Il
Grande fratello
tratto
da "Avvenire" - 23 Dicembre 2000
di
Maurizio Blondet
Dopo il trionfo mediatico, intellettuali a confronto
sull'Italia che guarda questa Tv - Gli ascolti da record
premiano una serie di messaggi sconcertanti
"Non
ne parlo. Volutamente". Francesco Alberoni, il sociologo,
vuol tacere sul tema di cui parlano tutti, ma proprio tutti:
il "Grande fratello". Bisogna insistere, provocarlo,
"l'hanno seguito diciotto milioni di italiani",
per farlo sbottare: "*Chiunque* venga fatto apparire
in Tv per un congruo numero di ore, e *qualunque* cosa faccia,
dico qualunque, diventa un divo", sibila. Ma che
cosa le dice, come sociologo, il fatto che la società
italiana si interessi tanto a qualcosa di così, diciamo,
basso? "Senta: se il suo vicino le mette davanti
alla porta di casa il secchio delle immondizie, lei non
può non parlarne. E se lo fa ogni giorno per mesi,
lei diventerà matto, ne parlerà a tutti".
Clic. Però l'esempio è ben trovato.
La
reazione che il "Grande fratello" ha suscitato
nei non assuefatti non è di tipo morale ma, diciamo,
olfattivo: l'odore di scene che si svolgono per lo più
in bagno, tra la doccia e il cesto della biancheria sporca.
Eppure proprio questo è piaciuto ai più. Perché?
"E' la generazione fra i 18 e i 35 che s'è
riconosciuta in quell'amoralismo cafone, nel narcisismo
inarticolato dei protagonisti", si duole Franco
Ferrarotti, l'altro principe della sociologia: "La
generazione cresciuta davanti alla Tv, che sembra vivere
di stimoli emotivi a-razionali, immediati, senza unità".
E questo la preoccupa? "Eccome. Questa fascia d'età
è allarmante. Sono entità che si esita a chiamare
"persone", perché non sono strutture unitarie,
collegate alla loro comunità; sono piuttosto atomi
sociali, obbedienti ad impulsi momentanei, incapaci di responsabilità.
Quel tipo sociale che aderisce ai grandi regimi di massa".
Non
sta esagerando? D'altra parte anche la scrittrice Dacia
Maraini ha sostenuto che il programma "ha educato
milioni di italiani ai cattivi sentimenti". Ferrarotti
conferma: "Nel "Grande fratello" il dato
più appassionante stava proprio nel fatto che la
gara fosse basata sull'esclusione dei membri del gruppo.
Ciò ha innescato nel gruppo un processo di auto-mutilazione,
di cannibalismo, da cui chi è uscito "vincitore"
merita piuttosto pietà". Il messaggio educativo
risultante, sottolinea Ferrarotti, è spaventoso:
"L'invito, socialmente premiato, a "cancellare"
l'altro, a "eliminare" l'antipatico".
Un corso accelerato per canaglie?
"Ma
perché indignarsi per il "Grande fratello"?",
si chiede provocatorio Aldo Grasso, critico televisivo del
"Corriere della Sera". Perché è
ignobile, provo a dire... "La Tv "normale"
è la stessa cosa. Costanzo è nobile? La De
Filippi non rovista nei panni sporchi? E Castagna non emanava
lo stesso odore?". Il problema è perché
questo piaccia a tanta gente. "E' quel che dico: il
pubblico non ha alternative. Non è che girando canale
trova qualcosa di meglio. E' tutta la stessa sbracatura.
E la gente è stata educata a questa bassezza".
E precisa Grasso: "La sbracatura, la bassezza,
è anzitutto estetica. Non è il contenuto,
ma la mancanza di rigore, di stile, a rendere tutto volgare.
Tutti hanno la scusa pronta: i tempi di produzione ristretti,
i set già formati, il copione in ritardo... mi sembra
più onesto dire la verità".
Quale?
"Che nella tv italiana impera l'ideologia dell'anti-professionalità.
Il mezzo viene sempre meno affidato ai professionisti, e
sempre più alla gente "comune", a quelli
che sono "come noantri". Senza riflessione
estetica, senza mediazione stilistica: per principio. Si
scusano: è l'industria. Ma Hollywood, la massima
industria dello spettacolo, può produrre film duri,
laicamente forti, però con una qualità garantita
da professionalità eccezionali.
Qui
da noi, la professionalità non è richiesta.
Anzi, è guardata con fastidio: quei rompiscatole".
Una volta la tv italiana dava "Il Mattatore" di
Gassman, e alla gente piaceva anche quello. "Erano
i tempi in cui un politico si dimetteva per un lieve sospetto.
Oggi, il cinismo è premiato. Ci si vanta di essere
volgari e col pelo sullo stomaco. E mica solo in tv o in
politica. Anche nel giornalismo, se non sbaglio".
Termini molto italiani, come "sbracatura" e "svaccamento"
ricorrono anche nel commento di Igor Man. "Il Paese
intero sta perdendo il senso della misura. Un settimanale
di lusso è capace di mettere in copertina il Papa
e accanto la solita sgallettata: tutto mischiato, tutto
sullo stesso piano. Viviamo tempi boreali".
Boreali?
"Tempi di "deregulation", non solo economica.
Dove la "deregulation" del costume avanza implacabile,
nel silenzio degli intellettuali. Ha ragione Ratzinger quando
denuncia la deriva del relativismo. Con le conseguenze che
vediamo: il culto del consumo, la volgarità di una
ricchezza senza civiltà, l'assenza di spessore e
di dignità. Qualcosa che travolge tutto. Guardi l'incanaglimento
dello sport: un tempo la partita era un momento d'allegria,
oggi è un'esplosione di odii, di razzismo. I campioni
un tempo erano gente semplice che faceva una vita dura,
oggi sono miliardari e viziosi". Forse mancano gli
esempi alti e nobili. "O la capacità di farsi
convincere dagli esempi migliori. Ciampi, bella figura di
impiegato che sale e fa carriera perché è
onesto e capace, che crede alla patria, che apre il Quirinale:
un italiano all'antica, che può essere un esempio.
O quel vecchio profeta post-moderno, il grande Wojtyla:
la gente lo ascolta, si commuove. Ma dura un attimo: la
gente non è nutrita di valori, che sono come il latte.
Senza latte non si cresce". Perciò Man invita
a distogliere lo sguardo dalla bassezza, dal "Grande
fratello". "Abbiamo qui quel vecchio che porta
il cilicio della sofferenza e sorride, e batte le mani coi
giovani, canta con loro. E i giovani gli vogliono bene.
Guardiamo piuttosto a lui, al Grande Nonno".
Dal
fronte ecclesiale, intanto, arriva la voce del cardinale
Ersilio Tonini, che alla vigilia della trasmissione aveva
ricevuto l'assicurazione (poi rivelatasi infondata) che
sarebbe stata eliminata la dizione di "confessionale"
per la stanzetta in cui i concorrenti si confidavano con
gli autori del programma. "Sono convinto che più
che la morbosità abbia prevalso la curiosità
di sapere chi fosse il vincitore - sostiene Tonini.
- Per quanto ne so, accanto ai tanti spettatori attratti
dal programma, esiste anche una disapprovazione molto vasta.
E alla fine, sono convinto che il buon senso prevarrà
di fronte a un messaggio che è estremamente negativo
per la dignità dell'uomo".