La Divinità di Gesù Cristo
di
Mons. Giovanni CeliSembrerà
strano e fuori luogo intrattenerci oggi, dopo tanti anni
di vita cristiana, sulla divinità di Gesù
Cristo. Voi potreste dirmi: «e che! forse non sappiamo
che Cristo è esistito, è Dio ed è morto
per noi? Il fatto che siamo venute o che andiamo in chiesa
non le dice che noi conosciamo il Signore e lo amiamo?»
Sì, e vero ciò che voi dite e ciò che
voi fate; però e anche vero che nella vostra vita,
nel vostro lavoro, lungo i momenti di solitudine interiore
o di lotta con voi stessi o con gli altri, il dubbio e,
qualche volta - oserei dire - la certezza che non è
vero niente; che non esiste niente e che fanno bene coloro
che non credono a nulla e che non si preoccupano di nessuna
cosa dell'altro mondo; questo dubbio - dico - vi ha presi
e vi ha, forse, sbattuti di qua e di là lasciandovi
più freddi nell'amore e più tiepidi nel servizio
di Cristo Signore.
Ebbene,
ecco il motivo della trattazione di oggi: abbiamo detto
di come dovrebbe essere un vero fidanzamento ed una vera
amicizia; spesso sentiamo ripetere che la nostra vita, per
essere ben vissuta, deve essere penetrata dalla grazia;
ma, forse, mai ne abbiamo sentito dire il motivo.
Sì - ci si dice - per amore di Gesù! Ma chi
è Gesù Cristo per cui io devo rinunciare a
me stesso e vivere come vuole Lui? Che autorità ha
Egli nella mia esistenza? E se fosse tutto falso ciò
a cui credo non ho perduto questa e l'altra vita? E se fosse
vero e vivo come se non fosse vero niente? Che sarà
di me?
Ecco alcune domande che ci siamo posti e a cui tenterò
di rispondere, nel migliore dei modi, affinché la
vostra gioia sia completa.
Dividerò
l'argomento in 4 parti:
1)
Dimostrerò che i libri che parlano
di Gesù Cristo dicono la verità e
quindi, come tali, bisogna crederli;
2) Servendomi di ciò che dicono
questi libri, dimostrerò che Cristo è
Dio;
3) Dimostrerò la verità
della divinità di Cristo attraverso la prova della
sua resurrezione;
4) Infine, se Cristo é Dio,
deve essere da noi adorato.
I
Vangeli sono veri libri storici e quindi ad essi bisogna
prestare fede.
"
L'autorità storica dei Vangeli, come di ogni
altro libro, dipende da tre cose: l'autenticità,
l'integrità, la veridicità. Essi sono autentici
se appartengono veramente al tempo e agli autori ai quali
si attribuiscono, ossia se sono scritti che risalgano all'era
apostolica, redatti dagli apostoli Matteo e Giovanni e dai
discepoli Marco e Luca.
Sono integri se non hanno subito nel corso dei secoli alcuna
alterazione essenziale; veridici, se i loro autori sono
competenti e riferiscono fatti certi. "(G. Falcon:
Manuale di Apologetica, pag. 162; 2 edizione - Ed. Paoline
)
Ciò premesso andiamo provando uno per uno questi
tre elementi che ci daranno la certezza della nostra fede.
I
vangeli sono autentici perché sono stati scritti
dagli apostoli Matteo e Giovanni e dai discepoli Marco e
Luca.
" Che un libro sia di un autore o di un’altro si
sa specialmente dalle testimonianze dei contemporanei ".
Ora
dell'autenticità dei Vangeli vi sono:
I.
Le testimonianze dei discepoli degli apostoli.
Papia
( + c. 150) fu discepolo di S. Giovanni e parla esplicitamente
dei Vangeli di S. Matteo e di S. Marco. " Matteo
- Egli dice - scrisse in lingua ebraica i discorsi del
Signore, e ciascuno li tradusse come poté".
Di S. Marco scrive "che fu interprete di Pietro,
il quale avendo bene impresso nella memoria tutto ciò
che il Signore avesse detto o fatto, il tutto diligentemente
scrisse, benché non con ordine, poiché egli
non aveva udito il Signore, né l'aveva mai seguito
ma, come dissi, fu seguace di Pietro, il quale, predicando
il Vangelo, l'adattava alla capacità degli ascoltatori,
non intendendo già di compilare una storia metodica
delle parole del Signore. Quindi non é colpa di Marco
se scrisse le cose come gliele suggeriva la memoria: una
sola cosa essendogli a cuore, di non trascurare nulla di
quel che aveva udito, né mescolarvi nulla di falso"
( Eusebio, Storia eccl., III, 39).
Al vangelo di S. Luca e di S. Giovanni essi alludono citando
alcuni loro detti.
Per es. S. Clemente romano (+ 101) discepolo di S. Pietro
cita un detto del Vangelo di S. Luca : " Il Signore
dice nel Vangelo: Chi è fedele nel poco, sarà
fedele anche nel più". ( Luc. 16,10) (
lett. 2 Cor. 8).
Il Vangelo di S. Giovanni è citato a non di rado
da S. Ignazio d'Antiochia, suo discepolo (+107), da Policarpo
pure discepolo di S. Giovanni ecc. ecc.
2.
Le testimonianze di tutti gli scrittori del II secolo.
S.
Giustino martire del 167 chiama in genere gli Evangeli commentari
scritti dagli apostoli e dai loro discepoli". - L'autore
del canone Muratoriano ( scritto tra il 160 - 170), parla
esplicitamente degli ultimi due vangeli però sottintende
i primi due; ecco come si legge nel pezzo da noi posseduto:
" ... alle quali però fu presente e così
riferì. Il terzo Vangelo è di Luca, medico,
compagno di Paolo...; il quarto è di Giovanni, uno
dei discepoli".
Infine vediamo ciò che dice S. Ireneo che fu vescovo
di Lione e discrepolo di S. Policarpo (+ 202).
Egli così scrive: " Matteo, dimoroando tra
gli ebrei, scrisse nella loro lingua il suo Vangelo, mentre
Pietro e Paolo evangelizzavano e fondavano la Chiesa di
Roma. Dopo la loro dispersione Marco, discepolo ed interprete
di Pietro, anch'esso ci tramandò in iscritto le cose
che erano da Pietro predicate. E Luca, seguace di Paolo,
raccolse in un libro il Vangelo predicato da lui. Poscia
anche Giovanni, discepolo del Signore.... diede alla luce
il suo Vangelo in Efeso, città dell'Asia Minore"."
( E. Polipdori: Corso di religione, I4° Ed. pag. 77-78)
3.
Le testimonianze degli eretici dei primi tempi.
Anche
gli gnostici Basilide ( 130 ), Valentino ( 140 ) e Marcione
( 150 ), nonostante la loro estrema indipendenza, non pongono
mai in dubbio l'autenticità dei nostri libri, anche
se cercano d'interpretarli in loro favore o di mutilarli.
Lo stesso dicasi degli Ebrei ( Trifone ) e dei Pagani (
Celso ), i quali, pur cercando
di cogliere in fallo i Vangeli e metterli in contraddizione
fra loro, non gettano neppure l'ombra del dubbio sulla loro
autenticità.
Se, infine guardiamo allo stile, alla lingua, alla cultura,
alle condizioni storiche e geografiche riportateci dagli
evangeli, non possiamo non concludere che tali libri riflettono
solamente ed unicamente la mentalità e l'età
in cui si dice siano stati scritti.
I Vangeli sono integri, cioè i Vangeli che noi oggi
possediamo sono identici, nella sostanza, a quelli che hanno
scritto gli autori sopra menzionati.
La genuinità dei libri del Nuovo Testamento si prova
dai manoscritti, dalle versioni, dalle citazioni degli autori
ecclesiastici e dall'impossibilità della corruzione.
Manoscritti
e versioni
Si
conoscono più di mille manoscritti del N.T. Due rimontano
al IV secolo, cioè: il Codice Vaticano ed il Codice
Sinaitico. Due sono del V secolo, cioè il Codice
Alessandrino che é al museo britannico e il Codice
Regio della Biblioteca nazionale di Parigi. - Quanto alle
versioni, vi é l'Itala che rimonta al IV secolo;
la versione Siriaca, detta Pescitto, pur dello stesso tempo.
Vengono poi le versioni Copte, egiziane ecc.. ecc.; tanto
i manoscritti, quanto le versioni concordano nella sostanza
a quel vangelo che abbiamo noi oggi, quindi il vangelo non
è stato alterato.
2.
Le citazioni dei Padri e degli autori ecclesiastici.
Dalla
fine del primo secolo fino al IV più di duecento
scrittori ecclesiastici citano il nuovo Testamento. Tanto
che un autore francese, l'Abate Gainet, pubblicò
un libro, la Bibbia senza Bibbia, ricostruendo cioè
tutta la dottrina degli Evangeli dalle citazioni degli autori
ecclesiastici citati, di cui é rimasto qualche scritto.
Ora la dottrina che ne emerge, é sostanzialmente
la stessa. Dunque non vi fu nel N.T. alterazione sostanziale,
altrimenti ciò non sarebbe stato possibile.
3.
L'alterazione non poté farsi sotto gli occhi degli
apostoli né dopo di loro.
Questo
si deduce chiaramente dalla capacità degli apostoli
di mantenere inalterata la dottrina che predicavano come
consta da alcune loro espressioni. Eccone qualcuna: S. Paolo
" L'uomo eretico, dopo la prima e la seconda correzione,
fuggilo" (Tito 3,10 ); e S. Giovanni così
scrive: " Se taluno viene a voi e non porta questa
dottrina, non lo ricevete in casa, anzi non salutatelo neppure"
(2Giov. 5,10 ) Così si comportarono i successori
degli apostoli, così infatti scriveva S. Ignazio
martire agli Efesini: " Se vi vengono esposte dottrine
che alterano la fede degli apostoli, turatevi gli orecchi"
( Ef. 9,1 ).
I
vangeli sono veritieri
infatti: gli autori:
a)
Non poterono ingannarsi, narrando ciò che
videro o udirono, giacche essi erano o testimoni oculari
o testimoni auricolari. E, per di più narrano fatti
pubblici visibili, manifesti, tali insomma, che per accettarli
non v'era bisogno né di scienza, né di cultura,
come udire un muto che parla, vedere un morto riprendere
vita, ecc.: tanto più che i miracoli di Gesù
erano operati alla luce del sole, e perciò stesso
che erano fatti straordinari, destavano l'attenzione e l'esame
di chi li vedeva o li ascoltava.
b)
Non poterono ingannare. perché erano
molti e narrarono le cose a coloro che le videro, poco dopo
che erano accadute, e anche ai nemici, di cui molti si convertirono.
e)
Non vollero ingannare. Si prova dalla loro condotta
dopo la morte di Gesù Cristo; poiché predicarono
con una persuasione ed un coraggio tale che non é
da mentitori mentre prima erano timidi e paurosi e avevano
già perduta la fede nel maestro (Atti 4,5-21; 5,25-33).
Si prova dal tipo di virtù che propongono da imitare
in Gesù Cristo mentre il mondo di allora era diametralmente
opposto a quella che era la dottrina del Cristo. Infine
si prova dal fatto che scrivendo ognuno per conto proprio
ed in località e tempi differenti concordano nel
narrare i fatti.
A tutto ciò che abbiamo detto circa l'autenticità.,
la integrità e la veridicità dei Vangeli si
devono aggiungere queste al tre prove: " La prima
si deduce dalla maniera di narrare degli evangelisti. Un
falsario scrive in una maniera, un uomo che narra la verità
scrive in un altra.
La seconda dal tipo nobilissimo che gli scrittori evangelici
ci danno di Gesù Cristo, tipo impossibile ad inventarsi
umanamente. La terza dalla corrispondenza del Vangelo
con la storia antica, con la storia sincrona ad esso e con
la storia posteriore sino a noi " ( Polidori Op.cit.
pag. 85-86).
Ometto lo svolgimento di queste prove per non essere troppo
lungo e per non annoiare di più l'uditorio, però
se qualcuno volesse approfondire l'argomento sono disposto
a farlo in separata sede.
Da
tutto ciò che ho detto e da tutto ciò che
non ho detto, sarebbe da sciocchi o da ciechi voler continuare
a dire: " Io non credo a ciò che mi dicono
i vangeli" oppure voler negare qualcosa del Vangelo!
- Credetemi - se non si crede al Vangelo non é perché
mancano gli elementi storici per dire il nostro sì,
ma è semplicemente, perché non vi è
la volontà di impegnarsi fino in fondo a ciò
che il vangelo comanda e a ciò che la verità
esige.
Harnack, che é uno di questi, così scrive:
" Gli Evangeli non sono scritti di partito; inoltre
non é vero che essi siano profondamente compenetrati
dello spirito ellenico. Essi appartengono, se guardiamo
il loro contenuto sostanziale, al periodo primitivo od ebraico
del cristianesimo... E' gran ventura che la storia ci abbia
conservato notizie di quei tempi... Il carattere originale
degli vangeli è oggi - continua Harnack - concordemente
riconosciuto dalla critica...." però quando
si tratta di tirare le conclusioni a ciò che aveva
scritto prima, e ciò ammettere che Gesù é
Dio e quindi riformare, la propria vita, dice: " Che
una procella si sia sedata con una parola è cosa
che non crediamo e che non crederemo mai più"
( da Falcon: Op. cit. pag. 171 ).
mando a voi il promesso del padre mio " ( Lc. 24,49)
Cristo
è Dio.
Dopo
aver visto che i Vangeli riportano la verità storica
dell'esistenza e dell'azione di un uomo straordinario, riferendoci
a ciò che questi stessi dicono, dimostrerò
in un modoconciso, ma nello stesso tempo, esauriente che
Gesù Cristo si disse ed è vero figlio naturale
di Dio.
Gesù si proclama Figlio di Dio nel senso più
stretto.
a)
Fin dagli inizi della sua predicazione, egli usa studiosamente
chiamare Dio suo Padre, e non permette mai che la sua filiazione
venga confusa con quella degli altri, anche di coloro che
chiama affettuosamente suoi amici e fratelli. " Vi
assicuro che non berrò di questo frutto della vite,
fino al giorno in cui lo berrò di nuovo con voi nel
regno del Padre mio" ( Mt. 26, 29)
"Venite, benedetti dal Padre mio prendete possesso
del regno preparato per voi sin dalla fondazione del mondo"
(Mt. 25,34) Invece quando si tratta degli altri, Gesù
usa un altro linguaggio: " Il padre vostro sa che
avete bisogno di tutto questo" (Mt. 6,32) "
Il Padre vostro che è nei cieli concederà
cose buone a quelli che glieli domandano" (Mt.
7,11). " Se non perdonerete agli uomini, nemmeno
il padre vostro vi perdonerà le vostre mancanze"
( Mt. 6,10 ); " Voi dunque pregate così:
Padre nostro..." (Mt. 6,9). E nulla induce a credere
che il Cristo unisse la sua voce a quella dei discepoli
per implorare il perdono delle mancanze, Egli che durante
la sua vita sfidò chiunque a convincerlo di peccato.
In tutti i discorsi di Gesù vi è contrapposizione
costante tra le espressioni: Padre mio, Padre vostro. Sempre
si tiene separato dal resto degli uomini, e pertanto Egli
è figlio di Dio a titolo personale ed incomunicabile,
" Il Figlio " per eccellenza, in senso assoluto,
come ripete con insistenza (Mt. 11,27; 28,I9; Mc. 13,32).
b)
- Ecco ulteriori dichiarazioni. Il Salvatore deplora l'accecamento
dei giudei. Però, se è vero che le classi
elevate della città orgogliosa hanno respinto il
vangelo, i semplici l'hanno accettato. Gesù ringrazia
il Padre della rivelazione che ha riservata per loro. "
Ti ringrazio, o Padre, Signore del Cielo e della terra,
perché hai nascoste queste cose ai dotti e ai sapienti
e le hai rivelate ai piccoli. Così, o Padre, perché
così ti é piaciuto. Tutto é stato affidato
a me dal Padre e nessuno conosce il Figlio se non il Padre,
e nessuno conosce il Padre tranne il Figlio e colui al il
quale il Figlio avrà voluto rivelarlo."
( Matt. 11,35-27; Lc. 10,21-22).
La dignità del figlio é dunque così
grande che solo il Padre può comprenderla e reciprocamente
solo il Figlio può conoscere il Padre. Noi lo conosciamo
soltanto attraverso la rivelazione del Figlio.
Tale affermazione evidentemente pone il Figlio sullo stesso
piano del Padre. C'é già in germe la dottrina
di S. Giovanni: "Nessuno ha mai veduto Dio: l'Unigenito
Figlio che é nel seno del Padre, Egli stesso ce l'ha
rivelato" (Giov. 1,18).
d)
Gesù anche al cospetto di Caifa si proclama Dio infatti
ecco cosa ci dice il Vangelo: " Da capo il sommo
sacerdote lo interrogò e gli disse: Sei tu il Cristo,
figlio di Dio Benedetto? e Gesù rispose: sì,
lo sono; e vedrete il figlio dell'uomo assiso alla destra
della potenza di Dio, venire sulle nubi del cielo. E il
sommo sacerdote, stracciatosi le vesti, esclamò:
che bisogno abbiamo più di testimoni? Avete sentito
la bestemmia? Che ve ne pare? e tutti lo condannarono come
reo di morte."( Mc.14,61-64).
Gesù si attribuisce non solo il titolo di messia
ma anche una dignità divina. Assicura che lo vedranno
assiso alla destra dell'Onnipotente e si colloca senz'altro
alla pari con Lui, in quanto l'esser seduti alla destra
del Padre.. nello stile delle lingue orientali é
una prerogativa del Figlio e dell'erede legittimo. D'altra
parte l'accusa di bestemmia che prorompe dalla bocca dei
giudei, dimostra che non si tratta di una filiazione adottiva,
ma reale; poiché i figli di Dio in senso generico
erano numerosi in Israele e la pretesa alla dignità
Messianica non era di per se considerata come una bestemmia.
Quello che agli occhi di Caifa costituisce una bestemmia
é il carattere sopraumano e propriamente divino che
Gesù si attribuisce nel proclamarsi Messia.
Gesù
si é attribuito tutti i titoli e le prerogative divine.
a)
Gesù ha assunto tutti i titoli che l'umanità
ha sempre e ovunque considerati come caratteristica della
divinità. "Io sono la via, la verità,
la vita " ( Giov. 14,6). " Io sono la
luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle
tenebre ma avrà la luce della vita" (Giov.
8,12). " Io sono il pane vivo disceso dal cielo"(Giov.
6,51) "io sono la resurrezione e la vita"
(giov.6,25).
b)
In oltre si é attribuito apertamente tutte le perfezioni
inerenti alla divinità.
L'Eternità.
" Abramo, padre nostro, sospirò di vedere
il mio giorno: lo vide e ne tripudiò."
I giudei all'udire tali parole si sdegnarono e d'altronde
non arrivano a comprenderle interamante:" Non hai ancora
50 anni e hai veduto Abramo? " " In verità...
prima che Abramo fosse nato io sono" (Giov. 8,56-
58)". Pesate le parole, commenta S. Agostino, e comprendete
il mistero. Comprendete che ' fosse nato' si riferisce alla
creazione dell'uomo che giunge all'esistenza: "
Io sono" significa la sostanza divina, e il Cristo
non dice ' Io ero' ma ' Io sono' per esprimere l'eternità
del suo essere" (In Giov.. homilia 1).
L'Onnipotenza.
Gesù é padrone della vita e della morte.
"Io
do la mia vita per nuovamente riprenderla. E nessuno me
la toglie; ma la dò io da me stesso e sono padrone
di darla e padrone di riprenderla" (Giov. 10,17).
" Come il Padre risuscita i morti e rende loro
la vita, così pure il figlio dà la vita a
quelli che vuole" (Giov. 5,21).
Egli infonde nelle anime la vita soprannaturale... "
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita
eterna ed io lo risusciterò nell'ultimo giorno"
(Giov. 6,55).
L'Onniscienza.
Gesù infatti legge infondo al cuore i pensieri più
reconditi: " V'eran lì a sedere degli scribi
i quali pensavano in cuor loro perché parla così?
Costui bestemmia. Chi può mai perdonare i peccati
se non Dio solo? Avendo Gesù conosciuto nel suo spirito
che ragionavano in quel modo dentro di sé disse loro:
perché pensate queste cose nei vostri cuori? "
(Mc. 8,6-9).
La
santità. Tutte le anime, anche le più
pure, avvertirono sempre il bisogno di confessare le loro
colpe, sia pure le più piccole e di chiederne con
sincerità il perdono a Dio. Gesù invece non
conosce né la penitenza né il rimorso. "
Chi mi potrà convince re di peccato?" domanda
ai giudei (Giov. 8,46).
Inoltre
Gesù si è arrogato i diritti e ha esercitato
tutti i poteri divini.
a)
Vuole che gli si renda culto pari a Dio:
" Il Padre non giudica nessuno; ma ha rimesso ogni
giudizio al figlio, affinché tutti onorino il Figlio
come onorano il Padre" Giov. 5,23).
Esige un amore sommo dovuto solo a Dio. Non soltanto identifica
l'amore dovuto al Figlio con quello dovuto al Padre "chi
odia me odia il Padre mio" (Giov. 15,23) ma vuole
essere amato personalmente sopra ogni cosa "Chi
ama il padre e la madre più di me, non é degno
di me" (Mt. 10,37).
Richieste comprensibilissime e del tutto naturali se non
da parte di un Dio, ma assurde e sacrileghe in bocca ad
un uomo.
b)
Inoltre Gesù esercita tutti i poteri divini.
Legifera
come Dio. Fin dagli inizi del suo ministero, riferendosi
ai comandamenti ricevuti da Mosè tra i lampi del
Sinai, Egli dice: " Udiste quel che fu detto agli
antichi .... ma io vi dico... è stato pur detto...
ma io vi dico..."( Mt. 5,21).
Perdona
come Dio. Alla mensa di Simone, di fronte a molti
farisei, assolve la Maddalena, una pubblica peccatrice:
" Donna, ti sono perdonati i peccati".
Gli astanti sbalorditi mormorano dentro di sé: "Chi
é Costui che perdona anche i peccati?"
Gesù, conoscendo il loro intimo pensiero, si giustifica
dicendo: " Questa peccatrice mi ha bagnato i piedi
con le sue lacrime e li ha asciugata con i a suoi capelli;
ha unto con l'unguento i miei piedi; ha molto amato."
Non dice: " Il suo cuore é tornato a Dio,"
bensì: "mi ha dimostrato molto amore".
Ciò significa che la perdona perché l'ha amato
e amare Lui equivale ad amare Dio (Lc. 7,36-50).
Verrà, a giudicare come Dio. " Quando verrà
il Figlio del l'uomo sederà sul trono della sua gloria...
e separerà le pecore dai capri ... Dirà a
quelli che saranno alla sua destra: Venite benedetti dal
Padre mio ... Perché ebbi sete e mi deste da bere.
ebbi fame e mi deste da mangiare; fui nudo e mi vestiste,
infermo e mi visitaste" (Matt. 25, 31-46). Questo
giudice non si preoccupa dell'obbedienza e dell'amore dovuti
al Padre esamina le azioni riguardo a se stesso. Vice versa
minaccia il fuoco eterno a quelli che avranno rifiutato
di nutrirlo, di rivestirlo, di consolarlo.
Gesù si identificò
espressamente con Dio.
a)
L'azione del Padre e quella del Figlio hanno la
stessa continuità, efficacia e potenza. "
Il Padre mio opera ancora ed io pure opero"
dice Gesù a quelli che l'accusavano di violare il
Sabato. E i giudei a protestare perché si faceva
uguale a Dio. Gesù risponde loro: " Le cose
che fa il Padre mio, anch'io le faccio...Come il Padre risuscita
i morti e rende loro la vita, così pure il Figlio
dà la vita a quelli che vuole". Ciò
significa non solo eguaglianza, ma identità di azione
e questa azione unica è opera di due persone che
si amano e si compiacciono l'una dell'altra: " perche
il Padre ama il Figlio e gli manifestata ciò che
fa egli stesso" (Giov..5,I7-8I).
b)
Identità di natura: "Ciò
che mi ha dato il Padre è più grande di tutto...IO
e il Padre siamo una cosa sola" (Giov..10,293).
L'affermazione è categorica e i giudei, che l'hanno
compresa nel suo vero significato, si ribellano: "Diedero
allora di piglio alle pietre per lapidarlo".
La stessa cosa dice nel Cenacolo a Filippo che voleva
vedere il Padre. (Giov. 14,9-I2)
Ecco che cosa ha detto Gesù Cristo di se stesso.
Parole inaudite, inammissibili non soltanto sulla bocca
di un uomo ma neanche di ogni altra creatura, sia pura la
più alta. Si può discutere su questa o quell'altra
affermazione, ma, considerandole nel loro complesso, non
si può negare che Gesù abbia avuto piena coscienza
della sua eguaglianza e identità col Creatore. "
( G. Falcon, Op.cit.208 ss.).
Gesù
dimostrò di essere Dio attraverso il miracolo della
sua risurrezione.
Come
se tutto ciò che Gesù ha detto di se non bastasse.
Egli volle confermare la sua divinità attraverso
i miracoli.
( Il miracolo viene definito: un fatto,
scientificamente sperimentabile e storicamente trasmissibile,
straordinario, cioè fuori di ogni ordine di cause
naturali o preternaturali, divino, cioè tale che
la causa di questo fatto deve trovarsi solamente ed unicamente
in Dio Padrone e Signore di tutto il creato.)
Gesù di questi fatti che chiamiamo miracolasi, ne
compì moltissimi. Nel Vangeli ne vengono registrati
in un modo abbastanza diffuso bel 43; a noi qui basta richiamarne
qualcuno per fermare poi la nostra attenzione sulla sua
risurrezione.
I miracoli principali sono: le tre risurrezioni
(Mc.5,2I-43; Lc.7,11-I6;Giov..11,I-44); le due moltiplicazione
dei pani ( Mt.14,I3-36; Mt.I5,29-39 ); la
guarigione del cieco nato ( Giov. 9,1ss ); la
guarigione del paralitico di Cafarnao ( Mc.2,I-I2
); la tempesta sedata ( Me. 4,35-5,20 );
ecc; ecc.
Ma, dicevo a noi interessa sapere se veramente Gesù
è risorto dai morti, e ciò perchè Egli
stesso, a coloro che un giorno gli chiesero un segno: "Maestro
desideriamo vedere un segno" rispose: "questa
generazione malvagia e adultera cerca un segno e non le
sarà dato altro segno se non quello di Giona.. Infatti,
come Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre del
pesce, così il Figlio dell'uomo starà tre
giorni e tre notti nel cuore della terra" (Mt.12,38,40;
Lc.11,29-32 ). Per Gesù quindi, unico segno per credere
alla sua dottrina e per credere alla sua divinità
è la sua risurrezione. Infatti è evidentemente
impossibile che Dio consacri l'impostura. Se quindi Dio
ha risuscitato Gesù da morte, vuol dire che Gesù
è veramente il suo inviato, il suo :messaggero, il
suo Figlio.
La
prova di questo punto la dividiamo in due parti:
a) Gesù è veramente morto; b) Gesù
è veramente risorto.
a)
Gesù è veramente morto.
La
morte di Gesù, morte violenta sulla croce, morte
reale, e non semplice sincope o letargo, è attestata
dai Vangeli con molti e decisivi particolari.
Essa innanzitutto risulta dalle circostanze della Passione.
Sfinito da una lunga e tremenda agonia, Gesù è
preso dai suoi avversar:i, interrogato, condannato trascinato
da un tribunale all'altro, flagellato, incoronato di spine.
Non era nemmeno più in grado di portare la croce
fino al luogo dell'esecuzione, tanto che si dovette ricorrere,
lungo il cammino, all'opera di un oriundo di Cirene, Simone.
Inchiodato sul legno, dissanguato e arso dalla sete, Gesù,
dopo aver gridato a gran voce, rese lo spirito ( Mt. 27,50;
Mc. 15,37; Lc.23,43; Giov.. 19,30 ). Un soldato, con una
lancia, gli diede il colpo di grazia ( Giov.. 19,34); e
fu seppellito avvolto in cento libbre di aromi che l'avrebbero
soffocato se avesse ancora respirato (Mt. 27,57-61; Marc.15,42-47;
Le.23,50-56; Giov..19,38-42).
Ma era veramente morto? Ce lo assicura il contegno di Pilato
che nei confronti del trattamento del corpo di Gesù:
a Giuseppe di Arimatea solo dopo essersi accertato della
morte; dei soldati che finirono a colpi di mazza i ladroni
crocifissi, ma non toccarono Gesù, vedendo che era
già morto; degli amicidi Gesù che lo deposero
dalla croce, ne prepararono il corpo e lo deposero nel sepolcro,
cosa che non avrebbero fatto se avessero avuto il minimo
dubbio che fosse ancora vivo; dei nemici che, temendo qualche
frode, dovettero prendere precauzioni.
Altro fatto certo: la sepoltura di Gesù entro un
sepolcro nuovo scavato nella pietra, datagli da Giuseppe
di Arimatea (Mt. 27,61 ). Costui, uomo dabbene e ricco,
membro del sinedrio, discepolo segreto di Gesù, non
aveva consentito alle deliberazioni che si erano concluse
con la condanna a morte di Gesù. Quando poi Gesù
fu spirato, si presentò a Pilato e, secondo la disposizione
della legge romana (Corpora animadversorum quìbuslibet
petentibus ad sepulturam danda sunt Digest. XLVIII, 24),
riuscì ad ottenere il corpo. L'avvicinarsi del Sabato
lo costrinse a limitarsi a un'imbalsamazione sommaria. E
San Matteo parla dei parla dei soldati mandati dai principi
dei sacerdoti a custodire il a sepolcro."(Falcon:
Op. Cit. pag.263-264)
Gesù quindi è veramente morto! La sua morte
fu dovuta, oltre al fatto che ormai era sfinito dalle fatiche
dell'agonia e dei processi, anche per asfissia, infatti
era tale la condizione dei crocifissi che, per la legge
della somma delle forze, tutto quanto il peso gravava sul
centro della persona, peso che schiacciava talmente la cassa
toracica che non permetteva al condannato di respirare.
La rottura delle ginocchia ai condannati aveva proprio lo
scopo di affrettare questa a asfissia.
b)
Gesù è veramente risorto.
1.
Il fatto Evangelico:
"Appena
terminato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo
e Salome comprarono dei profumi, poi andarono per fare su
di lui le unzioni. E, di buon mattino, il primo giorno dopo
il sabato, vennero al sepolcro, quando il sole era già
sorto. E dicevano tra loro: 'chi ci rivolterà la
pietra del sepolcro?'. Ma, guardando, videro che la pietra
già stava rivoltata da un lato; era, infatti, molto
grande. Ed entrate nel sepolcro, scorsero un giovane seduto,
a destra vestito di bianco e furono prese da stupore e terrore.
Ma egli disse loro: " non abbiate paura. Voi cercate
Gesù di Nazareth, il Crocifisso: è risuscitato,
non è più quì. Ecco il luogo dove l'avevano
deposto. Ma andate la a dire ai suoi discepoli e a Pietro
Egli vi precede in Galilea; là voi lo vedrete, come
egli vi ha detto. Esse uscirono dal sepolcro, fuggendo,
perché erano fuori di se per lo spavento. E non dissero
niente a nessuno tanto erano spaventate " (Mc.
16,1-8).
Fin qui il Vangelo di S. Marco. Fu così che i seguaci
del Signore appresero la notizia della scomparsa del corpo
di Gesù dal sepolcro, finchè non venne Gesù
stesso, con le sue apparizioni, a confermare le parole del
giovane e a dare vita alla fede degli Apostoli.
2.
Le apparizioni del Signore.
Infatti
Gesù Cristo apparve vivo successivamente alle pie
donne, agli apostoli, ai discepoli, in Gerusalemme, nei
dintorni e in Galilea.
Gesù apparve fin dal mattino di Pasqua a Maria Maddalena
(Mc. 16,9; Giov..20,14-15 ), quindi alle pie donne che si
recavano al sepolcro ( Mt.28,9 ). Durante il giorno, non
si sa preciso in quale momento, fu visto da Pietro ( Lc.24,34;
1Cor.I5,5), nel pomeriggio da due discepoli sulla strada
di Emmaus ( Mc.16,I3; Lc.24,13-35) Finalmente la sera, mentre
i due discepoli erano tornati a raggiungere gli undici e
raccontavano il prodigio di cui erano stati testimoni, Gesù
apparve agli Undici radunati; uno solo mancava, Tommaso
( Me.16,14; Lc.24,36-49; Giov. 20).
Dopo otto giorni, ancora in Gerusalemme, Gesù apparve
agli Undici radunati, essendo presente Tommaso che fu invitato
dal Signore a toccare la piaghe delle sue mani e del suo
costato ( Giov..20,26).
Delle apparizioni avvenute in Galilea, ne conosciamo esplicitamente
solo due: una, riferita da S. Giovanni, sul lago di Tiberiade
a sette discepoli che stavano pescando ( Giov..21,1-14);l'altra,narrata
da S. Matteo sopra una montagna davanti agli undici radunati
( Mt. 28,26-20). L'ultima apparizione avviene in Gerusalemme,
sul monte degli Olivi, e precede immediatamente l'Ascensione
(Lc.24,44-53; Atti 1,1-9).
A queste apparizioni si devono aggiungere le tre ricordate
soltanto da S. Paolo, cioè l'apparizione ai cinquecento
discepoli, quelle a S. Giacomo e a S. Paolo stesso.
E' Chiaro che qui si tratta di visioni sensibili e corporali,
che implicavano la realtà del corpo del Signore;
gli evangelisti parlano così chiaramente di corpo
reale, di contatto sensibile, di parole pronunciate e udite.
Per loro non sussiste alcun dubbio sul ritorno di Gesù
alla vita corporale. D'altronde si deve escludere, in base
a molte circostanze, l'illusione dei testimoni delle apparizioni.
3.
Gli effetti della risurrezione.
E'
un fatto innegabile che la fede della Pasqua domina il sorgere
del Cristianesimo: essa riunisce gli Apostoli avviliti e
dispersi dopo la passione e li lancia di nuovo a predicare
il regno di Dio, prima nella stessa Gerusalemme, al cospetto
dei giudici più adatti a confonderli; poi in tutto
il mondo.
E questo con una tale ostinazione che ne la prigione, ne
la flagellazione, ne il martirio subito da alcuni di loro,
possono ridurli al silenzio.
Donde scaturisce questa fede ardente in Cristo risorto?
Non vi è che una sola spiegazione possibile: la Risurrezione.
Senza di essa, a quelli che avevano seguito Gesù
non restava che fuggire da Gerusalemme e tornarsene alle
loro reti.
Il loro stato d'animo era proprio l'opposto di quello che
avrebbero dovuto avere per crearsi da soli visioni di Cristo
risuscitato.
Anche San Paolo che era persecutore del Cristo diventa un
suo tenace sostenitore. Ecco cosa dice egli di se stesso:
" Voi avete sentito parlare delle mie relazioni
di una volta col Giudaismo, come accanitamente perseguitassi
la Chiesa di Dio e la devastassi, sorpassando nel Giudaismo
molti della mia età e della mia nazione, come straordinario
zelatore della tradizione dei miei padri " ( Gal.
1,13-14 ).
Dopo l'apparizione sulla via di Damasco egli crede fermamente
nel Cristo risorto e paga la sua credenza col proprio sangue,
ecco cosa ci dice delle sue peripezie: " Dai Giudei
cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno; tre volte
sono stato battuto con le verghe; una volta sono stato lapidato;
tre volte ho fatto naufragio, ho passato una notte e un
giorno nel profondo del mare. Spesso in Viaggio, tra i pericoli
dei fiumi, pericoli degli assassini, pericoli da parte dei
miei connazionali, pericoli dai Gentili, pericoli nella
città, pericoli nel deserto, pericoli in mare, pericoli
dai falsi fratelli. Nella fatica, nella miseria, in continue
vigilie, nella fame, nella sete, in frequenti digiuni, nel
freddo e nella nudità. Oltre a quello che mi viene
dal di fuori, ho anche l'affanno quotidiano, la cura di
tutte le Chiese " ( II Cor. 11,24-29 ).
Infine il cambiamento degli abitanti di Gerusalemme che
alla predicazione degli apostoli si convertirono in massa,
mentre prima non avevano voluto riconoscere Cristo come
Messia e per questo l'avevano condannato a morte.
4.
La nostra risposta alla divinità di Cristo è
la fede.
Gesù
è Dio, e lo abbiamo dimostrato attraverso la prova
della sua risurrezione e attraverso la sue stesse parole.
Ma non basta credere e sapere semplicemente ciò per
andare in paradiso e vivere da veri cristiani, è
necessario che tutto ciò che è creduto con
la mente venga attuato con le opere, perché, come
dice S. Giacomo "la fede senza le opere è
morta " cioè la semplice fede non è
valida per la vita eterna.
Molte volte in noi subentra lo scoraggiamento, viene ad
annullarsi la volontà per fare il bene proprio perché
manchiamo di una fede ardente, di una fede che spera contro
ogni speranza.
E' di questa fede che trattiamo oggi.
La fede è "una virtù teologale infusa
da Dio nell'intelletto, mediante la quale diamo il fermo
assenso alla verità divinamente rivelata per l'autorità
o la testimonianza di Dio stesso che le rivela ",
da questa definizione, veniamo subito a comprendere quanta
differenza passa tra la fede e la scienza. In questa , infatti
vi è la conoscenza e l'intelligenza della cosa che
viene vista dal nostro intelletto ed attuata dalla nostra
volontà; in quella, invece, molte volte, l'intelligenza
non vede e non capisce il nesso tra un termine e l'altro,
tra un avvenimento esterno ed una volontà superiore
che governa questo avvenimento stesso; però tuttavia,
poiché è Dio stesso che parla, o attraverso
la Sacra Scrittura o attraverso la Chiesa, la volontà
umana accetta la cosa così come le viene presentata
ed adora in essa la volontà di Dio.
E' questa la fede che strappò i miracoli a Gesù;
Vediamola infatti disseminata in tutto il Vangelo:
La donna emorroissa pensa in se stessa: "Basta
che io riesca a toccare le sue vesti, e sarò guarita..."
le tocca, ed ottiene il miracolo, e Gesù conclude:
" la tua fede ti ha salvata "( Mt.9,22 ).
La donna Cananea che insiste presso Gesù per la,
guarigione della figlia, e Gesù compie il miracolo
dicendo: "grande è la tua fede! ti sia fatto
come desideri" (Matt. 15,21-28)
Commentando la preghiera del Centurione di Cafarnao a cui
guarisce il servo, dice:" in verità vi assicuro
neppure in Israele ho trovato una fede sì grande"
(Matt. 8,5-13).
"Ai
due ciechi che chiedevano pietà del loro stato, Gesù
domanda: credete che io possa fare questo? Sì Signore
- gli risposero - e Gesù a loro " vi sia fatto
secondo la vostra fede" ed il miracolo avvenne!
( Mt. 9,27-30 ).
Molti e molti altri esempi si potrebbero portare per di
mostrare come Gesù, prima di operare i miracoli,
scruta l'animo dei presenti, per vedere se veramente in
essi vi è la fede.
Mentre,
e lo vediamo dallo stesso vangelo, quando vien meno la fede
viene anche a mancare l'effetto miracoloso.
Siamo sul lago di Genezareth, è una notte in cui
soffia forte il vento, Gesù non è sulla barca
con i discepoli, però sopraggiunge dopo, camminando
sulle acque. Gli Apostoli, a quella visuale, si spaventarono
e dissero: - è un fantasma! - e mandarono grida di
paura. Ma subito Gesù disse loro: rassicuratevi,
sono io: non temete! Ma Pietro rispose: Signore, se sei
Tu, comanda che io venga da te sulle acque. Ed Egli: 'vieni'
gli disse. Allora Pietro, sceso di barca, cominciò
a camminare sulle acque, per andare da Gesù. Ma,
vedendo che il vento era forte, ebbe paura e, cominciando
ad affondare gridò: Signore, salvami, e subito Gesù,
stesa la mano, lo prese, poi gli disse: uomo di poca fede,
perché hai dubitato?" (Matt. 14,22 ss.).
Un'altra
volta ai discepoli che avevano dimenticato di prendere dei
pani, e Gesù aveva detto loro di "guardarsi
dal lievito dei farisei e dei sadducei" per cui loro
si erano rammaricati che Gesù avesse scoperto la
loro negligenza, lo stesso Gesù disse: "Che
cosa andate ragionando fra di voi, o uomini di poca fede,
per non aver preso dei pani? Non avete ancora capito; e
non vi ricordate dei cinque pani per i cinquemila uomini,
e quante ceste ne avete raccolte? " (Mt. 15,8-10 ).
Adesso vi esorto a fare un serio esame sulla vostra vita
di fede e vediamo profondamente in noi stessi, quale è
il motivo per cui in noi c'è ancora tanto male e
tanta negligenza nel fare il bene.
Penso
che ognuno di noi, con tanta umiltà e tanta sincerità,
deve confessare a se stesso e al Signore che manca di fede.
-
Manca di fede nei sacramenti e nella forza che questi hanno
nel trasformare le nostre cattive inclinazioni;
- Manca di fede in Gesù Eucaristia e nell'efficacia
che ha la Santa Comunione sulla nostra volontà;
- Manca di fede nel sacramento della confessione e nella
efficacia di purificazione che con esso è connessa;
- Manca di fede nella Provvidenza di Dio che dispone tutte
le cose per il nostro maggior bene;
- Manca di fede nel vedere l'autorità civile e religiosa
come strumento di santificazione per le nostre anime;
- Manca di fede in quelle parole che facevano volare S.
Paolo: "posso tutto in Colui che mi da forza!"
(Philp.4,I3 ).
Se
ci convincessimo di questo la nostra vita sarebbe cambiata
e tutto sarebbe più facile. Se ci abbandonassimo
nelle braccia del padre Celeste, la nostra vita sarebbe
trasformata ed il nostro operare, anche se pieno di sacrifici,
ci condurrebbe alla santità.
Vogliamo essere santi?
Vogliamo superare tutto ciò che ci porta in basso?
Crediamo fermamente che tutto ciò ci è possibile,
con la grazia di Dio, che a, chi la chiede non può
mancare, ed allora la santità sarà nostra.
Diciamo, come gli apostoli: " Credo, o Signore,
ma aumenta la mia fede!" (cf. Luc. 17,7)