L'insegnamento
di Dio attraverso s.Caterina
commenti
in verde di don Tullio Rotondo
La
vera esegesi è manifestazione della sapienza di Dio
e richiede alta vita di grazia , come spiega s. Caterina
in queste pagine, l’Esegeta per eccellenza è Cristo:
più siamo uniti a Cristo più conosciamo in
profondità la Sacra Scrittura. Questo è decisivo
da ribadire oggi: la Scrittura, come dice l’Apocalisse è
libro sigillato, chiuso, non è la sapienza umana
che apre questo libro e lo intende: Dio solo in Cristo apre
questo libro e , in Cristo lo apre ai santi, agli umili.
Chi erano s. Agostino, s. Girolamo, s. Tommaso ? Erano solo
degli studiosi molto profondi della S. Scrittura? No!! Erano
dei grandi santi !
CAPITOLO
LXXIII. Per che modi l'anima si parte da l'amore inperfecto
e giogne ad l'amore perfecto dell'amico e filiale.
—
In fino a ora Io t'ho mostrato per molti modi come l'anima
si leva da la imperfeczione e giogne a l'amore perfecto,
e quello che fa poi che ella è gionta a l'amore de
l'amico e filiale.
Dixiti
e dico che ella vi giogne con perseveranzia, serrandosi
nella casa del cognoscimento di sé. El quale cognoscimento
di sé vuole essere condito col cognoscimento di me,
acciò che non venga a confusione. Perché del
cognoscimento di sé acquistarà l'odio della
propria passione sensitiva e del dilecto delle proprie consolazioni.
E da l'odio fondato in umilità trarrà la pazienzia,
nella quale pazienzia diventarà forte contra le bactaglie
del dimonio, contra le persecuzioni degli uomini e verso
di me, quando per suo bene sottrago el dilecto da la mente
sua. Tucte le portarà con questa virtú.
E
se la sensualità propria, per malagevolezza, volesse
alzare el capo contra la ragione, el giudice della coscienzia
debba salire sopra di sé, e con odio tenersi ragione,
e non lassare passare i movimenti che non sieno correcti.
Benché l'anima che starà ne l'odio sempre
si corregge e riprende, d'ogni tempo: non tanto che quegli
che sonno contra la ragione, ma quegli che, spesse volte,
saranno da me.
Questo
volse dire il dolce servo mio sancto Gregorio, quando disse
che « la sancta e pura coscienzia faceva peccato dove
non era peccato »: cioè che vedeva, per la
purità della coscienzia, la colpa dove non era la
colpa.
Or
cosí debba fare e fa l'anima che si vuole levare
dalla imperfeczione, aspectando, nella casa del cognoscimento
di sé, la providenzia mia col lume della fede, si
come fecero e' discepoli che stectero in casa e non si mossero
mai, ma con (140) perseveranzia in vigilia e umile e continua
orazione perseveràro infino a l’avenimento dello.Spirito
sancto.
Questo
è quello (si come Io ti dixi) che l'anima fa, quando
s'è levata dalla imperfeczione e rinchiusasi in casa
per giognere a perfeczione. Ella sta in vigilia, vegghiando
con l'occhio de l’ intellecto nella doctrina della mia Verità,
umiliata perché ha cognosciuta sé in continua
orazione, cioè. di sancto e vero desiderio, perché
in sé cognobbe l'affecto della mia caritá.
CAPITOLO
LXXIV. De' segni a' quali si cognosce che l'anima sia venuta
all'amore perfecto.
—
Ora ti resto a dire in che si vede che essi sieno gionti
a l'amore perfecto: per quello segno medesimo che fu dato
a' discepoli sancti poi che ebbero ricevuto lo Spirito sancto,
che esciro fuore di casa e, perduto el timore, anunziavano
la parola mia, predicando la doctrina del Verbo de l'unigenito
mio Figliuolo. E non temevano pene, anco si gloriavano nelle
pene; non curavano d'andare dinanzi a' tiranni dei mondo
ad anunziar lo' e dir lo' la veritá per gloria e
loda del nome mio.
Cosí
l'anima che ha aspectato per cognoscimento di sé,
nel modo che decto t'ho, lo so' tornato a lei col fuoco
de la caritá mia. Nella quale carità, mentre
che stette in casa con perseveranzia, concepé le
virtú per affecto d'amore, participando della potenzia
mia, con la quale potenzia e virtú signoreggiò
e vinse la propria passione sensitiva.
E
in essa caritá participai in lei la sapienzia del
Figliuolo mio, nella quale sapienzia vide e.cognobbe con
l'occhio de l’ intellecto la mia Verità e gl'inganni
de l'amore sensitivo spirituale, cioè l'amore imperfecto
della propria consolazione, come decto è. E cognobbe
la malizia e l'inganno del dimonio, che dá a l'anima
che è legata in quello amore imperfecto. E però
si levò con odio d'essa imperfeczione e amore della
perfeczione.
141
In
questa carità, che è esso Spirito sancto,
el participai nella volontà sua, fortificando la
volontà a volere sostenere pena, ed escire fuore
di casa per lo nome mio, e parturire le virtú sopra
el proximo suo. Non che esca fuore della casa del cognoscimento
di sé, ma escono della casa de l'anima le virtú
concepute per affecto d'amore, e parturiscele, al tempo
del bisogno del proximo suo, in molti e diversi modi; perché
‘l tintore è perduto, el quale teneva, che non manifestava
per timore di non perdere le proprie consolazioni, si come
di sopra ti dixi. Ma poi che sonno venuti a l'amore perfecto
e liberale, escono fuore per lo modo decto.
E
questo gli unisce col quarto stato, cioè che dal
terzo stato, el quale è stato perfecto (nel quale
terzo stato gusta e parturisce la caritá nel proximo
suo), riceve uno stato ultimo di perfecta unione in me.
E' quali due stati sonno uniti insieme, che non è
l'uno senza l'altro, se non come la caritá mia senza
la caritá del proximo, e quella del proximo senza
la mia non può essere separata l'una da l'altra.
Cosí
di questi due stati non è l'uno senza l'altro, si
come ti verrò dichiarando e mostrando per questo
terzo.
142
CAPITOLO
LXXV. Come gl' imperfecti vogliono seguitare solamente el
Padre, ma i perfecti seguitano el Figliuolo. E d'una visione
che ebbe questa devota anima, ne la quale si narra di diversi
baptesmi e d'alcune altre belle e utili cose.
—
Hotti decto che sonno esciti fuore. El quale è il
segno che so' levati da la imperfeczione e gionti a la perfeczione.
Apre l'occhio de l' intellecto e miragli córrire
per lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo, el quale
fu regola e via e doctrina vostra. Dinanzi a l'occhio de
l'intellecto loro essi non si pongono altro che Cristo crocifixo;
non si pongono me, Padre, si come fa colui che sta ne l'amore
imperfecto, el quale non vuole sostenere pena. E perché
in me non può cadere pena, (142) vuole seguitare
solo el dilecto che truova in me, e però dico che
séguita me: non me, ma el dilecto che truova in me.
Non
fanno cosí costoro; ma, come ebbri e affocati d'amore,
hanno congregati e saliti tre scaloni generali, e' quali
ti figurai nelle tre potenzie de l'anima, e i tre scaloni
attuali che attualmente ti figurai nel Corpo di Cristo crocifixo,
unigenito mio Figliuolo. Salito e' piei, co' piei de l'affetto
de l'anima, gionse al costato, dove trovò il secreto
del cuore; e cognobbe il baptesmo de l'acqua (el quale ha
virtú nel Sangue) dove l'anima trovò la grazia
nel sancto baptesmo, disposto el vasello de l'anima a ricevere
la grazia unita e impastata nel Sangue. Dove cognobbe questa
dignità di vedersi unita e impastata nel sangue de
l'Agnello, ricevendo el sancto baptesmo in virtú
del Sangue? Nel costato, dove cognobbe il fuoco della divina
caritá. E cosí manifestoe, se bene ti ricorda,
la mia Verità, essendo dimandato da te, quando dicevi:
— Doh ! dolce ed immaculato Agnello, tu eri morto quando
el costato ti fu aperto, perché volesti essere percosso
e partito el cuore? — Ed egli rispose, se ben ti ricorda,
che assai cagioni ci aveva; ma alcuna principale te ne dirò.
—
Perché il desiderio mio verso l'umana generazione
era infinito, e l'operazione attuale di sostenere pena e
tormenti era finita: e per la cosa finita non potevo mostrare
tanto amore quanto piú amavo, perché l'amore
mio era infinito. E però volsi che vedeste il secreto
del cuore, mostrandovelo aperto, acciò che vedeste
che piú amavo che mostrare non vi potevo per la pena
finita. Gictando sangue e acqua, vi mostrai el sancto baptesmo
de l'acqua, el quale riceveste in virtú del Sangue:
e però versava sangue e acqua. E anco mostravo el
baptesmo del Sangue in due modi: l'uno è in coloro
che sonno baptezzati nel sangue loro sparto per me; il quale
ha virtú per lo sangue mio, non potendo essi avere
il sancto baptesmo. Alcuni altri si baptezzano nel fuoco,
desiderando el baptesmo con affecto d'amore e non poterlo
avere: e non è baptesmo di fuoco senza Sangue, però
che ‘l Sangue è intriso e impastato col fuoco della
divina carità, perché per amore fu sparto.
143
In
un altro modo riceve l'anima questo baptesmo del Sangue,
parlando per figura. E questo providde la divina carità,
perché, cognoscendo la infermità e fragilità
de l'uomo, per la quale fragilità offendendo (non
che egli sia costretto da fragilità né da
altro a commettere la colpa, se egli non vuole; ma, come
fragile, cade in colpa di peccato mortale, per la quale
colpa perde la grazia che trasse nel sancto baptesmo in
virtú del Sangue), e però fu bisogno che la
divina caritá provedesse a lassare il continuo baptesmo
del Sangue, el quale si riceve con la contrizione del cuore
e con la sancta confessione, confessando, quando può,
a' ministri miei, che tengono la chiave del Sangue. El quale
Sangue gitta, ne l'absoluzione, sopra la faccia de l'anima.
E
non potendo avere la confessione, basta la contrizione del
cuore. Alora la mano della mia clemenzia vi dona el frutto
di questo prezioso sangue; ma, potendo avere la confessione,
voglio che l'abbiate; e chi la potrà avere e non
la vorrà, sarà privato del frutto del Sangue.
È vero che ne l'ultima extremità, volendola
e non potendola avere, anco el riceverà. Ma non sia
alcuno si matto che si voglia però con questa speranza
conducersi ad aconciare i fatti suoi ne l'ultima extremità
della morte, perché non è sicuro che, per
la sua obstinazione, Io con la divina mia giustizia non
dicesse: — Tu non ti ricordasti di me nella vita, nel tempo
che tu potesti: Io non mi ricordasò di te nella morte.
— Si che neuno debba pigliare lo indugio; e se pure per
lo difetto suo l'ha preso, non debba lassare infino a l'ultimo
di baptezzarsi per speranza nel Sangue.
Si
che vedi che questo baptesmo è continuo, dove l'anima
si debba baptezzare infino a l'ultimo, per lo modo detto.
In questo baptesmo cognosci che l'operazione mia (cioè
de la pena della croce) fu finita; ma el frutto della pena,
che avete ricevuto per me, è infinito. Questo è
in virtú della natura divina infinita, unita con
la natura umana finita, la quale natura umana sostenne pena
in me, Verbo, vestito della vostra umanità. Ma perché
è intrisa e impastata l'una natura con l'altra, trasse
a sé, la Deitá etterna, la pena ch' Io sostenni
con tanto fuoco d'amore. E però si può chiamare
infinita questa operazione; non (144) che infinita sia la
pena, né l'attuale del corpo né la pena del
desiderio che Io avevo di compire la vostra redempzione,
però che ella terminò e fini in croce quando
l'anima si parti dal corpo. Ma el fructo, che esci della
pena e desiderio della vostra salute, è infinito:
e però el ricevete infinitamente. Però che,
se egli non fusse stato infinito, non sarebbe restituita
tucta l'umana generazione, né ' passati né
i presenti né gli avenire. Neanco l'uomo che offende,
doppo l'offesa, non si potrebbe rilevare, se questo baptesmo
del Sangue non vi fusse dato infinito, cioè che ‘l
fructo del Sangue fusse infinito.
Questo
vi manifestai ne l’apritura del lato mio, dove truovi el
segreto del cuore: mostrando che Io v'amo piú che
mostrare non posso con questa pena finita. Mòstrotelo
infinito. Con che? col baptesmo del Sangue, unito col fuoco
della mia carità, che per amore fu sparto; e nel
baptesmo generale (dato a' cristiani e a chiunque il vuole
ricèvare) de l'acqua unita col Sangue e col fuoco,
dove l'anima s' inpasta nel sangue mio. E per mostrarvelo
volsi che del costato escisse sangue e acqua.
Ora
ho risposto a quello che tu mi dimandavi.
CAPITOLO
LXXVI. Come l'anima, essendo salita el terzo scalone del
sancto ponte, cioè pervenuta a la bocca, piglia incontenente
l'offizio de la bocca. E come la propria volonta essendo
morta è vero segno che ella v'è gionta.
—
Ora ti dico che tutto questo ch' Io t'ho narrato, sai che
narroe la mia Verità. Hottelo narrato da capo, favellandoti
lo in persona sua, acciò che tu cognosca l'excellenzia
dove è l'anima ch'è salita questo secondo
scalone, dove cognosce e acquista tanto fuoco d'amore. Dove
subbito corrono al terzo, cioè a la bocca, dove manifesta
essere venuto ad perfetto stato.
Unde
passoe? per lo mezzo del cuore, cioè con la memoria
del Sangue dove si ribaptezzò lassando l'amore imperfetto,
per (145) lo cognoscimento che trasse del cordiale amore,
vedendo, gustando e provando el fuoco della mia caritá.
Gionti sonno costoro a la bocca, e però el dimostrano
facendo l'officio della bocca. La bocca parla con la lingua
che è ne la bocca; el gusto gusta. La bocca ritiene
porgendolo a lo stomaco. I denti schiacciano, però
che in altro modo noi potrebbe inghioctire.
Or
cosí l'anima: prima parla a me con la lingua che
sta nella bocca del sancto desiderio, cioè la lingua
della sancta e continua orazione. Questa lingua parla actuale
e mentale: mentale, offerendo a me dolci e amorosi desidèri
in salute de l'anime; e parla actuale, anunziando la doctrina
della mia Verità, amonendo, consigliando e confessando
senza alcuno timore di propria pena che ‘l mondo le volesse
dare, ma arditamente confessa innanzi a ogni creatura, in
diversi modi, e a ciascuno secondo lo stato suo.
Dico
che mangia prendendo el cibo de l'anime, per onore di me,
in su la mensa della sanctissima croce, però che
in altro modo né in altra mensa noi potrebbe mangiare
in veritá perfettamente. Dico che lo schiaccia co'
denti, però che in altro modo noi potrebbe inghiottire:
cioè con l'odio e con l'amore, e' quali sonno due
filaia di denti nella bocca del sancto desiderio, che riceve
il cibo schiacciando con odio di sé e con amore della
virtú. In sé e nel proximo suo schiaccia ogni
ingiuria, scherni, villanie, strazi e rimprovèri
con le molte persecuzioni; sostenendo fame e sete, freddo
e caldo e penosi desidèri, lagrime e sudori per salute
de l'anime. Tutti gli schiaccia per onore di me, portando
e sopportando el proximo suo. E poi che l'ha schiacciato,
el gusto el gusta, asaporando el fructo della fadiga e il
diletto del cibo de l'anime, gustandolo nel fuoco della
caritá mia e del proximo suo. E cosí giogne
questo cibo nello stomaco, che per lo desiderio e fame de
l'anime s'era disposto a volere ricevere (cioè lo
stomaco del cuore), col cordiale amore, diletto e dileczione
di caritá col proximo suo; dilettandosene e rugumando
per si facto modo, che perde la tenarezza della vita corporale,
per potere mangiare questo cibo (preso in su la mensa della
croce) della dottrina di Cristo crocifixo.
146
Alora
ingrassa l'anima nelle vere e reali virtú, e tanto
rigonfia per l’abbondanzia del cibo, che ‘l vestimento della
propria sensualità (cioè del corpo, che ricuopre
l'anima), criepa quanto a l'appetito sensitivo. Colui che
criepa, muore. Cosí la volontà sensitiva rimane
morta. Questo è perché la volontà ordinata
de l'anima è viva in me, vestita de l’etterna volontà
mia, e però è morta la sensitiva.
Or
questo fa l'anima che in veritá è gionta al
terzo scalone della bocca, e il segno che ella v'è
gionta è questo: che ella ha morta la propria volontà
quando gustò l’affecto della caritá mia.
E
però trovò pace e quiete ne l'anima sua nella
bocca. Sai che nella bocca si dá la pace. Cosí
in questo terzo stato truova la pace per si facto modo che
neuno è che la possa turbare, perché ha perduta
e annegata la sua propria volontà, la quale volontà
dá pace e quiete quando ella è morta.
Questi
parturiscono le virtú senza pena sopra del proximo
loro: non che le pene non siano pene in loro, ma non è
pena a la volontà morta, però che volontariamente
sostiene pena per lo nome mio. Questi corrono, senza negligenzia,
per la doctrina di Cristo crocifixo, e non allentano l'andare
per ingiuria che lo' sia facta né per alcuna persecuzione
né per dilecto che trovassero; cioè dilecto
che il mondo lo' volesse dare. Ma tucte queste cose trapassano
con vera fortezza e perseveranzia, vestito l’affecto loro
de l’affecto della carità, gustando el cibo della
salute de l'anime con vera e perfecta pazienzia. La quale
pazienzia è uno segno demostrativo, che mostra che
l'anima ami perfectissimamente e senza alcuno rispecto.
Però che, se ella amasse me e il proximo per propria
utilitá, sarebbe impaziente e allentarebbe ne l'andare.
Ma perché essi amano me per me, in quanto Io so'
somma bontá e degno d'essere amato, e loro amano
per me e ‘l proximo per me, per rendere loda e gloria al
nome mio, però sonno pazienti e forti a sostenere
e perseveranti.
147
CAPITOLO
LXXVII. De le operazioni de l'anima poi che è salita
el predecto sancto terzo scalone.
—
Queste sonno quelle tre gloriose virtú fondate nella
vera carità, le quali stanno in cima de l'arbore
d'essa carità: cioè la pazienzia, la fortezza
e la perseveranzia, che è coronata col lume della
sanctissima fede, col quale lume corrono, senza tenebre,
per la via della veritá. Ed è levata in alto
per sancto desiderio, e però non è alcuno
che la possa offendere: né il dimonio con le sue
temptazioni (perché egli teme l'anima che arde nella
fornace della carità), né le detraczioni né
le ingiurie degli uomini; anco, con tucto ciò che
‘l mondo gli perseguiti, el mondo ha timore di loro.
Questo
permette la mia bontá: di fortificarli e farli grandi
dinanzi a me e nel mondo, perché essi si sonno facti
piccoli per umilità. Bene lo vedi tu nei sanai miei,
e' quali per me si fecero piccoli, e Io gli ho facti grandi
in me, Vita durabile, e nel corpo mistico della sancta Chiesa,
dove si fa sempre menzione di loro perché i nomi
loro sonno scripti in me, libro di vita; si che ‘l mondo
gli ha in reverenzia perché essi hanno spregiato
el mondo. Questi non nascondono la virtú per timore
ma per umilità; e se egli è bisogno del servizio
suo nel proximo, egli non la nasconde per timore della pena
né per timore di perdere la propria consolazione,
ma virilmente il serve perdendo se medesimo e non curando
di sé.
E
in qualunque modo egli exercita la vita e’l tempo suo in
onore di me, si gode e truovasi pace e quiete nella mente.
Perché? perché non elegge di servire a me
a suo modo ma a modo mio; e però gli pesa tanto el
tempo della consolazione quanto quello della tribolazione,
e tanto la prosperità quanto l’aversità. Tanto
gli pesa l'una quanto l'altra, perché in ogni cosa
truova la volontà mia, ed egli non pensa di fare
altro se non di conformarsi, dovunque egli la truova, con
essa volontà.
148
Egli
ha veduto che veruna cosa è fatta senza me, e con
misterio e con divina providenzia, se non il peccato che
non è: e però odiano el peccato, e ogni altra
cosa hanno in reverenzia; e però sonno tanto fermi
e stabili nel loro volere andare per la via della veritá,
e non allentano, ma fedelmente servono el proximo loro,
non raguardando a l' ignoranzia e ingratitudine sua. Né
perché alcuna volta el vizioso gli dica ingiuria
e riprenda el suo bene adoperare, che egli non gridi, nel
cospetto mio, per orazione per lui, dolendosi piú
de l'offesa che egli fa a me 'e danno de l'anima sua che
della ingiuria propria.
Costoro
dicono col glorioso di Pavolo mio banditore: « El
mondo ci maladice, e noi benediciamo; egli ci perseguita,
e noi ringraziamo; cacciaci come immondizia e spazzatura
del mondo, e noi pazientemente portiamo ». Si che
vedi, figliuola dilettissima, e' dolci segni; e singularmente,
sopra ogni segno, la virtú della pazienzia, dove
l'anima dimostra in veritá d'essere levata da l'amore
imperfetto e venuta al perfetto, seguitando el dolce e immaculato
Agnello, unigenito mio Figliuolo, el quale, stando in su
la croce tenuto da' chiovi de l'amore, non ritrae adietro
per detto dei giuderi che dicevano: « Discende della
croce e credarenti ». Né per ingratitudine
vostra non ritrasse adietro che non perseverasse ne l'obbedienzia,
che Io gli avevo posta, con tanta pazienzia che il grido
suo non fu udito per alcuna mormorazione.
Cosí
questi cotali dilettissimi figliuoli e fedeli servi miei
seguitano la dottrina e l’exemplo della mia Verità.
E perché con lusinghe e minacce il mondo gli voglia
ritrare, non vòllono però el capo adietro
a mirare l'aratro, ma guardano solo ne l'obietto della mia
Verità. Questi non si vogliono partire del campo
della battaglia per tornare a casa per la gonnella, cioè
per la gonnella propria, che egli lassò, del piacere
piú a le creature e temere piú loro che me
Creatore suo; anco con dilecto sta nella battaglia, pieno
e inebriato del sangue di Cristo crocifixo. El quale Sangue
v'è posto dinanzi nella bottiga del corpo mistico
della sancta Chiesa da la mia carità, per fare (149)
inanimare coloro che vogliono essere veri cavalieri, e combattere
con la propria sensualità e carne fragile, col mondo
e col dimonio, col coltello de l'odio d'essi nemici suoi,
con cui egli ha a combàctare, e con amore delle virtú.
El quale amore è una arme che ripara da' colpi che
noi possono accanare se esso non si trae Tarme di dosso
e ‘l coltello di mano e dialo nelle mani de' nemici suoi,
cioè dando Tarme con la mano del libero arbitrio,
arrendendosi volontariamente a' nemici suoi. Non fanno cosí
questi che sonno inebriati nel Sangue, anco virilmente perseverano
infino a la morte, dove rimangono sconfitti tutti e' nemici
suoi.
O
gloriosa virtú, quanto se' piacevole a me e riluci
nel mondo negli occhi tenebrosi degl'ignoranti, che non
possono fare che non participino della luce de' servi miei!
Ne l'odio loro riluce la clemenzia ch'e' servi miei hanno
a la loro salute; nella invidia loro riluce la larghezza
della carità; nella crudeltá la pietà,
però che essi sonno crudeli verso di loro, ed essi
sonno pietosi; nella ingiuria riluce la pazienzia, rema
che signoreggia e tiene la signoria di tutte le virtú,
perché ella è il mirollo della caritá.
Ella dimostra e rasegna le virtú ne l'anima; dimostra
se elle sonno fondate in me in veritá, o no. Ella
vince e non è mai vinta; ella è compagna della
fortezza e perseveranzia, come detto è; ella torna
a casa con la vittoria, escita del campo della battaglia,
tornata a me, Padre etterno, remuneratore d'ogni loro fadiga,
e ricevono da me la corona della gloria.
CAPITOLO
LXXVIII. Del quarto stato, el quale non è però
separato dal terzo; e de le operazioni de l'anima che è
gionta a questo stato; e come Dio non si parte mai da essa
per continuo sentimento.
—
Ora t'ho detto come dimostrano d'essere gionti a la perfeczione
de l'amore de l'amico e filiale.
Ora
non ti voglio tacere in quanto diletto gustano me, essendo
ancora nel corpo mortale. Perché, gionti al terzo
stato, (150) in esso stato, si com' Io ti dixi, acquistano
el quarto stato. Note che sia stato separato dal terzo,
ma unito insieme con esso, e l'uno non può essere
senza l'altro se non come la caritá mia e quella
del proximo, si com' Io ti dixi. Ma è uno fructo
che esce di questo terzo stato d'una perfecta unione che
l'anima fa in me, dove riceve fortezza sopra fortezza, intanto
che non che porti con pazienzia, ma esso desidera, con ansietato
desiderio, di potere sostenere pene per gloria e loda del
nome mio.
Questi
si gloriano negli obrobri de l'unigenito mio Figliuolo,
si come diceva el glorioso di Pavolo mio banditore: «
Io mi glorio nelle tribulazioni e negli obrobri di Cristo
crocifixo ». E in un altro luogo: « Io non reputo
di dovere gloriarmi altro che in Cristo crocifixo ».
Unde in un altro luogo dice: « Io porto le stimate
di Cristo crocifixo nel corpo mio ». Cosí questi
cotali, come inamorati de l'onore mio e come affamati del
cibo de l'anime, corrono a la mensa della sanctissima croce,
volendo, con pena e con molto sostenere, fare utilitá
al proximo, conservare e acquistare le virtú, portando
le stimate di Cristo ne' corpi loro. Cioè che ‘l
crociato amore, il quale hanno, riluce nel corpo, mostrandolo
con dispregiare se medesimi e con dilectarsi d'obrobri,
sostenendo molestie e pene da qualunque lato e in qualunque
modo Io le concedo.
A
questi cotali carissimi figliuoli la pena l'è dilecto,
el dilecto l'è fadiga e ogni consolazione e dilecto
che ‘l mondo alcuna volta lo' volesse dare. E non solamente
quelle che ‘l mondo lo' dá per mia dispensazione
(cioè ch'e' servi del mondo alcuna volta sonno costrecti
da la mia bontá ad averli in reverenzia e sovenirli
ne' loro bisogni e necessità corporali), ma la consolazione
che ricevono da me, Padre etterno, nella mente loro, la
spregiano per umilità e odio di loro medesimi. Non
che spregino la consolazione e’l dono e la grazia mia, ma
el dilecto che truova el desiderio de l'anima in essa consolazione.
Questo è per la virtú della vera umilità
acquistata da l'odio sancto, la quale umilità è
baglia e nutrice della caritá acquistata con vero
cognoscimento di sé e di me.
151
Si
che vedi che la virtú riluce, e le stímate
di Cristo crocifixO, ne' corpi e nelle menti loro. A questi
cotali l’ è tolto di non separarmi da loro per sentimento,
si come degli altri ti dixi che lo andavo e tornavo a loro,
partendomi non per grazia ma per sentimento. Non fo cosí
a questi perfectissimi che sonno gionti alla grande perfeczione,
in tucto morti a ogni loro volontà, ma continuamente
mi riposo per grazia e per sentimento ne l'anima loro; cioè
che ogni otta che vogliono unirsi in me la mente per affecto
d'amore, possono, perché ‘l desiderio loro è
venuto a tanta unione per affecto d'amore che per veruna
cosa se ne può separare, ma ogni luogo l'è
luogo e ogni tempo l'è tempo d'orazione; perché
la loro conversazione è levata da la terra e salita
in cèlo, cioè che ogni affecto terreno e amore
proprio sensitivo di loro medesimi hanno tolto da sé.
Levati si sonno sopra di loro ne l'altezza del cielo con
la scala delle virtú, saliti e' tre scaloni che lo
ti figurai nel corpo del mio Figliuolo.
Nel
primo spogliàro e' piei de l'affecto de l'amore del
vizio; nel secondo gustàro el secreto e l’affecto
del cuore, unde concepettero amore nelle virtú; nel
terzo (cioè della pace e quiete della mente) provarono
in sé le virtú e, levandosi da l'amore imperfecto,
gionsero a la grande perfeczione. Unde hanno trovato el
riposo nella doctrina della mia Verità; hanno trovata
la mensa, el cibo e il servidore. El quale cibo gustano
col mezzo della doctrina di Cristo crocifixo, unigenito
mio Figliuolo; Io lo' so' letto e mensa. Questo dolce e
amoroso Verbo l'è cibo, si perché gustano
el cibo de l'anime in questo glorioso Verbo, e si perché
egli è cibo dato da me a voi: la carne e ‘l sangue
suo, tucto Dio e tucto uomo, el quale ricevete nel Sacramento
de l'altare, posto e dato a voi da la mia bontá,
mentre che sète peregrini e viandanti, acciò
che non veniate meno, ne l'andare, per debilezza, e perché
non perdiate la memoria del benefizio del Sangue sparto
per voi con tanto fuoco d'amore, ma perché sempre
vi confortiate e dilectiate nel vostro andare. Lo Spirito
sancto gli serve, cioè l'affecto della mia carità,
la quale caritá lo' ministra e' doni e le grazie.
Questo dolce (152) servidore porta e arreca: arreca a me
i penosi e dolci ed ateo. rosi desidèri, e porta
a loro el fructo della divina caritá delle loro fadighe
ne l'anime loro, gustando e notricandosi della dolcezza
della mia caritá. Si che vedi che Io lo' so' mensa,
el Figliuolo mio l'è cibo, e lo Spirito sancto gli
serve, che procede da me Padre e dal Figliuolo.
Vedi
dunque che sempre, per sentimento, mi sentono nella loro
mente. E quanto piú hanno spregiato el dilecto e
voluta la pena, piú hanno perduta la pena e acquistato
el dilecto. Perché? perché sonno arsi e affocati
nella mia carità, dove è consumata la volontà
loro. Unde el dimonio teme il bastone della caritá
loro, e però gicta le saecte sue da longa e non s'ardisce
d'acostare. EI mondo percuote nella corteccia de' corpi
loro credendo offendere, ed egli è offeso, perché
la saecta, che non truova dove intrare, ritorna a colui
che la gitta. Cosí el mondo con le saecte delle ingiurie
e persecuzioni e mormorazioni sue, gictandole ne' perfectissimi
servi miei, non v'è luogo da veruna parte dove possa
intrare, perché l'orto de l'anima loro è chiuso;
e però ritorna la saecta a colui che la gicta, avelenata
col veleno della colpa.
Vedi
che da veruno lato la può percuotere, però
che, percotendo el corpo, non percuote l'anima. Ma sta beata
e dolorosa: dolorosa sta de l'offesa del proximo suo, e
beata per l'unione e affecto della caritá che ha
ricevuta in sé.
Questi
seguitano lo immaculato Agnello, unigenito mio Figliuolo,
el quale stando in croce era beato e doloroso: doloroso
era, portando la croce del corpo, sostenendo pena, e 1a
croce del desiderio per satisfare la colpa de l'umana generazione;
e beato era, perché la natura divina, unita con la
natura umana, non poteva sostenere pena, e sempre faceva
l'anima sua beata mostrandosi a lei senza velame. E però
era beato e doloroso, perché la carne sosteneva,
e la Deitá pena non poteva patire; neanco l'anima
quanto a la parte di sopra de l'intellecto.
Cosí
questi dilecti figliuoli, gionti al terzo e al quarto stato,
sonno dolorosi portando la croce actuale e mentale: cioè
(153) actualmente, sostenendo pene ne' corpi loro, secondo
che Io permecto, e la croce del desiderio del crociato dolore
de l'offesa mia e danno del proximo. Dico che sonno beati,
però che ‘l dilecto della carità, la quale
gli fa beati, non lo' può essere tolto, unde eglino
ricevono allegrezza e beatitudine. Unde si chiama questo
dolore, non « dolore afffiggitivo » che disecca
l'anima, ma « ingrassativo », che ingrassa l'anima
ne l’affecto della carità, perché le pene
aumentano la virtú e fortificano e crescono e pruovano
la virtú.
Si
che è pena ingrassativa e non affliggitiva, perché
veruno dolore né pena la può trare del fuoco,
se non come il tizzone, che è tucto consumato nella
fornace, che veruno è che ‘l possa pigliare per spegnere,
perché gli è facto fuoco. Cosí queste
anime, gictate nella fornace della mia carità, non
rimanendo veruna cosa fuore di me, cioè veruna loro
volontà, ma tucti affocati in me, veruno è
che le possa pigliare né trarle fuore di me per grazia,
perché sonno facte una cosa con meco ed lo con loro.
E mai da loro non mi sottraggo per sentimento che la mente
loro non mi senta in sé, si come degli altri ti dixi
che lo andavo e tornavo, partendomi per sentimento e non
per grazia; e questo facevo per farli venire a la perfeczione.
Gionti a la perfeczione, lo' tolgo el giuoco de l'amore
d'andare e di tornare, el quale si chiama « giuoco
d'amore », ché per amore mi parto e per amore
torno: non propriamente Io (ché lo so' lo Idio vostro
immobile che non mi muovo), ma el sentimento che dá
la mia caritá ne l'anima è quello che va e
torna.
CAPITOLO
LXXIX. Come Dio da' predecti perfectissimi non si sottrae
per sentimento né per grazia, ma si per unione.
—
Dicevo che a costoro l'è tolto che ‘l sentimento
non perdono mai. Ma in un altro modo mi parto: perché
l'anima che è legata nel corpo non è sufficiente
a ricevere continuamente (154) l'unione ch'Io fo ne l'anima;
e perché non è sufficiente, mi sottrago non
per sentimento né per grazia, ma per unione. Perché,
levandosi l'anime con ansietato desiderio, corsero con virtú
per lo ponte della doctrina di Cristo crocifixo; giongono
a la porta levando la mente loro in me, bagnate, inebriate
di Sangue, arse di fuoco d'amore; gustano in me la Deitá
etterna, el quale è a loro uno mare pacifico, dove
l'anima ha facta tanta unione che veruno movimento quella
mente non ha altro che in me.
Ed
essendo mortale, gusta el bene degl'inmortali; ed essendo
col peso del corpo, riceve la leggerezza dello spirito.
Unde spesse volte il corpo è levato da la terra per
la perfecta unione che l'anima ha facta in me, quasi come
il corpo grave diventasse leggiero. Non è però
che gli sia tolta la gravezza sua, ma perché l'unione
che l'anima ha facta in me è piú perfecta
che non è l'unione fra l'anima e ‘l corpo; e però
la fortezza dello spirito unita in me leva da tera la gravezza
del corpo. El corpo sta come immobile, tucto stracciato
da l’affecto de l'anima, intanto che (si come ti ricorda
d'avere udito da alcune creature) non sarebbe possibile
di vivere se la mia bontá non el cerchiasse di fortezza.
Unde
Io voglio che tu sappi che maggiore miracolo è a
vedere che l'anima non si parte dal corpo in questa unione,
che vedere molti corpi resuscitati. E però Io, per
alcuno spazio, sottrago l'unione, facendola tornare al vasello
del corpo suo: cioè che ‘l sentimento del corpo,
che era tucto alienato per l’affecto de l'anima, torna al
sentimento suo. Però che, non è che l'anima
si parta dal corpo, ché ella non si parte se non
col mezzo della morte, ma partonsi le potenzie e l'affecto
de l'anima per amore unito in me. Unde la memoria non si
truova piena d'altro che di me; lo intellecto è levato
speculando ne l’obiecto della mia Verità; I'affecto,
che va dietro a l' intellecto, ama e uniscesi in quello
che l'occhio de l' intellecto vide.
Congregate
e unite tucte insieme queste potenzie, e immerse e affogate
in me, perde il corpo el sentimento: ché l'occhio
vedendo non vede, l'orecchia udendo non ode, la lingua parlando
non parla (se non come alcuna volta, per l’abondanzia (155)
del cuore, permectarò che’l membro della lingua parli
per sfogamento del cuore e per gloria e loda del nome mio;
si che
parlando
non parla, la mano toccando non tocca, e' piei andando non
vanno; tucte le membra sonno legate e occupate dal legame
e sentimento de l'amore. Per lo quale legame sonnosi soctoposte
a la ragione e uniti con l’affecto de l'anima, ché,
quasi contra sua natura, a una voce tucte gridano a me,
Padre etterno, di volere essere separate da l'anima, e l'anima
dal corpo. E però grida, dinanzi da me, col glorioso
di Pavolo: « O disaventurato a me, chi mi dissolverebbe
dal corpo mio? Perch' io ho una legge perversa che impugna
contra lo spirito ».
Non
tanto diceva Pavolo della impugnazione che fa el sentimento
sensitivo contra lo spirito, ché per la parola mia
era quasi certificato quando gli fu decto: u Pavolo, bastiti
la grazia mia ». Ma perché il diceva? perché,
sentendosi Pavolo legato nel vasello del corpo, el quale
gl'impediva per spazio di tempo la visione mia (cioè
infino a l'ora de la morte), l'occhio era legato a non potere
vedere me, Trinitá etterna, nella visione de' beati
immortali che sempre rendono gloria e loda al nome mio,
ma trovavasi fra' mortali che sempre offendono me, privato
della mia visione, cioè di vedermi ne l’essenzia
mia.
None
che esso e gli altri servi miei non mi veggano e gustino,
non in essenzia, ma in affecto di caritá in diversi
modi, secondo che piace a la bontá mia di manifestare
me medesimo a voi; ma ogni vedere, che l'anima riceve mentre
che è nel corpo mortale, è una tenebre a rispecto
del vedere che ha l'anima separata dal corpo. Si che pareva
a Pavolo che’l sentimento del vedere impugnasse il vedere
dello spirito, cioè che ‘l sentimento umano della
grossezza del corpo impedisse l'occhio de l' intellecto,
che non lassava vedere me a faccia a faccia. La volontà
gli pareva che fusse legata a non potere tanto amare quanto
desiderava d'amare, perché ogni amore in questa vita
è imperfecto infino che non giogne a la sua perfeczione.
None
che l'amore di Pavolo o degli altri veri servi miei fusse
imperfecto a grazia e a perfeczione di caritá (ché
egli era perfecto), ma era imperfecto ché non aveva
sazietà nel suo amore; (156) unde era con pena. Ché
se fusse stato pieno el desiderio di quello che egli amava,
non avarebbe avuta pena; ma perché l'amore perfectamente,
mentre che egli è nel corpo mortale, non ha quel
che egli ama, però ha pena. Ma, separata l'anima
dal corpo, ha pieno il desiderio suo, e però ama
senza pena. È saziata, e di longa è il fastidio
da la sazietà; essendo saziata, ha fame, ma di longa
è la pena da la fame, perché, separata l'anima
dal corpo, è ripieno el vasello suo in me in veritá,
fermato e stabilito che non può desiderare cosa che
non abbi. Desiderando di vedere me, egli mi vede a faccia
a faccia; desiderando di vedere la gloria e loda del nome
mio ne' sancti miei, egli la vede si nella natura angelica
e si nella natura umana.
CAPITOLO
LXXXIII. Come, poi che sancto Paulo appostolo fu tracto
a vedere la gloria de' beati, desiderava d'essere sciolto
dal corpo; la qual cosa fanno anche quelli che sono giunti
al terzo e al quarto santo stato predecto.
—
Paulo dunque aveva veduto e gustato questo bene quando lo
el trassi al terzo cielo, cioè nell'altezza della
Trinitá, gustando e cognoscendo la veritá
mia, dove egli ricevette ad pieno lo Spirito santo e imparò
la doctrina della mia Verità, Verbo incarnato. Vestitasi
l'anima di Paulo, per sentimento e unione, di me Padre ecterno,
come i beati della vita durabile, excepto che l'anima non
era separata dal corpo, ma per sentimento e unione; e piacendo
alla mia bontá di farlo vasello d'elleczione nell'abisso
di me Trinitá ecterna, lo spogliai di me, perché
in me non cade pena, e Io volevo che sostenesse per lo nome
mio; e però gli posi per obiecto Cristo crucifixo
dinanzi ad l'occhio dell' intellecto suo, vestendoli el
vestimento della doctrina sua, legato e incatenato con la
clemenzia dello Spirito santo, fuoco di caritá. Egli,
come vasello disposto e reformato dalla bontá mia,
perché non fece resistenzia quando fu percosso, anche
dixe: «Signore mio, che vuogli tu che io faccia? Dimi
quello che tue vuogli che io faccia, e io el farò
»; lo gliel'insegnai, quando gli posi Cristo crucifixo
dinanzi ad l'occhio suo, vestendolo della doctrina della
mia Verità. Illuminato perfectiximamente col lume
della vera contrizione (colla quale spense el difecto suo),
fondato (160) nella mia carità, si vesti della dottrina
di Cristo crucifixo. E strinselo per si facto modo, siccome
esso ti manifestò, che giamai no gli fu tracto di
dosso: né per tentazione di demonia, né per
lo stimolo della carne che spesse volte lo impugnava (lassato
ad lui dalla mia bontá per crescerlo in grazia e
in merito, e per umiliazione, però che egli avea
gustata l'altezza della Trinitá); neanche per tribolazioni,
né per veruna cosa che gli avenisse, allentava el
vestimento di Cristo crucifixo, cioè la perserveranzia
della doctrina sua, anche, piú strettamente se lo
incarnava. E tanto sello strinse, che egli ne die' la vita,
e con esso vestimento ritornò ad me, Dio ecterno.
Sicché
Paulo avea provato che cosa era gustare me senza la gravezza
del corpo, facendogliele Io gustare per sentimento d'unione,
ma non per separazione.
Adunque,
poi che fu ritornato ad sé, vestito del vestimento
di Cristo crocifixo, alla perfeczione dell'amore che in
me aveva gustata e veduta e che i santi gustano separati
dal corpo, gli pareva, el suo, impertecto. E però
gli pareva che la gravezza del corpo gli ribellasse, cioè
che gl'impedisse la grande perfeczione della sazietà
del desiderio, che riceve l'anima doppo la morte. Onde la
memoria gli pareva imperfecta e debole, come ella è,
per la quale debilezza e imperfeczione gl'impediva di potere
ritenere ed essere capace e ricevere e gustare me in veritá
con quella perfeczione che mi ricevono i santi. E però
gli pareva che ogni cosa, mentre che stava nel corpo suo,
gli fuxe una legge perversa che impugnasse e ribellasse
contro allo spirito. Non di impugnazione di peccato, però
che giá ti dixi che lo el certificai dicendo: «
Paulo, bastiti la grazia mia »; ma di impugnazione
che faceva di impedire la perfeczione dello spirito, cioè
di vedere me nell'essenzia mia, el quale vedere era impedito
dalla legge e gravezza del corpo. E però gridava:
« Disaventurato uomo, chi mi dissolverebbe dal corpo
mio? ché io ho una legge perversa, legata nelle menbra
mie, che impugna contro allo spirito ». E cosí
è la veritá: però che la memoria è
impugnata dalla imperfeczione corporale; lo intelletto è
impedito e legato, per questa grossezza del corpo, di non
vedere me come (161 ) Io sono nell'essenzia mia; e la volontà
è legata, cioè che non può giugnere
col peso del corpo a gustare me, senza pena, Dio ecterno,
per lo modo che decto t'ho. Sicché Paulo diceva la
veritá: che egli aveva una legge perversa legata
nel corpo che impugnava contro allo spirito. E così.
questi miei servi, de' quali io ti dicevo che erano giunti
al terzo e al quarto stato della perfecta unione che fanno
in me, gridano con lui volendo essere sciolti dal corpo
e separati.
CAPITOLO
LXXXIV. Per quali cagioni l'anima desidera d'essere sciolta
dal corpo. La quale cosa non potendo essere, non discorda
però dalla volontà di Dio; ma piú tosto
si gloria in questa e in ogni altra pena per onore di Dio.
—
Questi non sentono malagevolezza della morte, però
che n'hanno desiderio, e con odio perfecto hanno facto guerra
col corpo loro; onde hanno perduta la tenerezza che naturalmente
è fra l'anima e ‘l corpo: sicché, dato el
botto all'amore naturale, con odio della vita del corpo
suo e con amore di me, desidera la morte. E però
dice: « Chi mi dissolverebbe dal corpo mio? Io desidero
d'essere sciolta dal corpo ed essere con Cristo ».
E dicono ancora questi cotali col medeximo Paulo: «
La morte m'è in dexiderio e la vita impazienzia ».
Però che l'anima levata in questa perfetta unione
desidera di vedere me e di vedermi rendere gloria e loda.
Onde, tornando poi alla nuvila del corpo suo, tornando,
dico, el sentimento nel corpo (el quale sentimento era tratto
in me per affetto d'amore, siccome lo ti dixi, cioè
che tutti e' sentimenti del corpo erano tratti per la forza
dell'affetto dell'anima, unita in me piú perfettamente
che non è l'unione tra l'anima e ‘l corpo); traendo
dunque ad me questa unione (però che giá ti
dixi che il corpo non era sufficiente a portare la continua
unione), lo mi parto per unione, ma non per grazia né
per sentimento, come nel secondo e terzo stato ti feci menzione,
e sempre torno con piú acrescimento di grazia e (162)
con piú perfetta unione. Onde, sempre di nuovo e
con piú altezza e cognoscimento della mia veritá,
torno, manifestando me medeximo a loro. E quando Io mi parto,
per lo modo detto, perché il corpo torni un poco
al sentimento suo, dico che per l'unione che Io avevo fatta
nell'anima, e l'anima in me, tornando ad sé, cioè
al sentimento del corpo, è impaziente nel vivere,
vedendosi levata da l'unione di me, levandosi da la conversazione
degl' inmortali e trovandosi con la conversazione de' mortali,
vedendo offendere me tanto miserabilemente.
Questo
è il crociato desiderio che eglino portano vedendomi
offendere da le mie creature. Per questo e per lo desiderio
di vedermi, l'è incomportabile la vita loro; e nondimeno,
perché la volontà loro non è loro,
anco è fatta una cosa con meco per amore, non possono
volere né desiderare altro che quello ch' Io voglio.
Desiderando el venire, sonno contenti di rimanere, se Io
voglio che rimangano con loro pena, per piú gloria
e loda del nome mio e salute de l'anime. Si che in veruna
cosa si scordano da la mia volontà, ma corrono con
espasimato desiderio, vestiti di Cristo crocifixo, tenendo
per lo ponte della dottrina sua, gloriandosi degli obrobri
e pene sue. Tanto si dilettano quanto si veggono sostenere;
anco, nel sostenere de le molte tribulazioni, a loro è
uno refrigerio nel desiderio della morte, che, spesse volte,
per lo desiderio e volontà del sostenere mitiga la
pena che essi hanno d'essere sciolti dal corpo.
Costoro
non tanto che portino con pazienzia, come nel terzo stato
ti dixi, ma essi si gloriano, per lo nome mio, portare molte
tribolazioni. Portando, hanno diletto; non portando, hanno
pena temendo che el loro bene adoperare non el voglia remunerare
in questa vita, o che non sia piacevole a me il sacrificio
de' loro desidèri: ma sostenendo, permettendo lo'
le molte tribolazioni, essi si rallegrano, vedendosi vestire
delle pene e obrobri di Cristo crocifixo. Unde, se lo' fusse
possibile d'avere virtú senza fadiga, non la vorrebbero,
ché piú tosto si vogliono dilectare in croce
con Cristo e con pena acquistare le virtú, che per
altro modo avere vita etterna.
163
Perché?
perché sonno affogati e annegati nel Sangue, dove
truovano l'affocata mia carità; la quale caritá
è uno fuoco, che procede da me, che rapisce il cuore
e la mente loro, acceptando el sacrificio de' loro desidèri.
Unde si leva l'occhio de l'intelletto specolandosi nella
mia Deitá, dove l'affetto si notrica e si unisce,
tenendo dietro a l'intelletto. Questo è uno vedere
per grazia infusa che Io fo ne l'anima che in veritá
ama e serve me.
CAPITOLO
LXXXV. Come quelli che sono gionti al predetto stato unitivo,
sono illuminati nell'occhio dell'intelletto loro di lume
sopranaturale infuso per grazia; e come è meglio
andare per consiglio de la salute dell'anima ad uno umile
con sancta coscienzia, che a uno superbo licterato.
—
Con questo lume, il quale è posto ne l'occhio de
l' intellecto, mi vidde Tomaso, unde acquistò el
lume della molta scienzia. Agustino, Ieronimo e gli altri
dottori e sancai miei, illuminati dalla mia veritá,
intendevano e cognoscevano nelle tenebre la mia veritá;
cioè che la sancta Scriptura, che pareva tenebrosa
perché non era intesa, non per difetto della Scriptura
ma dello intenditore che non intendeva. E però Io
mandai queste lucerne ad illuminare gli accecati e grossi
intendimenti. Levavano l'occhio de l'intelletto per cognoscere
la veritá nella tenebre, come detto è. E Io,
fuoco acceptatore del sacrificio loro, gli rapivo, dando
lo' lume non per natura ma sopra ogni natura, e nella tenebre
ricevevano el lume cognoscendo la veritá per questo
modo.
Unde,
quella che alora appareva tenebrosa, appare ora con perfectissimo
lume a' grossi e a' sottili di qualunque maniera gente si
sia. Ogniuno riceve secondo la sua capacità e secondo
che esso si vuole disponere a cognoscere me, perch'Io none
spregio le loro disposizioni. Si che vedi che l'occhio de
l'intellecto ha ricevuto lume infuso per grazia sopra del
lume naturale, nel quale i dottori e gli altri sancai cognobbero
la luce (164) nella tenebre, e di tenebre si fece luce,
però che lo 'ntellecto fu prima che fusse formata
la Scriptura; unde da l' intellecto venne la scienzia, perché
nel vedere discerse.
Per
questo modo discersero e intesero e' sancti padri e profeti
che profetavano de l’avenimento e morte del mio Figliuolo.
Per questo modo ebbero gli apostoli doppo l’avenimento dello
Spirito sancto, che lo' donòe questo lume sopra el
lume naturale. Questo ebbero evangelisti, doctori, confessori,
vergini e martiri; e tutti sono stati illuminati da questo
perfetto lume; e ogniuno avutolo in diversi modi, secondo
la necessità della salute sua e della salute de le
creature, e a dichiarazione della sancta Scriptura. Si come
fecero e' sancti doctori, nella scienzia dichiarando la
dottrina della mia Verità, la predicazione degli
appostoli, le sposizioni sopra e' vangeli de' vangelisti;
e' martiri, dichiarando nel sangue loro el lume della sanctissima
fede, el frutto e il tesoro del sangue de l'Agnello; le
vergini, ne l’affecto della caritá e purità;
negli obedienti è dichiarata l’obedienzia del Verbo,
cioè mostrando la perfeczione de l'obedienzia, la
quale riluce nella mia Verità, che, per l’obedienzia
ch' Io gl'imposi, corse a l’obrobriosa morte della croce.
Tutto
questo lume e' si vede nel vecchio e nel nuovo Testamento.
Nel vecchio, le profezie de' sancti profeti, fu veduto e
cognosciuto da l'occhio de l'intelletto col lume infuso
per grazia da me sopra el lume naturale, come detto t'ho.
Nel nuovo Testamento della vita evangelica, con che è
dichiarata a' fedeli cristiani? con questo lume medesimo.
E perché ella procedeva da uno medesimo lume, non
ruppe la legge nuova la legge vechia, anco si legò
insieme; ma tolsele la imperfeczione, perché ella
era fondata solo in timore. Venendo el Verbo de l'unigenito
mio Figliuolo, con la legge de l'amore la compí,
dandole l'amore, levando el timore della pena e rimanendo
el timore sancto. E però dixe la mia Verità
a' discepoli per dimostrare che Egli non era rompitore della
legge: « lo non so' venuto a dissolvere la legge,
ma adempirla ». Quasi dicesse la mia Verità
a loro: — La legge è ora imperfetta, ma col sangue
mio la farò perfetta, e cosí la riempirò
di quello che (165) ora le manca, tollendo via el timore
della pena e fondandola in amore e in timore sancto.
Chi
la dichiarò che questa fusse la veritá? El
lume che fu dato ed è dato a chi el vuole ricevere
per grazia sopra el lume naturale, come detto è.
Si che ogni lume che esce della sancta Scriptura è
uscito ed esce da questo lume. E però gl'ignoranti
superbi scienziati aciecano nel lume, perché la superbia
e la nuvila de l'amore proprio ha ricoperta e tolta questa
luce: però intendono piú la Scriptura licteralmente
che con intendimento; e però ne gustano la lettera
rivollendo molti libri, e non gustano il merollo della Scriptura,
perché s'hanno tolto el lume con che è formata
e dichiarata la Scriptura. Unde questi cotali si maravigliano
e cadranno nella mormorazione vedendo molti grossi e idioti
nel sapere la Scriptura sancta, e nondimeno sonno tanto
illuminati nel cognoscere la veritá come se longo
tempo l'avessero studiata. Questa non è maraviglia
neuna, perché egli hanno la principale cagione del
lume unde venne la scienzia. Ma perché essi superbi
hanno perduto el lume, non veggono né cognoscono
la bontá mia, né el lume della grazia infusa
sopra de' servi miei.
Unde
Io ti dico che molto è meglio andare per consiglio
della salute de l'anima a uno umile con sancta e dritta
coscienzia, che a uno superbo letterato studiante nella
molta scienzia, perché colui non porge se non di
quello che elli ha in sé, unde, per la tenebrosa
vita, spesse volte el lume della sancta Scriptura porgerà
in tenebre. El contrario trovarà ne' servi miei,
ché el lume che hanno in loro, quello porgono con
fame e desiderio de la salute sua.
Questo
t'ho detto, dolcissima figliuola mia, per farti cognoscere
la perfeczione di questo unitivo stato, dove l'occhio de
l' intellecto è rapito dal fuoco della caritá
mia, nella quale caritá ricevono el lume sopranaturale.
Con esso lume amano me, perché l'amore va dietro
a l' intellecto, e quanto piú cognosce, piú
ama, e quanto piú ama, piú cognosce. Cosí
l'uno nutrica l'altro.
Con
questo lume giongono a l'etterna mia visione, dove veggono
e gustano me in veritá, separata l'anima dal corpo,
si (166) come Io ti dixi quando ti contiai della beatitudine
che l'anima riceveva in me. Questo è quello stato
excellentissimo che, essendo anco mortale, gusta tra gl'
inmortali. Unde spesse volte viene a tanta unione, che a
pena che egli sappi se egli è nel corpo o fuore del
corpo, e gusta l'arra di vita etterna si per l'unione che
ha fatta in me e si perché la volontà è
morta in sé, per la quale morte fece unione in me,
che in altro modo perfettamente non la poteva fare. Adunque
gustano vita etterna, privati de lo 'nferno della propria
volontà, la quale dá una arra d'inferno a
l'uomo che vive a la volontà sensitiva, si come Io
ti dixi.”
Dunque
: facciamo santi , facciamo grandi santi anzitutto se vogliamo
essere dei grandi esegeti.