Evoluzionismo
e Darwin
di
Giovanni Monastra
Indice
I.
L’ambiente socio-culturale del giovane Darwin:gli interessi
naturalistici ed il viaggio a bordo del Beagle - II. Le
radici intellettuali, la metodologia e le convinzioni personali
alla base della teoria darwiniana - III. La pubblicazione
de L’origine delle specie (1859), L’origine dell’uomo (1871)
e le altre opere - IV. La selezione naturale e la teoria
evoluzionista di Darwin: precursori, elementi caratteristici
e rilievi critici - V. La critica del darwinismo classico
alla luce di alcuni studi recenti - VI. Il darwinismo sociale:
dalla sociobiologia all’etica evoluzionista - VII. Considerazioni
conclusive.
Introduzione
La vita di Charles Darwin assume per molti versi il ruolo
di simbolo del secolo XIX, in cui visse e di cui egli sintetizzò,
forse meglio di altri grandi studiosi, alcuni passaggi fondamentali,
segnati da cambiamenti radicali nel modo di concepire la
natura, l’uomo e più in generale la vita nei suoi
molteplici aspetti, non solo materiali. Testi come L’origine
delle specie o L’origine dell’uomo e la scelta sessuale
costituiscono un coagulo di idee, paradigmi e concezioni
del mondo sotto molti aspetti dirompenti: questi lavori
di Darwin portarono alla luce, cercando di dargli sistematicità
e coerenza, un fiume carsico che già da tempo percorreva
la cultura occidentale provocando l’erosione di alcuni presupposti
millenari, che all’epoca dello studioso inglese venivano,
per lo meno formalmente, ancora accettati.
I. L’ambiente socio-culturale del
giovane Darwin: gli interessi naturalistici ed il viaggio
a bordo del Beagle
Charles
Darwin nacque il 12 febbraio 1809 nella località
The Mount, a Shrewsbury, in Inghilterra, vicino al confine
con il Galles. Il padre, Robert, era medico, figlio del
famoso Erasmus Darwin (1731-1802), medico, libero pensatore
di orientamento radicale e deista, teorico di un evoluzionismo
che prefigurava quello di stampo lamarckiano. La madre di
Charles morì abbastanza giovane, quando egli aveva
8 anni: forse per questo motivo la figura materna appare
singolarmente assente nella vita del giovane Darwin, come
lui stesso ammetterà molti anni dopo. Quintogenito
di sei figli ricevette un’educazione autoritaria e repressiva
specie dal padre, e poi anche dalla sorella Carolina, più
grande di lui, che, alla morte della madre, ne fece le veci.
Visse, nel complesso, immerso nell’ambiente di una tipica
famiglia della borghesia inglese ottocentesca, agiata, perbenista,
formalmente protestante (i suoi genitori aderivano al culto
unitario, secondo il quale egli venne battezzato), ma segnata
da una vena di agnosticismo non del tutto dissimulata. Fin
da giovane dimostrò un amore precoce per il collezionismo
e per la natura. Nel giardino di casa viveva attorniato
da piante e da animali domestici di varie specie, secondo
uno stile per altro comune nella società benestante
inglese di quell’epoca, affascinata da una certa idea della
natura, “distillata” e sterilizzata, sotto certi aspetti
assai artificiale. Il piccolo Charles frequentò scuole
abbastanza esclusive, talora caratterizzate da un forte
rigorismo, di cui mantenne un ricordo assai negativo. In
quegli anni si rese conto di non avere alcuna predisposizione
per le materie umanistiche, ma anche di essere assai poco
portato per la carriera di medico, verso la quale voleva
già indirizzarlo suo padre. A 16 anni Charles andò
a studiare a Edimburgo, dove avrebbe dovuto seguire gli
insegnamenti di medicina, verso i quali, invece, manifestava
una notevole avversione. Possedeva già una certa
familiarità con l’idea generale di un processo di
trasformazione degli esseri viventi, che gli era derivata
dalla lettura dell’opera di suo nonno, Zoonomia o le leggi
della vita organica (1794-1796), definita da Coleridge «la
teologia dell’orang-utan capostipite della razza umana,
in sostituzione al primo capitolo del Genesi». Questo
tipo di conoscenze indussero lo zoologo evoluzionista Robert
Grant a esporgli le opinioni trasformiste di Lamarck. Dopo
due anni egli riuscì a convincere il padre e poté
lasciare Edimburgo, ma quel periodo gli permise, comunque,
di conoscere alcuni studiosi che lo stimolarono ancor più
ad approfondire tematiche naturalistiche e geologiche, settori
verso i quali si sentiva portato.
Abbandonata l’idea di farne un medico, il padre decise che
il giovane Charles dovesse intraprendere la vita religiosa;
così lo iscrisse al Christ’s College di Cambridge
perché conseguisse la laurea in teologia. Ne uscì
dopo tre anni di studi, durante i quali ottenne risultati
mediocri, con un diploma di baccelliere in lettere. Se quel
periodo lo visse come una ulteriore “perdita di tempo”,
va anche evidenziato, però, che ebbe l’occasione
di leggere alcuni libri che lo colpirono molto, come Personal
Narrative di F.W. von Humboldt e Introduction to the Study
of Natural Philosophy di Sir John Herschel, spingendolo
ancor più verso gli studi naturalistici. Inoltre,
a Cambridge Darwin si legò a personaggi quali John
Stevens Henslow, docente di botanica, e Adam Sedgwick, docente
di geologia, ambedue ecclesiastici. Il primo, pur non condividendone
i contenuti, gli suggerirà la lettura dei Principi
di Geologia di Charles Lyell (1797-1875), un autore in cui
sono evidenti gli echi filosofici del monismo materialistico.
Lyell, che in parte era stato già preceduto nel Settecento
dal geologo scozzese James Hutton (1726-1797), distrusse
la teoria geologica dei cataclismi successivi, il “catastrofismo”,
tanto cara alla teologia naturale protestante di impronta
letteralistico-biblista, sostituendola con l’“attualismo”,
secondo il quale i processi geologici in azione durante
la storia della Terra sono stati estremamente lenti e dello
stesso tipo di quelli ancor oggi osservabili, con esclusione,
quindi, di qualsiasi sconvolgimento improvviso o di interventi
di ordine soprannaturale (ad esempio il diluvio della Genesi,
in cui credevano molti geologi). La concezione di Lyell
implicava, inoltre, che la storia del nostro pianeta si
era svolta lungo enormi durate di tempo, ben maggiori dei
seimila anni postulati dai seguaci della interpretazione
letterale dell’AT ( GEOLOGIA, IV-VI). Tali idee ebbero una
notevole importanza nell’influenzare alcuni aspetti della
teoria evoluzionista che Darwin maturerà in seguito.
Per meglio inquadrare le influenze sulla formazione scientifico-filosofica
del giovane Darwin sarà anche utile ricordare la
forte impronta ricevuta da Sedgwick, seguace di quella visione
materialista della natura sostenuta da Francis Bacon, impronta
a cui farà riferimento lo stesso Darwin parlando
del metodo di ricerca da lui seguito.
Uscito da Cambridge, il dott. Robert Darwin riteneva che
suo figlio fosse ormai pronto a iniziare la carriera ecclesiastica.
Ma non era certo questa l’ambizione del giovane dilettante
di studi naturalistici. A venirgli in aiuto fu un evento
del tutto inaspettato. Il reverendo Henslow, che era divenuto
suo protettore e che non credeva assolutamente alla vocazione
sacerdotale di Charles, lo informò che stavano cercando
dei naturalisti per le missioni idrografiche della Marina
britannica. In pratica veniva offerta a Darwin l’opportunità
di viaggiare intorno al mondo, per un periodo di 5 anni,
a bordo di un brigantino, chiamato H.M.S. Beagle. Il padre
di Charles naturalmente si oppose subito a questa possibilità,
che vanificava i suoi progetti sul figlio, ma il cognato
Josiah Wedgwood, che conosceva la passione naturalistica
del giovane, riuscì a convincerlo che si trattava
di un’opportunità eccellente da non trascurare. La
nave salpò il 27 dicembre 1831 da Plymouth. Dopo
aver fatto scalo alle Canarie e all’isola di Santiago, nell’arcipelago
di Capo Verde, il Beagle arrivò in Brasile, da dove
iniziò il lungo viaggio di circumnavigazione dell’America
del Sud, toccando molti porti. In occasione di queste fermate
Darwin poteva avventurarsi verso l’interno del continente,
iniziando a raccogliere una grande quantità di materiali:
minerali e animali, viventi e fossili. Nel settembre del
1835 il Beagle raggiunse le isole Galàpagos, dove
Darwin poté osservare le varie popolazioni di fringuelli,
differenziate nelle diverse isole: tale esperienza è
stata ritenuta fondamentale per la genesi delle sue idee
trasformiste delle specie animali e vegetali. Infatti, secondo
quanto affermato dai suoi biografi più “ortodossi”,
si pensa che Darwin si fosse imbarcato credendo ancora nel
«fissismo», cioè nella fissità
delle specie, tutte frutto di singoli atti creativi di Dio,
secondo la concezione creazionista allora diffusa, formalizzata
scientificamente nel Settecento da Linneo e seguita dai
suoi maestri Henslow e Sedgwick. Ma, sempre secondo l’ipotesi
“ufficiale”, si crede che durante il viaggio Darwin, solo
sulla scorta delle sue osservazioni, avesse lentamente cambiato
idea, sviluppando un certo criticismo verso il racconto
biblico. Successivamente la nave toccò Thaiti, la
Nuova Zelanda e l’Australia, dove Darwin previde, senza
dimostrarsi un buon profeta, la prossima estinzione di tutta
la fauna primitiva. Infine, dopo aver doppiato Cape Town,
in Africa del Sud, raggiunse di nuovo il Brasile, attraccando
a Bahia, e poi giunse in Inghilterra, nel porto di Falmouth.
Era il 2 ottobre 1836.
Durante ogni sosta Darwin aveva organizzato spedizioni naturalistiche,
raccogliendo un’enorme quantità di campioni, sebbene
con criteri più vicini a quelli di un collezionista
dilettante che di uno scienziato. La sua preparazione scientifica
continuava ad essere piuttosto modesta: in geologia dimostrava
di non possedere idee chiare circa la stratigrafia e la
tettonica, mentre in biologia si rivelava privo di una buona
conoscenza dell’anatomia. Inoltre, mancava di accuratezza
e sistematicità. Un caso esemplare è quello
dei fringuelli delle Galàpagos: infatti non si preoccupò
neppure di indicare l’esatto luogo di provenienza degli
esemplari collezionati. I suoi appunti erano ridondanti
e poco utili per una ricerca scientifica rigorosa, coerente
e sequenziale: egli tentava di sopperire una certa mancanza
di professionalità (e quindi di qualità),
con la quantità dei dati raccolti. Le descrizioni,
spesso poco precise, erano sovente unite ad interpretazioni
e speculazioni del tutto personali, frutto della sua immaginazione
unidirezionale: le ricerche del giovane Darwin, in definitiva,
mancavano di un metodo di indagine degno di tale nome. Durante
il suo lungo viaggio egli aveva visitato le terre più
diverse e aveva potuto conoscere i popoli più disparati,
anche molto primitivi, come le tribù della Terra
del Fuoco e quelle dei Maori della Nuova Zelanda, popolazioni
verso le quali non mancano di trasparire, pure nei suoi
libri più famosi, giudizi poco lusinghieri.
II. Le radici intellettuali, la metodologia
e le convinzioni personali alla base della teoria darwiniana
Tornato
in patria, la vita di Darwin iniziò a scorrere nella
più assoluta uniformità, caratterizzata da
una florida situazione economica che gli consentì
di potersi dedicare totalmente ai suoi studi, senza mai
dover lavorare per mantenersi. In un primo tempo si stabilì
a Cambridge, dove vivevano Henslow e Sedgwick, poi nel 1837
andò ad abitare a Londra, poco distante dal fratello
maggiore Erasmus. Qui mise in ordine le sue collezioni naturalistiche
e scriverà il Viaggio di un naturalista intorno al
mondo, dedicato appunto all’esperienza sul Beagle (Journal
of researches into the geology and natural history of the
various countries visted by H.M.S. Beagle, 1839; 18452;
A Naturalist’s Voyage round the World, 18603; prima tr.
it. Viaggio di un naturalista intorno al mondo, Torino 1872).
La prima edizione del 1839 ebbe successo tra i colleghi,
ma scarsa diffusione tra il pubblico; la seconda del 1845,
con dedica a Lyell, venderà in poco tempo 10.000
copie, incontrando il gusto di un vasto numero di lettori
inglesi appassionati ai racconti di viaggi naturalistici.
In questo libro si trovano pochi riferimenti al problema
del divenire dei viventi, a dimostrazione che Darwin non
aveva ancora una chiara idea di come organizzare concettualmente
il problema. La concezione trasformistica probabilmente
non si era ancora imposta in modo totalizzante nella sua
mente: essa rimaneva un’importante ipotesi da valutare,
che — va notato — veniva giudicata improbabile dallo stesso
Lyell, da lui conosciuto di persona proprio nel 1837. D’altra
parte va rimarcato che le osservazioni naturalistiche rilevate
da Darwin non erano del tutto originali nella loro fenomenologia
generale, già nota ad altri studiosi, e quindi potevano
essere lette anche in una cornice che esulava dall’evoluzionismo
radicale a cui poi egli approdò. Fu questo un periodo
di dubbi e riflessioni, di tormenti e autointerrogazioni,
come emergerà dalla lettura di alcuni taccuini scritti
negli anni 1836-1844, pubblicati solo alcuni anni orsono
(Notebooks: Charles Darwin’s Notebooks, 1836-1844, Cambridge
1987). Dalla loro analisi emerge che Darwin stava rapidamente
abbandonando ogni idea fissista e creazionista riguardo
alle specie per abbracciare un trasformismo ispirato ad
un materialismo filosofico.
È probabile che una certa influenza in questa direzione
la esercitò l’ornitologo londinese John Gould (1804-1881),
secondo cui non pochi esemplari di uccelli raccolti da Darwin
in isole differenti dell’arcipelago delle Galapagos, non
erano semplici sottospecie locali di specie del continente
sudamericano, ma appartenevano in realtà a specie
distinte. Dallo studio dei taccuini emerge, però,
la sensazione netta che le cosiddette “prove” scientifiche
siano state un fattore aggiuntivo, non fondamentale, mentre
abbiano giocato un ruolo centrale alcuni aspetti del tutto
soggettivi, anche di ordine emozionale, in cui convergevano
elementi del suo vissuto personale e influenze extrascientifiche
di origine ambientale. A questo proposito va rilevato il
fatto che Darwin era avido di letture di carattere economico
e sociologico. Ancor più dell’influenza dei naturalisti
e dei geologi del suo tempo, egli subì quella di
autori come il demografo e sociologo ecclesiastico Robert
Malthus (1766-1834), l’economista liberista Adam Smith (1723-1790)
e lo statistico Lambert-Adolphe Quételet (1796-1874),
oltre che quella dei filosofi materialisti Herbert Spencer
(1820-1903) e Auguste Comte (1798-1857), autori ai quali
riserverà, quasi sempre, riconoscimenti espliciti
nelle sue opere, come nel caso di Malthus, di cui lesse
nel 1838 il suo Saggio sul principio di popolazione (1798).
Sulla base della osservazione che le popolazioni aumentano
in progressione geometrica, mentre le disponibilità
alimentari si accrescono solo in progressione aritmetica,
Malthus affermava che, se non si fosse intervenuto con mezzi
artificiali, le popolazioni sarebbero andate inevitabilmente
incontro a gravissime crisi alimentari periodiche, che ne
avrebbero determinato la decimazione per fame e malattie
( DEMOGRAFIA, IV.2). Darwin trasse da queste riflessioni
l’idea del ruolo importantissimo della “selezione naturale”,
che successivamente coniugò con la definizione spenceriana
della “sopravvivenza del più adatto”.
Egli aveva ormai maturato l’idea che le specie non sono
immutabili, contrariamente a quanto affermato dai fissisti;
ma nell’affermarlo, come scrisse in una lettera a Hooker
l’11 gennaio del 1844, aveva quasi l’impressione di «confessare
di aver commesso un assassinio», sebbene quattro anni
più tardi, in una nuova lettera allo stesso Hooker
(10 maggio 1848), non esiterà a paragonare l’autorevolezza
della sua teoria delle specie «a quella del vangelo»
(sic!). La concezione darwiniana dell’evoluzione costituiva
l’estensione al campo biologico del principio del laissez-faire
economico di Smith. Tale principio postulava che un’economia
ordinata ed assicuratrice del massimo benessere per tutti
poteva essere realizzata solo lasciando che gli individui
fossero liberi di competere l’uno con l’altro, seguendo
unicamente la propria utilità, senza interventi di
autorità super partes esterne al campo dell’economia,
le cui leggi divenivano totalizzanti e invadenti per l’intera
società. Da questa lotta sarebbero derivati “spontaneamente”
ordine e armonia sociale, perché eliminati gli inefficienti
e gli incapaci e favoriti i migliori e più dotati.
Come sottolineato da Elders (1984), sotto certi aspetti
anche Comte fu tra gli ispiratori di Darwin, specie per
quel che riguarda la contrapposizione fra l’idea della vera
scienza e la teologia ( POSITIVISMO, I). Darwin andò
così maturando il progetto di una biologia positivista,
libera da interferenze religiose. Ciononostante, egli non
ammise mai il suo debito verso Comte, al punto da eliminare
dal suo diario alcune pagine riferite a questo filosofo.
Parallelamente alla trasformazione della sua concezione
della natura, Darwin stava abbandonando la sua fede religiosa,
che, per altro, non aveva certo solide basi, come si evince
dai suoi scritti, ma era abbastanza formale e piuttosto
superficiale. Se si esclude la moglie, nel suo ambiente
era circondato da scettici. Credente, fiducioso del valore
letterale della Bibbia prima di imbarcarsi sul Beagle, già
durante il viaggio aveva cominciato a esternare alcuni dubbi,
che dopo il rientro in patria lo portarono ad abbracciare
un vago teismo, poi sfociato in un franco e dichiarato agnosticismo
che lo accompagnò fino al termine della sua vita,
ritenendo del tutto inconciliabili, come testimoniato dalla
sua Autobiografia, evoluzionismo e fede cristiana nella
creazione. Dall’analisi dei suoi Notebooks si notano alcune
contraddizioni in merito al modo di procedere nelle ricerche:
se da un lato si dichiara fedele seguace del metodo baconiano,
preoccupato solo di raccogliere dati oggettivi per valutarli
poi in modo impersonale, dall’altro egli opera alcune “letture”
dei dati che dipendevano dalle convinzioni filosofiche e
sociologiche che andavano ormai maturando nella sua mente.
Va anche segnalato il suo mancato rapporto con Gregorio
Mendel (1822-1884). Darwin ignorava, come i suoi contemporanei,
i veri meccanismi dell’ereditarietà, ritenendo che
i caratteri parentali si mischiassero e fondessero nella
discendenza secondo regole sconosciute, al pari di quanto
fanno due liquidi dal colore differente. In realtà,
come stava mostrando Mendel, i caratteri ereditari andavano
considerati delle entità “discrete”, con elementi
dominanti e recessivi. Il monaco agostiniano inviò
a Darwin nel 1866 una sua memoria, contenente illuminanti
informazioni sui processi ereditari, dal titolo Saggi sugli
ibridi vegetali (1865). Ma lo studioso inglese, incredibilmente,
non lesse mai questo scritto e per decenni cercò
un meccanismo che potesse spiegare in termini non lamarckiani,
che vedeva venati di panpsichismo (la spinta interna degli
organismi a evolversi), il processo di mutamento delle specie.
L’approccio statistico, la concezione competizionista, l’aspetto
creativo inerente al successo riproduttivo, giunsero a Darwin
da settori diversi dalle scienze naturali, spesso in linea
con le visioni filosofiche, non di rado ideologizzate, cui
egli aveva rivolto il suo interesse.
Queste erano quindi le idee su cui stava lavorando Darwin
nel periodo successivo al viaggio sul Beagle. Intanto, nel
1838 era stato nominato segretario della Geological Society,
carica che tenne fino al 1841, e nel 1839 venne eletto membro
della Royal Society. Nello stesso anno si sposò con
la cugina Emma Wedgwood, che gli darà dieci figli,
alcuni dei quali moriranno in tenera età. Infine,
nel 1842 si trasferì con la famiglia in campagna,
in un esilio volontario, a Down House nel Kent, dove rimarrà
fino alla morte. Da questa sede, ove visse in condizioni
di stress nervoso e di forti crisi di ansia, si dedicò
alla pubblicazione dei suoi libri intrattenendo una fittissima,
quasi terapeutica, corrispondenza epistolare. Proprio mediante
tale corrispondenza, rivolgendo «senza alcun ritegno»
le richieste più disparate alle persone più
diverse (cfr. S.J. Gould, prefazione a C. Darwin, Lettere
1825-1859, Milano 1999, p. XXI), egli cercò di ricevere
le informazioni scientifiche che gli era impossibile ottenere
direttamente, avendo ormai da tempo sospeso i suoi viaggi
naturalistici. Fra i destinatari delle sue lettere troviamo
nomi di noti studiosi come Thomas Huxley, Asa Gray, Charles
Lyell, James Dana e molti altri, ma anche gente comune,
come il suo ex domestico a bordo del Beagle, Syms Covington,
al quale chiede di inviargli dei crostacei cirripedi, su
cui stava conducendo studi approfonditi. Buona parte di
queste informazioni, però, avevano scarsa attendibilità,
trattandosi inevitabilmente di reperti di “seconda mano”,
inverificabili da parte sua.
III. La pubblicazione de L’origine
delle specie (1859), L’origine dell’uomo (1871) e le altre
opere
A
partire da quest’epoca, la vita di Darwin si identifica
con la stesura e la pubblicazione dei suoi libri. Da uno
sviluppo del Viaggio di un naturalista intorno al mondo
nascerà una nuova opera in 5 volumi, La zoologia
del viaggio del Beagle (1840-1843), frutto del lavoro di
numerosi naturalisti i quali, sotto la supervisione di Darwin,
analizzarono il materiale da lui raccolto, costituito da
esemplari di fossili e di vertebrati viventi nelle aree
visitate. In particolare, gli uccelli vennero studiati dall’ornitologo
Gould, di cui abbiamo già evidenziato l’influenza
su Darwin. Lo stesso anno in cui si ritirò in campagna
apparve il lavoro sulle scogliere coralline (The structure
and distribution of coral reefs, in “Geological Observation”
1842; 18742; prima tr. it. Sulla struttura e distribuzione
dei banchi di corallo e delle isole madreporiche, Torino
1885). La teoria delle scogliere coralline venne elaborata
da Darwin in un quadro uniformitariano e lyelliano: è
la sua teoria geologica più famosa, oggi accettata
solo in parte, che venne formulata in modo completamente
deduttivo, quando era ancora sul Beagle lungo le coste occidentali
del Sud America, prima ancora di aver visto una scogliera
corallina. Nei primi anni Cinquanta escono i suoi volumi
sui crostacei cirripedi (Monograph on Cirripedia, 1851-1854),
frutto di un lungo studio che lo stremò. Tre sono
gli aspetti importanti che Darwin avrebbe elaborato durante
questo lavoro: l’esistenza di un rapporto tra embriologia
ed evoluzione; la validità del modello arboreo sistematico-genealogico
per classificare gli animali; l’esistenza di una enorme
variabilità in natura, non prodotta, a suo parere,
dall’ambiente fisico, ma da cause imprecisate interne all’organismo.
Nel 1858 Darwin si trovò davanti a un grave dilemma.
Il naturalista Alfred Russel Wallace (1823-1913) gli aveva
inviato dalla Malesia un lavoro scientifico sull’evoluzione
degli organismi viventi che sosteneva alcune tesi identiche
alle sue circa i meccanismi evolutivi ( EVOLUZIONE, III).
Wallace era arrivato agli stessi risultati di Darwin senza
aver avuto mai contatti scientifici con lui. Di fatto, la
sovrapposizione delle loro teorie fu solo parziale: successivamente
Wallace aderì a una forma di evoluzionismo dalle
forti tinte spiritualiste, del tutto estranea alla mentalità
di Darwin. Per evitare di perdere la priorità in
un campo in cui stava lavorando da molti anni, Darwin dovette
rompere gli indugi e rendere pubblico il suo pensiero sui
meccanismi evolutivi, centrati sulla selezione naturale,
cosa che non aveva ancora voluto fare per insicurezza e
per il timore di suscitare reazioni violente, dato il sottofondo
nettamente anticreazionista della sua teoria. Così,
anche su consiglio di alcuni amici, fu deciso che i due
naturalisti, Darwin e Wallace, avrebbero presentato congiuntamente
i risultati delle loro ricerche alla Società Linneana
il 1° luglio 1858, ove Darwin lesse una relazione, intitolata
On the tendency of species to form varieties. Questo fatto
lo spinse a scrivere rapidamente un volume che sintetizzasse
le sue ricerche e così nel 1859 venne pubblicato
il suo testo più famoso On the origin of species
by means of natural selection, che ebbe sei edizioni successive,
con numerose modifiche apportate dall’autore (la prima tr.
it. sarà del 1875). L’evoluzione dei viventi (Darwin
in realtà non usava questo termine, preferendo parlare
di «discendenza con modificazioni») veniva spiegata
facendo riferimento alla presenza di una diffusa variabilità
degli organismi su cui avrebbe agito il “potere creatore”
della selezione naturale, dando vita a nuove specie. L’autore,
preoccupato di non suscitare reazioni che avrebbero potuto
danneggiare la sua immagine e la diffusione del libro, evitò
accuratamente di trattare argomenti scabrosi quali l’origine
dell’uomo o la validità del racconto biblico della
Genesi. L’origine delle specie ebbe un successo di pubblico
immediato, ma provocò furiosi dibattiti, nonostante
le cautele dell’autore. Le tesi di Darwin furono accettate
non solo da un certo numero di studiosi “laici”, con competenze
in campo naturalistico o geologico, come Lyell, Hooker,
Huxley, o filosofico, come Spencer, ma anche da esponenti
del mondo religioso, come il canonico Tristam, il botanico
americano Asa Gray, il sacerdote e romanziere Charles Kingsley.
Per converso, troviamo molti naturalisti dell’epoca, spesso
di grande rilievo, come Agassiz, von Baer, Pictet, Sedgwick,
Bernard, Pasteur e Virchiow, del tutto contrari o indifferenti
alle tesi darwiniane, oltre, naturalmente, alla maggioranza
del mondo religioso che gli era ostile (per una visione
di insieme del dibattito con selezione di testi, cfr. McIver,
1992; Hayward, 1998).
Nel 1862 appare un testo sulla fecondazione delle orchidee
da parte degli insetti, On the various contrivances by which
British and foreign orchids are fertilised by insects (prima
tr. it. I diversi apparecchi per mezzo dei quali le Orchidee
vengono fecondate dagli insetti, Torino 1883). In questo
tipo di studi specifici Darwin cercava di ottenere dati
sui fenomeni di variabilità che potessero supportare
la sua teoria. Seguendo lo stesso filone Darwin pubblicherà
nel 1868 un altro suo studio sulla variabilità degli
organismi viventi, The variation of animals and plants under
domestication (prima tr. it. Variazioni degli animali e
delle piante allo stato domestico, Torino 1876), ove affronta
il problema dell’ereditarietà, dimostrando di condividere
il concetto di eredità mista, cioè frutto
della mescolanza nella prole dei caratteri dei genitori.
Espone, tra l’altro, la sua specifica teoria in proposito,
detta della «pangenesi», secondo la quale ogni
cellula emetterebbe minuscole particelle, o gemmule, che
alla fine raggiungono gli organi riproduttivi. Da questi,
tali particelle passerebbero nella progenie dove riproducono
le caratteristiche dei genitori formando cellule simili
a quelle da cui derivano. Questa teoria gli consentiva di
spiegare l’ereditarietà dei caratteri acquisiti,
in cui credeva: le gemmule avrebbero registrato le variazioni
degli organi dovute all’uso o al non uso e le avrebbero
poi trasmesse alla prole. Si trattava di una teoria meccanicista,
piuttosto semplicistica, destinata ad un fallimento scientifico
che Darwin avrebbe potuto evitare se avesse preso in considerazione
i lavori ricevuti da Mendel.
Al tema delle origini dell’uomo, deliberatamente evitato
ne Le origini delle specie, Darwin dedicò un’opera
successiva The descent of man and Selection in Relation
to Sex (1871), che provocò accesi dibattiti in quanto
vi si sosteneva la tesi delle origini della specie umana
dai Primati (prima tr. it. L’origine dell’uomo e la scelta
in rapporto col sesso, Torino 1871). Per supportare la sua
idea di una continuità uomo-primati inferiori lo
studioso inglese analizzò le espressioni delle emozioni
sia nell’uomo, sia in altri mammiferi, più o meno
vicini filogeneticamente all’uomo, rilevando — a suo parere
— una serie di analogie spiegabili solo alla luce della
sua teoria evolutiva (The expression of the emotions in
man and animals, 1872). Per l’autore le nostre espressioni
di stati emotivi, come gioia, paura, disgusto, sarebbero
il prodotto di un processo di derivazione da forme animali
inferiori, al pari della nostra struttura anatomica e fisiologica.
Come hanno notato vari critici, il linguaggio adottato nel
libro è antropomorfico e le argomentazioni sono spesso
aneddotiche e poco scientifiche. Philip Prodger (1998) ha
recentemente dimostrato che una parte delle foto utilizzate
da Darwin a sostegno della sua tesi erano state truccate,
su esplicita richiesta dello studioso, dal fotografo Oscar
Gustave Rejlander. Mancando immagini che raffigurassero
espressioni umane spontanee in vari stati psicologici, Rejlander
ricorse a vari stratagemmi per accontentare l’autore: ritoccò
delle foto, spacciò disegni per fotografie, usò
espressioni simulate. Darwin utilizzò anche immagini
di volti stimolati con impulsi elettrici per ottenere smorfie
e deformazioni che, prima di essere pubblicate, vennero
opportunamente ritoccate per nascondere i fili elettrici.
Seguirono poi altri lavori, principalmente di botanica,
e uno studio sull’azione dei vermi nella formazione dell’humus
vegetale, col quale si intendeva dimostrare che l’accumulo
lento e continuo di azioni impercettibili poteva produrre
grandi effetti. Si tratta di opere nelle quali cercò
sempre di dimostrare, con casi specifici, la portata innovativa
e creatrice della selezione naturale. Fra queste, quasi
tutte tradotte all’epoca, a distanza di pochi anni, anche
in italiano, ricordiamo Le piante insettivore (1875), Gli
effetti della fecondazione incrociata e propria nel regno
vegetale (1876), Le diverse forme dei fiori in piante della
stessa specie (1877), Il potere di movimento delle piante
(1880), La formazione della terra vegetale per l’azione
dei lombrichi (1882). A parte ricordiamo la biografia dedicata
al nonno Erasmus (Life of Erasmus Darwin, 1879), un formale
atto di omaggio all’illustre antenato col quale ebbe sempre
una consonanza di idee e di concezioni del mondo. Charles
Darwin morì a 73 anni, il 19 aprile 1882, per infarto.
Venne sepolto accanto a Isaac Newton nell’Abbazia di Westminster.
IV. La selezione naturale e la teoria
evoluzionista di Darwin: precursori, elementi caratteristici
e rilievi critici
Nonostante
Darwin abbia generalmente cercato di negare l’esistenza
di precursori delle sue idee, esisteva in realtà
un ampio e profondo retroterra che già dal Settecento
aveva preparato l’affermarsi di un evoluzionismo meccanicista
(cfr. Ungerer, 1972, pp. 100-102; Mayr, 1990, pp. 247-338;
Omodeo, 1996) Sembra che, nei tempi moderni, il primo assertore
di una delle premesse concettuali all’idea di trasformismo
delle specie fu il francese Bernard Le Bovier de Fontenelle
(1657-1751) con il suo Entretiens sur la pluralité
des mondes (1686), dove affermava che le condizioni ambientali
determinano la costituzione fisica e il comportamento dei
viventi. Dopo di lui va ricordato un altro francese, Benôit
de Maillet (1659-1738) con la sua opera Telliamed, dove,
per bocca di un immaginario filosofo indiano, sosteneva
che la collocazione della Terra nel sistema solare è
mutata nel corso del tempo. Nel passato, quando si trovava
in una posizione più lontana dal Sole, era coperta
dal mare e i suoi abitanti erano esseri acquatici. Poi,
al diminuire la sua distanza dal Sole, la Terra si è
in parte disseccata e molti dei suoi abitanti si sono trasformati
in esseri diversi, capaci di vivere fuori dall’acqua: tra
questi l’uomo, che quindi deriverebbe per trasformazione
da organismi marini. In tali concezioni manca, però,
l’idea, tipica degli evoluzionisti, della comune origine
di tutti i viventi e delle profonde trasformazioni subite
dagli organismi nelle epoche passate.
Pierre-Louis Moreau de Maupertuis (1698-1759) si contraddistinse
invece per le sue analisi sulla riproduzione degli animali
e sulla trasmissione dei caratteri ereditari, inserita in
una cornice teorica di tipo casualista, con richiami al
concetto di selezione intesa come sopravvivenza differenziale
di individui variamente dotati, idea ripresa da Lucrezio
e poi da Empedocle ( EVOLUZIONE, II.1). Per de Maupertuis,
si passa da una specie vivente all’altra, “attraverso gradi
impercettibili”: la natura non fa salti, ma è un
continuum. Nel suo De Universali naturae systemata l’autore
enuncia l’ipotesi che la molteplicità delle specie
oggi viventi derivi da una coppia iniziale, attraverso una
serie di mutamenti dovuti a variazioni della trasmissione
dei caratteri ereditari nei discendenti. Julin Offroy de
La Mettrie (1709-1751), pensatore spiccatamente materialista,
afferma ne L’Homme machine e L’Homme plante (ambedue del
1748) che fra l’uomo e gli animali c’è solo una differenza
quantitativa e non qualitativa (anche sul piano delle capacità
intellettuali); nella sua opera Les animaux plus que machine
(1750) egli ribadisce la parentela tra tutti gli animali,
e quella tra questi e l’uomo. Con la sua Histoire naturelle
(1749), George-Louis-Leclerc Buffon (1707-1788) dilata la
storia della Terra ben oltre i limiti che si ritenevano
allora trasmessi dalla Bibbia ( GEOLOGIA, VI), iniziando
così un processo di storicizzazione delle scienze
naturali che costituì un’importante premessa per
l’affermarsi delle teorie evoluzioniste, per le quali il
lungo tempo a disposizione è una dimensione essenziale.
Denis Diderot (1713-1784), con la sua opera satirica Lettera
sui ciechi (1749), si mostrerà scettico circa la
creazione divina del mondo e della vita. Nei Pensieri sull’interpretazione
della natura (1753) egli amplia ancora più di Buffon
l’età della Terra, portandola fino a milioni di anni,
dipingendo un quadro protoevoluzionistico degli esseri viventi,
i cui caratteri sempre più complessi ed elevati vengono
visti come il frutto di un lungo processo, puramente immanente,
tuttora in corso. Nella sua ultima opera Il sogno di d’Alembert
(1769, 1782), riferendosi al concetto di ereditarietà
dei caratteri acquisiti, Diderot farà dire a uno
dei personaggi: «Gli organi producono i bisogni e
i bisogni producono gli organi». Va qui ricordato
anche Paul Henri Dietrich d’Holbach con il suo Système
de la nature (1770), ove si articola in modo più
esplicito e approfondito l’interdipendenza organismo-ambiente,
per cui se cambia il secondo dovrà farlo anche il
primo, per adeguarsi alle nuove condizioni. J. Delisle de
Sales suggerì, da parte sua, che l’uomo era derivato
da esseri simili all’orang-utan. Anche un abate come Étienne
de Condillac (1715-1800) sosteneva che tra uomo e animali,
sotto il profilo delle capacità intellettuali, vi
era solo una graduale transizione quantitativa. In definitiva,
con la storicizzazione della natura e l’idea dell’universale
parentela di tutti i viventi, la lunga catena dell’essere
biologico non è più vista come il frutto di
un disegno “statico” del Creatore, ma come una realtà
mutevole e dotata di forze proprie.
Darwin non parlò quasi mai dei suoi precursori, amando
piuttosto apparire di fronte al grande pubblico come uno
studioso dalle idee naturalistiche originali. Solo nella
terza edizione de L’origine delle specie (1861) egli offre
un succinto resoconto degli studiosi che lo avevano preceduto,
tralasciando però di citare Edward Blyth (1810-1873),
attento analista dei meccanismi della selezione naturale
(cfr. tr. it. Roma 1989, pp. 33-40). Ricorda però
la «legge dello sviluppo progressivo» formulata
da G.B. Lamarck (1744-1829), sviluppo determinato da una
spinta “interna” agli organismi e dal coinvolgimento di
tre forze evolutive: l’azione delle condizioni fisiche di
vita, l’incrocio con forme già esistenti e lo sviluppo
o la regressione degli organi dovuti al loro corrispondente
utilizzo, che si riteneva oggetto di trasmissione ereditaria
( EVOLUZIONE, II.2). Darwin menzionerà poi studiosi,
più o meno noti, come E.G. Saint-Hilaire; W.C. Wells,
che enunciò il principio della selezione naturale
applicandola però solo all’uomo; il reverendo W.
Herbert, che ammetteva variazioni fra le specie; R. Grant
e M.J. D’Omalius d’Halloy, sostenitori della derivazione
di una specie dall’altra attraverso mutamenti che sono perfezionamenti;
P. Matthew, fautore di idee simili a quelle dello stesso
Darwin; il geologo e naturalista Von Buch, che riteneva
le specie frutto della trasformazione delle varietà;
H. Schaaffhausen, sostenitore della teoria del progressivo
sviluppo delle forme organiche; il reverendo Baden Powell,
il quale, pur essendo un ecclesiastico, pensava che la comparsa
di nuove specie fosse un fatto naturale, e vari altri. È
evidente che il concetto di evoluzione non era una novità,
né si può dire che vi fosse un rifiuto generalizzato
ad accettare una certa variabilità delle specie,
con effetti “trasformistici”, perfino tra gli esponenti
religiosi. Ciò che poteva creare forti tensioni riguardava
semmai l’origine dell’uomo ( UOMO, IDENTITÀ BIOLOGICA
E CULTURALE).
Le idee evoluzioniste di Darwin emergeranno in particolare
nelle sue due opere più famose, già prima
citate, L’Origine delle specie per selezione naturale o
la preservazione delle razze privilegiate nella lotta per
la vita e L’origine dell’uomo e la scelta sessuale. La teoria
di Darwin si caratterizza per il particolare meccanismo
con il quale egli intende spiegare il divenire dei viventi:
a suo parere tutta la varietà che oggi osserviamo
in natura sarebbe derivata da pochi individui originari,
o forse anche da uno solo, e si sarebbe formata attraverso
il lento accumulo di piccole variazioni, insorte in alcuni
individui e poi trasmesse alla prole. Queste sarebbero di
due tipi: variazioni indotte dall’uso o dal non uso di un
organo o di una funzione (eredità dei caratteri acquisiti,
che egli condivideva con Lamarck) e variazioni del tutto
casuali, di origine ignota (quelle che oggi chiamiamo «mutazioni»).
Incidentalmente notiamo che Darwin, parlando delle «variazioni»,
faceva riferimento alle leggi di Etienne Geoffroy Saint-Hilaire
e di Johann Wolfgang Goethe sulla compensazione o equilibrio
dello sviluppo degli organismi. Secondo tali leggi, se la
natura “spende” da una parte, deve economizzare dall’altra:
è una concezione olista dell’organismo, che in realtà
mal si concilierebbe con il meccanicismo “atomistico” del
naturalista inglese. Su questa variabilità, secondo
Darwin, avrebbe avuto ampio spazio d’azione (e lo avrebbe
tuttora) la «selezione naturale», che promuove
gli organismi dotati delle variazioni più funzionali
per una migliore sopravvivenza nella competizione per procurasi
le risorse (ad es. cibo) e, più in generale, maggiormente
adeguate di fronte alle sfide (mutevoli) dell’ambiente.
L’azione della selezione naturale, cieca e meccanicista,
è radicalmente opportunistica, e ha potuto ottenere
i risultati che oggi osserviamo perché essa disponeva
di un lunghissimo periodo di tempo.
Sotto il profilo scientifico, Michael Denton individua correttamente
tre premesse fondamentali del darwinismo: a) gli organismi
variano; b) queste variazioni possono essere ereditate;
c) tutti gli organismi sono soggetti alla “lotta per la
vita” nella quale le variazioni favorevoli vengono preservate
dalla selezione naturale, che riveste un ruolo “creativo”
(cfr. Denton, 1986, p. 42). Mentre le prime due sono osservazioni
obiettive con fondamento sperimentale ( EVOLUZIONE, III.2),
la terza assume una forte carica filosofica e resta alquanto
discutibile. Altri autori, come Linneo, Buffon e de Candolle,
avevano già parlato di «lotta per la vita»,
anche a proposito delle piante, sebbene nel mondo animale
questa veniva principalmente ristretta ai rapporti di predazione.
Darwin, da parte sua, estese in modo parossistico questo
concetto, suggestionato dalle idee di Malthus, focalizzandolo
in particolare sul problema della disponibilità delle
risorse. Le principali obiezioni alla terza “premessa fondamentale”
del darwinismo classico sono due: il “competizionismo” esasperato
trascura la cooperazione esistente in natura a vari livelli;
inoltre, come osservato da moltissimi biologi e naturalisti,
sia contemporanei a Darwin che a lui successivi, attribuire
alla selezione naturale un “ruolo creativo” resta una pura
ipotesi, mai dimostrata. Di quest’ultima, Darwin ne “dilata”
il peso, proponendo un meccanismo “selezionista” per spiegare
la nascita di nuove specie attraverso la fase di “varietà”
(teoria della speciazione) per poi applicarlo anche alla
comparsa dei gruppi tassonomici superiori alla specie, quali
generi, famiglie, ordini, classi (teoria generale), attraverso
un’estensione del tutto gratuita: in altre parole egli intende
spiegare la macroevoluzione con i meccanismi della microevoluzione.
La centralità del concetto di «lotta per l’esistenza»
per tutto il darwinismo viene riassunta dalle stesse parole
del suo autore: «tra tutti i viventi ed in tutto il
mondo, [essa] scaturisce necessariamente dalla loro elevata
capacità di moltiplicarsi in ragione geometrica.
È, questa, la dottrina di Malthus applicata all’intero
regno animale e vegetale. Gli individui di ciascuna specie,
che nascono, sono molto più numerosi di quanti ne
possano sopravvivere e quindi la lotta per l’esistenza si
ripete di frequente. Ne consegue che qualsiasi vivente,
che sia variato sia pure di poco, ma in un senso a lui favorevole
nell’ambito delle condizioni di vita, che a loro volta sono
complesse ed alquanto variabili, avrà maggiori possibilità
di sopravvivere e, quindi, sarà selezionato naturalmente.
In virtù del possente principio dell’ereditarietà,
ciascuna varietà, selezionata in via naturale, tenderà
a perpetuare la sua nuova forma modificata» (L’Origine
delle specie, tr. it. Roma 1989, p. 43). Frequente sarà
l’utilizzo di metafore belliche, il riferimento ai concetti
di «lotta» e di «distruzione» operanti
in natura, all’idea di una «guerra» tra le varie
specie animali ove «i vigorosi, i sani e i felici
sopravvivono e si moltiplicano» potendo superare difficoltà
quali l’approvvigionamento di cibo e le più dure
variazioni climatiche (cfr. ibidem, pp. 90-98); sull’argomento,
però, Darwin riconoscerà di dover fare ricorso
ad esempi basati su casi immaginari (cfr. ibidem, p. 109).
Due sono i caratteri precipui della selezione naturale:
provocare quasi inevitabilmente «l’estinzione delle
forme di vita meno perfette», per cui «se una
specie non si modifica e perfeziona parallelamente ai concorrenti,
ben presto sarà sterminata» (ibidem, p. 114),
e indurre la «divergenza dei caratteri», ossia
la loro differenziazione e specializzazione, modo attraverso
il quale certi individui possono occupare nuovi ambienti,
nuovi habitat liberi o non perfettamente occupati da altri
viventi (cfr. ibidem, pp. 43, 124). La competizione più
aspra avviene tra le specie più affini per abitudini,
costituzione e struttura (cfr. ibidem, p. 126). In vari
punti dell’opera Darwin insisterà sui meccanismi
di variazione dovuti all’uso e al non uso degli organi e
sull’ereditarietà dei caratteri acquisiti, ribadendo
che egli ha «sempre considerato della massima importanza»
gli «effetti dell’aumentato uso o del non uso delle
parti» (ibidem, p. 202).
Al fine di avere un quadro completo delle sue idee, un elemento
rilevante del pensiero di Darwin, sebbene scarsamente sottolineato,
riguarda la posizione nominalistica da lui assunta di fronte
al concetto di specie. Per lo studioso inglese il termine
«specie» è una definizione arbitraria
di utilità pratica, in quanto fa riferimento a gruppi
di individui simili, ma la specie non si differenzia di
molto dalla varietà, che è solo più
fluttuante e meno distinta (cfr. ibidem, p. 78). Come osserva
Ernst Mayr, il concetto di specie in Darwin cambiò
considerevolmente negli anni tra il 1840 e il 1860: nei
taccuini, scritti prima del 1840, risulta che egli concepiva
le specie come conservate attraverso l’isolamento riproduttivo,
poi cambiò idea. «Quando si va a consultare
L’Origine del 1859 e si legge ciò che egli dice delle
specie, non si può evitare di pensare di avere a
che fare con un autore del tutto diverso» (Mayr, 1990,
p. 213). In una lettera a Hooker del 24 dicembre 1856 Darwin
afferma che la definizione delle specie da parte del naturalista
equivale al «tentativo di definire l’indefinibile»
(ibidem, p. 214). Sempre Mayr (cfr. pp. 208-216) segnala
che alcuni commenti di Darwin ricordano le asserzioni di
Lamarck secondo cui non esistono le specie, ma solo gli
individui. Però Lamarck, alla fine della sua vita,
riconobbe l’importanza reale delle specie in natura. Anche
Buffon, in un primo tempo, aveva affermato che le specie
erano puri nomi convenzionali, dato che la natura passa
con «sfumature impercettibili da una specie a un’altra»:
è l’idea di continuum, poi ripresa da Darwin. Successivamente
Buffon si allontanò da queste posizioni estremiste
e introdusse il criterio della fertilità della prole
per decidere se due animali appartengono alla stessa specie.
Mayr ritiene che il cambiamento delle valutazioni di Darwin
sia stato dovuto all’influenza degli studiosi di botanica,
che in questo campo erano in maggioranza nominalisti, e
riconosce che il concetto assolutamente convenzionale di
specie, difeso da Darwin, fu una posizione assunta forse
inconsciamente perché favoriva l’idea di una evoluzione
lenta e continua, molto più di quanto non avrebbe
fatto la concezione classica, essenzialista e platonica,
di Linneo o di Cuvier, e anche della definizione biologica
basata sulla interfecondità, che è quella
prevalente ai nostri giorni.
Secondo Darwin le varietà sarebbero specie incipienti:
esse si formano come conseguenza inevitabile della lotta
per la vita che favorisce qualsiasi variazione, anche lieve
e di qualunque origine, purché risulti utile a un
individuo nei suoi rapporti con gli altri viventi e con
il mondo esterno, variazione che viene ereditata, permettendo
così anche ai discendenti di avere migliori possibilità
di sopravvivenza (cfr. L’Origine delle specie, pp. 86-87).
Nella maturazione del suo pensiero il concetto di «adattamento»
subisce una modifica. In un primo tempo, Darwin pensava
che l’adattamento costituisse la risposta automatica dell’organismo
al mutamento ambientale (organismi ben adattati all’ambiente
non muterebbero se non muta questo); successivamente, egli
passa dal concetto di adattamento al solo ambiente fisico
ad uno, più complesso, che tenga conto anche degli
altri organismi. Abbandonata l’idea che possano esistere
delle stasi, la trasformazione delle specie è vista
come un processo sempre in atto, continuo e graduale, che
per essere innescato non ha più bisogno di un mutamento
ambientale. Il ricorso ad una metafora deista, quella che
vede nella selezione naturale l’opera di un “grande allevatore”
che accumula in una certa direzione le variazioni insorte
negli organismi modificandone così le morfologie
a suo piacimento, presente all’epoca dei suoi Notebooks
(1836-1844) e probabile residuo di una visione in qualche
modo teleologica dell’evoluzione (cfr. Sloan, 1985), scomparirà
poi del tutto nella redazione de L’Origine delle specie.
Un punto centrale, qualificante, del darwinismo è
infine il rifiuto assoluto non soltanto dell’idea di una
“creazione immediata delle diverse specie” (creazionismo),
ma anche di ogni tipo di cambiamenti improvvisi da una generazione
all’altra, il cosiddetto «saltazionismo», ritenuto
antiscientifico e miracolistico. La selezione naturale determina
la spenceriana sopravvivenza del più adatto agendo
con estrema lentezza, come i processi geologici: «il
suo potere non ha limiti creativi» (L’Origine delle
specie, p. 118). Infatti, attraverso la divergenza (radiazione
adattativa), le specie si moltiplicano per formare poi generi,
famiglie, ordini tassonomici, ecc. (cfr. ibidem, p. 128).
Dalla microevoluzione si passa alla macroevoluzione senza
soluzione di continuità. L’accumulo di variazioni
conservate dalla selezione naturale «conduce inevitabilmente
al graduale progresso dell’organizzazione» dei viventi
e «porta verso l’alto», partendo da una condizione
originaria in cui tutti i viventi erano «strutturalmente
semplicissimi» (ibidem, pp. 136 e 138). Questo quadro,
nettamente “progressista”, non è più tipologico,
ma radicalmente genealogico e viene simbolizzato dalla figura
di un grande albero (cfr. ibidem, p. 130). Ogni classificazione
naturale può essere solo genealogica, cioè
derivazionista e storica.
Darwin era perfettamente cosciente delle difficoltà
incontrate dalla sua teoria. Di alcune di esse giungerà
a dire che «sono talmente gravi che attualmente non
ci posso riflettere senza sgomentarmi» (ibidem, p.
167). Egli stesso le classifica in quattro gruppi: a) perché
i viventi non presentano un gran numero di forme di transizione?
b) Come possono essersi formati degli individui (ad es.
il pipistrello) attraverso piccole variazioni da progenitori
completamente diversi? O, anche, come possono essersi formati
organi così perfetti come l’occhio? c) Come può
la selezione naturale far acquisire o modificare istinti
altamente raffinati (ad es. quello che guida l’ape a fare
cellette di un’incredibile perfezione geometrica)? d) Come
spiegare la non fecondità o la produzione di ibridi
sterili tra specie diverse, mentre fra varietà non
ci sono barriere riproduttive? (cfr. ibidem, p. 167). A
queste obiezioni se ne aggiungeranno altre, che Darwin riporterà
in un capitolo apposito, aggiunto nella sesta edizione del
suo libro. Fra queste, l’osservazione dei suoi critici che
molti caratteri non risultavano di alcuna utilità
ai loro possessori (è la teoria neutralista); che
la selezione naturale non è in grado di rendere conto
delle fasi iniziali delle strutture utili (è il classico
caso del mimetismo); e che, infine, è più
probabile che le nuove specie si manifestino improvvisamente
e per mezzo di modificazioni repentine (cfr. ibidem, pp.
199, 202, 217). Si tratta in buona parte di critiche ancora
scientificamente valide. Vediamo alcune delle risposte fornite
dal naturalista inglese.
Per quel che riguarda l’assenza di forme viventi intermedie
tra le varie specie a noi note, Darwin ritiene che queste
siano state eliminate dalla selezione naturale, che ha provocato
i “vuoti” e la discontinuità che oggi osserviamo.
Le varietà “intermedie” avrebbero in sostanza una
vita media assai più breve delle forme che originariamente
collegavano. L’assenza di anelli di congiunzione fossili
tra i gruppi zoologici si spiegherebbe, sempre secondo Darwin,
perché le forme di transizione erano composte di
un ridotto numero di individui (donde un minor numero di
occasioni per fossilizzarsi); perché gli strati geologici
furono sottoposti a sconvolgimenti che li hanno alterati
(erosione e processi metamorfici); e, infine, perché
non di tutti gli organismi possono formarsi e conservarsi
dei fossili, deducendone, come conclusione generale, che
la documentazione fossile non è rappresentativa della
vita sulla terra nel passato. Egli non sa però rispondere
al perché si assista alla comparsa improvvisa di
molti tipi di organismi viventi (è quella che oggi
chiamiamo «esplosione cambriana»), mentre non
esistono dei fossili più antichi, essendo gli strati
precedenti a questa esplosione né erosi né
metamorfosati, per cui avrebbero dovuto permettere la formazione
e il mantenimento dei fossili corrispondenti (cfr. ibidem,
p. 291). Proprio su questo punto egli dovrà ammettere
che «se è vero che numerose specie, appartenenti
agli stessi generi ed alle stesse famiglie, sono comparse
improvvisamente, [allora] la teoria delle modificazioni
lentamente prodotte della selezione naturale subirebbe un
colpo mortale. Infatti lo sviluppo di un gruppo di forme,
tutte derivanti da un solo progenitore, deve essere stato
un processo lentissimo» (ibidem, p. 288). Ancora oggi
il mistero permane: infatti, anche se sono stati trovati
organismi fossili dei periodi antecedenti al Cambriano (fossili
ignoti al tempo di Darwin), questi presentano una morfologia
molto diversa da quella degli organismi successivi: non
c’è alcuna continuità, ma un salto.
Per risolvere la difficoltà prospettata al secondo
punto, cioè il passaggio da un quadrupede insettivoro
a un pipistrello volante, non essendovi degli antenati in
linea diretta Darwin prende a esempio i discendenti collaterali,
quali gli scoiattoli e i lemuri, dove si trovano forme “volanti”,
sia pure in modo parziale (plananti), dotate tra gli arti
di membrane che fungono da paracadute. A suo parere nulla
vieta di pensare ad un lento processo di accumulo graduale
di variazioni utili che avrebbe condotto, partendo da forme
analoghe a queste tra i progenitori dei pipistrelli, fino
agli individui volanti che conosciamo. Una volta affermatisi
i pipistrelli, i loro progenitori plananti, cioè
gli anelli intermedi con le forme solo quadrupedi, sarebbero
stati sterminati nella lotta per la vita (cfr. ibidem, pp.
172-173). Il medesimo ragionamento “cumulazionista”, unitamente,
alla selezione naturale, viene utilizzato anche per spiegare
forme complesse come l’occhio, ma aggiungendo in questo
caso con una certa “imprudenza”: «se si potesse dimostrare
che esiste un qualsiasi organo complesso che non può
essersi formato tramite molte tenui modificazioni successive,
la mia teoria crollerebbe completamente» (ibidem,
p. 178). La comparsa delle varie morfologie dei viventi,
inutile dirlo, è vista solo come frutto di utilità
e di adattamento, e non avrebbe senso alcuno valutare queste
sotto l’aspetto della bellezza, della piacevolezza o della
varietà gratuita: se una dottrina che attribuisse
importanza a questi fattori fosse vera — egli riconosce
— «sarebbe assolutamente fatale per la mia teoria»
(cfr. ibidem, pp. 184-185). Analoga procedura logica viene
usata per rispondere alla terza obiezione sul potere della
selezione naturale di dare forma a istinti altamente raffinati,
sebbene analizzando le caste delle formiche vi trova una
tale perfezione organizzativa e strutturale da riconoscere
di aver incontrato in questo ambito «la maggior difficoltà»
per la sua teoria (ibidem, p. 241). Circa la quarta obiezione,
essa risulta oggigiorno superata, per cui tralasciamo di
riportare le risposte fornite.
In merito alle restanti critiche, Darwin negherà,
senza risultare però convincente, ogni forma di “neutralismo”
delle mutazioni, in quanto egli è fermamente convinto
che la selezione naturale non accumulerebbe, né incrementerebbe
delle variazioni realmente prive di utilità per l’individuo
(cfr. ibidem, pp. 201-202). Cercando di spiegare il mimetismo,
riporta l’esempio dell’insetto-foglia, supponendo che il
processo sia nato con una iniziale somiglianza “accidentale”
con un oggetto di questo tipo, somiglianza poi lentamente
aumentata nel tempo dalla selezione naturale, che avrebbe
conservato solo le variazioni spontanee sorte nella direzione
“giusta” (cfr. ibidem, p. 206). Infine, egli nega ogni “forza
o tendenza interna” evolutiva e ogni tipo di saltazionismo
negli organismi, perché — a suo parere — servirebbero
tra l’altro troppe coincidenze, del tutto improbabili, per
giustificarne l’azione (cfr. ibidem, p. 217). E conclude,
in chiave ottimistica, affermando: «Poiché
le attuali forme viventi sono le discendenti lineari di
quelle che vissero molto prima dell’epoca siluriana, possiamo
essere certi che la successione ordinaria tramite generazione
non è mai stata interrotta e nessun cataclisma ha
devastato il mondo intero. Quindi possiamo guardare con
una certa fiducia ad un avvenire sicuro, anch’esso di durata
inconcepibile. E siccome la selezione naturale opera esclusivamente
tramite e per il bene di ciascun essere, tutti gli arricchimenti
corporei e psichici tenderanno a progredire verso la perfezione.
[...] Dunque dalla guerra della natura, dalla carestia e
dalla morte nasce la cosa più alta che si possa immaginare:
la produzione degli animali più elevati» (ibidem,
p. 428).
Logico coronamento di questa filosofia fu il suo libro sull’origine
della specie umana, dal quale deriva la percezione più
comune del darwinismo, riassumibile nella popolare affermazione
che “l’uomo deriva dalla scimmia”. Anche se si tratta di
una semplificazione, nella sua essenza questa frase rispecchia
molto bene un aspetto essenziale della teoria di Darwin.
Più esattamente si dovrebbe affermare che la nostra
specie sia derivata da progenitori con caratteri in gran
parte scimmieschi, che però non sono identificabili
con le scimmie a noi note, in quanto sarebbero estinti da
tempo e quindi rinvenibili solo come fossili. Ne L’origine
dell’uomo e la scelta sessuale, Darwin parla di «scimmie
[...] dello stipite Catarrino o del continente antico [come]
nostri progenitori» (tr. it. Milano 1997, p. 203),
di antenati dell’uomo «simili alle scimmie»
(ibidem, p. 205), di scimmie africane dalle quali, «in
un periodo antichissimo, è derivato l’uomo»
(ibidem, p. 214), di «una serie di forme che derivano
gradualmente da qualche creatura simile alle scimmie fino
all’uomo, come ora esiste» (ibidem, p. 232). Secondo
lo schema già noto, egli presupponeva infatti una
transizione lenta e progressiva fino a giungere all’uomo
moderno, sostenendola mediante una comparazione, a più
livelli, tra i vari aspetti anatomici, fisiologici e comportamentali
dell’uomo e degli animali inferiori, per mostrare i quali
Darwin si fa paleontologo dei primati, paletnologo, etnologo
e antropologo, ma anche sociologo e psicologo.
Dall’opera non è estraneo il tema religioso. «Non
vi è nessuna prova — egli scrive — che l’uomo in
origine fosse dotato del nobile sentimento dell’esistenza
di un Dio onnipotente» (ibidem, p. 90) e, seguendo
Spencer, propugna un grossolano evoluzionismo religioso
su base naturalistica e materialistica, al punto da identificare
barlumi di devozione religiosa nel profondo amore del cane
per il suo padrone, quasi una prefigurazione “evolutiva”
del sentimento umano! Seguendo Thomas H. Huxley, e riprendendo
l’analogia di emozioni ed espressioni tra uomo e scimmie
superiori, Darwin sostiene che l’uomo differisce meno dalle
scimmie più elevate che non queste dai membri inferiori
dello stesso gruppo (cfr. ibidem, pp. 197-198). Poiché
deve esserci stato un continuum tra i nostri progenitori
e gli esseri umani, secondo Darwin è «impossibile
definire il punto in cui si dovrebbe adoperare il vocabolo
uomo» (ibidem, p. 232). Per uno sviluppo del tema,
che ne riprende i nodi essenziali alla luce dei dati scientifici
contemporanei, rimandiamo alla voce corrispondente ( UOMO,
IDENTITÀ BIOLOGICA E CULTURALE).
V. La critica del darwinismo classico alla luce di alcuni
studi recenti
Diversi
uomini di scienza, contemporanei a Darwin, avevano già
espresso dubbi e critiche, spesso radicali, sulla sua teoria,
anche sotto il profilo della coerenza delle argomentazioni.
Alcune di queste critiche sono state riportate dallo stesso
Darwin, con i suoi tentativi di fornire delle risposte plausibili.
Anche la biologia contemporanea ha sollevato delle forti
perplessità in merito ad importanti elementi caratteristici
del darwinismo. In alcuni ambiti, le idee del naturalista
inglese sono state abbandonate anche dai suoi seguaci più
“ortodossi”: ci riferiamo alla convinzione che i caratteri
acquisiti siano ereditabili, alla confusa teoria della pangenesi,
alla concezione nominalistica e convenzionale delle specie
viventi, per limitarci agli esempi più rilevanti.
In linea più generale, la prima e principale obiezione
riguarda la pretesa di far derivare tutta la ricchezza morfogenetica
e fenomenica della natura vivente (che presenta, fra l’altro,
un certo ordine ed armonia), da un puro meccanicismo basato
su processi casuali oppure esclusivamente deterministici
( MECCANICA, IV; NATURA, VII). Di fatto, né Darwin,
né i suoi continuatori hanno mai potuto fornire in
merito spiegazioni convincenti, come mostra oggi un’abbondante
bibliografia (esempi in Hitching, 1982; Denton, 1986; Thompson,
1992; Chauvin, 1991 e 1995; Behe, 1996; Sermonti, 1999;
Monastra, 2000; Wells, 2000).
L’ambizione esplicativa totalizzante del darwinismo — in
modo particolare quella attribuita alla selezione naturale
quale suo motore trainante — ha suscitato un comprensibile
dibattito quando applicata anche alle facoltà, ai
sentimenti e alle convinzioni dell’essere umano, incluse
quelle di carattere religioso. Nella sua Autobiografia (cfr.
tr. it. 1962, pp. 74ss) Darwin si chiede che valore abbia
l’argomentazione con la quale la mente umana, ragionando
in termini di causa-effetto e giudicando assai difficile
che tutto sia frutto del “cieco caso” o della “cieca necessità”,
inferisce l’esistenza di Dio come Causa Prima che possa
fondare l’esistenza dell’universo e della natura, uomo compreso.
Egli risponde però che questo tipico modo di operare
della logica umana potrebbe essere anch’esso il frutto di
un processo evolutivo, e dunque non possedere un valore
universale. L’idea di Dio, inoltre, potrebbe essere solo
una credenza sorta ad un certo stadio dell’evoluzione della
specie umana, dalla quale non è stato più
possibile liberarsi. Di qui, l’origine del suo agnosticismo.
Ma, sulla logica seguita da Darwin, si chiede giustamente
Mary Midgley «perché la sfiducia di Darwin
fosse così selettiva. Perché dubitava soltanto
delle facoltà che lo rendevano propenso a credere
e non di quelle che agivano in senso contrario? I motivi
addotti a favore della sfiducia sono gli stessi in entrambi
i casi. Tutte le credenze, comprese quelle che ci fanno
dubitare dell’esistenza di Dio e quelle che la incoraggiano,
si sviluppano in noi grazie alle facoltà che ci sono
state trasmesse attraverso l’evoluzione e hanno origine
nella nostra cultura. Se riteniamo, come faceva Darwin,
che questi due fattori possano essere offuscati in modo
impercettibile dall’eredità di caratteristiche acquisite
culturalmente, la diffidenza deve estendersi a tutto, perché
ogni nostro pensiero è oggetto in egual misura a
una corruzione non individuabile» (Scienza come salvezza.
Un mito moderno e il suo significato, Genova 2000, pp. 130-131).
Come ha inoltre osservato anche Thomas Nagel, il funzionalismo
utilitaristico, che sottende tutta la teoria darwiniana,
finisce con lo svalutare inevitabilmente ogni capacità
umana di giungere alla verità (cfr. Uno sguardo da
nessun luogo, Milano 1990). Una volta che tutte le facoltà
e i modi del pensiero umano sono compresi come conseguenze
dell’evoluzione darwiniana, anche limitandoci alla sola
sfera delle doti razionali, ci possiamo chiedere quale utilità
rivestano, o abbiano rivestito nel corso dell’evoluzione,
tutta una serie di facoltà complesse, come ad esempio
il ragionamento di tipo matematico, che, tra l’altro, non
possono essere “ridotte” a substrati elementari. Un’obiezione
di questo genere era stata già avanzata da A.R. Wallace
(vedi supra, III), il quale, diversamente da Darwin, era
molto cauto nell’attribuire alla selezione naturale ogni
genere di emergenza e rifiutava una spiegazione utilitaristica
del sorgere e dell’affermarsi dell’etica in seno alla comunità
umana, per cui non esitava a porre ben definiti “limiti
interpretativi” alla teoria dell’evoluzione, della quale
era peraltro anch’egli sostenitore (cfr. A.R. Wallace, Contribution
to the Theory of Natural Selection, London 1870, e Darwinism,
London 1889). Un discorso analogo è stato fatto per
molti caratteri presenti nel mondo animale e che non rivestono
alcuna “utilità”, come ha dimostrato Adolf Portmann
(1969), distinguendo i caratteri «funzionali»
(se vogliamo “darwiniani”), da quelli «vettoriali»,
aventi un significato di autopresentazione dell’individuo
e perciò liberi da ogni utilitarismo.
Non poche delle apparenze del mondo animale ricondotte da
Darwin all’azione della selezione naturale si è poi
visto che non ammettevano certamente questo tipo di lettura.
Fra queste, la comparsa dei cosiddetti «sosia australiani»
(cfr. L’Origine delle specie, p. 401), mammiferi marsupiali
che riproducono la morfologia di mammiferi placentati (lupo,
gatto, scoiattolo, ecc.) e che vivono in altri continenti.
Oggi sappiamo che le due linee, dopo la biforcazione da
un ipotetico progenitore comune, vissero separate per circa
100 milioni di anni in condizioni ambientali molto differenti,
senza alcuna possibilità di incrocio (cfr. Koestler,
1980, p. 241). Il mimetismo animale e vegetale ci offre
una tale ricchezza di forme che risulterebbe impossibile
spiegare in un’ottica “opportunistica”, mentre un obiettivo
esame di tali morfologie lascia intravedere una rete di
modelli geometrici sottostanti che, nella loro astoricità,
rimandano a un mondo di forme e di proporzioni determinato
da leggi di tipo strutturale. Cercando di spiegare la morfologia
dell’insetto-foglia in termini di imitazione di una struttura
vegetale con la quale mimetizzarsi, sfuggendo così
ai predatori, Darwin ignorava che la comparsa dell’insetto-foglia
precedette quella delle foglie sotto le quali esso si sarebbe
poi mimetizzato. Analogamente, la sua convinzione che la
selezione naturale desse ragione della infinita diversità
strutturale e funzionale della bocca degli insetti, “adattatasi”
col tempo alle strutture floreali, sarà superata
da ricerche posteriori. Sulla base dei reperti fossili,
Labandeira e Sepkoski hanno dimostrato che, in concomitanza
con l’espansione delle varie famiglie degli insetti, quasi
il 90% degli apparati boccali oggi noti si erano differenziati
(cfr. Insect Diversity in the Fossil Record, “Science” 261
(1993), pp. 310-315). Questo avveniva cento milioni di anni
prima che apparissero le angiosperme (piante con fiori),
quasi che gli insetti avessero “costruito”, in modo del
tutto autonomo, le loro strutture atte ad assumere il nutrimento,
ma “sapendo” già quali sarebbero state le future
conformazioni dei fiori, in modo da essere “preparati” a
usufruire delle nuove possibilità di alimentazione
offerte dalla natura.
È anche opportuno notare la presenza di una certa
implicita tautologia insita nel concetto spenceriano di
“sopravvivenza del più adatto”. La scarsa scientificità
di questa idea è stata evidenziata, da differenti
punti di vista, da vari studiosi. Fra essi, il citogenetista
Antonio Lima-de-Faria (1988), il panbiogeografo Leon Croizat
(1987), il matematico René Thom (1983), il genetista
Giuseppe Sermonti (1999), lo zoologo Wolfgang Kuhn (1990).
Secondo lo zoologo francese Pier-Paul Grassé, Darwin
attribuisce alla selezione naturale doti di “divinazione”,
di “profezia”, dato che per scegliere deve «prevedere
il ruolo futuro dell’organo in formazione. In assenza di
questa previsione, la coordinazione degli stati successivi
diventa incomprensibile. Darwin ci ha pensato?» (Grassé,
1979, p. 156). L’osservazione critica, che vale per tutti
gli organi assai complessi (occhio compreso), ha in realtà
un carattere più generale, volendo mettere in luce
che l’autore de L’Origine delle specie non ha mai preso
in considerazione i processi che hanno dato vita alle relazioni
tra le parti. L’approccio meccanicistico-casualista di Darwin
cercava di spiegare (in modo insufficiente) la comparsa
delle singole parti di un organismo, ma non il formarsi
di una interazione armonica tra queste, interazione alla
quale egli non può fare a meno di far riferimento
quando afferma che il cambiamento di una parte dell’organismo
comporta un cambiamento bilanciato di altre parti. Darwin
si è fermato ad un approccio puntiforme, prendendo
come dato di fatto la cornice relazionale di tipo organicista
e olista, senza fornirle tuttavia un’adeguata spiegazione
( EVOLUZIONE, V).
Alla concezione darwiniana della natura come cieco fluire
continuo che, come osserva opportunamente René Thom,
ha preteso di eliminare «la problematica della forma
in biologia» (Thom, 1983, p. 18; cfr. anche Thom,
1980), si oppongono, oggi come ieri, anche i dati della
paleontologia. La nostra conoscenza odierna in proposito,
non più frammentaria e carente come all’epoca del
naturalista inglese, ci assicura che i fossili contenuti
negli strati geologici sono effettivamente rappresentativi
degli organismi vissuti in passato sulla Terra, cioè
che la documentazione fossile è sufficientemente
adeguata da smentire l’idea di un lento processo lineare
di «modificazioni ereditarie infinitesimalmente piccole»,
cioè di variazioni graduali, minime, cumulative degli
organismi (cfr. ad es. M.J. Benton, M.A. Wills, R. Hitchin,
Quality of the fossil record through time, “Nature” 403
(2000), pp. 534-537). Le argomentazioni impiegate da Darwin
per rispondere ai suoi critici incontrerebbero oggi problemi
assai maggiori. Infatti, le ipotetiche forme di transizione,
per quanto poco numerose, non possono essere scomparse nel
nulla e gli strati geologici non sono così diffusamente
alterati come si riteneva all’epoca. Quanto i geologi osservano
non sono cambiamenti graduali ma sussulti irregolari e rapidi,
nei quali le specie compaiono improvvisamente, rimangono
pressoché inalterate per l’intera durata della loro
storia, e poi scompaiono all’improvviso (cfr. D. Raup, Conflicts
between Darwin and Paleontology, “Field Museum of Natural
History Bulletin” (Chicago) 50 (1979), n. 1, pp. 22-29).
Superata la concezione gradualista di Darwin, riacquista
credibilità il saltazionismo (evoluzione con pause
e scatti improvvisi), motivo dell’assenza dei cosiddetti
«anelli di congiunzione» tra i vari gruppi tassonomici.
Si è fatta strada in biologia, negli ultimi decenni,
una concezione della specie che ricorda quanto affermato
tempo addietro dalla teoria organicista, che poneva una
analogia tra “specie” e “macro-organismo” o “super-individuo”:
la specie, in sostanza, non sarebbe più vista come
la semplice somma di tanti individui, ma come una realtà
vivente e unitaria, costituita da organismi diversi, così
come ogni organismo è composto da cellule. Per cui,
al pari degli individui, le specie nascono, vivono più
o meno a lungo e poi muoiono.
Già nella prima metà del Novecento, l’istologo
e anatomista francese L. Vialleton aveva criticato l’interpretazione
con cui Darwin indicava certe strutture presenti in embrioni
animali come esempi di organi residuali o «vestigiali».
Per il naturalista inglese si trattava di organi non più
funzionali, ridottisi nel corso dell’evoluzione, ormai privi
di utilità per l’animale, ma che consentivano allo
studioso dell’evoluzione di ricostruire la genealogia della
specie analizzata, cioè la derivazione filetica di
certi individui dai loro progenitori. È il caso dei
nuclei germinali dei denti osservabili nel feto delle balene
(animali privi di denti allo stato adulto), o di quelli
degli incisivi superiori di certi ruminanti, le cui gengive
non vengono mai forate. Eppure, tali nuclei germinali svolgono
in realtà una funzione importante nella formazione
delle ossa delle arcate dentarie, alle quali essi forniscono
un “punto d’appoggio” su cui modellarsi (cfr. L. Vialleton,
L’origine degli esseri viventi. L’illusione trasformista,
tr. it. Roma-Milano-Napoli 1935, pp. 141-142). Molto spesso
queste presunte strutture vestigiali sono in effetti delle
strutture altamente specializzate, il cui studio approfondito
è stato non di rado inibito proprio dall’averli erroneamente
considerati semplici “residui” evolutivi: istruttivo in
proposito il caso dell’epifisi e dell’ipofisi, ghiandole
complesse definite inizialmente come organi vestigiali,
quando ancora non si sapeva quasi nulla sull’apparato endocrino.
Non è forse senza significato, infine, segnalare
che l’insistente desiderio di trovare “anelli mancanti”
in alcune genealogie evolutive ricostruite con criteri darwiniani
abbia talvolta condotto ad interpretare reperti in modo
affrettato e superficiale, quando non a proporre — in alcuni
casi — dei veri e propri “falsi storici”. Si possono ricordare,
ad esempio, l’uomo-scimmia di Piltdown, costituito da ossa
di uomo accostate a quelle di una scimmia (forse un orango),
o il rettile-uccello battezzato col nome di Archaeoraptor
liaoningensis, successivamente riconosciuto come un artefatto
ottenuto unendo il fossile del corpo di un uccello a quello
della coda di un rettile, e non a caso ribattezzato ironicamente
“Piltdown bird” (cfr. J. Hecht, Piltdown bird, “New Scientist”,
29.1.2000, p. 12). Sembrerebbe quasi che, non potendo la
documentazione paleontologica fornire gli “anelli di congiunzione”,
occorresse crearli a tavolino. Atteggiamenti inconsciamente
favoriti da quella singolare “logica delle possibilità”
utilizzata dallo stesso Darwin e che, come messo in luce
da Himmelfarb (1974), lo conduceva a convincersi che varie
possibilità si sommassero insieme per generare delle
probabilità, e che queste ultime, sommandosi ulteriormente
l’una all’altra, generassero una certezza. Egli assumeva
infatti che la mera “possibilità” di immaginare una
serie di passaggi intermedi tra una condizione organica
ed un’altra doveva essere accettata come ragione valida
per ritenere “probabili” questi passaggi, portando così
a far credere praticamente “certo” il loro verificarsi.
Centrata sul meccanismo della selezione naturale, la capacità
esplicativa della sua teoria veniva ritenuta da lui sufficiente
per accettare i fatti che se ne mostravano in accordo e
guardare con sospetto quelli che se ne distaccavano.
VI. Il darwinismo sociale: dalla
sociobiologia all’etica evoluzionista
Fra
le correnti di pensiero che traggono la loro origine dalle
idee di Charles Darwin va annoverato quanto conosciuto col
nome di “darwinismo sociale”. Leggiamo in una pagina de
L’Origine dell’uomo: «Il progresso della prosperità
del genere umano è un problema intricatissimo; tutti
quelli che non possono evitare una grande povertà
per i figli dovrebbero astenersi dal matrimonio, perché
la povertà non è soltanto un gran male, ma
con la prole tende ad aumentare. D’altra parte, come ha
notato Galton, se i prudenti si astengono dal matrimonio,
mentre i negligenti si sposano, membri inferiori della società
tenderanno a soppiantare i membri migliori. L’uomo, come
qualunque altro animale, ha senza dubbio progredito fino
alla sua condizione attuale attraverso una lotta per l’esistenza,
frutto del suo rapido moltiplicarsi; e, per progredire ed
elevarsi ancora di più, deve andar soggetto ad una
dura lotta. Altrimenti egli in breve cadrebbe nell’indolenza,
e gli uomini più dotati non riuscirebbero meglio
nella battaglia della vita dei meno dotati [...]. Le leggi
e i costumi non devono impedire ai più abili di riuscire
meglio e di allevare un numero più grande di figli»
(tr. it. Milano 1997, pp. 414-415). Vi troviamo enunciati
i princìpi-base del darwinismo sociale, che alcuni
attribuiscono riduttivamente al solo Francis Galton (cfr.
Hereditary Genius, London 1869, Natural inheritance, London
1889) e ai suoi continuatori, teorici dell’eugenetica, forse
volendo allontanare da Darwin questa pesante responsabilità.
Non sfugge infatti il potenziale negativo in essi contenuto,
al teorizzare una discriminazione sociale ove i poveri e
i meno dotati sono considerati “inferiori” e l’uomo viene
ricondotto alla pura dimensione animale, di un “animale”,
oltretutto, frutto esso stesso di una visione ideologica
preconcetta. Siamo in presenza di una antropologia fortemente
riduzionista, che caratterizzerà le varie forme di
darwinismo sociale, il cui terreno più favorevole
si riscontra purtroppo in quelle nazioni dominate da una
visione fortemente competizionista della società
e dei popoli. Non andiamo troppo lontano se affermiamo che
l’idea della “sopravvivenza del più adatto” si è
tramutata tristemente in un’ideologia con la quale alcuni
hanno voluto giustificare l’espansionismo, l’imperialismo
ed alcune forme di capitalismo. Parallelamente, i libri
di Darwin riscossero un ampio successo tra il pubblico americano.
È in ambito anglosassone, ove non sono certo assenti
forme di forte competitività economica e sociale,
che si è principalmente sviluppata un’espressione
assai sofisticata del darwinismo sociale: la sociobiologia.
Nata ufficialmente nel 1975, e teorizzata in vari ambiti
da autori quali Wilson, De Vore, Trivers, Lumsden (cfr.
Christen, 1980), la sociobiologia è una forma radicale
e coerente di darwinismo, il cui cardine ruota attorno al
concetto di «gene egoista», secondo la definizione
datane da Richard Dawkins nel suo omonimo volume (Il gene
egoista, Milano 1994). Alcuni interventi nel dibattito scientifico
ci sembrano molto significativi per comprenderne le potenziali,
gravi ricadute sociali contenute in tale prospettiva. «In
primo luogo — scrive R. Alexander — tutti gli organismi
devono evolversi continuamente per massimalizzare il loro
adattamento globale all’ambiente. In secondo luogo, la concessione
di un vantaggio da parte di un qualsiasi organismo a un
altro richiede sempre delle spese, per quanto limitate,
da parte del donatore. Da questo deriva una diminuzione
di adattamento a causa del tempo, dell’energia perduta e
dei rischi corsi. Essa implica anche una relativa diminuzione
di adattamento che consegue dall’aumento di adattamento
dei partners che sono in competizione per la riproduzione.
Così, ogni organismo dovrà evolversi in modo
tale da evitare ogni atto di beneficenza o di altruismo
che si manifesterà probabilmente mediante una spesa
maggiore del guadagno ottenuto» (R.D. Alexander, The
Search for a general Theory of Behavior, “Behavioral Science”
20 (1975), p. 90). In sintesi, altruismo e rispetto per
il prossimo costituirebbero dei “difetti biologici” da evitare.
Tre anni dopo, nel 1978, durante un importante convegno
di economia tenutosi negli Stati Uniti, un gruppo di “bioeconomisti”
affermerà con enfasi che «il capitalismo è
insito nei nostri geni». Secondo la rivista Business
Week (10.4.78), molto vicina a questo gruppo, la moderna
ricerca scientifica avrebbe “dimostrato” che competizione
e interesse personale, importanti in modo essenziale nell’economia
di mercato “pura”, stanno anche alla base dei processi della
natura, per cui esisterebbe una forte analogia, un accordo
di fondo assai stretto, fra concezioni iperliberiste e selezione
naturale, tra capitalismo privo di ogni controllo e biologia
evoluzionista.
Dall’interno di un’ottica scientista, il darwinismo sociale
mescola “scienza” e “valori sociali”, seguendo una concezione
inaugurata dallo stesso Darwin. Come sappiamo, secondo la
teoria evoluzionista classica la selezione naturale opera
al livello dell’individuo, eliminando i soggetti con variazioni
(in ambito genetico, mutazioni) sfavorevoli e favorendo
l’affermarsi di coloro che posseggono le variazioni utili.
Per la sociobiologia, invece, l’elemento centrale dell’evoluzione
è il “gene”, considerato come una struttura autonoma,
coinvolto in una lotta costante per affermarsi contro altri
geni che determinano caratteri differenti. In tale ottica
gli organismi, gli stessi esseri umani, sarebbero solo delle
strutture “inventate” dal materiale ereditario per potersi
moltiplicare. In questa eterna competizione selettiva, l’unico
tipo di solidarietà che potrebbe instaurarsi è
quella fra geni che esprimono caratteri uguali o congruenti,
presenti in individui diversi. In realtà non esisterebbe
alcuna forma di comportamento sociale realmente altruistico
e disinteressato: questo sarebbe limitato solo ad individui
con una comunanza genetica, come nel caso dei parenti, o
verso coloro i quali, a loro volta, ci potranno aiutare
(i vicini, i membri della propria comunità, ecc.).
In sostanza, noi crederemmo di agire autonomamente, secondo
coscienza e giustizia, mentre invece seguiamo, come robot,
le cieche strategie utilitaristiche dei nostri geni. Così
facendo, l’individuo, per non parlare della persona, si
dissolve nei costituenti della chimica della riproduzione.
È appena il caso di rilevare che molti dati scientifici
hanno contraddetto un quadro così “misero”, dove
la natura viene ridotta al ruolo di arido contabile (cfr.
Lindauer, 1994). Ancora di recente, nuovi teorici del darwinismo
sociale hanno potuto proporre spiegazioni selezioniste per
analizzare i più svariati comportamenti umani, dalla
sfera politico-religiosa al predominio maschile nella cultura,
dalle trasgressioni sessuali all’attrazione fisica sperimentata
da parte di donne particolarmente feconde, per giungere
fino ad un’interpretazione “parassitaria” del rapporto del
feto nei confronti della madre (cfr. Horgan, 1995).
Un altro campo in cui il darwinismo ha incontrato nuovi
teorizzatori è quello dell’etica sociale ( BIOETICA,
IV.2). Privata di qualsiasi reale valore in sé, tale
disciplina è stata reimpostata in chiave evoluzionista,
in perenne divenire, secondo quell’ottica funzionalista
e utilitarista che trovavamo già presente in Darwin.
Esponente di tali posizioni, Bentley Glass (1967) scriveva
anni addietro: «L’etica di una società umana
statica non può far fronte a una situazione evolutiva.
Essa deve essere rimpiazzata da un’etica che tenga conto
della natura umana in evoluzione sia biologica che culturale.
La nostra crescente saggezza deve essere basata su una visione
evolutiva del passato, del presente e del futuro dell’uomo,
e su una conoscenza dei modi in cui il processo evolutivo
può essere controllato» (The centrality of
evolution in biology teaching, p. 705). Osservava in proposito,
con toni intenzionalmente provocanti, Giuseppe Sermonti
(1974): «Questo innocente discorso è in realtà
una serie di disinvolte mistificazioni. Bentley Glass, e
con lui tutti gli evoluzionisti contemporanei, sanno benissimo
che la natura umana non è affatto in evoluzione biologica,
e che per almeno cinquantamila anni rimarremo identici a
quelli che siamo, sempre nell’ipotesi che non intervenga
una degenerazione. Per quanto riguarda l’“evoluzione culturale”,
se essa deve significare la lotta per la vita trasferita
sul piano delle ideologie, allora non resta che attendersi
una catena di sopraffazioni spirituali senza altra misura
che il successo, una trasformazione irresponsabile di idee
e di costumi, sostenuta dalla pretesa che comunque si proceda
si andrà verso il bene, purché si proceda
[…]. L’evoluzione, come essi ci insegnano, sarebbe il nostro
dovere biologico. Ma poiché il novantanove per cento
degli “esperimenti evolutivi” finisce con un’estinzione,
estinguerci è forse la via più ortodossa che
ci resta da seguire. Le nostre straordinarie capacità
di “dirigere la nostra evoluzione” possono permetterci di
accelerare questo processo come nessun animale è
riuscito a fare sinora. Questo è il destino che ci
offre l’ultimo ribelle; costui, rifiutati gli archetipi
di Adamo peccatore e di Prometeo maestro di frode, tolto
dalla scena il Creatore, non si è accorto di offrire
a se stesso come archetipo e modello di sviluppo verso il
progresso e la razionalità un essere mansueto e sottomesso,
l’animale da cortile o d’allevamento. Non si è accorto
di preparare a se stesso come destino una prossima uscita
dalla scena, per lasciare il posto a esseri più razionali
e meno sentimentali di lui, le macchine» (pp. 34-35).
Nonostante questi sensati ammonimenti, assistiamo oggi ad
un ritorno di concezioni della vita e del mondo in cui i
valori (vita dello spirito inclusa) sono considerati meri
“prodotti storici”, come nel caso di Peter Singer, autore
di una recente proposta per rivitalizzare l’ideologia marxista
— orfana di Marx ed Engels — con Darwin (cfr. P. Singer,
Una sinistra darwiniana, Torino 2000), che pochi anni addietro
aveva offerto, nella stessa linea, un saggio assai significativo
e in certo modo preoccupante (cfr. Ripensare la vita, Milano
1994).
VII. Considerazioni conclusive
Darwin
ha influenzato e continua a influenzare il pensiero di tutto
l’Occidente in moltissimi campi. In accordo con le concezioni
da lui suggerite, il darwinismo è entrato in settori
al di fuori della biologia, come la psicologia, l’etica,
l’economia, la sociologia, ecc. Darwin fu apprezzato da
Marx ed Engels per aver demolito il modo di pensare teleologico
e per aver fornito il fondamento storico-naturale del loro
programma, anche se il rapporto tra lo studioso inglese
e quello tedesco è controverso (cfr. Christen, 1982).
Freud (1856-1939) paragonò il mutamento della concezione
in merito al posto dell’uomo nella natura al passaggio dal
narcisismo infantile all’amore oggettuale, introducendo
nella sua antropologia il concetto di “orda primordiale
darwiniana” ( FREUD, V). La visione della natura di Charles
Darwin è stata presentata, non a torto, come il coronamento
del pensiero meccanicista di Descartes, come la bandiera
del libero pensiero e del progresso contro l’“oscurantismo”
di coloro che trasmettevano conoscenze in modo acritico
e tradizionalista. Ma ha costituito anche il simbolo, occorre
riconoscerlo, di un dogmatismo feroce, di una fede secolare,
basata su una concezione materialista e meccanicista della
natura e della vita. Come ammette Mauro Ceruti, evoluzionista
eterodosso, con Darwin «furono poste le basi per una
concezione atomistica degli organismi, intesi come entità
riducibili alla somma delle loro parti e quindi scomponibili
in singoli “caratteri” o “tratti” che possono variare indipendentemente
da tutti gli altri caratteri» (Ceruti, 1995, p. 27).
Alla luce del pensiero scientifico contemporaneo, sappiamo
oggi che le variazioni ed i mutamenti posseggono dei vincoli
imposti dalle interazioni fra tutte le parti dell’organismo,
o meglio, dall’organismo inteso come un tutto e come un
intero, nel quale si danno dinamismi e coordinamento funzionali,
nel quale lo sviluppo, le variazioni e l’adattamento, paiono
rispondere più a delle tendenze intrinseche ( FINALITÀ,
II) che al caso o alla lotta per la sopravvivenza. Il sostantivo
«evoluzione» resta certamente uno dei concetti
centrali di tutta la biologia, ma l’aggettivo «darwiniano»
è ormai oggetto di dibattito e di revisione sempre
crescenti.
Come l’uniformitarianismo di Lyell fu influenzato dal monismo
materialista, così l’evoluzionismo di Darwin risentì
dello spirito del tempo, cioè delle idee filosofiche
dominanti nella cultura di allora. Sul piano metodologico,
ad esempio, l’ottimismo, che caratterizzava la mentalità
del XIX secolo, spinse gli scienziati dell’epoca a pensare
che tutti i fenomeni naturali potessero essere compresi
in una semplice sintesi scientifica, in perfetto accordo
con l’idea di un progresso continuo verso un mondo migliore,
idea che rappresentava in fondo una versione materialista
e secolarizzata della concezione escatologica cristiana.
Analogamente, il generalizzato metodo riduzionista impiegato
da Darwin era l’espressione, in biologia, di quel meccanicismo
ottocentesco che aveva posto l’accento della conoscenza
scientifica esclusivamente sulla quantità e sulla
materia.
Riteniamo che il contributo di Darwin fu di carattere più
“filosofico” che scientifico in senso stretto. Egli non
fu autore di vere e proprie scoperte, ma propose una lettura
completamente diversa di quanto altri avevano fatto in precedenza.
Utilizzò, ad esempio, molti dei dati raccolti da
un altro naturalista, lo zoologo Edward Blyth, ma mentre
questi sosteneva la sostanziale inalterabilità delle
specie, pur riconoscendo l’esistenza dei fenomeni di variazione,
selezione ed eredità, Darwin li lesse alla luce dell’evoluzione
delle specie. Secondo Blyth la selezione in natura avrebbe
svolto e svolgerebbe un ruolo unicamente conservatore; Darwin,
invece, finì col rovesciare le conclusioni alle quali
Blyth era arrivato. Siamo probabilmente di fronte ad un
classico caso di “rivoluzione scientifica” nel senso usato
da Kuhn (cfr. La struttura delle rivoluzioni scientifiche,
Torino 1978): si impone un nuovo orizzonte teorico, e quindi
emergono nuovi paradigmi esplicativi e interpretativi della
realtà naturale che sostituiscono i precedenti, ritenuti
meno efficaci nello spiegare l’insieme dei dati disponibili.
Nella formulazione della teoria evoluzionista di Darwin
confluirono vari elementi, già analizzati in precedenza,
che operarono a livelli diversi, a volte in modo diretto,
altre implicito. Fra questi, la particolare psicologia del
suo autore e la sua storia personale; l’influenza del nonno
Erasmus di fede illuminista e deista; la lettura di libri
di filosofi, economisti e sociologi, di indirizzo materialista
e liberista; le idee dominanti nello spirito inglese dell’epoca
vittoriana (ottimismo verso il progresso, competizionismo,
scientismo incipiente, capitalismo); la prospettiva geologica
“attualista” di Hutton e Lyell, secondo la quale nel passato
agirono con gradualità le stesse forze operanti nel
presente (opposta al catastrofismo). Ma il significato ultimo
del messaggio darwiniano è che l’ordine e l’armonia
non discendono da un’“autorità” predestinata o dalle
leggi con cui essa governa la natura, bensì sorgono
“spontaneamente” dalla lotta che gli individui intraprendono
per la loro sopravvivenza ( EVOLUZIONE, VI). In questo si
può cogliere un certo spirito di emancipazione dalla
religione (e dall’autorità) di cui Darwin si sentì
personalmente investito, anche a motivo delle sue vicende
personali, il suo desiderio di non obbedire più a
nulla e a nessuno e di competere liberamente con gli altri
a modo proprio, obbedendo alla propria natura e alle proprie
inclinazioni (ringraziamo, a questo proposito, Roberto Fondi
per avere richiamato la nostra attenzione su alcuni aspetti,
poco noti, inerenti alla particolare psicologia del naturalista
inglese). La diffusione e la successiva, quasi generale,
accettazione della teoria di Darwin fu anche favorita, a
nostro avviso, dall’influenza di fattori extra-scientifici
e di sottili “corrispondenze” con lo spirito del tempo.
Ne segnaliamo tre: il concetto di gradualismo e di continuità,
che permeano il darwinismo, erano in perfetto accordo con
la concezione vittoriana caratterizzata da un moderato conservatorismo
sociale, nemico di ogni sconvolgimento e di ogni cambiamento
troppo repentino; la certezza che permea tutto il pensiero
di Darwin circa il progresso inarrestabile del mondo vivente,
da forme meno perfette verso forme più perfette,
ben si accordava con l’ottimismo progressista del XIX secolo
( PROGRESSO, II); l’importanza attribuita alla selezione
naturale era in piena sintonia con la concezione competitiva
legata alla concezione (quasi religiosa) del “libero mercato”
preminente in Inghilterra. L’ambiente generale era in fondo
già preparato e maturo per recepire un bagaglio di
idee che egli stesso aveva contribuito a coagulare in modo
implicito.
L’idea di fondo di Darwin sull’interazione organismo-ambiente
era viziata da un approccio di tipo meccanicista, banalmente
lineare, dove molta importanza rivestiva il concetto di
“stimolo-risposta”, cioè l’idea che l’uso e il non
uso degli organi, delle funzioni e dei comportamenti, ne
determinasse, rispettivamente, lo sviluppo o il regresso,
e quindi potesse influire sui caratteri dell’individuo,
facendone mutare il “fenotipo” con effetti ereditari sulla
progenie. Ma, in modo più radicale, Darwin distrusse
la concezione “creazionista” della natura, che era tipologica
(cioè essenzialista in senso platonico), finalistica,
fondamentalmente statica, basata sul concetto di armonia
prestabilita tra i viventi e tra questi e l’ambiente. Ma
così facendo egli contribuì in modo determinante
ad operare una lettura assai riduttiva della nozione di
creazione, impedendo che se ne valorizzasse una visione
filosofico-teologica in accordo con le idee di trasformazione
e di evoluzione — non necessariamente legate a quella di
selezione naturale — e che pure erano implicite nella Scrittura
e ben rintracciabili nella tradizione teologica cristiana,
fin dall’epoca patristica ( CREAZIONE, V). La sua opposizione
ad ogni idea di “progetto” o “disegno” di origine divina
presente in natura finì col condizionare anche l’immagine
del Creatore, assimilato sempre più alla figura di
un demiurgo legislatore, che non aveva ormai più
ragione di essere scomodato per spiegare l’origine e le
morfologie degli esseri viventi.
È difficile poter definire Darwin come un grande
naturalista, quali furono un Linneo o un Cuvier. Animato
da grandi curiosità scientifiche, ma anche da sensibili
pregiudizi di fondo, sotto certi aspetti egli fu più
dilettante dei suoi predecessori. Proprio questi pregiudizi
non gli consentirono di osservare la natura con maggior
obiettività, impedendogli di essere un evoluzionista
equilibrato, capace di demolire alcune idee errate di tipo
fissista e di tracciare con realismo un affresco del mondo
vivente in perenne divenire. La sua influenza a livello
filosofico è stata tuttavia della massima importanza,
non solo per l’immagine della natura che dalla sua teoria
è scaturita, ma anche per comprendere la vicenda
dei rapporti fra pensiero scientifico e pensiero religioso
nell’Ottocento e nel Novecento. Parlare di Darwin e delle
sue idee significa parlare di noi stessi, del nostro tempo
e delle sue radici ideologico-culturali. Non è affatto
un puro argomentare astratto. Infatti, come ha giustamente
scritto Arnold Gehlen (1983) «Il bisogno, avvertito
da chi riflette, di interpretare la propria esistenza umana
non è un bisogno meramente teoretico. Secondo le
decisioni implicite in tale interpretazione, si rendono
visibili o invece si occultano determinati compiti. Che
l’uomo si concepisca come creatura di Dio oppure come scimmia
arrivata implica una netta differenza nel suo atteggiamento
verso i fatti della realtà; nei due casi si obbedirà
a imperativi in sé diversissimi» (p. 35).
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