"Sorga il Signore e siano dispersi i suoi nemici"

 


 

 

 

 

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L'insegnamento di Dio attraverso s.Caterina

 

commenti in verde di don Tullio Rotondo

La vera esegesi è manifestazione della sapienza di Dio e richiede alta vita di grazia , come spiega s. Caterina in queste pagine, l’Esegeta per eccellenza è Cristo: più siamo uniti a Cristo più conosciamo in profondità la Sacra Scrittura. Questo è decisivo da ribadire oggi: la Scrittura, come dice l’Apocalisse è libro sigillato, chiuso, non è la sapienza umana che apre questo libro e lo intende: Dio solo in Cristo apre questo libro e , in Cristo lo apre ai santi, agli umili. Chi erano s. Agostino, s. Girolamo, s. Tommaso ? Erano solo degli studiosi molto profondi della S. Scrittura? No!! Erano dei grandi santi !

CAPITOLO LXXIII. Per che modi l'anima si parte da l'amore inperfecto e giogne ad l'amore perfecto dell'amico e filiale.

— In fino a ora Io t'ho mostrato per molti modi come l'anima si leva da la imperfeczione e giogne a l'amore perfecto, e quello che fa poi che ella è gionta a l'amore de l'amico e filiale.

Dixiti e dico che ella vi giogne con perseveranzia, serrandosi nella casa del cognoscimento di sé. El quale cognoscimento di sé vuole essere condito col cognoscimento di me, acciò che non venga a confusione. Perché del cognoscimento di sé acquistarà l'odio della propria passione sensitiva e del dilecto delle proprie consolazioni. E da l'odio fondato in umilità trarrà la pazienzia, nella quale pazienzia diventarà forte contra le bactaglie del dimonio, contra le persecuzioni degli uomini e verso di me, quando per suo bene sottrago el dilecto da la mente sua. Tucte le portarà con questa virtú.

E se la sensualità propria, per malagevolezza, volesse alzare el capo contra la ragione, el giudice della coscienzia debba salire sopra di sé, e con odio tenersi ragione, e non lassare passare i movimenti che non sieno correcti. Benché l'anima che starà ne l'odio sempre si corregge e riprende, d'ogni tempo: non tanto che quegli che sonno contra la ragione, ma quegli che, spesse volte, saranno da me.

Questo volse dire il dolce servo mio sancto Gregorio, quando disse che « la sancta e pura coscienzia faceva peccato dove non era peccato »: cioè che vedeva, per la purità della coscienzia, la colpa dove non era la colpa.

Or cosí debba fare e fa l'anima che si vuole levare dalla imperfeczione, aspectando, nella casa del cognoscimento di sé, la providenzia mia col lume della fede, si come fecero e' discepoli che stectero in casa e non si mossero mai, ma con (140) perseveranzia in vigilia e umile e continua orazione perseveràro infino a l’avenimento dello.Spirito sancto.

Questo è quello (si come Io ti dixi) che l'anima fa, quando s'è levata dalla imperfeczione e rinchiusasi in casa per giognere a perfeczione. Ella sta in vigilia, vegghiando con l'occhio de l’ intellecto nella doctrina della mia Verità, umiliata perché ha cognosciuta sé in continua orazione, cioè. di sancto e vero desiderio, perché in sé cognobbe l'affecto della mia caritá.

CAPITOLO LXXIV. De' segni a' quali si cognosce che l'anima sia venuta all'amore perfecto.

— Ora ti resto a dire in che si vede che essi sieno gionti a l'amore perfecto: per quello segno medesimo che fu dato a' discepoli sancti poi che ebbero ricevuto lo Spirito sancto, che esciro fuore di casa e, perduto el timore, anunziavano la parola mia, predicando la doctrina del Verbo de l'unigenito mio Figliuolo. E non temevano pene, anco si gloriavano nelle pene; non curavano d'andare dinanzi a' tiranni dei mondo ad anunziar lo' e dir lo' la veritá per gloria e loda del nome mio.

Cosí l'anima che ha aspectato per cognoscimento di sé, nel modo che decto t'ho, lo so' tornato a lei col fuoco de la caritá mia. Nella quale carità, mentre che stette in casa con perseveranzia, concepé le virtú per affecto d'amore, participando della potenzia mia, con la quale potenzia e virtú signoreggiò e vinse la propria passione sensitiva.

E in essa caritá participai in lei la sapienzia del Figliuolo mio, nella quale sapienzia vide e.cognobbe con l'occhio de l’ intellecto la mia Verità e gl'inganni de l'amore sensitivo spirituale, cioè l'amore imperfecto della propria consolazione, come decto è. E cognobbe la malizia e l'inganno del dimonio, che dá a l'anima che è legata in quello amore imperfecto. E però si levò con odio d'essa imperfeczione e amore della perfeczione.

141

In questa carità, che è esso Spirito sancto, el participai nella volontà sua, fortificando la volontà a volere sostenere pena, ed escire fuore di casa per lo nome mio, e parturire le virtú sopra el proximo suo. Non che esca fuore della casa del cognoscimento di sé, ma escono della casa de l'anima le virtú concepute per affecto d'amore, e parturiscele, al tempo del bisogno del proximo suo, in molti e diversi modi; perché ‘l tintore è perduto, el quale teneva, che non manifestava per timore di non perdere le proprie consolazioni, si come di sopra ti dixi. Ma poi che sonno venuti a l'amore perfecto e liberale, escono fuore per lo modo decto.

E questo gli unisce col quarto stato, cioè che dal terzo stato, el quale è stato perfecto (nel quale terzo stato gusta e parturisce la caritá nel proximo suo), riceve uno stato ultimo di perfecta unione in me. E' quali due stati sonno uniti insieme, che non è l'uno senza l'altro, se non come la caritá mia senza la caritá del proximo, e quella del proximo senza la mia non può essere separata l'una da l'altra.

Cosí di questi due stati non è l'uno senza l'altro, si come ti verrò dichiarando e mostrando per questo terzo.

142

CAPITOLO LXXV. Come gl' imperfecti vogliono seguitare solamente el Padre, ma i perfecti seguitano el Figliuolo. E d'una visione che ebbe questa devota anima, ne la quale si narra di diversi baptesmi e d'alcune altre belle e utili cose.

— Hotti decto che sonno esciti fuore. El quale è il segno che so' levati da la imperfeczione e gionti a la perfeczione. Apre l'occhio de l' intellecto e miragli córrire per lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo, el quale fu regola e via e doctrina vostra. Dinanzi a l'occhio de l'intellecto loro essi non si pongono altro che Cristo crocifixo; non si pongono me, Padre, si come fa colui che sta ne l'amore imperfecto, el quale non vuole sostenere pena. E perché in me non può cadere pena, (142) vuole seguitare solo el dilecto che truova in me, e però dico che séguita me: non me, ma el dilecto che truova in me.

Non fanno cosí costoro; ma, come ebbri e affocati d'amore, hanno congregati e saliti tre scaloni generali, e' quali ti figurai nelle tre potenzie de l'anima, e i tre scaloni attuali che attualmente ti figurai nel Corpo di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo. Salito e' piei, co' piei de l'affetto de l'anima, gionse al costato, dove trovò il secreto del cuore; e cognobbe il baptesmo de l'acqua (el quale ha virtú nel Sangue) dove l'anima trovò la grazia nel sancto baptesmo, disposto el vasello de l'anima a ricevere la grazia unita e impastata nel Sangue. Dove cognobbe questa dignità di vedersi unita e impastata nel sangue de l'Agnello, ricevendo el sancto baptesmo in virtú del Sangue? Nel costato, dove cognobbe il fuoco della divina caritá. E cosí manifestoe, se bene ti ricorda, la mia Verità, essendo dimandato da te, quando dicevi: — Doh ! dolce ed immaculato Agnello, tu eri morto quando el costato ti fu aperto, perché volesti essere percosso e partito el cuore? — Ed egli rispose, se ben ti ricorda, che assai cagioni ci aveva; ma alcuna principale te ne dirò.

— Perché il desiderio mio verso l'umana generazione era infinito, e l'operazione attuale di sostenere pena e tormenti era finita: e per la cosa finita non potevo mostrare tanto amore quanto piú amavo, perché l'amore mio era infinito. E però volsi che vedeste il secreto del cuore, mostrandovelo aperto, acciò che vedeste che piú amavo che mostrare non vi potevo per la pena finita. Gictando sangue e acqua, vi mostrai el sancto baptesmo de l'acqua, el quale riceveste in virtú del Sangue: e però versava sangue e acqua. E anco mostravo el baptesmo del Sangue in due modi: l'uno è in coloro che sonno baptezzati nel sangue loro sparto per me; il quale ha virtú per lo sangue mio, non potendo essi avere il sancto baptesmo. Alcuni altri si baptezzano nel fuoco, desiderando el baptesmo con affecto d'amore e non poterlo avere: e non è baptesmo di fuoco senza Sangue, però che ‘l Sangue è intriso e impastato col fuoco della divina carità, perché per amore fu sparto.

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In un altro modo riceve l'anima questo baptesmo del Sangue, parlando per figura. E questo providde la divina carità, perché, cognoscendo la infermità e fragilità de l'uomo, per la quale fragilità offendendo (non che egli sia costretto da fragilità né da altro a commettere la colpa, se egli non vuole; ma, come fragile, cade in colpa di peccato mortale, per la quale colpa perde la grazia che trasse nel sancto baptesmo in virtú del Sangue), e però fu bisogno che la divina caritá provedesse a lassare il continuo baptesmo del Sangue, el quale si riceve con la contrizione del cuore e con la sancta confessione, confessando, quando può, a' ministri miei, che tengono la chiave del Sangue. El quale Sangue gitta, ne l'absoluzione, sopra la faccia de l'anima.

E non potendo avere la confessione, basta la contrizione del cuore. Alora la mano della mia clemenzia vi dona el frutto di questo prezioso sangue; ma, potendo avere la confessione, voglio che l'abbiate; e chi la potrà avere e non la vorrà, sarà privato del frutto del Sangue. È vero che ne l'ultima extremità, volendola e non potendola avere, anco el riceverà. Ma non sia alcuno si matto che si voglia però con questa speranza conducersi ad aconciare i fatti suoi ne l'ultima extremità della morte, perché non è sicuro che, per la sua obstinazione, Io con la divina mia giustizia non dicesse: — Tu non ti ricordasti di me nella vita, nel tempo che tu potesti: Io non mi ricordasò di te nella morte. — Si che neuno debba pigliare lo indugio; e se pure per lo difetto suo l'ha preso, non debba lassare infino a l'ultimo di baptezzarsi per speranza nel Sangue.

Si che vedi che questo baptesmo è continuo, dove l'anima si debba baptezzare infino a l'ultimo, per lo modo detto. In questo baptesmo cognosci che l'operazione mia (cioè de la pena della croce) fu finita; ma el frutto della pena, che avete ricevuto per me, è infinito. Questo è in virtú della natura divina infinita, unita con la natura umana finita, la quale natura umana sostenne pena in me, Verbo, vestito della vostra umanità. Ma perché è intrisa e impastata l'una natura con l'altra, trasse a sé, la Deitá etterna, la pena ch' Io sostenni con tanto fuoco d'amore. E però si può chiamare infinita questa operazione; non (144) che infinita sia la pena, né l'attuale del corpo né la pena del desiderio che Io avevo di compire la vostra redempzione, però che ella terminò e fini in croce quando l'anima si parti dal corpo. Ma el fructo, che esci della pena e desiderio della vostra salute, è infinito: e però el ricevete infinitamente. Però che, se egli non fusse stato infinito, non sarebbe restituita tucta l'umana generazione, né ' passati né i presenti né gli avenire. Neanco l'uomo che offende, doppo l'offesa, non si potrebbe rilevare, se questo baptesmo del Sangue non vi fusse dato infinito, cioè che ‘l fructo del Sangue fusse infinito.

Questo vi manifestai ne l’apritura del lato mio, dove truovi el segreto del cuore: mostrando che Io v'amo piú che mostrare non posso con questa pena finita. Mòstrotelo infinito. Con che? col baptesmo del Sangue, unito col fuoco della mia carità, che per amore fu sparto; e nel baptesmo generale (dato a' cristiani e a chiunque il vuole ricèvare) de l'acqua unita col Sangue e col fuoco, dove l'anima s' inpasta nel sangue mio. E per mostrarvelo volsi che del costato escisse sangue e acqua.

Ora ho risposto a quello che tu mi dimandavi.

CAPITOLO LXXVI. Come l'anima, essendo salita el terzo scalone del sancto ponte, cioè pervenuta a la bocca, piglia incontenente l'offizio de la bocca. E come la propria volonta essendo morta è vero segno che ella v'è gionta.

— Ora ti dico che tutto questo ch' Io t'ho narrato, sai che narroe la mia Verità. Hottelo narrato da capo, favellandoti lo in persona sua, acciò che tu cognosca l'excellenzia dove è l'anima ch'è salita questo secondo scalone, dove cognosce e acquista tanto fuoco d'amore. Dove subbito corrono al terzo, cioè a la bocca, dove manifesta essere venuto ad perfetto stato.

Unde passoe? per lo mezzo del cuore, cioè con la memoria del Sangue dove si ribaptezzò lassando l'amore imperfetto, per (145) lo cognoscimento che trasse del cordiale amore, vedendo, gustando e provando el fuoco della mia caritá. Gionti sonno costoro a la bocca, e però el dimostrano facendo l'officio della bocca. La bocca parla con la lingua che è ne la bocca; el gusto gusta. La bocca ritiene porgendolo a lo stomaco. I denti schiacciano, però che in altro modo noi potrebbe inghioctire.

Or cosí l'anima: prima parla a me con la lingua che sta nella bocca del sancto desiderio, cioè la lingua della sancta e continua orazione. Questa lingua parla actuale e mentale: mentale, offerendo a me dolci e amorosi desidèri in salute de l'anime; e parla actuale, anunziando la doctrina della mia Verità, amonendo, consigliando e confessando senza alcuno timore di propria pena che ‘l mondo le volesse dare, ma arditamente confessa innanzi a ogni creatura, in diversi modi, e a ciascuno secondo lo stato suo.

Dico che mangia prendendo el cibo de l'anime, per onore di me, in su la mensa della sanctissima croce, però che in altro modo né in altra mensa noi potrebbe mangiare in veritá perfettamente. Dico che lo schiaccia co' denti, però che in altro modo noi potrebbe inghiottire: cioè con l'odio e con l'amore, e' quali sonno due filaia di denti nella bocca del sancto desiderio, che riceve il cibo schiacciando con odio di sé e con amore della virtú. In sé e nel proximo suo schiaccia ogni ingiuria, scherni, villanie, strazi e rimprovèri con le molte persecuzioni; sostenendo fame e sete, freddo e caldo e penosi desidèri, lagrime e sudori per salute de l'anime. Tutti gli schiaccia per onore di me, portando e sopportando el proximo suo. E poi che l'ha schiacciato, el gusto el gusta, asaporando el fructo della fadiga e il diletto del cibo de l'anime, gustandolo nel fuoco della caritá mia e del proximo suo. E cosí giogne questo cibo nello stomaco, che per lo desiderio e fame de l'anime s'era disposto a volere ricevere (cioè lo stomaco del cuore), col cordiale amore, diletto e dileczione di caritá col proximo suo; dilettandosene e rugumando per si facto modo, che perde la tenarezza della vita corporale, per potere mangiare questo cibo (preso in su la mensa della croce) della dottrina di Cristo crocifixo.

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Alora ingrassa l'anima nelle vere e reali virtú, e tanto rigonfia per l’abbondanzia del cibo, che ‘l vestimento della propria sensualità (cioè del corpo, che ricuopre l'anima), criepa quanto a l'appetito sensitivo. Colui che criepa, muore. Cosí la volontà sensitiva rimane morta. Questo è perché la volontà ordinata de l'anima è viva in me, vestita de l’etterna volontà mia, e però è morta la sensitiva.

Or questo fa l'anima che in veritá è gionta al terzo scalone della bocca, e il segno che ella v'è gionta è questo: che ella ha morta la propria volontà quando gustò l’affecto della caritá mia.

E però trovò pace e quiete ne l'anima sua nella bocca. Sai che nella bocca si dá la pace. Cosí in questo terzo stato truova la pace per si facto modo che neuno è che la possa turbare, perché ha perduta e annegata la sua propria volontà, la quale volontà dá pace e quiete quando ella è morta.

Questi parturiscono le virtú senza pena sopra del proximo loro: non che le pene non siano pene in loro, ma non è pena a la volontà morta, però che volontariamente sostiene pena per lo nome mio. Questi corrono, senza negligenzia, per la doctrina di Cristo crocifixo, e non allentano l'andare per ingiuria che lo' sia facta né per alcuna persecuzione né per dilecto che trovassero; cioè dilecto che il mondo lo' volesse dare. Ma tucte queste cose trapassano con vera fortezza e perseveranzia, vestito l’affecto loro de l’affecto della carità, gustando el cibo della salute de l'anime con vera e perfecta pazienzia. La quale pazienzia è uno segno demostrativo, che mostra che l'anima ami perfectissimamente e senza alcuno rispecto. Però che, se ella amasse me e il proximo per propria utilitá, sarebbe impaziente e allentarebbe ne l'andare. Ma perché essi amano me per me, in quanto Io so' somma bontá e degno d'essere amato, e loro amano per me e ‘l proximo per me, per rendere loda e gloria al nome mio, però sonno pazienti e forti a sostenere e perseveranti.

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CAPITOLO LXXVII. De le operazioni de l'anima poi che è salita el predecto sancto terzo scalone.

— Queste sonno quelle tre gloriose virtú fondate nella vera carità, le quali stanno in cima de l'arbore d'essa carità: cioè la pazienzia, la fortezza e la perseveranzia, che è coronata col lume della sanctissima fede, col quale lume corrono, senza tenebre, per la via della veritá. Ed è levata in alto per sancto desiderio, e però non è alcuno che la possa offendere: né il dimonio con le sue temptazioni (perché egli teme l'anima che arde nella fornace della carità), né le detraczioni né le ingiurie degli uomini; anco, con tucto ciò che ‘l mondo gli perseguiti, el mondo ha timore di loro.

Questo permette la mia bontá: di fortificarli e farli grandi dinanzi a me e nel mondo, perché essi si sonno facti piccoli per umilità. Bene lo vedi tu nei sanai miei, e' quali per me si fecero piccoli, e Io gli ho facti grandi in me, Vita durabile, e nel corpo mistico della sancta Chiesa, dove si fa sempre menzione di loro perché i nomi loro sonno scripti in me, libro di vita; si che ‘l mondo gli ha in reverenzia perché essi hanno spregiato el mondo. Questi non nascondono la virtú per timore ma per umilità; e se egli è bisogno del servizio suo nel proximo, egli non la nasconde per timore della pena né per timore di perdere la propria consolazione, ma virilmente il serve perdendo se medesimo e non curando di sé.

E in qualunque modo egli exercita la vita e’l tempo suo in onore di me, si gode e truovasi pace e quiete nella mente. Perché? perché non elegge di servire a me a suo modo ma a modo mio; e però gli pesa tanto el tempo della consolazione quanto quello della tribolazione, e tanto la prosperità quanto l’aversità. Tanto gli pesa l'una quanto l'altra, perché in ogni cosa truova la volontà mia, ed egli non pensa di fare altro se non di conformarsi, dovunque egli la truova, con essa volontà.

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Egli ha veduto che veruna cosa è fatta senza me, e con misterio e con divina providenzia, se non il peccato che non è: e però odiano el peccato, e ogni altra cosa hanno in reverenzia; e però sonno tanto fermi e stabili nel loro volere andare per la via della veritá, e non allentano, ma fedelmente servono el proximo loro, non raguardando a l' ignoranzia e ingratitudine sua. Né perché alcuna volta el vizioso gli dica ingiuria e riprenda el suo bene adoperare, che egli non gridi, nel cospetto mio, per orazione per lui, dolendosi piú de l'offesa che egli fa a me 'e danno de l'anima sua che della ingiuria propria.

Costoro dicono col glorioso di Pavolo mio banditore: « El mondo ci maladice, e noi benediciamo; egli ci perseguita, e noi ringraziamo; cacciaci come immondizia e spazzatura del mondo, e noi pazientemente portiamo ». Si che vedi, figliuola dilettissima, e' dolci segni; e singularmente, sopra ogni segno, la virtú della pazienzia, dove l'anima dimostra in veritá d'essere levata da l'amore imperfetto e venuta al perfetto, seguitando el dolce e immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, el quale, stando in su la croce tenuto da' chiovi de l'amore, non ritrae adietro per detto dei giuderi che dicevano: « Discende della croce e credarenti ». Né per ingratitudine vostra non ritrasse adietro che non perseverasse ne l'obbedienzia, che Io gli avevo posta, con tanta pazienzia che il grido suo non fu udito per alcuna mormorazione.

Cosí questi cotali dilettissimi figliuoli e fedeli servi miei seguitano la dottrina e l’exemplo della mia Verità. E perché con lusinghe e minacce il mondo gli voglia ritrare, non vòllono però el capo adietro a mirare l'aratro, ma guardano solo ne l'obietto della mia Verità. Questi non si vogliono partire del campo della battaglia per tornare a casa per la gonnella, cioè per la gonnella propria, che egli lassò, del piacere piú a le creature e temere piú loro che me Creatore suo; anco con dilecto sta nella battaglia, pieno e inebriato del sangue di Cristo crocifixo. El quale Sangue v'è posto dinanzi nella bottiga del corpo mistico della sancta Chiesa da la mia carità, per fare (149) inanimare coloro che vogliono essere veri cavalieri, e combattere con la propria sensualità e carne fragile, col mondo e col dimonio, col coltello de l'odio d'essi nemici suoi, con cui egli ha a combàctare, e con amore delle virtú. El quale amore è una arme che ripara da' colpi che noi possono accanare se esso non si trae Tarme di dosso e ‘l coltello di mano e dialo nelle mani de' nemici suoi, cioè dando Tarme con la mano del libero arbitrio, arrendendosi volontariamente a' nemici suoi. Non fanno cosí questi che sonno inebriati nel Sangue, anco virilmente perseverano infino a la morte, dove rimangono sconfitti tutti e' nemici suoi.

O gloriosa virtú, quanto se' piacevole a me e riluci nel mondo negli occhi tenebrosi degl'ignoranti, che non possono fare che non participino della luce de' servi miei! Ne l'odio loro riluce la clemenzia ch'e' servi miei hanno a la loro salute; nella invidia loro riluce la larghezza della carità; nella crudeltá la pietà, però che essi sonno crudeli verso di loro, ed essi sonno pietosi; nella ingiuria riluce la pazienzia, rema che signoreggia e tiene la signoria di tutte le virtú, perché ella è il mirollo della caritá. Ella dimostra e rasegna le virtú ne l'anima; dimostra se elle sonno fondate in me in veritá, o no. Ella vince e non è mai vinta; ella è compagna della fortezza e perseveranzia, come detto è; ella torna a casa con la vittoria, escita del campo della battaglia, tornata a me, Padre etterno, remuneratore d'ogni loro fadiga, e ricevono da me la corona della gloria.

CAPITOLO LXXVIII. Del quarto stato, el quale non è però separato dal terzo; e de le operazioni de l'anima che è gionta a questo stato; e come Dio non si parte mai da essa per continuo sentimento.

— Ora t'ho detto come dimostrano d'essere gionti a la perfeczione de l'amore de l'amico e filiale.

Ora non ti voglio tacere in quanto diletto gustano me, essendo ancora nel corpo mortale. Perché, gionti al terzo stato, (150) in esso stato, si com' Io ti dixi, acquistano el quarto stato. Note che sia stato separato dal terzo, ma unito insieme con esso, e l'uno non può essere senza l'altro se non come la caritá mia e quella del proximo, si com' Io ti dixi. Ma è uno fructo che esce di questo terzo stato d'una perfecta unione che l'anima fa in me, dove riceve fortezza sopra fortezza, intanto che non che porti con pazienzia, ma esso desidera, con ansietato desiderio, di potere sostenere pene per gloria e loda del nome mio.

Questi si gloriano negli obrobri de l'unigenito mio Figliuolo, si come diceva el glorioso di Pavolo mio banditore: « Io mi glorio nelle tribulazioni e negli obrobri di Cristo crocifixo ». E in un altro luogo: « Io non reputo di dovere gloriarmi altro che in Cristo crocifixo ». Unde in un altro luogo dice: « Io porto le stimate di Cristo crocifixo nel corpo mio ». Cosí questi cotali, come inamorati de l'onore mio e come affamati del cibo de l'anime, corrono a la mensa della sanctissima croce, volendo, con pena e con molto sostenere, fare utilitá al proximo, conservare e acquistare le virtú, portando le stimate di Cristo ne' corpi loro. Cioè che ‘l crociato amore, il quale hanno, riluce nel corpo, mostrandolo con dispregiare se medesimi e con dilectarsi d'obrobri, sostenendo molestie e pene da qualunque lato e in qualunque modo Io le concedo.

A questi cotali carissimi figliuoli la pena l'è dilecto, el dilecto l'è fadiga e ogni consolazione e dilecto che ‘l mondo alcuna volta lo' volesse dare. E non solamente quelle che ‘l mondo lo' dá per mia dispensazione (cioè ch'e' servi del mondo alcuna volta sonno costrecti da la mia bontá ad averli in reverenzia e sovenirli ne' loro bisogni e necessità corporali), ma la consolazione che ricevono da me, Padre etterno, nella mente loro, la spregiano per umilità e odio di loro medesimi. Non che spregino la consolazione e’l dono e la grazia mia, ma el dilecto che truova el desiderio de l'anima in essa consolazione. Questo è per la virtú della vera umilità acquistata da l'odio sancto, la quale umilità è baglia e nutrice della caritá acquistata con vero cognoscimento di sé e di me.

151

Si che vedi che la virtú riluce, e le stímate di Cristo crocifixO, ne' corpi e nelle menti loro. A questi cotali l’ è tolto di non separarmi da loro per sentimento, si come degli altri ti dixi che lo andavo e tornavo a loro, partendomi non per grazia ma per sentimento. Non fo cosí a questi perfectissimi che sonno gionti alla grande perfeczione, in tucto morti a ogni loro volontà, ma continuamente mi riposo per grazia e per sentimento ne l'anima loro; cioè che ogni otta che vogliono unirsi in me la mente per affecto d'amore, possono, perché ‘l desiderio loro è venuto a tanta unione per affecto d'amore che per veruna cosa se ne può separare, ma ogni luogo l'è luogo e ogni tempo l'è tempo d'orazione; perché la loro conversazione è levata da la terra e salita in cèlo, cioè che ogni affecto terreno e amore proprio sensitivo di loro medesimi hanno tolto da sé. Levati si sonno sopra di loro ne l'altezza del cielo con la scala delle virtú, saliti e' tre scaloni che lo ti figurai nel corpo del mio Figliuolo.

Nel primo spogliàro e' piei de l'affecto de l'amore del vizio; nel secondo gustàro el secreto e l’affecto del cuore, unde concepettero amore nelle virtú; nel terzo (cioè della pace e quiete della mente) provarono in sé le virtú e, levandosi da l'amore imperfecto, gionsero a la grande perfeczione. Unde hanno trovato el riposo nella doctrina della mia Verità; hanno trovata la mensa, el cibo e il servidore. El quale cibo gustano col mezzo della doctrina di Cristo crocifixo, unigenito mio Figliuolo; Io lo' so' letto e mensa. Questo dolce e amoroso Verbo l'è cibo, si perché gustano el cibo de l'anime in questo glorioso Verbo, e si perché egli è cibo dato da me a voi: la carne e ‘l sangue suo, tucto Dio e tucto uomo, el quale ricevete nel Sacramento de l'altare, posto e dato a voi da la mia bontá, mentre che sète peregrini e viandanti, acciò che non veniate meno, ne l'andare, per debilezza, e perché non perdiate la memoria del benefizio del Sangue sparto per voi con tanto fuoco d'amore, ma perché sempre vi confortiate e dilectiate nel vostro andare. Lo Spirito sancto gli serve, cioè l'affecto della mia carità, la quale caritá lo' ministra e' doni e le grazie. Questo dolce (152) servidore porta e arreca: arreca a me i penosi e dolci ed ateo. rosi desidèri, e porta a loro el fructo della divina caritá delle loro fadighe ne l'anime loro, gustando e notricandosi della dolcezza della mia caritá. Si che vedi che Io lo' so' mensa, el Figliuolo mio l'è cibo, e lo Spirito sancto gli serve, che procede da me Padre e dal Figliuolo.

Vedi dunque che sempre, per sentimento, mi sentono nella loro mente. E quanto piú hanno spregiato el dilecto e voluta la pena, piú hanno perduta la pena e acquistato el dilecto. Perché? perché sonno arsi e affocati nella mia carità, dove è consumata la volontà loro. Unde el dimonio teme il bastone della caritá loro, e però gicta le saecte sue da longa e non s'ardisce d'acostare. EI mondo percuote nella corteccia de' corpi loro credendo offendere, ed egli è offeso, perché la saecta, che non truova dove intrare, ritorna a colui che la gitta. Cosí el mondo con le saecte delle ingiurie e persecuzioni e mormorazioni sue, gictandole ne' perfectissimi servi miei, non v'è luogo da veruna parte dove possa intrare, perché l'orto de l'anima loro è chiuso; e però ritorna la saecta a colui che la gicta, avelenata col veleno della colpa.

Vedi che da veruno lato la può percuotere, però che, percotendo el corpo, non percuote l'anima. Ma sta beata e dolorosa: dolorosa sta de l'offesa del proximo suo, e beata per l'unione e affecto della caritá che ha ricevuta in sé.

Questi seguitano lo immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo, el quale stando in croce era beato e doloroso: doloroso era, portando la croce del corpo, sostenendo pena, e 1a croce del desiderio per satisfare la colpa de l'umana generazione; e beato era, perché la natura divina, unita con la natura umana, non poteva sostenere pena, e sempre faceva l'anima sua beata mostrandosi a lei senza velame. E però era beato e doloroso, perché la carne sosteneva, e la Deitá pena non poteva patire; neanco l'anima quanto a la parte di sopra de l'intellecto.

Cosí questi dilecti figliuoli, gionti al terzo e al quarto stato, sonno dolorosi portando la croce actuale e mentale: cioè (153) actualmente, sostenendo pene ne' corpi loro, secondo che Io permecto, e la croce del desiderio del crociato dolore de l'offesa mia e danno del proximo. Dico che sonno beati, però che ‘l dilecto della carità, la quale gli fa beati, non lo' può essere tolto, unde eglino ricevono allegrezza e beatitudine. Unde si chiama questo dolore, non « dolore afffiggitivo » che disecca l'anima, ma « ingrassativo », che ingrassa l'anima ne l’affecto della carità, perché le pene aumentano la virtú e fortificano e crescono e pruovano la virtú.

Si che è pena ingrassativa e non affliggitiva, perché veruno dolore né pena la può trare del fuoco, se non come il tizzone, che è tucto consumato nella fornace, che veruno è che ‘l possa pigliare per spegnere, perché gli è facto fuoco. Cosí queste anime, gictate nella fornace della mia carità, non rimanendo veruna cosa fuore di me, cioè veruna loro volontà, ma tucti affocati in me, veruno è che le possa pigliare né trarle fuore di me per grazia, perché sonno facte una cosa con meco ed lo con loro. E mai da loro non mi sottraggo per sentimento che la mente loro non mi senta in sé, si come degli altri ti dixi che lo andavo e tornavo, partendomi per sentimento e non per grazia; e questo facevo per farli venire a la perfeczione. Gionti a la perfeczione, lo' tolgo el giuoco de l'amore d'andare e di tornare, el quale si chiama « giuoco d'amore », ché per amore mi parto e per amore torno: non propriamente Io (ché lo so' lo Idio vostro immobile che non mi muovo), ma el sentimento che dá la mia caritá ne l'anima è quello che va e torna.

CAPITOLO LXXIX. Come Dio da' predecti perfectissimi non si sottrae per sentimento né per grazia, ma si per unione.

— Dicevo che a costoro l'è tolto che ‘l sentimento non perdono mai. Ma in un altro modo mi parto: perché l'anima che è legata nel corpo non è sufficiente a ricevere continuamente (154) l'unione ch'Io fo ne l'anima; e perché non è sufficiente, mi sottrago non per sentimento né per grazia, ma per unione. Perché, levandosi l'anime con ansietato desiderio, corsero con virtú per lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo; giongono a la porta levando la mente loro in me, bagnate, inebriate di Sangue, arse di fuoco d'amore; gustano in me la Deitá etterna, el quale è a loro uno mare pacifico, dove l'anima ha facta tanta unione che veruno movimento quella mente non ha altro che in me.

Ed essendo mortale, gusta el bene degl'inmortali; ed essendo col peso del corpo, riceve la leggerezza dello spirito. Unde spesse volte il corpo è levato da la terra per la perfecta unione che l'anima ha facta in me, quasi come il corpo grave diventasse leggiero. Non è però che gli sia tolta la gravezza sua, ma perché l'unione che l'anima ha facta in me è piú perfecta che non è l'unione fra l'anima e ‘l corpo; e però la fortezza dello spirito unita in me leva da tera la gravezza del corpo. El corpo sta come immobile, tucto stracciato da l’affecto de l'anima, intanto che (si come ti ricorda d'avere udito da alcune creature) non sarebbe possibile di vivere se la mia bontá non el cerchiasse di fortezza.

Unde Io voglio che tu sappi che maggiore miracolo è a vedere che l'anima non si parte dal corpo in questa unione, che vedere molti corpi resuscitati. E però Io, per alcuno spazio, sottrago l'unione, facendola tornare al vasello del corpo suo: cioè che ‘l sentimento del corpo, che era tucto alienato per l’affecto de l'anima, torna al sentimento suo. Però che, non è che l'anima si parta dal corpo, ché ella non si parte se non col mezzo della morte, ma partonsi le potenzie e l'affecto de l'anima per amore unito in me. Unde la memoria non si truova piena d'altro che di me; lo intellecto è levato speculando ne l’obiecto della mia Verità; I'affecto, che va dietro a l' intellecto, ama e uniscesi in quello che l'occhio de l' intellecto vide.

Congregate e unite tucte insieme queste potenzie, e immerse e affogate in me, perde il corpo el sentimento: ché l'occhio vedendo non vede, l'orecchia udendo non ode, la lingua parlando non parla (se non come alcuna volta, per l’abondanzia (155) del cuore, permectarò che’l membro della lingua parli per sfogamento del cuore e per gloria e loda del nome mio; si che

parlando non parla, la mano toccando non tocca, e' piei andando non vanno; tucte le membra sonno legate e occupate dal legame e sentimento de l'amore. Per lo quale legame sonnosi soctoposte a la ragione e uniti con l’affecto de l'anima, ché, quasi contra sua natura, a una voce tucte gridano a me, Padre etterno, di volere essere separate da l'anima, e l'anima dal corpo. E però grida, dinanzi da me, col glorioso di Pavolo: « O disaventurato a me, chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Perch' io ho una legge perversa che impugna contra lo spirito ».

Non tanto diceva Pavolo della impugnazione che fa el sentimento sensitivo contra lo spirito, ché per la parola mia era quasi certificato quando gli fu decto: u Pavolo, bastiti la grazia mia ». Ma perché il diceva? perché, sentendosi Pavolo legato nel vasello del corpo, el quale gl'impediva per spazio di tempo la visione mia (cioè infino a l'ora de la morte), l'occhio era legato a non potere vedere me, Trinitá etterna, nella visione de' beati immortali che sempre rendono gloria e loda al nome mio, ma trovavasi fra' mortali che sempre offendono me, privato della mia visione, cioè di vedermi ne l’essenzia mia.

None che esso e gli altri servi miei non mi veggano e gustino, non in essenzia, ma in affecto di caritá in diversi modi, secondo che piace a la bontá mia di manifestare me medesimo a voi; ma ogni vedere, che l'anima riceve mentre che è nel corpo mortale, è una tenebre a rispecto del vedere che ha l'anima separata dal corpo. Si che pareva a Pavolo che’l sentimento del vedere impugnasse il vedere dello spirito, cioè che ‘l sentimento umano della grossezza del corpo impedisse l'occhio de l' intellecto, che non lassava vedere me a faccia a faccia. La volontà gli pareva che fusse legata a non potere tanto amare quanto desiderava d'amare, perché ogni amore in questa vita è imperfecto infino che non giogne a la sua perfeczione.

None che l'amore di Pavolo o degli altri veri servi miei fusse imperfecto a grazia e a perfeczione di caritá (ché egli era perfecto), ma era imperfecto ché non aveva sazietà nel suo amore; (156) unde era con pena. Ché se fusse stato pieno el desiderio di quello che egli amava, non avarebbe avuta pena; ma perché l'amore perfectamente, mentre che egli è nel corpo mortale, non ha quel che egli ama, però ha pena. Ma, separata l'anima dal corpo, ha pieno il desiderio suo, e però ama senza pena. È saziata, e di longa è il fastidio da la sazietà; essendo saziata, ha fame, ma di longa è la pena da la fame, perché, separata l'anima dal corpo, è ripieno el vasello suo in me in veritá, fermato e stabilito che non può desiderare cosa che non abbi. Desiderando di vedere me, egli mi vede a faccia a faccia; desiderando di vedere la gloria e loda del nome mio ne' sancti miei, egli la vede si nella natura angelica e si nella natura umana.

CAPITOLO LXXXIII. Come, poi che sancto Paulo appostolo fu tracto a vedere la gloria de' beati, desiderava d'essere sciolto dal corpo; la qual cosa fanno anche quelli che sono giunti al terzo e al quarto santo stato predecto.

— Paulo dunque aveva veduto e gustato questo bene quando lo el trassi al terzo cielo, cioè nell'altezza della Trinitá, gustando e cognoscendo la veritá mia, dove egli ricevette ad pieno lo Spirito santo e imparò la doctrina della mia Verità, Verbo incarnato. Vestitasi l'anima di Paulo, per sentimento e unione, di me Padre ecterno, come i beati della vita durabile, excepto che l'anima non era separata dal corpo, ma per sentimento e unione; e piacendo alla mia bontá di farlo vasello d'elleczione nell'abisso di me Trinitá ecterna, lo spogliai di me, perché in me non cade pena, e Io volevo che sostenesse per lo nome mio; e però gli posi per obiecto Cristo crucifixo dinanzi ad l'occhio dell' intellecto suo, vestendoli el vestimento della doctrina sua, legato e incatenato con la clemenzia dello Spirito santo, fuoco di caritá. Egli, come vasello disposto e reformato dalla bontá mia, perché non fece resistenzia quando fu percosso, anche dixe: «Signore mio, che vuogli tu che io faccia? Dimi quello che tue vuogli che io faccia, e io el farò »; lo gliel'insegnai, quando gli posi Cristo crucifixo dinanzi ad l'occhio suo, vestendolo della doctrina della mia Verità. Illuminato perfectiximamente col lume della vera contrizione (colla quale spense el difecto suo), fondato (160) nella mia carità, si vesti della dottrina di Cristo crucifixo. E strinselo per si facto modo, siccome esso ti manifestò, che giamai no gli fu tracto di dosso: né per tentazione di demonia, né per lo stimolo della carne che spesse volte lo impugnava (lassato ad lui dalla mia bontá per crescerlo in grazia e in merito, e per umiliazione, però che egli avea gustata l'altezza della Trinitá); neanche per tribolazioni, né per veruna cosa che gli avenisse, allentava el vestimento di Cristo crucifixo, cioè la perserveranzia della doctrina sua, anche, piú strettamente se lo incarnava. E tanto sello strinse, che egli ne die' la vita, e con esso vestimento ritornò ad me, Dio ecterno.

Sicché Paulo avea provato che cosa era gustare me senza la gravezza del corpo, facendogliele Io gustare per sentimento d'unione, ma non per separazione.

Adunque, poi che fu ritornato ad sé, vestito del vestimento di Cristo crocifixo, alla perfeczione dell'amore che in me aveva gustata e veduta e che i santi gustano separati dal corpo, gli pareva, el suo, impertecto. E però gli pareva che la gravezza del corpo gli ribellasse, cioè che gl'impedisse la grande perfeczione della sazietà del desiderio, che riceve l'anima doppo la morte. Onde la memoria gli pareva imperfecta e debole, come ella è, per la quale debilezza e imperfeczione gl'impediva di potere ritenere ed essere capace e ricevere e gustare me in veritá con quella perfeczione che mi ricevono i santi. E però gli pareva che ogni cosa, mentre che stava nel corpo suo, gli fuxe una legge perversa che impugnasse e ribellasse contro allo spirito. Non di impugnazione di peccato, però che giá ti dixi che lo el certificai dicendo: « Paulo, bastiti la grazia mia »; ma di impugnazione che faceva di impedire la perfeczione dello spirito, cioè di vedere me nell'essenzia mia, el quale vedere era impedito dalla legge e gravezza del corpo. E però gridava: « Disaventurato uomo, chi mi dissolverebbe dal corpo mio? ché io ho una legge perversa, legata nelle menbra mie, che impugna contro allo spirito ». E cosí è la veritá: però che la memoria è impugnata dalla imperfeczione corporale; lo intelletto è impedito e legato, per questa grossezza del corpo, di non vedere me come (161 ) Io sono nell'essenzia mia; e la volontà è legata, cioè che non può giugnere col peso del corpo a gustare me, senza pena, Dio ecterno, per lo modo che decto t'ho. Sicché Paulo diceva la veritá: che egli aveva una legge perversa legata nel corpo che impugnava contro allo spirito. E così. questi miei servi, de' quali io ti dicevo che erano giunti al terzo e al quarto stato della perfecta unione che fanno in me, gridano con lui volendo essere sciolti dal corpo e separati.

CAPITOLO LXXXIV. Per quali cagioni l'anima desidera d'essere sciolta dal corpo. La quale cosa non potendo essere, non discorda però dalla volontà di Dio; ma piú tosto si gloria in questa e in ogni altra pena per onore di Dio.

— Questi non sentono malagevolezza della morte, però che n'hanno desiderio, e con odio perfecto hanno facto guerra col corpo loro; onde hanno perduta la tenerezza che naturalmente è fra l'anima e ‘l corpo: sicché, dato el botto all'amore naturale, con odio della vita del corpo suo e con amore di me, desidera la morte. E però dice: « Chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Io desidero d'essere sciolta dal corpo ed essere con Cristo ». E dicono ancora questi cotali col medeximo Paulo: « La morte m'è in dexiderio e la vita impazienzia ». Però che l'anima levata in questa perfetta unione desidera di vedere me e di vedermi rendere gloria e loda. Onde, tornando poi alla nuvila del corpo suo, tornando, dico, el sentimento nel corpo (el quale sentimento era tratto in me per affetto d'amore, siccome lo ti dixi, cioè che tutti e' sentimenti del corpo erano tratti per la forza dell'affetto dell'anima, unita in me piú perfettamente che non è l'unione tra l'anima e ‘l corpo); traendo dunque ad me questa unione (però che giá ti dixi che il corpo non era sufficiente a portare la continua unione), lo mi parto per unione, ma non per grazia né per sentimento, come nel secondo e terzo stato ti feci menzione, e sempre torno con piú acrescimento di grazia e (162) con piú perfetta unione. Onde, sempre di nuovo e con piú altezza e cognoscimento della mia veritá, torno, manifestando me medeximo a loro. E quando Io mi parto, per lo modo detto, perché il corpo torni un poco al sentimento suo, dico che per l'unione che Io avevo fatta nell'anima, e l'anima in me, tornando ad sé, cioè al sentimento del corpo, è impaziente nel vivere, vedendosi levata da l'unione di me, levandosi da la conversazione degl' inmortali e trovandosi con la conversazione de' mortali, vedendo offendere me tanto miserabilemente.

Questo è il crociato desiderio che eglino portano vedendomi offendere da le mie creature. Per questo e per lo desiderio di vedermi, l'è incomportabile la vita loro; e nondimeno, perché la volontà loro non è loro, anco è fatta una cosa con meco per amore, non possono volere né desiderare altro che quello ch' Io voglio. Desiderando el venire, sonno contenti di rimanere, se Io voglio che rimangano con loro pena, per piú gloria e loda del nome mio e salute de l'anime. Si che in veruna cosa si scordano da la mia volontà, ma corrono con espasimato desiderio, vestiti di Cristo crocifixo, tenendo per lo ponte della dottrina sua, gloriandosi degli obrobri e pene sue. Tanto si dilettano quanto si veggono sostenere; anco, nel sostenere de le molte tribulazioni, a loro è uno refrigerio nel desiderio della morte, che, spesse volte, per lo desiderio e volontà del sostenere mitiga la pena che essi hanno d'essere sciolti dal corpo.

Costoro non tanto che portino con pazienzia, come nel terzo stato ti dixi, ma essi si gloriano, per lo nome mio, portare molte tribolazioni. Portando, hanno diletto; non portando, hanno pena temendo che el loro bene adoperare non el voglia remunerare in questa vita, o che non sia piacevole a me il sacrificio de' loro desidèri: ma sostenendo, permettendo lo' le molte tribolazioni, essi si rallegrano, vedendosi vestire delle pene e obrobri di Cristo crocifixo. Unde, se lo' fusse possibile d'avere virtú senza fadiga, non la vorrebbero, ché piú tosto si vogliono dilectare in croce con Cristo e con pena acquistare le virtú, che per altro modo avere vita etterna.

163

Perché? perché sonno affogati e annegati nel Sangue, dove truovano l'affocata mia carità; la quale caritá è uno fuoco, che procede da me, che rapisce il cuore e la mente loro, acceptando el sacrificio de' loro desidèri. Unde si leva l'occhio de l'intelletto specolandosi nella mia Deitá, dove l'affetto si notrica e si unisce, tenendo dietro a l'intelletto. Questo è uno vedere per grazia infusa che Io fo ne l'anima che in veritá ama e serve me.

CAPITOLO LXXXV. Come quelli che sono gionti al predetto stato unitivo, sono illuminati nell'occhio dell'intelletto loro di lume sopranaturale infuso per grazia; e come è meglio andare per consiglio de la salute dell'anima ad uno umile con sancta coscienzia, che a uno superbo licterato.

— Con questo lume, il quale è posto ne l'occhio de l' intellecto, mi vidde Tomaso, unde acquistò el lume della molta scienzia. Agustino, Ieronimo e gli altri dottori e sancai miei, illuminati dalla mia veritá, intendevano e cognoscevano nelle tenebre la mia veritá; cioè che la sancta Scriptura, che pareva tenebrosa perché non era intesa, non per difetto della Scriptura ma dello intenditore che non intendeva. E però Io mandai queste lucerne ad illuminare gli accecati e grossi intendimenti. Levavano l'occhio de l'intelletto per cognoscere la veritá nella tenebre, come detto è. E Io, fuoco acceptatore del sacrificio loro, gli rapivo, dando lo' lume non per natura ma sopra ogni natura, e nella tenebre ricevevano el lume cognoscendo la veritá per questo modo.

Unde, quella che alora appareva tenebrosa, appare ora con perfectissimo lume a' grossi e a' sottili di qualunque maniera gente si sia. Ogniuno riceve secondo la sua capacità e secondo che esso si vuole disponere a cognoscere me, perch'Io none spregio le loro disposizioni. Si che vedi che l'occhio de l'intellecto ha ricevuto lume infuso per grazia sopra del lume naturale, nel quale i dottori e gli altri sancai cognobbero la luce (164) nella tenebre, e di tenebre si fece luce, però che lo 'ntellecto fu prima che fusse formata la Scriptura; unde da l' intellecto venne la scienzia, perché nel vedere discerse.

Per questo modo discersero e intesero e' sancti padri e profeti che profetavano de l’avenimento e morte del mio Figliuolo. Per questo modo ebbero gli apostoli doppo l’avenimento dello Spirito sancto, che lo' donòe questo lume sopra el lume naturale. Questo ebbero evangelisti, doctori, confessori, vergini e martiri; e tutti sono stati illuminati da questo perfetto lume; e ogniuno avutolo in diversi modi, secondo la necessità della salute sua e della salute de le creature, e a dichiarazione della sancta Scriptura. Si come fecero e' sancti doctori, nella scienzia dichiarando la dottrina della mia Verità, la predicazione degli appostoli, le sposizioni sopra e' vangeli de' vangelisti; e' martiri, dichiarando nel sangue loro el lume della sanctissima fede, el frutto e il tesoro del sangue de l'Agnello; le vergini, ne l’affecto della caritá e purità; negli obedienti è dichiarata l’obedienzia del Verbo, cioè mostrando la perfeczione de l'obedienzia, la quale riluce nella mia Verità, che, per l’obedienzia ch' Io gl'imposi, corse a l’obrobriosa morte della croce.

Tutto questo lume e' si vede nel vecchio e nel nuovo Testamento. Nel vecchio, le profezie de' sancti profeti, fu veduto e cognosciuto da l'occhio de l'intelletto col lume infuso per grazia da me sopra el lume naturale, come detto t'ho. Nel nuovo Testamento della vita evangelica, con che è dichiarata a' fedeli cristiani? con questo lume medesimo. E perché ella procedeva da uno medesimo lume, non ruppe la legge nuova la legge vechia, anco si legò insieme; ma tolsele la imperfeczione, perché ella era fondata solo in timore. Venendo el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo, con la legge de l'amore la compí, dandole l'amore, levando el timore della pena e rimanendo el timore sancto. E però dixe la mia Verità a' discepoli per dimostrare che Egli non era rompitore della legge: « lo non so' venuto a dissolvere la legge, ma adempirla ». Quasi dicesse la mia Verità a loro: — La legge è ora imperfetta, ma col sangue mio la farò perfetta, e cosí la riempirò di quello che (165) ora le manca, tollendo via el timore della pena e fondandola in amore e in timore sancto.

Chi la dichiarò che questa fusse la veritá? El lume che fu dato ed è dato a chi el vuole ricevere per grazia sopra el lume naturale, come detto è. Si che ogni lume che esce della sancta Scriptura è uscito ed esce da questo lume. E però gl'ignoranti superbi scienziati aciecano nel lume, perché la superbia e la nuvila de l'amore proprio ha ricoperta e tolta questa luce: però intendono piú la Scriptura licteralmente che con intendimento; e però ne gustano la lettera rivollendo molti libri, e non gustano il merollo della Scriptura, perché s'hanno tolto el lume con che è formata e dichiarata la Scriptura. Unde questi cotali si maravigliano e cadranno nella mormorazione vedendo molti grossi e idioti nel sapere la Scriptura sancta, e nondimeno sonno tanto illuminati nel cognoscere la veritá come se longo tempo l'avessero studiata. Questa non è maraviglia neuna, perché egli hanno la principale cagione del lume unde venne la scienzia. Ma perché essi superbi hanno perduto el lume, non veggono né cognoscono la bontá mia, né el lume della grazia infusa sopra de' servi miei.

Unde Io ti dico che molto è meglio andare per consiglio della salute de l'anima a uno umile con sancta e dritta coscienzia, che a uno superbo letterato studiante nella molta scienzia, perché colui non porge se non di quello che elli ha in sé, unde, per la tenebrosa vita, spesse volte el lume della sancta Scriptura porgerà in tenebre. El contrario trovarà ne' servi miei, ché el lume che hanno in loro, quello porgono con fame e desiderio de la salute sua.

Questo t'ho detto, dolcissima figliuola mia, per farti cognoscere la perfeczione di questo unitivo stato, dove l'occhio de l' intellecto è rapito dal fuoco della caritá mia, nella quale caritá ricevono el lume sopranaturale. Con esso lume amano me, perché l'amore va dietro a l' intellecto, e quanto piú cognosce, piú ama, e quanto piú ama, piú cognosce. Cosí l'uno nutrica l'altro.

Con questo lume giongono a l'etterna mia visione, dove veggono e gustano me in veritá, separata l'anima dal corpo, si (166) come Io ti dixi quando ti contiai della beatitudine che l'anima riceveva in me. Questo è quello stato excellentissimo che, essendo anco mortale, gusta tra gl' inmortali. Unde spesse volte viene a tanta unione, che a pena che egli sappi se egli è nel corpo o fuore del corpo, e gusta l'arra di vita etterna si per l'unione che ha fatta in me e si perché la volontà è morta in sé, per la quale morte fece unione in me, che in altro modo perfettamente non la poteva fare. Adunque gustano vita etterna, privati de lo 'nferno della propria volontà, la quale dá una arra d'inferno a l'uomo che vive a la volontà sensitiva, si come Io ti dixi.”

Dunque : facciamo santi , facciamo grandi santi anzitutto se vogliamo essere dei grandi esegeti.