"Sorga il Signore e siano dispersi i suoi nemici"

 


 

 

 

 

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L'Eucaristia e la Santa messa

A cura di frà Tommaso Maria di Gesù dei frati minori rinnovati
Via alla Falconara n° 83 - 90100 Palermo - Tel. 0916730658

Non cattolico. Ed ora vorrei farti alcune domande e obiezioni su un altro Sacramento: l'Eucaristia e la Messa. Voi dite che Gesù è vivo e vero, in corpo, sangue, anima e divinità nell'Eucaristia, che questo miracolo è chiamato "transustanziazione", parola ignorata prima del dodicesimo secolo. In conseguenza, il sacerdote, nel celebrare la Messa, afferma di rinnovare, senza spargimento di sangue, il sacrificio di Cristo e lo offre al Padre.

Cattolico. Esattamente noi crediamo tutto questo, secondo gli insegnamenti abbastanza chiari e precisi che leggiamo nel N. Testamento.

Non cattolico. Ma tu sai quando è sorta la dottrina sulla messa, come è oggi insegnata?

Cattolico. Si, già te l'ho detto, è sorta con la dottrina insegnataci da Nostro Signore Gesù Cristo, riportataci fedelmente dai tre sinottici e da S. Paolo e di cui S. Giovanni l'evangelista nel Capitolo 6 ci offre meravigliosi annunzi.

Non cattolico. Sappi che la data di nascita della dottrina della transustanziazione risale al IV Concilio del Laterano nel 1215. Prima di allora si era liberi di crederci o di respingerla.

Cattolico. Carissimo fratello, ti prego di ascoltarmi, perchè le tue idee e convinzioni si adeguino non alla tua fantasia ma alla storia che parte da Cristo ed arriva sino a noi.
Infatti, questa verità non fu mai posta in dubbio o negata dai credenti. Soltanto nel secolo XI incominciarono reticenze, equivoci, contestazioni, che, purtroppo, culminarono nel noto protestantesimo del secolo XVI. I padri dei protestantesimo variamente respinsero la verità cattolica. Lutero respinse la transustanziazione, non la presenza reale; Calvino e Zuiglio respinsero anche la presenza reale. Calvino riducendola ad una presenza spirituale dinamica, Zuiglio ad una presenza simbolica. E le varie professioni protestantiche moltiplicarono poi le varie interpretazioni, tutte concordi nel respingere la verità cristiana, ossia cattolica, apostolica, romana. Sappi però che l'istituzione dell'Eucaristia - questa realtà, la più sublime e ineffabile, in cui culmina l'amore di Dio per gli uomini - non è stata il prodotto di uno slancio passeggero di sentimento del Divin Salvatore. No. Essa risponde a un grande disegno di Dio già prestabilito e manifestato nei secoli precedenti.
La prima figura la troviamo ai primordi del mondo, e fu l'albero della vita, posto da Dio nel Paradiso terrestre, il quale aveva la virtù di far crescere l'uomo sempre vegeto, robusto, comunicandogli il dono della incorruttibilità e immortalità... Altra figura incontriamo nel pane e nel vino, che offrì al Signore il sacerdote Melchisedech... Andando avanti nei secoli, altre due figure furono l'Agnello pasquale e la Manna del deserto: l'Agnello pasquale, che per gli Ebrei era tutto insieme, vittima e alimento... e liberò infine il popolo del Signore dalla schiavitù di Egitto col suo sangue segnato sulle porte.... La Manna del deserto che conteneva ogni più delizioso sapore, ecc... Altre figure: l'Arca dell'Alleanza, i pani della propiziazione, il capro emissario che cadeva vittima di espiazione per tutte le iniquità del popolo.
Nel Nuovo Testamento troviamo: la conversione dell'acqua in vino alle nozze di Cana; la moltiplicazione dei pani... e, più di tutto, i discorsi del Salvatore ai discepoli e alle turbe, dove si trovavano le più chiare promesse..

Non cattolico. Mi pare che stai dicendo molte cose, ma vuoi eludere la mia obiezione.

Cattolico. Ti prego di ascoltarmi e vedrai che io sto rispondendo esattamente alle tue obiezioni. Tu dici che i fedeli prima del 1215, data del Concilio Lateranense IV, erano liberi di credere al mistero eucaristico, ed io ti sto provando che il mistero eucaristico era stato già predisposto dalla Divina Sapienza e Misericordia. Se poi passiamo ai primi tempi del Cristianesimo troviamo che i fedeli erano certi della fede che professavano in questo grande mistero. Se leggiamo solo il capitolo 66 della prima apologia di S. Giustino, scritta appena 150 anni dopo Cristo, possiamo vedere quale tranquilla sicurezza del dogma eucaristico possedevano le antiche comunità cristiane. S. Giustino descrive l'adunanza e la celebrazione della S. Messa, e a proposito dell'Eucaristia scrive che "non è lecito partecipare ad alcuno, se non a chi crede essere vero ciò che è insegnato da noi, e ha ricevuto il battesimo... e vive così come Cristo ha insegnato". Egli asserisce che la verità circa il pane e il vino eucaristici non si conosce se non per la fede, e che per ricevere l'Eucaristia occorre essere battezzati ed essere in grazia di Dio, “poichè noi non la riceviamo come pane consueto né consueta bevanda; ma come abbiamo appreso che, per il Verbo di Dio, il nostro Salvatore Gesù Cristo fatto uomo ebbe carne e sangue per nostra salvezza, così abbiamo appreso che quel cibo consacrato con la prece delle parole da Lui stesso proferite e dal quale il nostro sangue e le nostre carni sono nutrite per assimilazione, è carne e sangue di quel Gesù che si è fatto uomo".

Non cattolico. E io ti dico che la dottrina della transustanziazione è stata inventata dal Con. Laterano IV del 1215.

Cattolico. Caro fratello, spero di chiarire con poche parole la tua obiezione. Tu parli di dottrina della transustanziazione come se soltanto dopo l'approvazione del Concilio Laterano IV si è incominciato a credere nella presenza reale di Gesù nell'Eucaristia. E questo è un grave errore. Già ti ho detto che S. Giustino insegnava nel 150 il cambiamento del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Gesù dopo la consacrazione. Non ti ho ancora dimostrato che tali affermazioni sono contenute con tutta chiarezza nei sinottici ed in S. Paolo. Ora, voglio farti capire che nel 1215 non fu inventata una dottrina che esisteva già da 1215 anni, ma fu approvata soltanto la parola "transustanziazione" che etimologicamente e sinteticamente indicava molto bene quello che si esprimeva, o si esprime, con molte più parole, ossia il cambiamento della sostanza del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di N.S. Gesù Cristo. Mi sono spiegato?

Non cattolico. Si, ti sei spiegato ed ho capito quello che vuoi dire, soltanto che quello che credi e mi vuoi far credere non è esatto. Perchè il vero significato delle parole di Gesù: "Questo è il mio corpo... questo è il mio sangue" (Mt 26,26), e le altre: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo, e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi” (Gv 6,53), hanno tutt'altro significato. Infatti è lo stesso Gesù che le ha immediatamente chiarite dopo averle pronunciate, dicendo: “Fate questo in memoria di me". Se avesse voluto indicare il miracolo della transustanziazione, avrebbe detto: “Fate questo in sacrificio di me". Perciò queste parole sono una delle tante immagini che Gesù adoperava, come: “Io sono la vera vite, io sono la porta". Non è che Gesù intendesse trasformarsi materialmente in porta o in una vite o nel pane o nel vino.
I Giudei, al contrario avevano interpretato materialmente le parole di Gesù, e dicevano: "Come mai può costui darci a mangiare la sua carne?" (Gv 6,52). Perciò Gesù cerca di illuminarli: "E' lo spirito quel che vivifica; la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette, sono spirito e vita" (Gv 6,5 3).

Cattolico. Queste tue obiezioni mi richiamano alla mente quelle che mi facesti sulla Confessione quando affermasti che le parole di Gesù "a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi li riterrete saranno ritenuti” (Gv 20,23), non significano quello che leggiamo e che Gesù ci ha voluto dire, ma semplicemente quello che dicono i protestanti e cioè: “quando un cristiano annunzia l'Evangelo della grazia, egli scioglie le anime dai loro peccati...”. A queste tue obiezioni così strane risposi. Cosa risponderò alle tue obiezioni sulla SS. Eucaristia non meno strane e antievangeliche di quelle fatte sulla Confessione?

Non cattolico. Si, appunto, cosa mi risponderai?

Cattolico. Certamente non con mie vedute e interpretazioni personali o cervellotiche, ma con le parole stesse di Gesù.
Ecco, noi cattolici "Crediamo presente nell'Eucaristia - professa il Concilio Tridentino - quel medesimo Dio, che l'eterno Padre introdusse nel mondo dicendo “Lo adorino tutti gli Angeli di Dio”; che i Magi adoravano prostrati; che la Scrittura attesta essere stato adorato dagli apostoli in Galilea..." (D.B. 878).
Le parole dette da Gesù sono ripetute dai tre sinottici e da S. Paolo (cf Mt 26,26-28; Mc 14,22-24; Lc 22,19-20; 1 Cor 11,23-25). Per chiarire l'argomento e per non dilungarmi troppo, riporterò solo il testo di S. Matteo che è quasi identico negli altri tre su ricordati.
Ecco le parole di S. Matteo (26,26-28): "Ora, mentre essi mangiavano, avendo Egli
preso del pane e detta una benedizione, lo spezzò e, dandolo ai discepoli disse: 'Prendete, mangiate: questo è il mio corpo. E avendo preso un calice, rese grazie, lo diede loro dicendo: "Bevetene tutti, perchè questo è il mio sangue della nuova alleanza, che è versato per molti in remissione dei peccati”.
Le parole di Cristo sono chiare e non lasciano dubbi. Ma la sofisticheria e la sottigliezza dell'ingegno umano possono problematizzare tutto: non ci sono filosofi scettici che mettono in dubbio e contestano anche le verità naturali più comuni? più semplici, più evidenti? Ma chi vuole usare la propria ragione secondo le norme di una esigente e onesta critica, non potrà intendere le parole di Gesù altrimenti che nel senso in cui gli Apostoli, gli Evangelisti, i fedeli, la Chiesa le hanno sempre intese. Lo stesso Lutero scrive in una lettera: "Devo confessare che se qualcuno mi avesse potuto persuadere che nel sacramento non c'è nulla tranne pane e vino, costui mi avrebbe fatto un gran favore... ho sudato molto intorno a questo punto, ho cercato tutti i modi per districarmi... ma vedo che non c'è nessuna via di uscita; il testo evangelico è troppo chiaro e lampante". Sarebbe forse difficile pensare che gli apostoli, ancora rozzi e scarsamente aperti alle cose soprannaturali - come rimasero fino al giorno della Pentecoste - immediatamente comprendessero e accettassero il mistero che il Cristo loro annunciava compiuto nel pane e nel vino in quella cena pasquale, se non supponessimo che Gesù ve li avesse da lungo tempo preparati. Quante volte, in maniera progressiva, Gesù avrà loro parlato del mistero eucaristico!
Come ne parlasse una volta, S. Giovanni (nel Capi. 6) ce lo riferisce: è stato un momento importante della preparazione, forse il momento decisivo. Prendendo occasione dal miracolo compiuto col moltiplicare pani e pesci per dare da mangiare alla folla che lo aveva seguito, Gesù introduce il discorso eucaristico passando da pane a pane, da cibo a cibo. Dice agli ascoltatori che avevano ripassato il lago, dopo il miracolo, per cercarlo:
“Voi mi cercate perchè vi ho saziato con quei pani, ora non bisogna cercare il cibo che perisce, ma quello che dura sempre; e perciò bisogna credere in Colui che Dio ha mandato.
Quale segno - chiesero gli ascoltatori - farai perchè ti crediamo? I nostri padri ebbero da Mosè il segno della manna, il pane venuto dal cielo, di cui mangiarono. E Gesù: non già Mosè vi ha dato il pane del cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane del cielo. E aggiunge: “Io sono il pane di vita”. La gente mormorava perchè Gesù aveva detto di essere “il pane del cielo"; e si dicevano l’un l'altro: non è questi il figlio di Giuseppe, che noi bene conosciamo? e come viene a dirci che è disceso dal cielo? Ma Gesù li rimprovera: “Non mormorate tra voi", e procede esponendo più esplicitamente l'insegnamento eucaristico. Riporto solo le parole culminanti: “Io sono il pane della vita... sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che lo darò è la mia carne (sacrificata) per la vita del mondo".
Allora gli ascoltatori più che mai a mormorare e discutere: "Ma come può costui darci da mangiare la sua carne?" Come si vede, la domanda era esplicita, chiara e persino ingenua e rozza. Gli ascoltatori avevano proprio inteso grossolanamente che avrebbero mangiato la carne di Gesù. Doveva dunque Gesù subito dissipare quei grossolano equivoco, quella rozza fantasia; e gli ascoltatori aspettavano che lo facesse chiarendo non doversi le sue parole intendere alla lettera, doversi interpretare in senso figurato, metaforico. E invece no: invece proprio il contrario. Gesù fa di tutto per fissarli in quella loro persuasione. Non ha parlato in senso figurato e metaforico, ma in senso proprio, in senso realistico. E ribadisce con la solenne autorità della formula quale risuonava soltanto sulle sue labbra, né mai era risuonata sulle labbra dei profeti, anche dei più grandi come Elia o Giovanni: "in verità vi dico". Risponde dunque Gesù: “In verità, in verità vi dico. se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna... perchè la mia carne è veramente cibo e il mio sangue è veramente bevanda.".
Ce n'era abbastanza da stordire e scandalizzare gli ascoltatori. E difatti molti dei suoi discepoli esclamarono: "Questo linguaggio è duro, chi lo può accettare?” e molti si ritrassero e non andarono più con lui. ""Allora Gesù disse ai dodici: volete andarvene anche voi? Simon Pietro gli rispose: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna, e noi abbiamo creduto e conosciuto che Tu sei il Santo di Dio".
Nessuna geniale invenzione avrebbe potuto meglio che questa storica narrazione metterci di fronte al problema della realtà eucaristica. Gesù fa un'affermazione paradossale: Egli è il pane di cui bisogna nutrirsi. L'intelligenza umana si rifiuta di credere: la cosa proposta è troppo inverosimile. Gesù viene quindi invitato a temperare le sue affermazioni, a renderle plausibili. Gesù invece insiste: è così: Io sarò il pane da mangiare e chi mi mangerà avrà la vita eterna. E allora l’intelligenza si rifiuta, la volontà si inalbera: non accettano.

Non cattolico. Ma non ti sembra logico e umano questo rifiuto?

Cattolico. Umanamente parlando sembra logico. Infatti intorno a Gesù incominciano le diserzioni, si sta facendo il vuoto. Forse che Egli desiste dalla sua strana affermazione? No, anzi la riconferma: è disposto ad essere abbandonato da tutti, anche dai discepoli, anche dai dodici, ma non ritira una parola di quanto ha detto. Pone piuttosto proprio su queste parole la questione di fiducia: “Volete andarvene anche voi?" Dove l'intelligenza non basta, soccorre la fede.
Simone, la pietra, la roccia della fede, risponde per tutto il popolo cristiano: anche per noi, quindi, che facciamo nostra questa sua professione, questo suo abbandono fiducioso, questa sua completa dedizione del pensiero e della volontà alla sapienza e alla potenza dell'Uomo-Dio. Credo, crediamo, perchè Tu lo hai detto, Tu che solo hai parole di verità: la sola fede basta.

Non cattolico. Ma Gesù parlava in senso figurato, come quando ci dice di essere porta o vite. Qui non significa proprio mangiare, è tutto un simbolismo.

Cattolico. Io devo dirti con tutta franchezza che credo fermamente in Gesù, ed è chiaro che di fronte a queste parole riferiteci da S. Giovanni, ogni riserva cade. Si è voluto sofisticare sulla possibilità di un senso figurato dell'espressione "mangiare la carne, bere il sangue". Invano, poichè il significato figurato di tali espressioni aramaiche sarebbe quello di calunniare e perseguitare. Onde Gesù avrebbe detto: “Chi non mi calunnia e non mi perseguita non avrà la vita; chi mi calunnia e mi perseguita rimane in me e io in lui”.

Non cattolico. Guarda che Gesù ha ben chiarito il senso delle sue espressioni quando ha precisato: "E' lo spirito che vivifica, la carne non giova a nulla; le parole che io vi dico sono spirito e vita" (Gv 6.,63).

Cattolico. Anche questa tua obiezione cade, perchè le parole di Gesù alludono al modo mistico della reale presenza, da non scambiarsi per il modo fisico, quasi che la carne per essere vero cibo dovesse presentarsi sotto forma fisica della carne e il sangue sotto forma fisica del sangue, come intendevano senza dubbio gli ascoltatori. Ma non smentiscono il senso reale delle parole, le quali appunto in senso reale furono interpretate sia da coloro che perciò appunto lo abbandonarono, sia da coloro che perciò appunto sentirono di dover superare il senso e la ragione con l'atto di fede.

Non cattolico. Anch'io credo in Cristo, ma non posso pensare che Egli sia davvero una porta e una vite quando fa tali affermazioni.

Cattolico. Il simbolo o il significato di porta e di vite di cui parla Gesù è così ovvio che mi sembra di fare questioni inutili ed oziose. Basta leggere testo e contesto di Gv 10,1-9 e 15,1-8, per capire subito che Gesù parla in senso figurato. Infatti, in Gv 10, 1 -9, Egli parla di ovile, di porta, di pecore, di pastori veri e non di mercenari, ma il pubblico e i farisei non lo compresero: "... Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che loro diceva..." (versetto 6).
In Gv 15,1-8, Gesù parla della vera vite Gesù e del Padre che ne è il Vignaiolo, e
che toglie ogni tralcio infruttifero, mentre pota ogni tralcio buono perchè porti più frutto. Anche qui la similitudine è chiara: non credo che ci siano persone che possano equivocare il Padre con un vignaiolo, o un uomo con un tralcio, o Cristo con una vite!...

Non cattolico. Ebbene, come capisci che qui si tratta di similitudini e non di realtà, perchè non riesci a capire che nello stesso modo stava parlando Gesù quando diceva di essere Egli stesso raffigurato nel pane e nel vino?

Cattolico. Io comprendo che stiamo trattando uno degli argomenti più misteriosi della fede cristiana, comprendo anche le difficoltà per la nostra mente umana di accettare parole così contrarie al nostro senso umano, ma la realtà del discorso di Gesù, ti ripeto, è sconcertante: Egli fa un'affermazione paradossale. E a chi chiede chiarimenti ribadisce: “la mia carne è veramente cibo ed il mio sangue è veramente bevanda”.
Nel contesto, nella condotta e nella dottrina degli apostoli, nelle istituzioni e nella catechesi della Chiesa primitiva le parole del Cristo furono sempre intese nel senso reale. Diremo che quelli si sono sbagliati, e che i testimoni hanno fatto testimonianza falsa, e che i maestri di verità hanno insegnato l'errore, per il solo fatto che un uomo o alcuni uomini, venuti dopo oltre 1500 anni, tale significato vogliono respingere?
Costoro, a tanti anni di distanza, meglio comprenderebbero quello che non avrebbero compreso i contemporanei, i discepoli, i commensali, gli amici ai quali Gesù stesso disse: “Vi ho chiamati amici perchè vi ho fatto conoscere tutto quello che ho udito dal Padre mio"? (Gv 15, 15).
Che se poi ci rivolgiamo al primo teologo, all'apostolo teologo, a S. Paolo avremo riconfermato, se ce ne fosse bisogno, il senso realistico delle parole di Gesù. Infatti, Paolo rimprovera i Corinzi (cf 1 Cor 10,16) per taluni abusi introdotti nelle loro celebrazioni eucaristiche e dice queste parole: “Il calice di benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione al sangue di Cristo? e il pane che spezziamo non è forse comunione al corpo di Cristo?". E più avanti, dopo aver riferito con le parole dell'istituzione dell'Eucaristia nell'ultima cena, così redarguisce coloro che la ricevono indegnamente: “Chiunque avrà mangiato questo pane o bevuto il calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore". E prosegue: "ognuno dunque esamini se stesso e così mangi di quel pane e beva di quel calice. Poichè chi mangia e beve indegnamente, si mangia e si beve la sua condanna, non distinguendo il corpo del Signore" (1 Cor 11,27-29).
Non è facile trovare un'altra delle fondamentali e difficili verità della fede, che sia, come questa, così abbondantemente e chiaramente espressa negli scritti del Nuovo Testamento, e così sicuramente documentata nella storia della Chiesa primitiva e della Chiesa antica.

Non cattolico. Ma tu capisci dove si va a finire interpretando le parole alla lettera ?

Cattolico. Lo capisco benissimo e ti dico pure che se la S. Scrittura e la tradizione possono bastare per assicurarci della presenza reale di Cristo nell'Eucaristia, la nostra ragione è invitata, dietro la guida lasciataci da Gesù, il Magistero, a cercar di penetrare qualche poco nelle modalità di tale presenza.

Non cattolico. Sono curioso e desideroso di sapere in qual modo si possa parlare della presenza reale di Gesù nel pane e nel vino.

Cattolico. Ti rispondo con le parole di Paolo VI, traendole dalla Enciclica Misterium Fidei, con la quale il papa passa in rassegna i vari modi secondo i quali Cristo è presente alla sua Chiesa.
"Cristo è presente alla sua Chiesa che prega... che esercita le opere di misericordia... che predica... che regge e governa il popolo di Dio... è presente alla sua Chiesa pellegrina anelante al porto della vita eterna... è presente alla sua Chiesa che in suo nome celebra il sacrificio della Messa e amministra i sacramenti...”.
In ciascuno di questi atteggiamenti della sua Chiesa Cristo è presente in un determinato modo.
“Ma ben altro è il modo veramente sublime, con cui il Cristo è presente alla sua Chiesa nel sacramento dell'Eucaristia... tale presenza si dice “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano reali, ma per antonomasia, perchè è anche corporale e sostanziale, e in forza di essa Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente” (cf M. Fidei, pag. 17-20).

Non cattolico. A me sembra molto più logico pensare ad un simbolismo, anziché ad un fisicismo e materialismo, giacché la presenza eucaristica di cui parla la Chiesa cattolica sfugge, per sua natura, a ogni possibile relazione col mondo dei corpi.

Cattolico. Chi pensa e afferma queste cose, praticamente percorre le vie già battute dai "riformatori" del secolo XVI, anche se con un vocabolario e con un apparato scientifico rinnovato.
Per taluni, infatti, la presenza reale del Cristo non si può dire presenza corporale perchè la condizione del Corpo glorioso di Cristo sfugge ad ogni relazione col mondo fisico.
Si potrebbe dire - secondo questa sentenza - che il Corpo di Cristo goda di una certa ubiquità od onnipresenza, senza nessun rapporto con particolari corpi.
Paolo VI (M. Fidei, 21) risponde: “Malamente qualcuno spiegherebbe questa forma di presenza, immaginando il Corpo di Cristo glorioso di natura pneumatica (spirituale) onnipresente". Malamente, poichè in tal caso non si potrebbe dire “questo è il mio corpo", e l'eventuale presenza di Cristo nell'anima sarebbe spirituale e immediata, anche se occasionata dal pane e dal vino che la significherebbero efficacemente.
Come è chiaro, siamo sulla via dei simbolismo: via già denunciata da Pio XII nell'enciclica Humani generis (16), quando deplorava che alcuni volessero correggere la dottrina tradizionale della presenza eucaristica "in modo da ridurre la presenza reale di Cristo nell'Eucaristia a un simbolismo per cui le specie consacrate non sarebbero altroché segni efficaci della presenza di Cristo e della sua intima congiunzione con i fedeli membri del corpo mistico".

Non cattolico. Ripeto, sono ancora convinto che bisogna più appoggiarsi al simbolo - per
capire la presenza di Cristo nell'Eucaristia - che alla realtà fisica la quale ci porterebbe fuori della ragione.

Cattolico. Ti rispondo. Che la SS. Eucaristia abbia significato simbolico è dottrina molto sviluppata dai Padri e dai Dottori e sancita dal Tridentino, quando dice, per es., che Cristo ha lasciato l'Eucaristia alla Sua Chiesa "come simbolo dell'unità di quel corpo di cui Egli è il capo" (D.B. 875); oppure che l'Eucaristia, come tutti i sacramenti, "è simbolo di una realtà sacra; è visibile forma della grazia invisibile" (D.B. 676). Ma se l'Eucaristia è simbolo, essa è anche "memoriale della sua morte, ... pegno della gloria futura... antidoto contro le quotidiane colpe... e cibo spirituale dell'anima...". Così lo stesso Concilio (D.B. 875), il quale finisce poi per fermarsi di preferenza proprio sul punto della natura di questo cibo spirituale asserisce, che è lo stesso corpo e sangue di Cristo "veramente, realmente, sostanzialmente" presente sotto le specie, come affermano i sinottici e San Paolo.

Non cattolico. Da una parte affermi il simbolismo e dall'altra lo neghi.

Cattolico. Non si tratta di negare il simbolismo, che è uno degli aspetti fondamentali dell'Eucaristia, ma si tratta di intenderlo esattamente e, soprattutto, di non ridurre esclusivamente ad esso la natura ed il significato dell'Eucaristia.
"L'errore - dice la M. Fidei, 4 - sta nell'insistere sulla ragione di segno sacramentale come se il simbolismo, che certamente tutti ammettono nella SS. Eucaristia, esprimesse esaurientemente il modo della presenza di Cristo in questo sacramento".
Proprio in ciò sta la peculiarità che distingue l'Eucaristia da tutti gli altri Sacramenti nei quali la materia, le cose e i gesti visibili sono della grazia, che generano, appunto, soltanto simboli, per quanto efficaci. Nell'Eucaristia la materia, le cose - pane e vino - non sono soltanto simboli della grazia che producono, ma si trasformano nella loro realtà ontologica diventando la sostanza stessa - corpo e sangue e anima e divinità - di Cristo, del datore della grazia, e solo attraverso questa trasformazione producono nell'anima quella grazia che simboleggiano. Orbene, ogni interpretazione puramente simbolica del mistero eucaristico tende a obliterare questo momento tipico ed esclusivo dell'Eucaristia e passa subito dal simbolo alla grazia simboleggiata: questa sarebbe ciò che si intende col nome di cibo dell'anima, di carne e sangue di Cristo, rispetto ai quali il pane e il vino avrebbero soltanto ragione di rappresentazione, segno, simbolo.

Non cattolico. Devo ancora contraddirti perchè il consenso di alcuni Padri della Chiesa, come quello del papa Gelasio I, è nettamente contrario alla dottrina della cosiddetta transustanziazione.
- S. Agostino (c. anno 400), parafrasando le parole di Gesù scrive: "Comprendete in senso spirituale quello che vi dissi. Non mangerete questo corpo che vedete, e non berrete questo sangue che sarà sparso da quelli che mi crocifiggeranno. Vi ho raccomandato un sacramento che vi darà la vita, se lo intendete spiritualmente e, quantunque sia necessario celebrarlo in modo visibile, bisogna tuttavia intenderlo spiritualmente" (Enarrationes in salmos, 98,9).
- S. Giovanni Crisostomo (344-407): “Prima della consacrazione lo chiamiamo pane, ma poi... perde il nome di pane e diventa degno che lo si chiami il Corpo del Signore, sebbene la natura del pane continui tale in esso" (Epistola a Cesario, ediz. Wake, p. 137, citato da: U. Janni, La cena del Signore, Torre Pellice, Ed. "La Luce", 1925, p. 83).
- Teodoreto, vescovo di Ciro (393-458): “I simboli mistici il pane e il vino non abbandonano la loro natura dopo la consacrazione, ma conservano la sostanza e la forma in tutto come prima" (Dialogus, Liber H; citato da U. Janni, op. cit., p. 84).
- Gervasio I, Papa: “Il sacramento del corpo e del sangue di Cristo è veramente una cosa divina; ma il pane e il vino conservano la loro sostanza nella natura del pane e del vino, e la celebrazione del santo mistero non è certo che una immagine o una similitudine del sacrificio del corpo e del sangue di Gesù" (De duobus naturis in Christo [circa anno 496]. Vedi: Biblioteca Patrum, Lione, t. VIII, cit. da Jean Augustin Bost in: Dictionaire d'historie ecclésiastique, Ginevra, 1884).

Cattolico. Ti prego di ascoltarmi con molta attenzione perché quanto sto per dirti non è mia personale invenzione, o semplicemente un modo qualunque di difendere la verità. Si tratta di constatazioni fatte da studiosi e dal Magistero ecclesiastico.
E' scontato che tutti i santi e i Padri antichi hanno creduto alla SS. Eucaristia così come è creduto oggi dalla Chiesa cattolica ed apostolica, però bisogna pur dire, ad onore della verità che nulla toglie all'unicità della fede, che nei primi tempi non c'era ancora un'appropriazione di termini precisi e teologici, per cui molte frasi oggi possono sembrare, e sono, poco esatte per indicare il mistero profondo dell'Eucaristia.
Presso taluni Padri, tanto latini quanto greci, talora il pane e il vino sono detti rappresentare il corpo e il sangue di Cristo, sono pure detti figura e simbolo del corpo e sangue di Cristo. Ma il significato di tali espressioni non indica un'interpretazione puramente simbolica dell'Eucaristia, sia perché tali espressioni si trovano occasionalmente in trama di pensiero nettamente ortodossa, in cui il significato della presenza di Cristo nell'Eucaristia ha un senso reale e letterale; sia perché quelle stesse espressioni assumono un significato ortodosso: il pane e il vino vengono detti rappresentazione e figura dei Corpo e Sangue di Cristo, in quanto esprimono o indicano visibilmente il Corpo e il Sangue invisibilmente presenti nell'Eucaristia: è il visibile segno dell'invisibile realtà - Carne e Sangue di Cristo - presente in esso. Non possono, dunque, i simbolisti appoggiarsi a queste espressioni dei Padri, per autorizzarsi a manomettere il dogma della presenza reale.
Come sia da intendere il simbolismo dell'Eucaristia, lo dice chiaramente Paolo VI: "Le apparenze sensibili restano quelle che erano, pane e vino: ma la loro sostanza, la loro realtà è intimamente cambiata; quelle restano solo per significare ciò che le ha definite la parola onnipotente, perchè divina, di Gesù: corpo e sangue" (Giovedì Santo, 26.3.1970).
I personaggi da te citati - nelle loro espressioni da te ricordate, pur accettando che le parole siano autentiche - hanno anche delle espressioni che lasciano chiaramente comprendere la loro ortodossia. Infatti papa Gelasio sente che il sacramento dell'Eucaristia è una cosa veramente divina; S. Agostino intuisce molto bene il mistero e cerca di far capire ai fedeli che la manducazione non deve intendersi nel senso materiale pur dando, nella sua realtà, la vita... Lo stesso S. Giovanni Crisostomo non fa altro che annunciare la stessa verità e realtà pur non usando quelle parole più proprie, di specie o apparenze, che la teologia eucaristica ha sempre meglio esplicitate da un concilio all'altro. S. Tommaso d'Aquino ci dice che visus, tactus, gustus in te fallitur, ossia: vedo pane, tocco pane, gusto pane (e vino), ma non è né pane e né vino quello che io vedo, tocco e gusto, ma il Corpo e il Sangue di Cristo.
Lo stesso dicasi dei Vescovo di Ciro Teodoreto. Egli dice che il pane ed il vino conservano la sostanza e la forma, cioè restano apparentemente quello che erano prima e perciò li chiama simboli mistici. Tutti i vescovi suddetti erano ortodossi e credevano fermamente alla presenza reale di Gesù nell'Eucaristia. S. Tommaso, che è di un'altra epoca, ha saputo usare parole più chiare e convincenti.
Di Papa Gelasio I sappiamo che oltre ad essere santo, è stato autore del famoso Sacramentario gelasiano, il primo Sacramentario romano; egli fu omelista, liturgista, innologo... il più famoso scrittore fra i suoi antecessori; egli appare come il dottore, il teologo e lo storico del suo tempo. Si sa dalla storia che i suoi scritti spesso furono dai gallicani (francesi) un pò manomessi...
Per le sue ottime qualità di talento e di scrittore i suoi contemporanei nel loro entusiasmo lo acclamarono "Vicario di Cristo e Apostolo Pietro". La successiva generazione, nella persona di Dionigi il Piccolo, ne scrisse l'encomio.
Non penso che un personaggio del genere non credesse alle cosi chiare parole di Cristo, anche se ha usato delle improprietà nelle espressioni.
Chi non conosce la grandezza e la dottrina di S. Agostino e di S. Giovanni Crisostomo? Sono due apprezzatissimi Santi e Dottori della Chiesa cattolica ed apostolica.
Nel Sermone 49,8 PL 38,324, S. Agostino parla già cattolicamente della S. Messa. In De Civitate Dei 10,20 [PL, 41,288], parlando della presenza di Gesù nell'Eucaristia cosi si esprime: “Christus sacerdos est ipse offerens, ipse et oblatio" (= Cristo è il sacerdote che offre ed Egli stesso è l'offerta). Sempre parlando della S. Messa, S. Agostino riesce a compendiare in una frase, pregna di contenuto, l'insegnamento patristico sulla immolazione incruenta, e scrive: “Nonne semel immolatus est Christus in seipso? E tamen in Sacramento omni die populis immolatur” (= Cristo non si è immolato una volta sola? E tuttavia nel Sacramento dell'Eucaristia ogni giorno si immola per tutti (Ep 99,9; PL 33,363).
Tra le altre cose S. Agostino raccomandava la S. Comunione quotidiana. Il Concilio tridentino, al n. 60 così lo ricorda: “Non è del solo Agostino la sentenza: 'pecchi ogni giorno?... e dunque ricevi il Signore ogni giorno'; perchè tale è l'opinione di tutti i Padri che si occuparono di tale argomento come facilmente riconoscerà chi li studierà diligentemente".
Il Concilio tridentino del resto si riconnetteva alla prassi più antica. La Didaché (sec. I) e S. Giustino (sec. II), attestano, per es., che l'Eucaristia era distribuita ai presenti alla Messa e portata agli assenti. I Padri in generale - come S. Cipriano, S. Giovanni Crisostomo - raccomandavano la comunione quotidiana...
Ogni sospetto sul Vescovo d'Ippona cade quando leggiamo nella sua Epistola contro i Manichei, 5 n. 6: “Non crederei al Vangelo se l'autorità della Chiesa cattolica non mi persuadesse".
S. Giovanni Crisostomo è ritenuto "un grande testimone della dottrina e della fede della Chiesa cattolica al suo tempo, soprattutto per quanto riguarda l'Eucaristia" (Encicl. UTET). E' fuori di ogni sospetto per la sua ortodossia, specialmente quando parla del primato di Pietro: “In quei giorni, Pietro si alzò in mezzo ai fratelli e disse... (v. At 1,15). "... Dato che era il più zelante e gli era stato affidato da Cristo il gregge, e dato che era il primo nell'assemblea per primo prese la parola: “Fratelli, occorre scegliere uno tra voi..." (At 1,21-22 - Dalle Omelia sugli Atti degli Apostoli di S. Giovanni Crisostomo, Omelia 3,123; vedi n. 126).
Teodoreto, vescovo di Ciro, presenta delle incertezze sulla sua ortodossia. Egli era amico personale dell'eretico Nestorio; per questa ragione scrisse contro Cirillo ed il Concilio di Efeso, per cui fu condannato. Per questa condanna si appellò al papa Leone I ed al Concilio di Calcedonia (451). E suo appello gli procurò l'ammissione tra i Dottori Ortodossi, dopo di aver fatto, però, una dichiarazione esplicita contro Nestorio. Ma il V Conc. Ecumenico (551) condannò di nuovo i suoi scritti contro Cirillo ed il Concilio di Efeso ed alcune delle sue lettere e sermoni.
In conclusione, per Teodoreto valga tutto ciò che ho detto all'inizio sulla imprecisione dei termini di alcuni Padri, i quali, però, intendevano dire quello che, con più precisione di termini, diciamo oggi, tanto più che le sue parole possono essere intese in senso retto ancora oggi, giacchè effettivamente tutto resta, del pane e dei vino, apparentemente la forma in tutto come prima.

Non cattolico. Noi respingiamo l'affermazione che nella.Messa viene rinnovato il sacrificio di Cristo, perchè “noi siamo stati santificati, mediante l'offerta del Corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre" (Eb 10, 10).
Non ti sembra un sofisma sostenere che l'unico sacrificio compiuto da Gesù Cristo, e che é consistito nella sua morte sulla croce, possa rinnovarsi in maniera incruenta, senza morte, nel pane e nel vino transustanziati?

Cattolico. Tu ti attieni molto alle congetture ed alle apparenze, io invece credo alla Parola di Dio ed al Magistero ecclesiastico istituito da Cristo per darmi chiarezza e sicurezza. E il Magistero mi dà la definizione della Messa in questi termini: "Essa è il sacrificio della Nuova Legge, nel quale, sotto le specie sacramentali è offerta la stessa vittima del Calvario, Gesù Cristo, per riconoscere il supremo dominio di Dio e per applicare ai fedeli i meriti acquistati sulla Croce". La natura propria della Messa è quella di essere un sacrificio. Non si tratta di un nuovo sacrificio, diverso da quello della Croce. La Croce è l'unico sacrificio del Nuovo Testamento: non vi sono altri sacrifici, quasi che quello fosse incompleto e manchevole (cf Eb 16,10-12). E' lo stesso sacrificio della Croce reso presente attraverso una nuova offerta di esso al Padre, da parte del sacerdote, della Chiesa, dei fedeli. "Noi crediamo che la Messa... è il sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari" (Professio fidei di Paolo VI). Il Vaticano II (Decreto sul sacerdozio, 13) afferma che “nel mistero del sacrificio eucaristico... viene esercitata ininterrottamente l’opera della nostra redenzione"; e più distesamente, nella Costituzione sulla Chiesa, 3: "Ogni volta che il sacrificio della Croce, col quale Cristo nostro agnello pasquale è immolato, viene celebrato sull'altare, si rinnova l'opera della nostra redenzione".
Molte discussioni si sono fatte per precisare meglio questo rapporto essenziale per cui la Messa, non potendosi dire un nuovo sacrificio diverso da quello della Croce, non si può tuttavia neppure ridurre a una semplice memoria o commemorazione di esso, ed ha ragion vera di sacrificio: “l’augusto sacrificio dell'altare - dice Pio XII nella M.D., 55 - non è una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio".

Non cattolico. Io voglio credere fermamente a Cristo, ma non posso credere a quel che dice la Chiesa romana.

Cattolico. Sappi che io sto discutendo sulla realtà biblica e sulla Parola di Dio. Comunque, comprendo le gravi difficoltà che possono sorgere su tale argomento che la Chiesa definisce "mistero della fede", quasi a significare che è uno dei più grandi, se non assolutamente il più grande dei misteri dei Cristianesimo.
A intendere il rapporto fra la Messa e la Croce potremmo forse aiutarci con un esempio. Giovanni XXIII ha pronunciato il discorso di apertura del Conc. Ecum. Vaticano II, il giorno 11 ottobre 1962. Quando, mediante il registratore, io riproduco e riascolto quel discorso, è chiaro che si tratta proprio dello stesso discorso: è papa Giovanni che parla l’11 ott. 1962; è la sua stessa voce. Quel discorso, che è uno solo, si realizza di nuovo per me, sebbene sotto modalità diverse (registratore, ecc..). L’esempio valga quel che può valere; ma forse serve a persuaderci che non è una cosa assurda affermare l'identità del Sacrificio della Messa con quello della Croce. La Messa rinnova o, se si vuole, rende presente nuovamente il Sacrificio compiuto una volta per sempre sul Calvario. E' questa mistica identità che costituisce il pregio infinito della Messa.
Si veda, allora, con quanta ragione Lutero e i protestanti negassero il carattere sacrificale della Messa, quasi esso detraesse all'unico sacrificio, il Sacrificio della Croce! La Messa, sacrificio incruento, "anzichè diminuire la dignità del sacrificio cruento, ne fa risaltare, come afferma il Concilio di Trento, la grandezza e ne proclama la necessità. Rinnovato ogni giorno, ci ammonisce che non c'è salvezza al di fuori della Croce di Nostro Signore Gesù Cristo". (Dalla Mediator Dei, 65, di Pio XII).

Non cattolico. Cosicchè io debbo convincermi di questo assurdo: che il Sacrificio della Croce è lo stesso della S. Messa! Io non posso convincermi di una simile assurdità.

Cattolico. Io ti comprendo, caro fratello, ma bisogna pur credere a Cristo. Certamente Egli ha detto delle cose divine, anche misteriose, ma non ha potuto ingannarci. D'altra parte, la Chiesa si rende conto di certe difficoltà e ci tiene a precisare e a chiarire. Infatti il Conc. di Trento si è preoccupato di precisare gli aspetti per cui convengono e gli aspetti per cui differiscono la Messa e la Croce. "Nel divino Sacrificio che si compie nella Messa, è contenuto e viene immolato in modo incruento quello stesso Cristo che una volta si è immolato in modo cruento sulla Croce... Una e medesima è la vittima, il medesimo è colui che si offre ora attraverso il ministero dei sacerdoti, e che si offrì allora sulla Croce; diverso è solo il modo dell'offerta" (D.B. 940). ... “Sulla Croce di fatto... l'immolazione della vittima fu compiuta per mezzo di una morte cruenta liberamente subita; sull’altare invece, a causa dello stato glorioso (e perciò impassibile) della sua umana natura... non è possibile l'effusione di sangue; ma la divina sapienza ha trovato il modo mirabile di rendere manifesto il Sacrificio del nostro Redentore con segni esterni che sono simboli di morte... Le specie eucaristiche infatti, sotto le quali Egli è presente, simboleggiano la cruenta separazione del corpo e dei sangue" (Pio XII, Med. Dei, 56-57).
Il Catechismo di Pio X, inoltre, aggiunge che “sulla Croce Gesù Cristo meritò ogni grazia per noi; invece sull'altare Egli... ci applica i meriti del Sacrificio della Croce" (Risp. 350).

Non cattolico. Tutte cose complicate e difficili. Chi le può capire?

Cattolico. La tua domanda è quasi identica a quella posta da molti dei suoi discepoli a Gesù: "Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?" (cf Gv 6,60).
In sintesi, diciamo che la Messa è il rinnovamento del Sacrificio della Croce, l'applicazione della redenzione per quello operata, il ricordo perennemente richiamato dell'amore del Cristo. Questi tre aspetti indissolubilmente uniti, così vengono sintetizzati dalla Mysterium Fidei, 11 di Paolo VI, che riprende il decreto del Tridentino: "Nel mistero eucaristico è “ripresentato” in modo mirabile il Sacrificio della Croce una volta per sempre consumato sul Calvario; vi si richiama perennemente alla memoria e ne viene applicata la virtù salutifera in remissione dei peccati che si commettono quotidianamente".
Così pure il Vaticano II (S.C., 47): "Gesù Cristo istituì il Sacrificio eucaristico dei suo Corpo e del suo sangue, onde perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il Sacrificio della Croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e della sua risurrezione ..... .
La volontà di Cristo di immolarsi per noi si è espressa direttamente sul Calvario, ma, con l’istituzione dell'Eucaristia, essa si esprime anche nella Messa attraverso il mistero del Sacerdote che offre. "Cristo ha sigillato in un rito, rinnovabile dai suoi discepoli, fatti apostoli e sacerdoti, l'offerta di se stesso, vittima al Padre per la nostra salvezza, per nostro amore: è la Messa" (Paolo VI, 26.3.1970).
Sul Calvario solo Gesù è vittima e sacerdote; nella Messa, insieme con Lui, che rinnova l'offerta attraverso il ministero del sacerdote, si unisce la Chiesa tutta e si uniscono i fedeli partecipanti... La Messa è l'offerta sacrificale del Cristo intero, persona fisica e persona mistica, di Gesù e della Chiesa, prolungamento di Cristo nella storia.

Non cattolico. Ma Gesù parlando di "memoria" e dicendoci che le sue parole sono "spirito e verità" ci vuol lasciare comprendere che tutto va spiegato spiritualmente e basta.

Cattolico. In merito alle precise parole di Gesù vi furono varie interpretazioni ed errori. Vi fo solo un accenno.
- L'esagerato spiritualismo delle sette medievali si risolse in una decisa negazione della Messa come rito sacrificale.
- All'inizio del secolo XIII gli Albigesi formularono la loro negazione in una concisa frase, riportata da Durando di Mende: "Né Cristo né gli Apostoli istituirono la Messa" .
- Nel secolo XVI, nel non celato desiderio di abbattere la maggiore difesa del papato, avanzarono speciosi argomenti biblici per scuotere la fede nell'origine divina della Messa.
- Il protestantesimo liberale e il razionalismo, con tattica nuova, hanno tentato di eliminare tutto il fenomeno eucaristico.
Dopo questo brevissimo accenno agli errori sino al protestantesimo, riprendo a chiarire la dottrina cattolica.
Il Concilio di Trento (Sess. XII, cann. 1- 4), fissò il pensiero della Chiesa nelle dense e lapidarie formule, con le quali condannò tutte le sfumature dell'errore protestante.

Non cattolico. Tu parli con tanta sicurezza e albagia ... ma, dimmi, quali sono le prove bibliche che mi porti su quanto vai affermando?

Cattolico. Ti rispondo con piacere perchè la Chiesa cattolica basa tutta la sua fede nella Rivelazione. Come già ho accennato al principio di questo argomento, nell'A. Testamento i Padri hanno riscontrato figure e allusioni al Sacrificio eucaristico. Oggi si considerano vere profezie della S. Messa due testi, sui quali è concentrata l'attenzione della Chiesa e dei teologi: Salino 109,4: “Tu sei sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedech". Questo salmo, che da tutti è ritenuto messianico afferma tre cose: Cristo è sacerdote e pertanto offre il sacrificio; Egli compirà questa funzione sacerdotale per sempre; la sua offerta sacrificale sarà fatta secondo il rito di Melchisedech (Gen 14,18). L'inciso "ed era sacerdote dell'Altissimo" suggerisce l'idea di una oblazione sacrificale di pane e vino, fatta da Melchisedech per la vittoria di Abramo...
Tale profezia si può ritenere pienamente verificata soltanto nell'ipotesi che la Messa sia un vero sacrificio; infatti solamente nella quotidiana offerta del pane e dei vino consacrati, Cristo appare sacerdote che offre perpetuamente un sacrificio secondo il rito di Melchisedech.
Nel secolo V a.C., il profeta Malachia, riprendendo la tiepidezza dei sacerdoti dell'A. Testamento, che offrivano roba di scarto (animali ciechi, zoppi), così si esprime: “Io non sono contento di voi, dice il Signore degli eserciti, io non accoglierò più il sacrificio delle vostre mani, perchè dall'Oriente all'Occidente il mio nome è grande fra le genti e in ogni luogo si sacrifica e si offre al mio nome un'oblazione pura, poichè grande è il mio nome fra le genti, dice il Signore degli eserciti” (Mal 1, 10-11).
In questa profezia si parla di un vero sacrificio, che sarà offerto nell'età messianica, caratterizzata dall'abrogazione del levitismo, dalla universalità e dalla santità. La visione profetica di Malachia che vede l'offerta, il sacrificio puro all'unico Dio, ha il suo compimento perfetto nella Messa, che da ogni punto della terra e da tutte le stirpi è offerta come “ostia immacolata" al Signore.
Il Nuovo Testamento offre indizi certi e apodittiche testimonianze. Nell'Ultima Cena Gesù compì un vero sacrificio quando disse che il suo Corpo era “dato”, ed il suo Sangue era "versato". Queste due espressioni nello stile biblico, anche separatamente prese (vedi Is 53,12; Mt 20,28; Rm 8,12; Gal 1,4; 2,20; Ef 5,25; 1 Tm 2,6; Tit 2,14; Eb 10,10; per l'effusione del sangue, vedi Rm 3,25; 5,9; Ef 1,7; 1 Cor 14,20; Eb 9,7; 1 Pt 1, 19; 1 Gv 1,7), indicano sempre un'immolazione sacrificale. Né si può ritenere che Gesù volesse alludere all'imminente sacrificio della Croce, poichè è al presente che Egli parla: "viene dato" (il suo corpo), “viene effuso" (il suo sangue). Quindi tutto si riferisce a quanto avveniva nel momento in cui Gesù parlava. Proprio in quell'istante Cristo diede l'ordine di rinnovare quel rito sacrificale: “fate questo in memoria di me" (Lc 22,19).
La Chiesa pertanto, ripetendo il gesto eucaristico del suo Fondatore, compie, un vero e proprio sacrificio, quello stesso che offrì Gesù. Questa interpretazione sacrificale dell'Ultima Cena viene efficacemente confermata da altre espressioni del contesto di Lc 22,19: “che per voi è dato".
Il Corpo del Signore non viene soltanto offerto in cibo ai discepoli, ma anche dato per loro: evidente allusione al carattere sacrificale del rito.
Lo, stesso dicasi del Sangue che "per voi viene effuso" (Lc 22,20). Nello stesso inciso si considera stabilita la Nuova Alleanza nel Sangue eucaristico, con manifesta allusione ad Es 28,8. Le due Alleanze sono viste nella prospettiva sacrificale dell'effusione del sangue delle vittime. In questo stesso sfondo l'Eucaristia è considerata come la nuova Pasqua, la quale, nel Sangue dell'unico Agnello che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29), fa cessare gli innumerevoli sacrifici della Legge.
S. Paolo (1 Cor 10,20-21) affianca le testimonianze evangeliche: “…No, ma dico che i sacrifici dei pagani sono fatti a demoni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demoni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demoni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni".,
L’Apostolo, stabilendo un'antitesi tra i riti pagani e quelli cristiani, riconosce presso entrambi l'esistenza di un sacrificio.
Un'altra trasparente allusione al Sacrificio della Messa è in Eb 13,10: "Noi abbiamo un altare dei quale non hanno alcun diritto di mangiare quelli che sono al servizio del Tabernacolo". Infatti il realistico, verbo "mangiare" porta spontaneamente il pensiero all'altare eucaristico, dove realmente la vittima è consumata, piuttosto che all'altare della Croce, la cui vittima può dirsi mangiata soltanto metaforicamente. Cosi come giacciono le parole (Eb 13,10), c'è l'allusione al culto e sacrificio eucaristico a confronto con quelli levitici dell'A. Testamento (Tabernacolo).

Non cattolico. Dici molte cose, però a me risulta che la dottrina della Messa, come è oggi insegnata dalla Chiesa, è sorta col Conc. del Laterano del 1215, come già ti ho fatto notare.

Cattolico. Ancora una volta ti sbagli. Sappi che la Chiesa, obbediente al comando del Signore “Fate questo in memoria di me" Lc 22,19; 1 Cor 11,24), subito celebrò l'Eucaristia a Gerusalemme (At 2,42), a Troade (At 20,7-11), a Corinto (1 Cor 10,11) e in tutti i luoghi delle sue conquiste. Fin dal principio circondò il rito della frazione del pane di cerimonie e di preghiere, nelle quali, in forma semplice, venne espressa la fede comune che rivive l'indole sacrificale del culto eucaristico. La Didachè (14,1-3) affermò che l'Eucaristia è il sacrificio predetto da Malachia. S. Giustino ne fornì la prima descrizione liturgica. Con S. Ippolito ne viene introdotto il ricordo nel primo Canone romano, e con Serapione nasce la prima anafora orientale.
I SS. Padri d'accordo con la tradizione liturgica e con i dati neotestamentari, offrono una testimonianza particolareggiata sull'indole sacrificale dell'Eucaristia e sui suoi elementi costitutivi. Essi ritengono che la S. Messa è un vero e proprio sacrificio (S. Ireneo); predetto e prefigurato nel Vecchio Testamento (Didaché, S. Giustino, S. Ireneo, S. Cipriano, S. Agostino); istituito da Gesù Cristo nell'Ultima Cena (S. Ireneo, San Cipriano, Eusebio di Cesarea); Cristo realmente presente sotto le specie dei pane è il sacerdote e la vittima del sacrificio eucaristico (S. Efrem, S. Agostino); come sacerdote offre invisibilmente (S. Gregorio Nisseno).
L’opera misteriosa dell'Offerente divino appare esternamente attraverso l'oblazione sensibile dei suoi ministri (S. Cipriano, Ep. 63,14, PL 4,385; S. Ambrogio, Enarr. in Ps., 38,25, PL 14,1051-52); come vittima è nuovamente immolato incruentemente, misticamente, nel Sacramento, nel mistero (Tertulliano, De Pudicizia, 9 PL 2, 1050; S. Gregorio Nazianzeno, Ep 171, PG. 37,279; S. Gregorio Nisseno, Pregh. nella Risurrezione di Cristo, 1 PL 46,61 l; S. Cirillo di. Gerusalemme, Catech., 23,10 PG 33,1118; S. Ambrogio, De Officiis, 1,48 PL 16,94, S. Giovanni Crisostomo, De Sacerdotio, 3,4 PG 48,642).
L’immolazione incruenta e sacramentale rappresenta la morte cruenta del Calvario e ne rinnova perennemente la memoria: ci parlano di ciò S. Cipriano, Serapione di Thmuis, S. Agostino.
Alla fine del secolo VI, S. Gregorio Magno, adunando tutti gli elementi della Tradizione, costruì una sintesi particolarmente felice su tutto l'argomento che sto trattando.

Non cattolico. Troppe cose stai dicendo che forse sono incontrollabili e forse anche inutili dal momento che i teologi della Chiesa romana non sono tutti d'accordo su questa dottrina.

Cattolico. Si, hai ragione, sto dicendo troppe cose. Ma non sei stato tu a dirmi che la dottrina della Chiesa cattolica sull'Eucaristia è nata nel 1215? Ebbene io ti stavo rispondendo con la storia alla mano per dimostrarti che quel che dici non risponde alla realtà. Per quanto riguarda il disaccordo di alcuni teologi so che esso è esistito e forse ancora resta qualche dissidente; ma non c'è da meravigliarsi, dal momento che tutto il protestantesimo pure si professa cristiano, ma in pratica non crede alle parole di Gesù.
E' facile capire che, data la profondità del mistero, di tanto in tanto, c'è qualche spirito che va in crisi. Infatti certe correnti teologiche vorrebbero modernizzare la dottrina cattolica sull'Eucaristia. Sembra ad esse, che il dogma della presenza reale come è inteso fino ad oggi, sia inteso troppo rozzamente, popolarmente. Riprendendo l'accusa di fisicismo, già rivolta al dogma della presenza reale, vorrebbero dame una interpretazione a loro avviso più elevata, più spirituale: e se essa si presenta come troppo difficile e astrusa amano ripetere: "questa verità non è per le masse".
Già Pio XII nella Enciclica Humani generis (22.9.1956) aveva avvertito il sorgere di tali tendenze che volevano giustificarsi con il motivo che “la dottrina della transustanziazione è fondata sopra una nozione della sostanza antiquata e perciò da emendare"; e nel discorso al Congresso di liturgia di Assisi aveva preso ad esaminare un'interpretazione che le si voleva sostituire, secondo la quale la presenza del Cristo nell'Eucaristia. non sarebbe già per la transustanziazione, ma per una speciale relazione, reale ed essenziale, che le specie verrebbero ad acquistare con il Corpo di Cristo presente nel cielo. Il pontefice esprime le sue preoccupazioni, constatando che tale interpretazione ben difficilmente si accorda con le parole di Cristo "questo è il mio corpo", e che essa “fa uscire - per così esprimersi - il Cristo dalla Eucaristia e finisce per lasciare nel Tabernacolo null'altro che le specie eucaristiche, per quanto aventi una relazione - cosiddetta reale ed essenziale - col Signore che realmente è nel cielo".

Non cattolico. Però i concetti di queste nuove teorie sembrano rispondere meglio alle vedute umane.

Cattolico. Può darsi. Ma chi aderisce alla rivelazione, in corti momenti se non mette da parte le vedute umane per guardare con occhio soprannaturale alcuni punti della divina parola, non ci capirà più niente.
Infatti, certi teologi dicono che il concetto di sostanza è legato ad una filosofia superata e perciò, per ragioni pastorali, occorre procedere agli opportuni emendamenti in quanto la mentalità moderna è sempre più critica e personalistica. E allora, bisogna tentare di sganciare il dogma da una formula consunta, esprimerlo in modo migliore per renderlo più accetto al mondo di oggi.
Questi teologi, in generale, sono mossi da legittime intenzioni e protestano di accettare il dogma della presenza reale. Solo vorrebbero - e pretenderebbero di aver raggiunto lo scopo - dare di esso un’interpretazione oggettivamente migliore e soggettivamente più conforme alle esigenze del pensiero moderno. Vediamo di che cosa si tratta.
I nuovi teologi muovono dalla tendenza moderna di accentuare la centralità della persona in tutta la sfera umana. Essi vorrebbero presentare il mistero eucaristico in funzione della filosofia esistenzialistica. Secondo tale filosofia la presenza di una persona è realizzata non tanto in grazia dell'in sé e per sé, ma essenzialmente in grazia del "per altri". Orbene, i nuovi teologi pongono alla base della loro spiegazione, non il significato entitativo che il pane riceve dalla sua natura di pane (1 "in sé" del pane), ma il significato antropologico che esso riceve dal riferimento all'uomo (il "per altri" del pane). Questo sarebbe il significato più profondo e addirittura il significato costituente l'autentica realtà umana del pane.
La realtà fisico-chimica del pane (e similmente dei vino) acquista un suo significato, nel senso di una sua realtà umana, attraverso la determinazione che ne fa l'uomo.
Ora poi nella trasformazione eucaristica il pane non subirebbe cambiamento nella sua realtà fisico-chimica di pane, ma nella sua realtà umana, ossia nel suo significato rispetto all'uomo, in quanto, per la volontà di Cristo attualizzata dal sacerdote, il pane e il vino, diventano segno del dono che Cristo fa di sé in nutrimento della vita soprannaturale. Come i cibi volgari, sulla mensa dell'ospite cessano di essere cibi volgari e diventano il segno del suo amore e della sua presenza amorosa, similmente - in qualche modo - succederebbe per il pane e il vino eucaristici.
Il pane subirebbe non già una transustanziazione - cambiamento di sostanza -, ma una transignificazione - cambiamento del profondo significato -.
Non molto diversa è la transfinalizzazione. Come ogni cosa, anche pane e vino hanno un fine naturale, che scaturisce cioè dalla loro natura voluta da Dio, e li caratterizza come pane e vino.
Questi fini naturali consistono nell'essere nutrimento all'uomo. Mutare questo fine profondo è come mutare il loro essere profondo, la loro natura. Ciò succederebbe nell'Eucaristia, dove pane e vino acquisterebbero, per volontà di Cristo, il nuovo fine di renderlo presente in atto di offerta e sacrificio a Dio. Anche qui dunque, non già transustanziazione (cambiamento di sostanza), ma transfinalizzazione - ossia cambiamento della finalità profonda.
Secondo questi teologi transignificazione e transfinalizzazione avrebbero il vantaggio di esprimere la presenza del Signore in termini di persona, mentre la transustanziazione la esprimerebbe in termini di cosa, e quindi in una maniera meno appropriata. Queste due interpretazioni, indicate nelle loro linee essenziali - ma che variano anche notevolmente presso i vari teologi - hanno simile la motivazione e l'argomentazione. Hanno però simile anche il lato contestabile. Ambedue, infatti, venendo incontro all'esigenza personalistica come é espressa nelle filosofie odierne, condividono di esse la diffidenza ontologica e le preferenze soggettivistiche. Il significato ed il fine, che le cose hanno in rapporto all'uomo e ricevono dalla determinazione dell'uomo, par tali teologi sono talmente importanti, da potersi dire che addirittura costituiscono la realtà più profonda e più vera delle cose. Come è chiaro, qui viene minimizzato e addirittura obliterato l'aspetto oggettivo, entitativo, che le cose hanno per se stesse, per loro natura. Ma finchè distinte rimangono la realtà e la sostanza del pane dal significato che esso può ricevere e dal fine cui esso può venir piegato sia dall'intenzione dell'uomo sia dalla volontà di Dio, transfinalizzazione e transignificazione non potranno equivalere a transustanziazione.

Non cattolico. Non ti nascondo che queste teorie effettivamente esprimono realtà più umane ed accettabili. Come mai la Chiesa cattolica le respinge?

Cattolico. La ragione è molto semplice: perchè esse non rispondono alla mente di Cristo e alle parole lasciateci dagli scrittori sacri. Se, infatti, transignificazione e transfinalizzazione, sono quello che abbiamo detto, che senso può ancora avere la solenne definizione tridentina che afferma nel mistero eucaristico aver luogo una “mirabile e singolare conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo e di tutta la sostanza del vino nel sangue di Cristo" ? Come possono le parole "significato" e "fine" soggettive, assumersi come equivalenti delle parole “sostanza" e "realtà" oggettive? Come può dirsi che il cambiamento di significato e di fine equivalga al cambiamento della sostanza, e che per il fatto che pane e vino significano il corpo e il sangue o hanno per fine la presenza di Cristo nell'anima, per questo fatto si possa dire che in essi è contenuto "veramente, realmente, sostanzialmente" Cristo?

Non cattolico. Nonostante tutto quello che dici, io ammiro l'audacia e anche la profondità di questi nuovi teologi.

Cattolico. Già ti ho detto che le intenzioni di tali autori, sono rette; ma esse finiscono con lo svuotare di significato quella presenza reale che pure volevano rendere intelligibile; non riescono, quindi a distinguersi dalle interpretazioni puramente simboliche. "Senza dubbio - dice la Mysterium Fidei, 24, di Paolo VI - le specie del pane e del vino, avvenuta la transustanziazione, acquistano un nuovo significato e un nuovo fine, non essendo più l'usuale pane e l’usuale bevanda, ma il segno di una cosa sacra e il segno di un alimento spirituale; ma intanto acquistano nuovo significato, e nuovo fine, in quanto contengono una nuova realtà che giustamente nominiamo ontologica" ed è realtà del Corpo e del Sangue di Cristo. Come a proposito del simbolismo, non si nega che l'Eucaristia sia simbolo, ma si nega che si riduca a simbolo; così a proposito della transignificazione e della transfinalizzazione, non si nega che il pane e il vino consacrati acquistino un nuovo significato o un nuovo fine, ma si nega che in tal nuovo significato e in tal nuovo fine la trasformazione eucaristica si risolva e consista. Anche qui - come si è visto per il simbolismo - si passa dal pane e vino significanti, alla grazia significata, mettendo fra parentesi la realtà del Cristo che è, viceversa, la singolarissima caratteristica esclusiva di questo Sacramento.

Non cattolico. A me pare che la Chiesa cattolica sia troppo esigente e cada nel difetto del formalismo.

Cattolico. Attenzione, caro fratello. Qui non si tratta di formalismo ma di sostanza e di essenza. Il Magistero ammette, in linea di principio la perfettibilità delle formule dogmatiche, ma richiama contemporaneamente gli studiosi ad una grande prudenza, perchè troppo facilmente il cambiamento delle formule e delle parole non è senza cambiamento del contenuto e del senso del dogma definito. Ciò è da ripetersi, con più forte ragione, a proposito del mistero eucaristico. Dice Paolo VI (M. Fidei, 9): "Salva l'integrità della fede, è necessario serbare anche un esatto modo di parlare, affinchè usando parole incontrollate non ci vengano alla mente ... false opinioni riguardo alla fede dei più alti misteri". Questo spiega la tenace insistenza con cui il Magistero ha sempre difeso l'uso della parola tridentina "transustanziazione". La ripete Pio XII nella Humani generis, la ribadisce nella Medator Dei, la riprende Paolo VI nella Mysterium Fidei. Lo stesso pontefice (Paolo VI), parlando in una udienza generale, a proposito dello zelo della Chiesa nel conservare l'integrità del messaggio rivelato, ebbe a dire: “Le formule stesse in cui la dottrina è stata meditatamente e autorevolmente definita non si possono abbandonare: a questo riguardo il Magistero della Chiesa, anche a costo di sopportare le conseguenze negative dell'impopolare involucro della sua dottrina, non transige, non può fare altri menti. Gesù stesso, dei resto, ha sperimentato la difficoltà del suo insegnamento" (4.12.968). A costo dell'impopolarità: la Chiesa non cerca la popolarità, ma insegna la verità. In conclusione, non sembra che si debba fare un grande guadagno sostituendo