Giordano Bruno
tratto
da Il Foglio
di
Francesco Agnoli
Quando
si parla di scienza e di Chiesa il tasso minimo di ideologia
presente nell’aria esige che si faccia almeno un cenno a
Giordano Bruno, e alla sua esecuzione in Campo de’Fiori,
a Roma. La fama del filosofo nolano, infatti, è dovuta
senz’altro al fascino della sua morte, da ribelle impenitente,
più che alla sua produzione culturale, così
intrisa di magia, di astrologia, di vitalismo panteistico
e, per questo, in nulla moderna, né scientifica (Frances
A. Yates, “Giordano Bruno e la tradizione ermetica”, Laterza).
Una fama, dunque, ottenuta dopo la morte, ma cercata con
ossessione durante tutta la vita, con una presunzione astrale,
“accentuata dalle pratiche magiche cui Bruno si dedica con
crescente intensità e che sviluppano in lui un senso
di onnipotenza materiale e intellettuale assoluta” (Matteo
D’Amico, “Giordano Bruno”, Piemme). Tutta la sua esistenza,
infatti, è in vista di una affermazione personale,
per sé e per la sua visione del mondo, contro avversari
di tutti i paesi e di tutte le confessioni, che divengono
via via “porci”, “pedanti”, “barbari e ignobili”.
Il
giovane Bruno è già un personaggio non comune,
che ama raccontare di essere stato aggredito, a sassate,
dagli spiriti, e che ha il suo primo importante scontro
teologico nel 1576 con un confratello domenicano, riguardo
alla dottrina di Ario, e il secondo nella capitale del calvinismo,
a Ginevra. Vi giunge nel 1579, in cerca di fortuna. Ma il
suo comportamento è subito ambiguo e aggressivo a
un tempo: da una parte abbraccia il calvinismo, per essere
accettato nei circoli culturali e religiosi della città,
e dall’altra attacca violentemente un professore del luogo,
dando alle stampe un libello contro di lui, e, a quanto
sostiene l’accusa, mentendo platealmente. Viene processato
dai membri del Concistoro, non cattolico, ma calvinista,
e costretto in ginocchio a lacerare il suo opuscolo, ammettendo
la propria colpa. Lasciata Ginevra, che dunque non lo capisce,
Bruno approda a Parigi nel 1581: la sua fama di esperto
nell’ars memoriae gli vale la convocazione del re Enrico
III, di cui diviene in breve intimo confidente.
Dopo
soli due anni Bruno finisce a Londra, presso l’ambasciatore
francese Castelnau, in Salisbury Court, vicino al Tamigi.
Qui, secondo le recenti indagini di John Bossy (“Giordano
Bruno e il mistero dell’ambasciata”, Garzanti) svolge un
lavoro di spionaggio contro l’ambasciatore francese di cui
è ospite, a tutto svantaggio dei cattolici, arrivando
addirittura a rivelare i segreti carpiti in confessione.
Infatti, pur essendo già da tempo un feroce nemico
del cattolicesimo e della Chiesa, considerati la causa della
decadenza dell’Europa, Bruno si finge zelante sacerdote
e celebra riti in cui non crede, nell’ambasciata francese,
vantando d’altra parte la propria apostasia presso la corte
di Elisabetta. Nel suo arrivismo giunge a svelare alla regina
l’esistenza di un complotto catto-spagnolo, in realtà
inesistente, contro di lei: scrive di esserne venuto a conoscenza
in confessione. Nessuno gli crede.
Alla
ricerca di una cattedra A questo punto Bruno, sempre scalpitante,
vuole una cattedra a Oxford. Come ottenerla? Si offre volontario,
con una umile missiva, in cui si presenta così:
“Professore
di una sapienza più pura e innocua, noto nelle migliori
accademie europee, filosofo di gran seguito, ricevuto onorevolmente
dovunque, straniero in nessun luogo, se non tra barbari
e gli ignobili… domatore dell’ignoranza presuntuosa e recalcitrante…
ricercato dagli onesti e dagli studiosi, il cui genio è
applaudito dai più nobili…”.
Alla
terza lezione verrà accusato di plagio e invitato
a togliere il disturbo; le sue invettive feroci contro i
londinesi, e contro il prossimo suo in genere, gli procurano,
probabilmente, un breve arresto e determinano il ritorno
precipitoso a Parigi. Ma qui, nel frattempo, il clima politico
è cambiato, e i Guisa, la nobile famiglia a capo
della Lega Cattolica, ha sempre maggior potere: Bruno non
esita a mettersi al suo servizio, e a chiedere di essere
riaccolto “nel grembo della Chiesa catholica”. In realtà,
ancora una volta, fa il doppio gioco, tessendo rapporti
con i protestanti, benché nello “Spaccio della bestia
trionfante” del 1584 avesse deprecato violentemente, in
mille maniere, la figura di Lutero. Nello stesso periodo
viene accusato da Fabrizio Mordente, inventore del compasso
differenziale, di volergli carpire l’invenzione: Bruno infatti
ne è entusiasta, ma come già per Copernico,
ritiene che ai disprezzati matematici sfugga il valore magico
ed ermetico delle loro scoperte, che lui solo, invece, ha
la capacità di comprendere!
Scomunicato
dalla Chiesa cattolica e dai calvinisti di Ginevra, cacciato
da Oxford e da Londra, Giordano Bruno, nel 1586, dopo l’ennesima
disputa finita in rissa, deve abbandonare anche Parigi,
perché neppure il vecchio amico Enrico III è
più intenzionato ad accoglierlo. La destinazione,
questa volta, è la Germania, e in particolare la
città protestante di Marburgo. Ancora una volta il
filosofo di Nola ottiene, dietro pressanti richieste, una
cattedra universitaria, ma, detto fatto, entra in conflitto
col rettore, Petrus Nigidius, che lo aveva assunto e che
ora lo licenzia. Con la grinta di sempre Bruno riparte,
per approdare a Wittenberg, città simbolo del luteranesimo,
dove, tanto per cambiare, ottiene il diritto di tenere corsi
universitari. E’ qui che Bruno cambia ancora casacca: in
occasione del discorso di addio, dopo soli due anni di permanenza,
polemiche, e tanti nemici, l’8 marzo 1588 tiene davanti
ai professori e agli alunni dell’università un elogio
smaccato della figura di Lutero, contrapposta a quella del
papa, presentato, secondo le migliori tradizioni del luogo,
come un vero anticristo. “Come ha usato Calvino contro
la Chiesa, così adesso usa Lutero: il cattolicesimo
emerge come il vero grande nemico” (Matteo D’Amico,
“Giordano Bruno”, Piemme). Chiaramente il gioco può
riuscire sperando che a Wittenberg non si conosca il libello
bruniano di soli quattro anni prima, e cioè lo “Spaccio”.
In esso infatti Bruno auspicava che Lutero e i suoi seguaci
fossero “sterminati ed eliminati dalla faccia della
terra come locuste, zizzanie, serpenti velenosi”, essendo
causa di guerre, disordini e discordie senza fine. Inoltre,
tanto per toccare con mano la “scientificità” del
personaggio, Bruno spiegava la metempsicosi, affermando
che coloro i quali abbiano “viso, volto, voci, gesti,
affetti ed inclinazioni, altri cavallini, altri porcini,
asinini, aquilini (…), sono stati o sono per essere porci,
cavalli, asini, aquile, o altro che mostrano”!
Lasciata
Wittenberg, Giordano Bruno approda a Praga, la città
dell’imperatore Rodolfo II, che ne sta facendo una centrale
di maghi, alchimisti e occultisti da tutta Europa. Rodolfo
è un tipo bizzarro, preda, spesso di allucinazioni
e di crisi depressive. Ancora una volta Bruno cerca il potere,
aspira a coniugare le arti magiche, di cui si ritiene in
possesso, con alleanze potenti e concrete. C’è ormai
in lui il desiderio di non rimanere un teorico, ma di passare
all’azione, di essere ispiratore di un rinnovamento del
mondo, di una palingenesi, che i segni dei tempi gli dicono
vicina, e che lui vuole guidare, con compiti e ruoli non
secondari. Ma, vuoi per il suo caratteraccio, vuoi perché
le vantate arti magiche in suo possesso non danno i frutti
sperati e promessi, anche Praga viene presto abbandonata
per la città protestante di Helmstadt, nel 1589.
Brigando a suo modo, Bruno ottiene di poter insegnare nell’università
locale, e per l’ennesima volta, pur fingendosi protestante
e scagliandosi contro la Chiesa cattolica, suo bersaglio
preferito, viene in breve scomunicato dal pastore della
locale chiesa luterana! Ciò nonostante neppure in
questa occasione gli viene a mancare quella disponibilità
di denari “che gli permette di fare lunghi viaggi, di affittare
appartamenti, di tenere a suo servizio, regolarmente, segretari
diversi, di pubblicare opere voluminose, di vivere infine
per lunghi periodi senza alcun lavoro fisso”: denari, ipotizza
il D’Amico, che potrebbero giungere da quell’attività
così redditizia di informatore segreto che aveva
appreso a Londra.
Le
formule per assoggettare Gregorio XIV Nel 1590 Bruno è
a Francoforte, senza grande entusiasmo dei suoi allievi,
che non riescono a comprendere quanto la miracolosa mnemotecnica
bruniana sia da lui mal insegnata e quanto essa sia invece
mal conosciuta. Dopo Francoforte, Zurigo, Padova e, infine,
nel 1591, Venezia. Nella città veneta è accolto
con curiosità da una cerchia di nobili da salotto,
e in particolare da Giovanni Mocenigo, che è disposto
a ospitarlo e nutrirlo in cambio dei suoi “segreti”. Ma
Giordano Bruno non è certo incline a fare il precettore
privato: il suo desiderio sembra essere quello di usare
le sue conoscenze magiche, espresse nei testi “De magia”
e “De Vinculis”, per assoggettare nientemeno che il pontefice
Gregorio XIV ai suoi disegni di riforma religiosa e politica
universale! Ritiene infatti di saper controllare e dominare
le forze demoniche presenti nella natura e di poter soggiogare
il prossimo con messaggi subliminali, formule magiche non
percepibili dagli incantati: “Ritmi e canti che racchiudono
efficacia grandissima, vincoli magici che si realizzano
con un sussurro segreto…” (“De Vinculis”).