L'Eucaristia e la Santa messa
A
cura di frà Tommaso Maria di Gesù
dei frati minori rinnovati
Via alla Falconara n° 83 - 90100 Palermo - Tel. 0916730658
Non
cattolico.
Ed ora vorrei farti alcune domande e obiezioni su un altro
Sacramento: l'Eucaristia e la Messa. Voi dite che Gesù
è vivo e vero, in corpo, sangue, anima e divinità
nell'Eucaristia, che questo miracolo è chiamato "transustanziazione",
parola ignorata prima del dodicesimo secolo. In conseguenza,
il sacerdote, nel celebrare la Messa, afferma di rinnovare,
senza spargimento di sangue, il sacrificio di Cristo e lo
offre al Padre.
Cattolico.
Esattamente noi crediamo tutto questo, secondo gli insegnamenti
abbastanza chiari e precisi che leggiamo nel N. Testamento.
Non
cattolico. Ma tu sai quando è
sorta la dottrina sulla messa, come è oggi insegnata?
Cattolico.
Si, già te l'ho detto, è sorta con la dottrina
insegnataci da Nostro Signore Gesù Cristo, riportataci
fedelmente dai tre sinottici e da S. Paolo e di cui S. Giovanni
l'evangelista nel Capitolo 6 ci offre meravigliosi annunzi.
Non
cattolico.
Sappi che la data di nascita della dottrina della transustanziazione
risale al IV Concilio del Laterano nel 1215. Prima di allora
si era liberi di crederci o di respingerla.
Cattolico.
Carissimo fratello, ti prego di ascoltarmi, perchè
le tue idee e convinzioni si adeguino non alla tua fantasia
ma alla storia che parte da Cristo ed arriva sino a noi.
Infatti, questa verità non fu mai posta in dubbio
o negata dai credenti. Soltanto nel secolo XI incominciarono
reticenze, equivoci, contestazioni, che, purtroppo, culminarono
nel noto protestantesimo del secolo XVI. I padri dei protestantesimo
variamente respinsero la verità cattolica. Lutero
respinse la transustanziazione, non la presenza reale; Calvino
e Zuiglio respinsero anche la presenza reale. Calvino riducendola
ad una presenza spirituale dinamica, Zuiglio ad una presenza
simbolica. E le varie professioni protestantiche moltiplicarono
poi le varie interpretazioni, tutte concordi nel respingere
la verità cristiana, ossia cattolica, apostolica,
romana. Sappi però che l'istituzione dell'Eucaristia
- questa realtà, la più sublime e ineffabile,
in cui culmina l'amore di Dio per gli uomini - non è
stata il prodotto di uno slancio passeggero di sentimento
del Divin Salvatore. No. Essa risponde a un grande disegno
di Dio già prestabilito e manifestato nei secoli
precedenti.
La prima figura la troviamo ai primordi del mondo, e fu
l'albero della vita, posto da Dio nel Paradiso terrestre,
il quale aveva la virtù di far crescere l'uomo sempre
vegeto, robusto, comunicandogli il dono della incorruttibilità
e immortalità... Altra figura incontriamo nel pane
e nel vino, che offrì al Signore il sacerdote Melchisedech...
Andando avanti nei secoli, altre due figure furono l'Agnello
pasquale e la Manna del deserto: l'Agnello pasquale, che
per gli Ebrei era tutto insieme, vittima e alimento... e
liberò infine il popolo del Signore dalla schiavitù
di Egitto col suo sangue segnato sulle porte.... La Manna
del deserto che conteneva ogni più delizioso sapore,
ecc... Altre figure: l'Arca dell'Alleanza, i pani della
propiziazione, il capro emissario che cadeva vittima di
espiazione per tutte le iniquità del popolo.
Nel Nuovo Testamento troviamo: la conversione dell'acqua
in vino alle nozze di Cana; la moltiplicazione dei pani...
e, più di tutto, i discorsi del Salvatore ai discepoli
e alle turbe, dove si trovavano le più chiare promesse..
Non
cattolico.
Mi pare che stai dicendo molte cose, ma vuoi eludere
la mia obiezione.
Cattolico.
Ti
prego di ascoltarmi e vedrai che io sto rispondendo esattamente
alle tue obiezioni. Tu dici che i fedeli prima del 1215,
data del Concilio Lateranense IV, erano liberi di credere
al mistero eucaristico, ed io ti sto provando che il mistero
eucaristico era stato già predisposto dalla Divina
Sapienza e Misericordia. Se poi passiamo ai primi tempi
del Cristianesimo troviamo che i fedeli erano certi della
fede che professavano in questo grande mistero. Se leggiamo
solo il capitolo 66 della prima apologia di S. Giustino,
scritta appena 150 anni dopo Cristo, possiamo vedere quale
tranquilla sicurezza del dogma eucaristico possedevano le
antiche comunità cristiane. S. Giustino descrive
l'adunanza e la celebrazione della S. Messa, e
a proposito dell'Eucaristia scrive che "non
è lecito partecipare ad alcuno, se non a chi crede
essere vero ciò che è insegnato da noi, e
ha ricevuto il battesimo... e vive così come Cristo
ha insegnato". Egli asserisce che la verità
circa il pane e il vino eucaristici non si conosce se non
per la fede, e che per ricevere l'Eucaristia occorre essere
battezzati ed essere in grazia di Dio, “poichè noi
non la riceviamo come pane consueto né consueta bevanda;
ma come abbiamo appreso che, per il Verbo di Dio, il nostro
Salvatore Gesù Cristo fatto uomo ebbe carne e sangue
per nostra salvezza, così abbiamo appreso che quel
cibo consacrato con la prece delle parole da Lui stesso
proferite e dal quale il nostro sangue e le nostre carni
sono nutrite per assimilazione, è carne e sangue
di quel Gesù che si è fatto uomo".
Non
cattolico.
E io ti dico che la dottrina della transustanziazione
è stata inventata dal Con. Laterano IV del 1215.
Cattolico.
Caro fratello, spero di chiarire con poche parole la tua
obiezione. Tu parli di dottrina della transustanziazione
come se soltanto dopo l'approvazione del Concilio Laterano
IV si è incominciato a credere nella presenza reale
di Gesù nell'Eucaristia. E questo è un grave
errore. Già ti ho detto che S. Giustino insegnava
nel 150 il cambiamento del pane e del vino nel Corpo e Sangue
di Gesù dopo la consacrazione. Non ti ho ancora dimostrato
che tali affermazioni sono contenute con tutta chiarezza
nei sinottici ed in S. Paolo. Ora, voglio farti capire che
nel 1215 non fu inventata una dottrina che esisteva già
da 1215 anni, ma fu approvata soltanto la parola "transustanziazione"
che etimologicamente e sinteticamente indicava molto bene
quello che si esprimeva, o si esprime, con molte più
parole, ossia il cambiamento della sostanza del pane e del
vino nel Corpo e nel Sangue di N.S. Gesù Cristo.
Mi sono spiegato?
Non
cattolico.
Si, ti sei spiegato ed ho capito quello che vuoi dire, soltanto
che quello che credi e mi vuoi far credere non è
esatto. Perchè il vero significato delle parole di
Gesù: "Questo è il mio corpo... questo
è il mio sangue" (Mt 26,26), e le altre: “In
verità, in verità vi dico: se non mangiate
la carne del Figlio dell'uomo, e non bevete il suo sangue,
non avete la vita in voi” (Gv 6,53), hanno tutt'altro significato.
Infatti è lo stesso Gesù che le ha immediatamente
chiarite dopo averle pronunciate, dicendo: “Fate questo
in memoria di me". Se avesse voluto indicare il miracolo
della transustanziazione, avrebbe detto: “Fate questo in
sacrificio di me". Perciò queste parole sono
una delle tante immagini che Gesù adoperava, come:
“Io sono la vera vite, io sono la porta". Non è
che Gesù intendesse trasformarsi materialmente in
porta o in una vite o nel pane o nel vino.
I Giudei, al contrario avevano interpretato materialmente
le parole di Gesù, e dicevano: "Come mai può
costui darci a mangiare la sua carne?" (Gv 6,52). Perciò
Gesù cerca di illuminarli: "E' lo spirito quel
che vivifica; la carne non giova a nulla; le parole che
vi ho dette, sono spirito e vita" (Gv 6,5 3).
Cattolico.
Queste tue obiezioni mi richiamano alla
mente quelle che mi facesti sulla Confessione quando affermasti
che le parole di Gesù "a chi rimetterete i peccati
saranno rimessi e a chi li riterrete saranno ritenuti” (Gv
20,23), non significano quello che leggiamo e che Gesù
ci ha voluto dire, ma semplicemente quello che dicono i
protestanti e cioè: “quando un cristiano annunzia
l'Evangelo della grazia, egli scioglie le anime dai loro
peccati...”. A queste tue obiezioni così strane risposi.
Cosa risponderò alle tue obiezioni sulla SS. Eucaristia
non meno strane e antievangeliche di quelle fatte sulla
Confessione?
Non
cattolico.
Si, appunto, cosa mi risponderai?
Cattolico.
Certamente non con mie vedute e interpretazioni personali
o cervellotiche, ma con le parole stesse di Gesù.
Ecco, noi cattolici "Crediamo presente nell'Eucaristia
- professa il Concilio Tridentino - quel medesimo Dio, che
l'eterno Padre introdusse nel mondo dicendo “Lo adorino
tutti gli Angeli di Dio”; che i Magi adoravano prostrati;
che la Scrittura attesta essere stato adorato dagli apostoli
in Galilea..." (D.B. 878).
Le parole dette da Gesù sono ripetute dai tre sinottici
e da S. Paolo (cf Mt 26,26-28; Mc 14,22-24; Lc 22,19-20;
1 Cor 11,23-25). Per chiarire l'argomento e per non dilungarmi
troppo, riporterò solo il testo di S. Matteo che
è quasi identico negli altri tre su ricordati.
Ecco le parole di S. Matteo (26,26-28):
"Ora, mentre essi mangiavano, avendo Egli
preso del pane e detta una benedizione, lo spezzò
e, dandolo ai discepoli disse: 'Prendete, mangiate: questo
è il mio corpo. E avendo preso un calice, rese grazie,
lo diede loro dicendo: "Bevetene tutti, perchè
questo è il mio sangue della nuova alleanza, che
è versato per molti in remissione dei peccati”.
Le parole di Cristo sono chiare e non lasciano dubbi. Ma
la sofisticheria e la sottigliezza dell'ingegno umano possono
problematizzare tutto: non ci sono filosofi scettici che
mettono in dubbio e contestano anche le verità naturali
più comuni? più semplici, più evidenti?
Ma chi vuole usare la propria ragione secondo le norme di
una esigente e onesta critica, non potrà intendere
le parole di Gesù altrimenti che nel senso in cui
gli Apostoli, gli Evangelisti, i fedeli, la Chiesa le hanno
sempre intese. Lo stesso Lutero scrive in una lettera: "Devo
confessare che se qualcuno mi avesse potuto persuadere che
nel sacramento non c'è nulla tranne pane e vino,
costui mi avrebbe fatto un gran favore... ho sudato molto
intorno a questo punto, ho cercato tutti i modi per districarmi...
ma vedo che non c'è nessuna via di uscita; il testo
evangelico è troppo chiaro e lampante". Sarebbe
forse difficile pensare che gli apostoli, ancora rozzi e
scarsamente aperti alle cose soprannaturali - come rimasero
fino al giorno della Pentecoste - immediatamente comprendessero
e accettassero il mistero che il Cristo loro annunciava
compiuto nel pane e nel vino in quella cena pasquale, se
non supponessimo che Gesù ve li avesse da lungo tempo
preparati. Quante volte, in maniera progressiva, Gesù
avrà loro parlato del mistero eucaristico!
Come ne parlasse una volta, S. Giovanni (nel Capi. 6) ce
lo riferisce: è stato un momento importante della
preparazione, forse il momento decisivo. Prendendo occasione
dal miracolo compiuto col moltiplicare pani e pesci per
dare da mangiare alla folla che lo aveva seguito, Gesù
introduce il discorso eucaristico passando da pane a pane,
da cibo a cibo. Dice agli ascoltatori che avevano ripassato
il lago, dopo il miracolo, per cercarlo:
“Voi mi cercate perchè vi ho saziato con quei pani,
ora non bisogna cercare il cibo che perisce, ma quello che
dura sempre; e perciò bisogna credere in Colui che
Dio ha mandato.
Quale segno - chiesero gli ascoltatori - farai perchè
ti crediamo? I nostri padri ebbero da Mosè il segno
della manna, il pane venuto dal cielo, di cui mangiarono.
E Gesù: non già Mosè vi ha dato il
pane del cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane
del cielo. E aggiunge: “Io sono il pane di vita”. La gente
mormorava perchè Gesù aveva detto di essere
“il pane del cielo"; e si dicevano l’un l'altro: non
è questi il figlio di Giuseppe, che noi bene conosciamo?
e come viene a dirci che è disceso dal cielo? Ma
Gesù li rimprovera: “Non mormorate tra voi",
e procede esponendo più esplicitamente l'insegnamento
eucaristico. Riporto solo le parole culminanti: “Io sono
il pane della vita... sono il pane vivo disceso dal cielo.
Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il
pane che lo darò è la mia carne (sacrificata)
per la vita del mondo".
Allora gli ascoltatori più che mai a mormorare e
discutere: "Ma come può costui darci da mangiare
la sua carne?" Come si vede, la domanda era esplicita,
chiara e persino ingenua e rozza. Gli ascoltatori avevano
proprio inteso grossolanamente che avrebbero mangiato la
carne di Gesù. Doveva dunque Gesù subito dissipare
quei grossolano equivoco, quella rozza fantasia; e gli ascoltatori
aspettavano che lo facesse chiarendo non doversi le sue
parole intendere alla lettera, doversi interpretare in senso
figurato, metaforico. E invece no: invece proprio il contrario.
Gesù fa di tutto per fissarli in quella loro persuasione.
Non ha parlato in senso figurato e metaforico, ma in senso
proprio, in senso realistico. E ribadisce con la solenne
autorità della formula quale risuonava soltanto sulle
sue labbra, né mai era risuonata sulle labbra dei
profeti, anche dei più grandi come Elia o Giovanni:
"in verità vi dico". Risponde dunque Gesù:
“In verità, in verità vi dico. se non mangerete
la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue,
non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve
il mio sangue ha la vita eterna... perchè la mia
carne è veramente cibo e il mio sangue è veramente
bevanda.".
Ce n'era abbastanza da stordire e scandalizzare gli ascoltatori.
E difatti molti dei suoi discepoli esclamarono: "Questo
linguaggio è duro, chi lo può accettare?”
e molti si ritrassero e non andarono più con lui.
""Allora Gesù disse ai dodici: volete andarvene
anche voi? Simon Pietro gli rispose: “Signore, da chi andremo?
Tu hai parole di vita eterna, e noi abbiamo creduto e conosciuto
che Tu sei il Santo di Dio".
Nessuna geniale invenzione avrebbe potuto meglio che questa
storica narrazione metterci di fronte al problema della
realtà eucaristica. Gesù fa un'affermazione
paradossale: Egli è il pane di cui bisogna nutrirsi.
L'intelligenza umana si rifiuta di credere: la cosa proposta
è troppo inverosimile. Gesù viene quindi invitato
a temperare le sue affermazioni, a renderle plausibili.
Gesù invece insiste: è così: Io sarò
il pane da mangiare e chi mi mangerà avrà
la vita eterna. E allora l’intelligenza si rifiuta, la volontà
si inalbera: non accettano.
Non
cattolico.
Ma non ti sembra logico e umano questo rifiuto?
Cattolico.
Umanamente parlando sembra logico. Infatti intorno a Gesù
incominciano le diserzioni, si sta facendo il vuoto. Forse
che Egli desiste dalla sua strana affermazione? No, anzi
la riconferma: è disposto ad essere abbandonato da
tutti, anche dai discepoli, anche dai dodici, ma non ritira
una parola di quanto ha detto. Pone piuttosto proprio su
queste parole la questione di fiducia: “Volete andarvene
anche voi?" Dove l'intelligenza non basta, soccorre
la fede.
Simone, la pietra, la roccia della fede, risponde per tutto
il popolo cristiano: anche per noi, quindi, che facciamo
nostra questa sua professione, questo suo abbandono fiducioso,
questa sua completa dedizione del pensiero e della volontà
alla sapienza e alla potenza dell'Uomo-Dio. Credo, crediamo,
perchè Tu lo hai detto, Tu che solo hai parole di
verità: la sola fede basta.
Non
cattolico. Ma
Gesù parlava in senso figurato, come quando ci dice
di essere porta o vite. Qui non significa proprio mangiare,
è tutto un simbolismo.
Cattolico.
Io devo dirti con tutta franchezza che credo fermamente
in Gesù, ed è chiaro che di fronte a queste
parole riferiteci da S. Giovanni, ogni riserva cade. Si
è voluto sofisticare sulla possibilità di
un senso figurato dell'espressione "mangiare la carne,
bere il sangue". Invano, poichè il significato
figurato di tali espressioni aramaiche sarebbe quello di
calunniare e perseguitare. Onde Gesù avrebbe detto:
“Chi non mi calunnia e non mi perseguita non avrà
la vita; chi mi calunnia e mi perseguita rimane in me e
io in lui”.
Non
cattolico.
Guarda che Gesù ha ben chiarito il senso delle
sue espressioni quando ha precisato: "E' lo spirito
che vivifica, la carne non giova a nulla; le parole che
io vi dico sono spirito e vita" (Gv 6.,63).
Cattolico.
Anche questa tua obiezione cade, perchè le parole
di Gesù alludono al modo mistico della reale presenza,
da non scambiarsi per il modo fisico, quasi che la carne
per essere vero cibo dovesse presentarsi sotto forma fisica
della carne e il sangue sotto forma fisica del sangue, come
intendevano senza dubbio gli ascoltatori. Ma non smentiscono
il senso reale delle parole, le quali appunto in senso reale
furono interpretate sia da coloro che perciò appunto
lo abbandonarono, sia da coloro che perciò appunto
sentirono di dover superare il senso e la ragione con l'atto
di fede.
Non
cattolico.
Anch'io credo in Cristo, ma non posso pensare che Egli sia
davvero una porta e una vite quando fa tali affermazioni.
Cattolico.
Il simbolo o il significato di porta e di vite di cui parla
Gesù è così ovvio che mi sembra di
fare questioni inutili ed oziose. Basta leggere testo e
contesto di Gv 10,1-9 e 15,1-8, per capire subito che Gesù
parla in senso figurato. Infatti, in Gv 10, 1 -9, Egli parla
di ovile, di porta, di pecore, di pastori veri e non di
mercenari, ma il pubblico e i farisei non lo compresero:
"... Questa similitudine disse loro Gesù; ma
essi non capirono che cosa significava ciò che loro
diceva..." (versetto 6).
In Gv 15,1-8, Gesù parla della vera vite Gesù
e del Padre che ne è il Vignaiolo, e
che toglie ogni tralcio infruttifero, mentre pota ogni tralcio
buono perchè porti più frutto. Anche qui la
similitudine è chiara: non credo che ci siano persone
che possano equivocare il Padre con un vignaiolo, o un uomo
con un tralcio, o Cristo con una vite!...
Non
cattolico. Ebbene,
come capisci che qui si tratta di similitudini e non di
realtà, perchè non riesci a capire che nello
stesso modo stava parlando Gesù quando diceva di
essere Egli stesso raffigurato nel pane e nel vino?
Cattolico.
Io comprendo che stiamo trattando uno degli argomenti più
misteriosi della fede cristiana, comprendo anche le difficoltà
per la nostra mente umana di accettare parole così
contrarie al nostro senso umano, ma la realtà del
discorso di Gesù, ti ripeto, è sconcertante:
Egli fa un'affermazione paradossale. E a chi chiede chiarimenti
ribadisce: “la mia carne è veramente cibo ed il mio
sangue è veramente bevanda”.
Nel contesto, nella condotta e nella dottrina degli apostoli,
nelle istituzioni e nella catechesi della Chiesa primitiva
le parole del Cristo furono sempre intese nel senso reale.
Diremo che quelli si sono sbagliati, e che i testimoni hanno
fatto testimonianza falsa, e che i maestri di verità
hanno insegnato l'errore, per il solo fatto che un uomo
o alcuni uomini, venuti dopo oltre 1500 anni, tale significato
vogliono respingere?
Costoro, a tanti anni di distanza, meglio comprenderebbero
quello che non avrebbero compreso i contemporanei, i discepoli,
i commensali, gli amici ai quali Gesù stesso disse:
“Vi ho chiamati amici perchè vi ho fatto conoscere
tutto quello che ho udito dal Padre mio"? (Gv 15, 15).
Che se poi ci rivolgiamo al primo teologo, all'apostolo
teologo, a S. Paolo avremo riconfermato, se ce ne fosse
bisogno, il senso realistico delle parole di Gesù.
Infatti, Paolo rimprovera i Corinzi (cf 1 Cor 10,16) per
taluni abusi introdotti nelle loro celebrazioni eucaristiche
e dice queste parole: “Il calice di benedizione che noi
benediciamo, non è forse comunione al sangue di Cristo?
e il pane che spezziamo non è forse comunione al
corpo di Cristo?". E più avanti, dopo aver riferito
con le parole dell'istituzione dell'Eucaristia nell'ultima
cena, così redarguisce coloro che la ricevono indegnamente:
“Chiunque avrà mangiato questo pane o bevuto il calice
del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del
sangue del Signore". E prosegue: "ognuno dunque
esamini se stesso e così mangi di quel pane e beva
di quel calice. Poichè chi mangia e beve indegnamente,
si mangia e si beve la sua condanna, non distinguendo il
corpo del Signore" (1 Cor 11,27-29).
Non è facile trovare un'altra delle fondamentali
e difficili verità della fede, che sia, come questa,
così abbondantemente e chiaramente espressa negli
scritti del Nuovo Testamento, e così sicuramente
documentata nella storia della Chiesa primitiva e della
Chiesa antica.
Non
cattolico.
Ma tu capisci dove si va a finire interpretando le parole
alla lettera ?
Cattolico.
Lo capisco benissimo e ti dico pure che se la S. Scrittura
e la tradizione possono bastare per assicurarci della presenza
reale di Cristo nell'Eucaristia, la nostra ragione è
invitata, dietro la guida lasciataci da Gesù, il
Magistero, a cercar di penetrare qualche poco nelle modalità
di tale presenza.
Non
cattolico.
Sono curioso e desideroso di sapere in qual modo si possa
parlare della presenza reale di Gesù nel pane e nel
vino.
Cattolico.
Ti rispondo con le parole di Paolo VI, traendole dalla Enciclica
Misterium Fidei, con la quale il papa passa in rassegna
i vari modi secondo i quali Cristo è presente alla
sua Chiesa.
"Cristo è presente alla sua Chiesa che prega...
che esercita le opere di misericordia... che predica...
che regge e governa il popolo di Dio... è presente
alla sua Chiesa pellegrina anelante al porto della vita
eterna... è presente alla sua Chiesa che in suo nome
celebra il sacrificio della Messa e amministra i sacramenti...”.
In ciascuno di questi atteggiamenti della sua Chiesa Cristo
è presente in un determinato modo.
“Ma ben altro è il modo veramente sublime, con cui
il Cristo è presente alla sua Chiesa nel sacramento
dell'Eucaristia... tale presenza si dice “reale” non per
esclusione, quasi che le altre non siano reali, ma per antonomasia,
perchè è anche corporale e sostanziale, e
in forza di essa Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente”
(cf M. Fidei, pag. 17-20).
Non
cattolico.
A me sembra molto più logico pensare ad un simbolismo,
anziché ad un fisicismo e materialismo, giacché
la presenza eucaristica di cui parla la Chiesa cattolica
sfugge, per sua natura, a ogni possibile relazione col mondo
dei corpi.
Cattolico.
Chi pensa e afferma queste cose, praticamente percorre le
vie già battute dai "riformatori" del secolo
XVI, anche se con un vocabolario e con un apparato scientifico
rinnovato.
Per taluni, infatti, la presenza reale del Cristo non si
può dire presenza corporale perchè la condizione
del Corpo glorioso di Cristo sfugge ad ogni relazione col
mondo fisico.
Si potrebbe dire - secondo questa sentenza - che il Corpo
di Cristo goda di una certa ubiquità od onnipresenza,
senza nessun rapporto con particolari corpi.
Paolo VI (M. Fidei, 21) risponde: “Malamente qualcuno spiegherebbe
questa forma di presenza, immaginando il Corpo di Cristo
glorioso di natura pneumatica (spirituale) onnipresente".
Malamente, poichè in tal caso non si potrebbe dire
“questo è il mio corpo", e l'eventuale presenza
di Cristo nell'anima sarebbe spirituale e immediata, anche
se occasionata dal pane e dal vino che la significherebbero
efficacemente.
Come è chiaro, siamo sulla via dei simbolismo: via
già denunciata da Pio XII nell'enciclica Humani generis
(16), quando deplorava che alcuni volessero correggere la
dottrina tradizionale della presenza eucaristica "in
modo da ridurre la presenza reale di Cristo nell'Eucaristia
a un simbolismo per cui le specie consacrate non sarebbero
altroché segni efficaci della presenza di Cristo
e della sua intima congiunzione con i fedeli membri del
corpo mistico".
Non
cattolico.
Ripeto, sono ancora convinto che bisogna più
appoggiarsi al simbolo - per
capire la presenza di Cristo nell'Eucaristia - che alla
realtà fisica la quale ci porterebbe fuori della
ragione.
Cattolico.
Ti rispondo. Che la SS. Eucaristia abbia significato simbolico
è dottrina molto sviluppata dai Padri e dai Dottori
e sancita dal Tridentino, quando dice, per es., che Cristo
ha lasciato l'Eucaristia alla Sua Chiesa "come simbolo
dell'unità di quel corpo di cui Egli è il
capo" (D.B. 875); oppure che l'Eucaristia, come tutti
i sacramenti, "è simbolo di una realtà
sacra; è visibile forma della grazia invisibile"
(D.B. 676). Ma se l'Eucaristia è simbolo, essa è
anche "memoriale della sua morte, ... pegno della gloria
futura... antidoto contro le quotidiane colpe... e cibo
spirituale dell'anima...". Così lo stesso Concilio
(D.B. 875), il quale finisce poi per fermarsi di preferenza
proprio sul punto della natura di questo cibo spirituale
asserisce, che è lo stesso corpo e sangue di Cristo
"veramente, realmente, sostanzialmente" presente
sotto le specie, come affermano i sinottici e San Paolo.
Non
cattolico.
Da una parte affermi il simbolismo e dall'altra lo neghi.
Cattolico.
Non si tratta di negare il simbolismo, che è uno
degli aspetti fondamentali dell'Eucaristia, ma si tratta
di intenderlo esattamente e, soprattutto, di non ridurre
esclusivamente ad esso la natura ed il significato dell'Eucaristia.
"L'errore - dice la M. Fidei, 4 - sta nell'insistere
sulla ragione di segno sacramentale come se il simbolismo,
che certamente tutti ammettono nella SS. Eucaristia, esprimesse
esaurientemente il modo della presenza di Cristo in questo
sacramento".
Proprio in ciò sta la peculiarità che distingue
l'Eucaristia da tutti gli altri Sacramenti nei quali la
materia, le cose e i gesti visibili sono della grazia, che
generano, appunto, soltanto simboli, per quanto efficaci.
Nell'Eucaristia la materia, le cose - pane e vino - non
sono soltanto simboli della grazia che producono, ma si
trasformano nella loro realtà ontologica diventando
la sostanza stessa - corpo e sangue e anima e divinità
- di Cristo, del datore della grazia, e solo attraverso
questa trasformazione producono nell'anima quella grazia
che simboleggiano. Orbene, ogni interpretazione puramente
simbolica del mistero eucaristico tende a obliterare questo
momento tipico ed esclusivo dell'Eucaristia e passa subito
dal simbolo alla grazia simboleggiata: questa sarebbe ciò
che si intende col nome di cibo dell'anima, di carne e sangue
di Cristo, rispetto ai quali il pane e il vino avrebbero
soltanto ragione di rappresentazione, segno, simbolo.
Non
cattolico.
Devo ancora contraddirti perchè il consenso di
alcuni Padri della Chiesa, come quello del papa Gelasio
I, è nettamente contrario alla dottrina della cosiddetta
transustanziazione.
- S. Agostino (c. anno 400), parafrasando
le parole di Gesù scrive: "Comprendete in senso
spirituale quello che vi dissi. Non mangerete questo corpo
che vedete, e non berrete questo sangue che sarà
sparso da quelli che mi crocifiggeranno. Vi ho raccomandato
un sacramento che vi darà la vita, se lo intendete
spiritualmente e, quantunque sia necessario celebrarlo in
modo visibile, bisogna tuttavia intenderlo spiritualmente"
(Enarrationes in salmos, 98,9).
- S. Giovanni Crisostomo (344-407): “Prima
della consacrazione lo chiamiamo pane, ma poi... perde il
nome di pane e diventa degno che lo si chiami il Corpo del
Signore, sebbene la natura del pane continui tale in esso"
(Epistola a Cesario, ediz. Wake, p. 137, citato da: U. Janni,
La cena del Signore, Torre Pellice, Ed. "La Luce",
1925, p. 83).
- Teodoreto, vescovo di Ciro (393-458):
“I simboli mistici il pane e il vino non abbandonano la
loro natura dopo la consacrazione, ma conservano la sostanza
e la forma in tutto come prima" (Dialogus, Liber H;
citato da U. Janni, op. cit., p. 84).
- Gervasio I, Papa: “Il sacramento del
corpo e del sangue di Cristo è veramente una cosa
divina; ma il pane e il vino conservano la loro sostanza
nella natura del pane e del vino, e la celebrazione del
santo mistero non è certo che una immagine o una
similitudine del sacrificio del corpo e del sangue di Gesù"
(De duobus naturis in Christo [circa anno 496]. Vedi: Biblioteca
Patrum, Lione, t. VIII, cit. da Jean Augustin Bost in: Dictionaire
d'historie ecclésiastique, Ginevra, 1884).
Cattolico.
Ti prego di ascoltarmi con molta attenzione perché
quanto sto per dirti non è mia personale invenzione,
o semplicemente un modo qualunque di difendere la verità.
Si tratta di constatazioni fatte da studiosi e dal Magistero
ecclesiastico.
E' scontato che tutti i santi e i Padri antichi hanno creduto
alla SS. Eucaristia così come è creduto oggi
dalla Chiesa cattolica ed apostolica, però bisogna
pur dire, ad onore della verità che nulla toglie
all'unicità della fede, che nei primi tempi non c'era
ancora un'appropriazione di termini precisi e teologici,
per cui molte frasi oggi possono sembrare, e sono, poco
esatte per indicare il mistero profondo dell'Eucaristia.
Presso taluni Padri, tanto latini quanto greci, talora il
pane e il vino sono detti rappresentare il corpo e il sangue
di Cristo, sono pure detti figura e simbolo del corpo e
sangue di Cristo. Ma il significato di tali espressioni
non indica un'interpretazione puramente simbolica dell'Eucaristia,
sia perché tali espressioni si trovano occasionalmente
in trama di pensiero nettamente ortodossa, in cui il significato
della presenza di Cristo nell'Eucaristia ha un senso reale
e letterale; sia perché quelle stesse espressioni
assumono un significato ortodosso: il pane e il vino vengono
detti rappresentazione e figura dei Corpo e Sangue di Cristo,
in quanto esprimono o indicano visibilmente il Corpo e il
Sangue invisibilmente presenti nell'Eucaristia: è
il visibile segno dell'invisibile realtà - Carne
e Sangue di Cristo - presente in esso. Non possono, dunque,
i simbolisti appoggiarsi a queste espressioni dei Padri,
per autorizzarsi a manomettere il dogma della presenza reale.
Come sia da intendere il simbolismo dell'Eucaristia, lo
dice chiaramente Paolo VI: "Le apparenze sensibili
restano quelle che erano, pane e vino: ma la loro sostanza,
la loro realtà è intimamente cambiata; quelle
restano solo per significare ciò che le ha definite
la parola onnipotente, perchè divina, di Gesù:
corpo e sangue" (Giovedì Santo, 26.3.1970).
I personaggi da te citati - nelle loro espressioni da te
ricordate, pur accettando che le parole siano autentiche
- hanno anche delle espressioni che lasciano chiaramente
comprendere la loro ortodossia. Infatti papa Gelasio sente
che il sacramento dell'Eucaristia è una cosa veramente
divina; S. Agostino intuisce molto bene il mistero e cerca
di far capire ai fedeli che la manducazione non deve intendersi
nel senso materiale pur dando, nella sua realtà,
la vita... Lo stesso S. Giovanni Crisostomo non fa altro
che annunciare la stessa verità e realtà pur
non usando quelle parole più proprie, di specie o
apparenze, che la teologia eucaristica ha sempre meglio
esplicitate da un concilio all'altro. S. Tommaso d'Aquino
ci dice che visus, tactus, gustus in te fallitur, ossia:
vedo pane, tocco pane, gusto pane (e vino), ma non è
né pane e né vino quello che io vedo, tocco
e gusto, ma il Corpo e il Sangue di Cristo.
Lo stesso dicasi dei Vescovo di Ciro Teodoreto. Egli dice
che il pane ed il vino conservano la sostanza e la forma,
cioè restano apparentemente quello che erano prima
e perciò li chiama simboli mistici. Tutti i vescovi
suddetti erano ortodossi e credevano fermamente alla presenza
reale di Gesù nell'Eucaristia. S. Tommaso, che è
di un'altra epoca, ha saputo usare parole più chiare
e convincenti.
Di Papa Gelasio I sappiamo che oltre ad essere santo, è
stato autore del famoso Sacramentario gelasiano, il primo
Sacramentario romano; egli fu omelista, liturgista, innologo...
il più famoso scrittore fra i suoi antecessori; egli
appare come il dottore, il teologo e lo storico del suo
tempo. Si sa dalla storia che i suoi scritti spesso furono
dai gallicani (francesi) un pò manomessi...
Per le sue ottime qualità di talento e di scrittore
i suoi contemporanei nel loro entusiasmo lo acclamarono
"Vicario di Cristo e Apostolo Pietro". La successiva
generazione, nella persona di Dionigi il Piccolo, ne scrisse
l'encomio.
Non penso che un personaggio del genere non credesse alle
cosi chiare parole di Cristo, anche se ha usato delle improprietà
nelle espressioni.
Chi non conosce la grandezza e la dottrina di S. Agostino
e di S. Giovanni Crisostomo? Sono due apprezzatissimi Santi
e Dottori della Chiesa cattolica ed apostolica.
Nel Sermone 49,8 PL 38,324, S. Agostino parla già
cattolicamente della S. Messa. In De Civitate Dei 10,20
[PL, 41,288], parlando della presenza di Gesù nell'Eucaristia
cosi si esprime: “Christus sacerdos est ipse offerens, ipse
et oblatio" (= Cristo è il sacerdote che offre
ed Egli stesso è l'offerta). Sempre parlando della
S. Messa, S. Agostino riesce a compendiare in una frase,
pregna di contenuto, l'insegnamento patristico sulla immolazione
incruenta, e scrive: “Nonne semel immolatus est Christus
in seipso? E tamen in Sacramento omni die populis immolatur”
(= Cristo non si è immolato una volta sola? E tuttavia
nel Sacramento dell'Eucaristia ogni giorno si immola per
tutti (Ep 99,9; PL 33,363).
Tra le altre cose S. Agostino raccomandava la S. Comunione
quotidiana. Il Concilio tridentino, al n. 60 così
lo ricorda: “Non è del solo Agostino la sentenza:
'pecchi ogni giorno?... e dunque ricevi il Signore ogni
giorno'; perchè tale è l'opinione di tutti
i Padri che si occuparono di tale argomento come facilmente
riconoscerà chi li studierà diligentemente".
Il Concilio tridentino del resto si riconnetteva alla prassi
più antica. La Didaché (sec. I) e S. Giustino
(sec. II), attestano, per es., che l'Eucaristia era distribuita
ai presenti alla Messa e portata agli assenti. I Padri in
generale - come S. Cipriano, S. Giovanni Crisostomo - raccomandavano
la comunione quotidiana...
Ogni sospetto sul Vescovo d'Ippona cade quando leggiamo
nella sua Epistola contro i Manichei, 5 n. 6: “Non crederei
al Vangelo se l'autorità della Chiesa cattolica non
mi persuadesse".
S. Giovanni Crisostomo è ritenuto "un grande
testimone della dottrina e della fede della Chiesa cattolica
al suo tempo, soprattutto per quanto riguarda l'Eucaristia"
(Encicl. UTET). E' fuori di ogni sospetto per la sua ortodossia,
specialmente quando parla del primato di Pietro: “In quei
giorni, Pietro si alzò in mezzo ai fratelli e disse...
(v. At 1,15). "... Dato che era il più zelante
e gli era stato affidato da Cristo il gregge, e dato che
era il primo nell'assemblea per primo prese la parola: “Fratelli,
occorre scegliere uno tra voi..." (At 1,21-22 - Dalle
Omelia sugli Atti degli Apostoli di S. Giovanni Crisostomo,
Omelia 3,123; vedi n. 126).
Teodoreto, vescovo di Ciro, presenta delle incertezze sulla
sua ortodossia. Egli era amico personale dell'eretico Nestorio;
per questa ragione scrisse contro Cirillo ed il Concilio
di Efeso, per cui fu condannato. Per questa condanna si
appellò al papa Leone I ed al Concilio di Calcedonia
(451). E suo appello gli procurò l'ammissione tra
i Dottori Ortodossi, dopo di aver fatto, però, una
dichiarazione esplicita contro Nestorio. Ma il V Conc. Ecumenico
(551) condannò di nuovo i suoi scritti contro Cirillo
ed il Concilio di Efeso ed alcune delle sue lettere e sermoni.
In conclusione, per Teodoreto valga tutto ciò che
ho detto all'inizio sulla imprecisione dei termini di alcuni
Padri, i quali, però, intendevano dire quello che,
con più precisione di termini, diciamo oggi, tanto
più che le sue parole possono essere intese in senso
retto ancora oggi, giacchè effettivamente tutto resta,
del pane e dei vino, apparentemente la forma in tutto come
prima.
Non
cattolico.
Noi respingiamo l'affermazione che nella.Messa viene
rinnovato il sacrificio di Cristo, perchè “noi siamo
stati santificati, mediante l'offerta del Corpo di Gesù
Cristo, fatta una volta per sempre" (Eb 10, 10).
Non ti sembra un sofisma sostenere che l'unico sacrificio
compiuto da Gesù Cristo, e che é consistito
nella sua morte sulla croce, possa rinnovarsi in maniera
incruenta, senza morte, nel pane e nel vino transustanziati?
Cattolico.
Tu ti attieni molto alle congetture ed alle apparenze,
io invece credo alla Parola di Dio ed al Magistero ecclesiastico
istituito da Cristo per darmi chiarezza e sicurezza. E il
Magistero mi dà la definizione della Messa in questi
termini: "Essa è il sacrificio della Nuova Legge,
nel quale, sotto le specie sacramentali è offerta
la stessa vittima del Calvario, Gesù Cristo, per
riconoscere il supremo dominio di Dio e per applicare ai
fedeli i meriti acquistati sulla Croce". La natura
propria della Messa è quella di essere un sacrificio.
Non si tratta di un nuovo sacrificio, diverso da quello
della Croce. La Croce è l'unico sacrificio del Nuovo
Testamento: non vi sono altri sacrifici, quasi che quello
fosse incompleto e manchevole (cf Eb 16,10-12). E' lo stesso
sacrificio della Croce reso presente attraverso una nuova
offerta di esso al Padre, da parte del sacerdote, della
Chiesa, dei fedeli. "Noi crediamo che la Messa... è
il sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente
sui nostri altari" (Professio fidei di Paolo VI). Il
Vaticano II (Decreto sul sacerdozio, 13) afferma che “nel
mistero del sacrificio eucaristico... viene esercitata ininterrottamente
l’opera della nostra redenzione"; e più distesamente,
nella Costituzione sulla Chiesa, 3: "Ogni volta che
il sacrificio della Croce, col quale Cristo nostro agnello
pasquale è immolato, viene celebrato sull'altare,
si rinnova l'opera della nostra redenzione".
Molte discussioni si sono fatte per precisare meglio questo
rapporto essenziale per cui la Messa, non potendosi dire
un nuovo sacrificio diverso da quello della Croce, non si
può tuttavia neppure ridurre a una semplice memoria
o commemorazione di esso, ed ha ragion vera di sacrificio:
“l’augusto sacrificio dell'altare - dice Pio XII nella M.D.,
55 - non è una pura e semplice commemorazione della
passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero
e proprio sacrificio".
Non
cattolico.
Io voglio credere fermamente a Cristo, ma non posso credere
a quel che dice la Chiesa romana.
Cattolico.
Sappi
che io sto discutendo sulla realtà biblica e sulla
Parola di Dio. Comunque, comprendo le gravi difficoltà
che possono sorgere su tale argomento che la Chiesa definisce
"mistero della fede", quasi a significare che
è uno dei più grandi, se non assolutamente
il più grande dei misteri dei Cristianesimo.
A intendere il rapporto fra la Messa e la Croce potremmo
forse aiutarci con un esempio. Giovanni XXIII ha pronunciato
il discorso di apertura del Conc. Ecum. Vaticano II, il
giorno 11 ottobre 1962. Quando, mediante il registratore,
io riproduco e riascolto quel discorso, è chiaro
che si tratta proprio dello stesso discorso: è papa
Giovanni che parla l’11 ott. 1962; è la sua stessa
voce. Quel discorso, che è uno solo, si realizza
di nuovo per me, sebbene sotto modalità diverse (registratore,
ecc..). L’esempio valga quel che può valere; ma forse
serve a persuaderci che non è una cosa assurda affermare
l'identità del Sacrificio della Messa con quello
della Croce. La Messa rinnova o, se si vuole, rende presente
nuovamente il Sacrificio compiuto una volta per sempre sul
Calvario. E' questa mistica identità che costituisce
il pregio infinito della Messa.
Si veda, allora, con quanta ragione Lutero e i protestanti
negassero il carattere sacrificale della Messa, quasi esso
detraesse all'unico sacrificio, il Sacrificio della Croce!
La Messa, sacrificio incruento, "anzichè diminuire
la dignità del sacrificio cruento, ne fa risaltare,
come afferma il Concilio di Trento, la grandezza e ne proclama
la necessità. Rinnovato ogni giorno, ci ammonisce
che non c'è salvezza al di fuori della Croce di Nostro
Signore Gesù Cristo". (Dalla Mediator Dei, 65,
di Pio XII).
Non
cattolico.
Cosicchè io debbo convincermi di questo assurdo:
che il Sacrificio della Croce è lo stesso della S.
Messa! Io non posso convincermi di una simile assurdità.
Cattolico.
Io ti comprendo, caro fratello, ma bisogna pur credere a
Cristo. Certamente Egli ha detto delle cose divine, anche
misteriose, ma non ha potuto ingannarci. D'altra parte,
la Chiesa si rende conto di certe difficoltà e ci
tiene a precisare e a chiarire. Infatti il Conc. di Trento
si è preoccupato di precisare gli aspetti per cui
convengono e gli aspetti per cui differiscono la Messa e
la Croce. "Nel divino Sacrificio che si compie nella
Messa, è contenuto e viene immolato in modo incruento
quello stesso Cristo che una volta si è immolato
in modo cruento sulla Croce... Una e medesima è la
vittima, il medesimo è colui che si offre ora attraverso
il ministero dei sacerdoti, e che si offrì allora
sulla Croce; diverso è solo il modo dell'offerta"
(D.B. 940). ... “Sulla Croce di fatto... l'immolazione della
vittima fu compiuta per mezzo di una morte cruenta liberamente
subita; sull’altare invece, a causa dello stato glorioso
(e perciò impassibile) della sua umana natura...
non è possibile l'effusione di sangue; ma la divina
sapienza ha trovato il modo mirabile di rendere manifesto
il Sacrificio del nostro Redentore con segni esterni che
sono simboli di morte... Le specie eucaristiche infatti,
sotto le quali Egli è presente, simboleggiano la
cruenta separazione del corpo e dei sangue" (Pio XII,
Med. Dei, 56-57).
Il Catechismo di Pio X, inoltre, aggiunge che “sulla Croce
Gesù Cristo meritò ogni grazia per noi; invece
sull'altare Egli... ci applica i meriti del Sacrificio della
Croce" (Risp. 350).
Non
cattolico.
Tutte cose complicate e difficili. Chi le può
capire?
Cattolico.
La tua domanda è quasi identica a quella posta da
molti dei suoi discepoli a Gesù: "Questo linguaggio
è duro, chi può intenderlo?" (cf Gv 6,60).
In sintesi, diciamo che la Messa è il rinnovamento
del Sacrificio della Croce, l'applicazione della redenzione
per quello operata, il ricordo perennemente richiamato dell'amore
del Cristo. Questi tre aspetti indissolubilmente uniti,
così vengono sintetizzati dalla Mysterium Fidei,
11 di Paolo VI, che riprende il decreto del Tridentino:
"Nel mistero eucaristico è “ripresentato” in
modo mirabile il Sacrificio della Croce una volta per sempre
consumato sul Calvario; vi si richiama perennemente alla
memoria e ne viene applicata la virtù salutifera
in remissione dei peccati che si commettono quotidianamente".
Così pure il Vaticano II (S.C., 47): "Gesù
Cristo istituì il Sacrificio eucaristico dei suo
Corpo e del suo sangue, onde perpetuare nei secoli, fino
al suo ritorno, il Sacrificio della Croce, e per affidare
così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale
della sua morte e della sua risurrezione ..... .
La volontà di Cristo di immolarsi per noi si è
espressa direttamente sul Calvario, ma, con l’istituzione
dell'Eucaristia, essa si esprime anche nella Messa attraverso
il mistero del Sacerdote che offre. "Cristo ha sigillato
in un rito, rinnovabile dai suoi discepoli, fatti apostoli
e sacerdoti, l'offerta di se stesso, vittima al Padre per
la nostra salvezza, per nostro amore: è la Messa"
(Paolo VI, 26.3.1970).
Sul Calvario solo Gesù è vittima e sacerdote;
nella Messa, insieme con Lui, che rinnova l'offerta attraverso
il ministero del sacerdote, si unisce la Chiesa tutta e
si uniscono i fedeli partecipanti... La Messa è l'offerta
sacrificale del Cristo intero, persona fisica e persona
mistica, di Gesù e della Chiesa, prolungamento di
Cristo nella storia.
Non
cattolico.
Ma Gesù parlando di "memoria" e dicendoci
che le sue parole sono "spirito e verità"
ci vuol lasciare comprendere che tutto va spiegato spiritualmente
e basta.
Cattolico.
In merito alle precise parole di Gesù vi furono varie
interpretazioni ed errori. Vi fo solo un accenno.
- L'esagerato spiritualismo delle sette medievali si risolse
in una decisa negazione della Messa come rito sacrificale.
- All'inizio del secolo XIII gli Albigesi formularono la
loro negazione in una concisa frase, riportata da Durando
di Mende: "Né Cristo né gli Apostoli
istituirono la Messa" .
- Nel secolo XVI, nel non celato desiderio di abbattere
la maggiore difesa del papato, avanzarono speciosi argomenti
biblici per scuotere la fede nell'origine divina della Messa.
- Il protestantesimo liberale e il razionalismo, con tattica
nuova, hanno tentato di eliminare tutto il fenomeno eucaristico.
Dopo questo brevissimo accenno agli errori sino al protestantesimo,
riprendo a chiarire la dottrina cattolica.
Il Concilio di Trento (Sess. XII, cann. 1- 4), fissò
il pensiero della Chiesa nelle dense e lapidarie formule,
con le quali condannò tutte le sfumature dell'errore
protestante.
Non
cattolico.
Tu parli con tanta sicurezza e albagia ... ma, dimmi,
quali sono le prove bibliche che mi porti su quanto vai
affermando?
Cattolico.
Ti
rispondo con piacere perchè la Chiesa cattolica basa
tutta la sua fede nella Rivelazione. Come già ho
accennato al principio di questo argomento, nell'A. Testamento
i Padri hanno riscontrato figure e allusioni al Sacrificio
eucaristico. Oggi si considerano vere profezie della S.
Messa due testi, sui quali è concentrata l'attenzione
della Chiesa e dei teologi: Salino 109,4: “Tu sei sacerdote
in eterno secondo l'ordine di Melchisedech". Questo
salmo, che da tutti è ritenuto messianico afferma
tre cose: Cristo è sacerdote e pertanto offre il
sacrificio; Egli compirà questa funzione sacerdotale
per sempre; la sua offerta sacrificale sarà fatta
secondo il rito di Melchisedech (Gen 14,18). L'inciso "ed
era sacerdote dell'Altissimo" suggerisce l'idea di
una oblazione sacrificale di pane e vino, fatta da Melchisedech
per la vittoria di Abramo...
Tale profezia si può ritenere pienamente verificata
soltanto nell'ipotesi che la Messa sia un vero sacrificio;
infatti solamente nella quotidiana offerta del pane e dei
vino consacrati, Cristo appare sacerdote che offre perpetuamente
un sacrificio secondo il rito di Melchisedech.
Nel secolo V a.C., il profeta Malachia, riprendendo la tiepidezza
dei sacerdoti dell'A. Testamento, che offrivano roba di
scarto (animali ciechi, zoppi), così si esprime:
“Io non sono contento di voi, dice il Signore degli eserciti,
io non accoglierò più il sacrificio delle
vostre mani, perchè dall'Oriente all'Occidente il
mio nome è grande fra le genti e in ogni luogo si
sacrifica e si offre al mio nome un'oblazione pura, poichè
grande è il mio nome fra le genti, dice il Signore
degli eserciti” (Mal 1, 10-11).
In questa profezia si parla di un vero sacrificio, che sarà
offerto nell'età messianica, caratterizzata dall'abrogazione
del levitismo, dalla universalità e dalla santità.
La visione profetica di Malachia che vede l'offerta, il
sacrificio puro all'unico Dio, ha il suo compimento perfetto
nella Messa, che da ogni punto della terra e da tutte le
stirpi è offerta come “ostia immacolata" al
Signore.
Il Nuovo Testamento offre indizi certi e apodittiche testimonianze.
Nell'Ultima Cena Gesù compì un vero sacrificio
quando disse che il suo Corpo era “dato”, ed il suo Sangue
era "versato". Queste due espressioni nello stile
biblico, anche separatamente prese (vedi Is 53,12; Mt 20,28;
Rm 8,12; Gal 1,4; 2,20; Ef 5,25; 1 Tm 2,6; Tit 2,14; Eb
10,10; per l'effusione del sangue, vedi Rm 3,25; 5,9; Ef
1,7; 1 Cor 14,20; Eb 9,7; 1 Pt 1, 19; 1 Gv 1,7), indicano
sempre un'immolazione sacrificale. Né si può
ritenere che Gesù volesse alludere all'imminente
sacrificio della Croce, poichè è al presente
che Egli parla: "viene dato" (il suo corpo), “viene
effuso" (il suo sangue). Quindi tutto si riferisce
a quanto avveniva nel momento in cui Gesù parlava.
Proprio in quell'istante Cristo diede l'ordine di rinnovare
quel rito sacrificale: “fate questo in memoria di me"
(Lc 22,19).
La Chiesa pertanto, ripetendo il gesto eucaristico del suo
Fondatore, compie, un vero e proprio sacrificio, quello
stesso che offrì Gesù. Questa interpretazione
sacrificale dell'Ultima Cena viene efficacemente confermata
da altre espressioni del contesto di Lc 22,19: “che per
voi è dato".
Il Corpo del Signore non viene soltanto offerto in cibo
ai discepoli, ma anche dato per loro: evidente allusione
al carattere sacrificale del rito.
Lo, stesso dicasi del Sangue che "per voi viene effuso"
(Lc 22,20). Nello stesso inciso si considera stabilita la
Nuova Alleanza nel Sangue eucaristico, con manifesta allusione
ad Es 28,8. Le due Alleanze sono viste nella prospettiva
sacrificale dell'effusione del sangue delle vittime. In
questo stesso sfondo l'Eucaristia è considerata come
la nuova Pasqua, la quale, nel Sangue dell'unico Agnello
che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29), fa cessare gli
innumerevoli sacrifici della Legge.
S. Paolo (1 Cor 10,20-21) affianca le testimonianze evangeliche:
“…No, ma dico che i sacrifici dei pagani sono fatti a demoni
e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione
con i demoni; non potete bere il calice del Signore e il
calice dei demoni; non potete partecipare alla mensa del
Signore e alla mensa dei demoni".,
L’Apostolo, stabilendo un'antitesi tra i riti pagani e quelli
cristiani, riconosce presso entrambi l'esistenza di un sacrificio.
Un'altra trasparente allusione al Sacrificio della Messa
è in Eb 13,10: "Noi abbiamo un altare dei quale
non hanno alcun diritto di mangiare quelli che sono al servizio
del Tabernacolo". Infatti il realistico, verbo "mangiare"
porta spontaneamente il pensiero all'altare eucaristico,
dove realmente la vittima è consumata, piuttosto
che all'altare della Croce, la cui vittima può dirsi
mangiata soltanto metaforicamente. Cosi come giacciono le
parole (Eb 13,10), c'è l'allusione al culto e sacrificio
eucaristico a confronto con quelli levitici dell'A. Testamento
(Tabernacolo).
Non
cattolico.
Dici molte cose, però a me risulta che la dottrina
della Messa, come è oggi insegnata dalla Chiesa,
è sorta col Conc. del Laterano del 1215, come già
ti ho fatto notare.
Cattolico.
Ancora una volta ti sbagli. Sappi che la Chiesa, obbediente
al comando del Signore “Fate questo in memoria di me"
Lc 22,19; 1 Cor 11,24), subito celebrò l'Eucaristia
a Gerusalemme (At 2,42), a Troade (At 20,7-11), a Corinto
(1 Cor 10,11) e in tutti i luoghi delle sue conquiste. Fin
dal principio circondò il rito della frazione del
pane di cerimonie e di preghiere, nelle quali, in forma
semplice, venne espressa la fede comune che rivive l'indole
sacrificale del culto eucaristico. La Didachè (14,1-3)
affermò che l'Eucaristia è il sacrificio predetto
da Malachia. S. Giustino ne fornì la prima descrizione
liturgica. Con S. Ippolito ne viene introdotto il ricordo
nel primo Canone romano, e con Serapione nasce la prima
anafora orientale.
I SS. Padri d'accordo con la tradizione liturgica e con
i dati neotestamentari, offrono una testimonianza particolareggiata
sull'indole sacrificale dell'Eucaristia e sui suoi elementi
costitutivi. Essi ritengono che la S. Messa è un
vero e proprio sacrificio (S. Ireneo); predetto e prefigurato
nel Vecchio Testamento (Didaché, S. Giustino, S.
Ireneo, S. Cipriano, S. Agostino); istituito da Gesù
Cristo nell'Ultima Cena (S. Ireneo, San Cipriano, Eusebio
di Cesarea); Cristo realmente presente sotto le specie dei
pane è il sacerdote e la vittima del sacrificio eucaristico
(S. Efrem, S. Agostino); come sacerdote offre invisibilmente
(S. Gregorio Nisseno).
L’opera misteriosa dell'Offerente divino appare esternamente
attraverso l'oblazione sensibile dei suoi ministri (S. Cipriano,
Ep. 63,14, PL 4,385; S. Ambrogio, Enarr. in Ps., 38,25,
PL 14,1051-52); come vittima è nuovamente immolato
incruentemente, misticamente, nel Sacramento, nel mistero
(Tertulliano, De Pudicizia, 9 PL 2, 1050; S. Gregorio Nazianzeno,
Ep 171, PG. 37,279; S. Gregorio Nisseno, Pregh. nella Risurrezione
di Cristo, 1 PL 46,61 l; S. Cirillo di. Gerusalemme, Catech.,
23,10 PG 33,1118; S. Ambrogio, De Officiis, 1,48 PL 16,94,
S. Giovanni Crisostomo, De Sacerdotio, 3,4 PG 48,642).
L’immolazione incruenta e sacramentale rappresenta la morte
cruenta del Calvario e ne rinnova perennemente la memoria:
ci parlano di ciò S. Cipriano, Serapione di Thmuis,
S. Agostino.
Alla fine del secolo VI, S. Gregorio Magno, adunando tutti
gli elementi della Tradizione, costruì una sintesi
particolarmente felice su tutto l'argomento che sto trattando.
Non
cattolico.
Troppe cose stai dicendo che forse sono incontrollabili
e forse anche inutili dal momento che i teologi della Chiesa
romana non sono tutti d'accordo su questa dottrina.
Cattolico.
Si, hai ragione, sto dicendo troppe cose. Ma non sei stato
tu a dirmi che la dottrina della Chiesa cattolica sull'Eucaristia
è nata nel 1215? Ebbene io ti stavo rispondendo con
la storia alla mano per dimostrarti che quel che dici non
risponde alla realtà. Per quanto riguarda il disaccordo
di alcuni teologi so che esso è esistito e forse
ancora resta qualche dissidente; ma non c'è da meravigliarsi,
dal momento che tutto il protestantesimo pure si professa
cristiano, ma in pratica non crede alle parole di Gesù.
E' facile capire che, data la profondità del mistero,
di tanto in tanto, c'è qualche spirito che va in
crisi. Infatti certe correnti teologiche vorrebbero modernizzare
la dottrina cattolica sull'Eucaristia. Sembra ad esse, che
il dogma della presenza reale come è inteso fino
ad oggi, sia inteso troppo rozzamente, popolarmente. Riprendendo
l'accusa di fisicismo, già rivolta al dogma della
presenza reale, vorrebbero dame una interpretazione a loro
avviso più elevata, più spirituale: e se essa
si presenta come troppo difficile e astrusa amano ripetere:
"questa verità non è per le masse".
Già Pio XII nella Enciclica Humani generis (22.9.1956)
aveva avvertito il sorgere di tali tendenze che volevano
giustificarsi con il motivo che “la dottrina della transustanziazione
è fondata sopra una nozione della sostanza antiquata
e perciò da emendare"; e nel discorso al Congresso
di liturgia di Assisi aveva preso ad esaminare un'interpretazione
che le si voleva sostituire, secondo la quale la presenza
del Cristo nell'Eucaristia. non sarebbe già per la
transustanziazione, ma per una speciale relazione, reale
ed essenziale, che le specie verrebbero ad acquistare con
il Corpo di Cristo presente nel cielo. Il pontefice esprime
le sue preoccupazioni, constatando che tale interpretazione
ben difficilmente si accorda con le parole di Cristo "questo
è il mio corpo", e che essa “fa uscire - per
così esprimersi - il Cristo dalla Eucaristia e finisce
per lasciare nel Tabernacolo null'altro che le specie eucaristiche,
per quanto aventi una relazione - cosiddetta reale ed essenziale
- col Signore che realmente è nel cielo".
Non
cattolico.
Però i concetti di queste nuove teorie sembrano
rispondere meglio alle vedute umane.
Cattolico.
Può darsi. Ma chi aderisce alla rivelazione, in corti
momenti se non mette da parte le vedute umane per guardare
con occhio soprannaturale alcuni punti della divina parola,
non ci capirà più niente.
Infatti, certi teologi dicono che il concetto di sostanza
è legato ad una filosofia superata e perciò,
per ragioni pastorali, occorre procedere agli opportuni
emendamenti in quanto la mentalità moderna è
sempre più critica e personalistica. E allora, bisogna
tentare di sganciare il dogma da una formula consunta, esprimerlo
in modo migliore per renderlo più accetto al mondo
di oggi.
Questi teologi, in generale, sono mossi da legittime intenzioni
e protestano di accettare il dogma della presenza reale.
Solo vorrebbero - e pretenderebbero di aver raggiunto lo
scopo - dare di esso un’interpretazione oggettivamente migliore
e soggettivamente più conforme alle esigenze del
pensiero moderno. Vediamo di che cosa si tratta.
I nuovi teologi muovono dalla tendenza moderna di accentuare
la centralità della persona in tutta la sfera umana.
Essi vorrebbero presentare il mistero eucaristico in funzione
della filosofia esistenzialistica. Secondo tale filosofia
la presenza di una persona è realizzata non tanto
in grazia dell'in sé e per sé, ma essenzialmente
in grazia del "per altri". Orbene, i nuovi teologi
pongono alla base della loro spiegazione, non il significato
entitativo che il pane riceve dalla sua natura di pane (1
"in sé" del pane), ma il significato antropologico
che esso riceve dal riferimento all'uomo (il "per altri"
del pane). Questo sarebbe il significato più profondo
e addirittura il significato costituente l'autentica realtà
umana del pane.
La realtà fisico-chimica del pane (e similmente dei
vino) acquista un suo significato, nel senso di una sua
realtà umana, attraverso la determinazione che ne
fa l'uomo.
Ora poi nella trasformazione eucaristica il pane non subirebbe
cambiamento nella sua realtà fisico-chimica di pane,
ma nella sua realtà umana, ossia nel suo significato
rispetto all'uomo, in quanto, per la volontà di Cristo
attualizzata dal sacerdote, il pane e il vino, diventano
segno del dono che Cristo fa di sé in nutrimento
della vita soprannaturale. Come i cibi volgari, sulla mensa
dell'ospite cessano di essere cibi volgari e diventano il
segno del suo amore e della sua presenza amorosa, similmente
- in qualche modo - succederebbe per il pane e il vino eucaristici.
Il pane subirebbe non già una transustanziazione
- cambiamento di sostanza -, ma una transignificazione -
cambiamento del profondo significato -.
Non molto diversa è la transfinalizzazione. Come
ogni cosa, anche pane e vino hanno un fine naturale, che
scaturisce cioè dalla loro natura voluta da Dio,
e li caratterizza come pane e vino.
Questi fini naturali consistono nell'essere nutrimento all'uomo.
Mutare questo fine profondo è come mutare il loro
essere profondo, la loro natura. Ciò succederebbe
nell'Eucaristia, dove pane e vino acquisterebbero, per volontà
di Cristo, il nuovo fine di renderlo presente in atto di
offerta e sacrificio a Dio. Anche qui dunque, non già
transustanziazione (cambiamento di sostanza), ma transfinalizzazione
- ossia cambiamento della finalità profonda.
Secondo questi teologi transignificazione e transfinalizzazione
avrebbero il vantaggio di esprimere la presenza del Signore
in termini di persona, mentre la transustanziazione la esprimerebbe
in termini di cosa, e quindi in una maniera meno appropriata.
Queste due interpretazioni, indicate nelle loro linee essenziali
- ma che variano anche notevolmente presso i vari teologi
- hanno simile la motivazione e l'argomentazione. Hanno
però simile anche il lato contestabile. Ambedue,
infatti, venendo incontro all'esigenza personalistica come
é espressa nelle filosofie odierne, condividono di
esse la diffidenza ontologica e le preferenze soggettivistiche.
Il significato ed il fine, che le cose hanno in rapporto
all'uomo e ricevono dalla determinazione dell'uomo, par
tali teologi sono talmente importanti, da potersi dire che
addirittura costituiscono la realtà più profonda
e più vera delle cose. Come è chiaro, qui
viene minimizzato e addirittura obliterato l'aspetto oggettivo,
entitativo, che le cose hanno per se stesse, per loro natura.
Ma finchè distinte rimangono la realtà e la
sostanza del pane dal significato che esso può ricevere
e dal fine cui esso può venir piegato sia dall'intenzione
dell'uomo sia dalla volontà di Dio, transfinalizzazione
e transignificazione non potranno equivalere a transustanziazione.
Non
cattolico.
Non ti nascondo che queste teorie effettivamente esprimono
realtà più umane ed accettabili. Come mai
la Chiesa cattolica le respinge?
Cattolico.
La ragione è molto semplice: perchè esse non
rispondono alla mente di Cristo e alle parole lasciateci
dagli scrittori sacri. Se, infatti, transignificazione e
transfinalizzazione, sono quello che abbiamo detto, che
senso può ancora avere la solenne definizione tridentina
che afferma nel mistero eucaristico aver luogo una “mirabile
e singolare conversione di tutta la sostanza del pane nel
corpo e di tutta la sostanza del vino nel sangue di Cristo"
? Come possono le parole "significato" e "fine"
soggettive, assumersi come equivalenti delle parole “sostanza"
e "realtà" oggettive? Come può dirsi
che il cambiamento di significato e di fine equivalga al
cambiamento della sostanza, e che per il fatto che pane
e vino significano il corpo e il sangue o hanno per fine
la presenza di Cristo nell'anima, per questo fatto si possa
dire che in essi è contenuto "veramente, realmente,
sostanzialmente" Cristo?
Non
cattolico.
Nonostante tutto quello che dici, io ammiro l'audacia
e anche la profondità di questi nuovi teologi.
Cattolico.
Già ti ho detto che le intenzioni di tali autori,
sono rette; ma esse finiscono con lo svuotare di significato
quella presenza reale che pure volevano rendere intelligibile;
non riescono, quindi a distinguersi dalle interpretazioni
puramente simboliche. "Senza dubbio - dice la Mysterium
Fidei, 24, di Paolo VI - le specie del pane e del vino,
avvenuta la transustanziazione, acquistano un nuovo significato
e un nuovo fine, non essendo più l'usuale pane e
l’usuale bevanda, ma il segno di una cosa sacra e il segno
di un alimento spirituale; ma intanto acquistano nuovo significato,
e nuovo fine, in quanto contengono una nuova realtà
che giustamente nominiamo ontologica" ed è realtà
del Corpo e del Sangue di Cristo. Come a proposito del simbolismo,
non si nega che l'Eucaristia sia simbolo, ma si nega che
si riduca a simbolo; così a proposito della transignificazione
e della transfinalizzazione, non si nega che il pane e il
vino consacrati acquistino un nuovo significato o un nuovo
fine, ma si nega che in tal nuovo significato e in tal nuovo
fine la trasformazione eucaristica si risolva e consista.
Anche qui - come si è visto per il simbolismo - si
passa dal pane e vino significanti, alla grazia significata,
mettendo fra parentesi la realtà del Cristo che è,
viceversa, la singolarissima caratteristica esclusiva di
questo Sacramento.
Non
cattolico.
A me pare che la Chiesa cattolica sia troppo esigente
e cada nel difetto del formalismo.
Cattolico.
Attenzione, caro fratello. Qui non si tratta di formalismo
ma di sostanza e di essenza. Il Magistero ammette, in linea
di principio la perfettibilità delle formule dogmatiche,
ma richiama contemporaneamente gli studiosi ad una grande
prudenza, perchè troppo facilmente il cambiamento
delle formule e delle parole non è senza cambiamento
del contenuto e del senso del dogma definito. Ciò
è da ripetersi, con più forte ragione, a proposito
del mistero eucaristico. Dice Paolo VI (M. Fidei, 9): "Salva
l'integrità della fede, è necessario serbare
anche un esatto modo di parlare, affinchè usando
parole incontrollate non ci vengano alla mente ... false
opinioni riguardo alla fede dei più alti misteri".
Questo spiega la tenace insistenza con cui il Magistero
ha sempre difeso l'uso della parola tridentina "transustanziazione".
La ripete Pio XII nella Humani generis, la ribadisce nella
Medator Dei, la riprende Paolo VI nella Mysterium Fidei.
Lo stesso pontefice (Paolo VI), parlando in una udienza
generale, a proposito dello zelo della Chiesa nel conservare
l'integrità del messaggio rivelato, ebbe a dire:
“Le formule stesse in cui la dottrina è stata meditatamente
e autorevolmente definita non si possono abbandonare: a
questo riguardo il Magistero della Chiesa, anche a costo
di sopportare le conseguenze negative dell'impopolare involucro
della sua dottrina, non transige, non può fare altri
menti. Gesù stesso, dei resto, ha sperimentato la
difficoltà del suo insegnamento" (4.12.968).
A costo dell'impopolarità: la Chiesa non cerca la
popolarità, ma insegna la verità. In conclusione,
non sembra che si debba fare un grande guadagno sostituendo