
più attenti alle necessità dei poveri.
Non
dobbiamo però dimenticare che esistono forme alternative
al digiuno e all’astinenza dai cibi. Possiamo praticare
un digiuno dal fumo, dagli alcolici e superalcolici (oltre
che all’anima questo fa bene anche al corpo), un digiuno
dalle immagini violente e sensuali che televisione, spettacoli,
riviste e internet quotidianamente ci riversano addosso.
Anche questa specie di "demoni" moderni non si
vincono che «con il digiuno e la preghiera».