L'inferno esiste e molti si dannano
Scritti
biblici , del Magistero , dei santi e di altri importanti
autori sull’inferno e sui molti che vi cadono
di
don Tullio Rotondo
Testi
di Santi, Papi, Dottori della Chiesa e altri importanti
autori
S.
Alfonso de’Liguori
Dall’
”Apparecchio alla morte”
CONSIDERAZIONE
XXVI - DELLE PENE DELL'INFERNO
«Et
ibunt hi in supplicium aeternum» (Matth. 25.
46). -
PUNTO
I
Due
mali fa il peccatore, allorché pecca, lascia Dio
sommo bene, e si rivolta alle creature: «Duo enim
mala fecit populus meus, me dereliquerunt fontem aquae vivae,
et foderunt sibi cisternas; cisternas dissipatas, quae continere
non valent aquas» (Ier. 2. 13). Perché dunque
il peccatore si volta alle creature con disgusto di Dio,
giustamente nell'inferno sarà tormentato dalle stesse
creature, dal fuoco e da' demonii, e questa è la
pena del senso. Ma perché la sua colpa maggiore,
dove consiste il peccato, è il voltare le spalle
a Dio, perciò la pena principale che sarà
nell'inferno, sarà la pena del danno. Ch'é1
la pena d'aver perduto Dio.
Consideriamo
prima la pena del senso. È di fede che vi è
l'inferno. In mezzo alla terra vi è questa prigione
riservata al castigo de' ribelli di Dio. Che cosa è
questo inferno? è il luogo de' tormenti. «In
hunc locum tormentorum», così chiamò
l'inferno l'Epulone dannato (Luca 16. 28). Luogo di tormenti,
dove tutti i sensi e le potenze del dannato hanno da avere
il lor proprio tormento; e quanto più alcuno in un
senso avrà offeso Dio, tanto più in quel senso
avrà da esser tormentato: «Per quae peccat
quis, per haec et torquetur» (Sap. 11. 17). «Quantum
in deliciis fuit, tantum date illi tormentum» (Apoc.
18. 7).2 Sarà tormentata la vista colle tenebre.
«Terram tenebrarum, et opertam mortis caligine»
(Iob. 10. 21). Che compassione fa il sentire che un pover'uomo
sta chiuso in una fossa oscura per mentre vive, per 40-50
anni di vita! L'inferno è una fossa chiusa da tutte
le parti dove non entrerà mai raggio di sole o d'altra
luce. «Usque in aeternum non videbit lumen»
(Psal. 48. 20). Il fuoco che sulla terra illumina, nell'inferno
sarà tutt'oscuro. «Vox Domini intercidentis
flammam ignis» (Psal. 28. 7). Spiega S. Basilio:3
Il Signore dividerà dal fuoco la luce, onde tal fuoco
farà solamente l'officio di bruciare, ma non d'illuminare;
e lo spiega più in breve Alberto Magno:4 «Dividet
a calore splendorem». Lo stesso fumo che uscirà
da questo fuoco, componerà quella procella di tenebre,
di cui parla S. Giacomo, che accecherà gli occhi
de' dannati: «Quibus procella tenebrarum servata est
in aeternum» (Iac. 2. 13).5 Dice S. Tommaso (3. p.
q. 97. n. 4),6 che a' dannati è riservato tanto di
luce solamente, quanto basta a più tormentarli. «Quantum
sufficit ad videndum illa, quae torquere possunt».
Vedranno in quel barlume di luce la bruttezza degli altri
reprobi e de' demoni, che prenderanno forme orrende per
più spaventarli.
Sarà
tormentato l'odorato. Che pena sarebbe trovarsi chiuso in
una stanza con un cadavere fracido? «De cadaveribus
eorum ascendit foetor» (Is. 34. 3). Il dannato ha
da stare in mezzo a tanti milioni d'altri dannati, vivi
alla pena, ma cadaveri per la puzza che mandano. Dice S.
Bonaventura7 che se un corpo d'un dannato fosse cacciato
dall'inferno, basterebbe a far morire per la puzza tutti
gli uomini. E poi dicono alcuni pazzi: Se vado all'inferno,
non sono solo. Miseri! quanti più sono nell'inferno,
tanto più penano. «Ibi (dice S. Tommaso)8 miserorum
societas miseriam non minuet, sed augebit» (S. Thom.
Suppl. q. 89. a. 1). Più penano (dico) per la puzza,
per le grida e per la strettezza; poiché staran nell'inferno
l'un sopra l'altro, come pecore ammucchiate in tempo d'inverno:
«Sicut oves in inferno positi sunt» (Psal. 48.
15). Anzi più, staran come uve spremute sotto il
torchio dell'ira di Dio. «Et ipse calcat torcular
vini furoris irae Dei» (Apoc. 19. 15). Dal che ne
avverrà poi la pena dell'immobilità. «Fiant
immobiles quasi lapis» (Exod. 15. 16). Sicché
il dannato siccome caderà nell'inferno nel giorno
finale, così avrà da restare senza cambiare
più sito e senza poter più muovere né
un piede, né una mano, per mentre Dio sarà
Dio.
Sarà
tormentato l'udito cogli urli continui e pianti di quei
poveri disperati. I demonii faranno continui strepiti. «Sonitus
terroris semper in aure eius» (Iob. 15. 21). Che pena
è quando si vuol dormire e si sente un infermo che
continuamente si lamenta, un cane che abbaia, o un fanciullo
che piange? Miseri dannati, che han da sentire di continuo
per tutta l'eternità quei rumori e le grida di quei
tormentati! Sarà tormentata la gola colla fame; avrà
il dannato una fame canina: «Famem patientur ut canes»
(Psal. 58. 15). Ma non avrà mai una briciola di pane.
Avrà poi una tale sete, che non gli basterebbe tutta
l'acqua del mare; ma non ne avrà neppure una stilla:
una stilla ne domandava l'Epulone,9 ma questa non l'ha avuta
ancora, e non l'avrà mai, mai.
Affetti
e preghiere
Ah
mio Signore, ecco a' piedi vostri chi ha fatto tanto poco
conto della vostra grazia e de' vostri castighi. Povero
me, se Voi, Gesù mio, non aveste avuto di me pietà,
da quanti anni starei in quella fornace puzzolente, dove
già vi stanno ad ardere tanti pari miei! Ah mio Redentore,
come pensando a ciò non ardo del vostro amore? come
potrò per l'avvenire pensare ad offendervi di nuovo!
Ah non sia mai, Gesu-Cristo mio, fatemi prima mille volte
morire. Giacché avete cominciato, compite l'opera.
Voi mi avete cacciato dal lezzo di tanti miei peccati, e
con tanto amore mi avete chiamato ad amarvi; deh fate ora
che questo tempo che mi date, io lo spenda tutto per Voi.
Quanto desidererebbero i dannati un giorno, un'ora del tempo
che a me concedete; ed io che farò? seguirò
a spenderlo in cose di vostro disgusto? No, Gesù
mio, non lo permettete, per li meriti di quel sangue, che
sinora m'ha liberato dall'inferno. V'amo, o sommo bene,
e perché v'amo mi pento di avervi offeso; non voglio
più offendervi, ma sempre amarvi.
Regina
e Madre mia Maria, pregate Gesù per me, ed ottenetemi
il dono della perseveranza e del suo santo amore.
1
[13.] danno. Ch'è) danno, ch'è BR2.
2
[24.] Apoc., 18, 7: «Quantum glorificavit se et in
deliciis fuit, tantum date illi tormentum et luctum».
3
[1.] METAPHRASTES, Sermones 24 selecti, sermo 14 de futuro
iudicio, n. 2; PG 32, 1299: «Ut cum duae sint in igne
facultates, quarum una comburit, altera illustrat... adeo
ut supplicii quidem ignis obscurus sit... cuius quidem lumen,
iustorum oblectamento: urendi vero molestia, puniendorum
tribuetur ultioni». Cfr. S. BASILIUS M., Hom. in Ps.
28, n. 6: PG 29, 298: «Quamquam… ignis consiliis humanis
insecabilis ac individuus videtur esse, nihilominus tamen
Dei iussu interciditur ac dividitur…, adeo ut supplicii
quidem ignis obscurus sit; lux vero requietis, vi careat
comburendi». IDEM, Hom. in Ps. 33, n. 8; PG 29, 371:
«Postea animo tibi fingas barathrum profundum, tenebras
inextricabiles, ignem splendoris expertem, vim quidem urendi
in tenebris habentem, sed luce destitutum».
4
[3.] S. ALBERTUS M., Summa theologica, p. II, q. 12, membrum
2; Opera, XVIII, Lugduni 1651, 85, col. 2: «Unde Basilius
etiam dicit super illud Ps. 18: Vox Domini intercidentis
flammam ignis, quod in die iudicii lumen quod est in igne,
ascendet ad locum beatorum: et ardor fuliginosus descendet
ad locum damnatorum: et sic vox Domini sive praeceptum intercidit
flammam ignis».
5
[7.] Iud., 13, non Iac., 2, 13: «Iudicium enim sine
misericordia illi, qui non fecit misericordiam».
6
[7.] S. THOMAS, Suppl. III partis Summae theol., q. 97,
a. 4, c.: «Unde simpliciter loquendo locus est tenebrosus;
se tamen ex divina dispositione est ibi aliquid luminis,
quantum sufficit ad videndum illa quae animam torquere possunt».
7
[16.] Il testo è comune tra gli autori spirituali,
che mai indicano il luogo preciso di s. Bonaventura: BESSEUS
P., Conciones... super quatuor novissima. De inferno, concio
4; Venetiis 1617, 472: «Unde Isaias (XXXIV, 3): De
cadaveribus eorum ascendet foetor; at tam enormis et pestilens,
ut Bonaventura dicere ausus sit mundum universum confestim
lue inficiendum, si vel unius damnati corpus in eum inferretur».
DREXELIUS, Infermus damnatorum carcer et rogus, c. V, par.
2, Lugduni 1658, 156, col. 2: «Divus Bonaventura ausus
est dicere: Si vel unius damnati cadaver in orbe hoc nostro
sit, orbem totum ab eo inficiendum». ROSIGNOLI C.
G., Verità eterne, lez. VI, parag. I: Bologna 1689,
105-106: «Più ebbe a dire S.
Bonaventura
che se il cadavere d'un dannato fosse tratto dall'inferno,
e riposto sopra la superficie della terra ad esalare il
suo lezzo, basterebbe ad appestare tutta la terra».
Vedi anche SPANNER, op. cit., I, Venetiis 1709, 431.
8
[3.] S. THOMAS, Suppl. III partis Summae theol., q. 89,
a. 4, c.: «Nec ob hoc minuitur aliquid de daemonum
poena, quia in hoc etiam quod alios torquent, ipsi torquebuntur:
ibi enim miserorum societas miseriam non minuet, sed augebit».
9
[25.] Luc., 16, 24: «Mitte Lazarum, ut intingat extremum
digiti sui in aquam, ut refrigeret linguam meam, quia crucior
in hac flamma».
PUNTO
II
La
pena poi che più tormenta il senso del dannato, è
il fuoco del l'inferno, che tormenta il tatto. «Vindicta
carnis impii ignis, et vermis» (Eccli. 7. 19). Che
perciò il Signore nel giudizio ne fa special menzione:
«Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum»
(Matth. 41).1 Anche in questa terra la pena del fuoco è
la maggior2 di tutte; ma vi è tanta differenza dal
fuoco nostro a quello dell'inferno, che dice S. Agostino3
che 'l nostro sembra dipinto. «In eius comparatione
noster hic ignis depictus est». E S. Vincenzo Ferreri
dice che a confronto il nostro4 è freddo. La ragione
è,5 perché il fuoco nostro è creato
per nostro utile, ma il fuoco dell'inferno è creato
da Dio a posta per tormentare. «Longe alius (dice
Tertulliano)6 est ignis, qui usui humano, alius qui Dei
iustitiae deservit». Lo sdegno di Dio accende questo
fuoco vendicatore. «Ignis succensus est in furore
meo» (Ier. 15. 14). Quindi da Isaia il fuoco dell'inferno
è chiamato spirito d'ardore: «Si abluerit Dominus
sordes... in spiritu ardoris» (Is. 4).7 Il dannato
sarà mandato non al fuoco, ma nel fuoco: «Discedite
a me, maledicti, in ignem aeternum». Sicché
il misero sarà circondato dal fuoco, come un legno
dentro una fornace. Si troverà il dannato con un
abisso di fuoco da sotto,8 un abisso di sopra, e un abisso
d'intorno. Se tocca, se vede, se respira; non tocca, non
vede, né respira altro che fuoco. Starà nel
fuoco come il pesce nell'acqua. Ma questo fuoco non solamente
starà d'intorno al dannato, ma entrerà anche
dentro le sue viscere a tormentarlo. Il suo corpo diventerà
tutto di fuoco, sicché bruceranno le viscere dentro
del ventre, il cuore dentro del petto, le cervella dentro
il capo, il sangue dentro le vene, anche le midolla dentro
l'ossa: ogni dannato diventerà in se stesso una fornace
di fuoco. «Pone eos ut clibanum ignis» (Ps.
20. 10). Taluni non possono soffrire di camminare per una
via battuta dal sole, di stare in una stanza chiusa con
una braciera,9 non soffrire una scintilla, che svola da
una candela; e poi non temono quel fuoco, che divora, come
dice Isaia:
«Quis
poterit habitare de vobis cum igne devorante?» (Is.
33. 14). Siccome una fiera divora un capretto, così
il fuoco dell'inferno divora il dannato; lo divora, ma senza
farlo mai morire. Siegui pazzo, dice S. Pier Damiani10 (parlando
al disonesto), siegui11 a contentare la tua carne, che verrà
un giorno in cui le tue disonestà diventeranno tutte
pece nelle tue viscere, che farà più grande
e più tormentosa la fiamma che ti brucerà
nell'inferno: «Venit dies, imo nox, quando libido
tua vertetur in picem, qua se nutriat perpetuus ignis in
tuis visceribus» (S. P. Dam. Epist. 6). Aggiunge S.
Girolamo (Epist. ad Pam.)12 che questo fuoco porterà
seco tutti i tormenti e dolori che si patiscono in questa
terra; dolori di fianco e di testa, di viscere, di nervi:
«In uno igne omnia supplicia sentiunt in inferno peccatores».
In questo fuoco vi sarà anche la pena del freddo.
«Ad nimium calorem transeat ab aquis nivium»
(Iob. 24. 19). Ma sempre bisogna intendere che tutte le
pene di questa terra sono un'ombra, come dice il Grisostomo,13
a paragone delle pene dell'inferno: «Pone ignem, pone
ferrum, quid, nisi umbra ad illa tormenta?»Le potenze
anche avranno il lor proprio tormento. Il dannato sarà
tormentato nella memoria, col ricordarsi del tempo che ha
avuto in questa vita per salvarsi, e l'ha speso per dannarsi;
e delle grazie che ha ricevute da Dio, e non se ne ha voluto
servire. Nell'intelletto, col pensare al gran bene che ha
perduto, paradiso e Dio; e che a questa perdita non vi è
più rimedio. Nella volontà, in vedere che
gli sarà negata sempre ogni cosa che domanda. «Desiderium
peccatorum peribit» (Ps. 111. 10). Il misero non avrà
mai niente di quel che desidera, ed avrà sempre tutto
quello che abborrisce, che saranno le sue pene eterne. Vorrebbe
uscir da' tormenti, e trovar pace, ma sarà sempre
tormentato, e non avrà mai pace.
Affetti
e preghiere
Ah
Gesù mio, il vostro sangue e la vostra morte sono
la speranza mia. Voi siete morto, per liberare me dalla
morte eterna. Ah Signore, e chi più ha partecipato
de' meriti della vostra passione, che io miserabile, il
quale tante volte mi ho meritato l'inferno? Deh non mi fate
vivere più ingrato a tante grazie che mi avete fatte.
Voi m'avete liberato dal fuoco dell'inferno, perché
non volete ch'io arda in quel fuoco di tormento, ma arda
del dolce fuoco dell'amor vostro. Aiutatemi dunque, acciocché
io possa compiacere il vostro desiderio. Se ora stessi nell'inferno,
non vi potrei più amare; ma giacché posso
amarvi, io vi voglio amare. V'amo bontà infinita,
v'amo mio Redentore, che tanto mi avete amato. Come ho potuto
vivere tanto tempo scordato di Voi! Vi ringrazio che Voi
non vi siete scordato di me. Se di me vi foste scordato,
o starei al presente nell'inferno, o non avrei dolore de'
miei peccati. Questo dolore che mi sento nel cuore di avervi
offeso, questo desiderio che provo di amarvi assai, son
doni della vostra grazia, che ancora mi assiste. Ve ne ringrazio,
Gesù mio. Spero per l'avvenire di dare a Voi la vita
che mi resta. Rinunzio a tutto. Voglio solo pensare a servirvi
e darvi gusto. Ricordatemi sempre l'inferno che mi ho meritato,
e le grazie che mi avete fatte; e non permettete ch'io abbia
un'altra volta a voltarvi le spalle, ed a condannarmi da
me stesso a questa fossa di tormenti.
O
Madre di Dio, pregate per me peccatore. La vostra intercessione
m'ha liberato dall'inferno, con questa ancora liberatemi,
o Madre mia, dal peccato, che solo può condannarmi
di nuovo all'inferno.
1
[21.] Matth., 25, 41.
2
[22.] maggior) maggiore VR BR1 BR2.
3
[24.] V. BELLOVACENSIS, Spec. morale, l. II, p. 3, dist.
2, Venetiis 1591, f. 146, col. 4: «Augustinus de Civ.
Dei... Item ignis iste ad comparationem illius non est nisi
quasi umbra vel pictura». DREXELIUS, op. cit., c.
VI, parag. I; Lugduni 1658, 159, col. 2: «Noster ignis
Augustino pictus videtur, sed ille alter, verus».
GISOLFO P., op. cit., p. I, disc. 17; II, Roma 1694, 506:
«E 'l fuoco infernale ha tanta maggior attività,
ha tanto più intenso ardore, che afferma S. Agostino,
esservi quella differenza tra l'uno e l'altro fuoco, quale
appunto è co 'l fuoco dipinto in un quadro, e tra
il fuoco vero materiale: In cuius comparatione noster hic
ignis depictus est: S. August., tom. 10, serm. 181 de tempore,
fol. 691». Cfr. S. AUGUST., Enarratio in Ps. XLIX,
n. 7; PL 36, 569: «Non erit iste ignis sicut focus
tuus, quo tamen si manum mittere cogaris, facies quidquid
voluerit qui hoc minatur». Cfr. CC 38, 580-81.
4
[2.] il nostro) del nostro ND1 VR ND3 BR1 NS7: lo sbaglio
è evidente pel controsenso che ne risulta; seguiamo
la lezione più corretta «il» che si trova
in BR2.
5
[2.] Pare che s. Alfonso riferisca a senso il pensiero del
Ferreri che sovente parla del fuoco infernale «intolerabilis»
ed «inextinguibilis»: vedi VINCENTIUS FERRERI,
Sermones hiemales, Venetiis 1573, 377; Sermones aestivales,
Venetiis 1573, 195, 230, 472, 478; Sermones de Sanctis,
Coloniae Agrippinae 1675, 560-61, ecc. Nei Sermoni compendiati,
serm. X, n. 5; Napoli 1771, 40 s. Alfonso attribuisce la
stessa idea a s. Anselmo.
6
[4.] GISOLFO P., op. cit., disc. 17, 501: «Altro è
il fuoco, che serve ad uso, e alle comodità degli
uomini, dice Tertulliano, e altro è il fuoco, che
serve alla divina giustizia: Longe alius est ignis, qui
usui humano, alius qui Dei iustitiae deservit». Cfr.
TERTULLIANUS, Apologeticus, c. 48; PL I, 527-528: «Noverunt
philosophi diversitatem arcani et publici ignis. Ita longe
alius est qui usui humano, alius qui iudicio Dei apparet…
Et hoc erit testimonium ignis aeterni, hoc exemplum iusti
iudicii poenam nutrientis. Montes uruntur et durant: quid
nocentes et Dei hostes?» Cfr. CC I, 168.
7
[8.] Is., 4, 4: «Si abluerit Dominus sordes filiarum
Sion, et sanguinem Ierusalem laverit de medio eius, in spiritu
iudicii et spiritu ardoris.»
8
[12.] da sotto) di sotto VR BR1 BR2.
9
[22.] un braciere.
10
[4.] S. PETRUS DAMIANUS, De caelibatu sacerdotum, c. III;
PL 145, 385: «Veniet profecto dies, imo nox, quando
libido ista tua vertatur in picem, qua se perpetuus ignis
in tuis visceribus inextinguibiliter nutriat, et medullas
tuas simul et ossa indefectiva conflagratione depascat».
11
[4.] Segui.
12
[9.] MANSI, Bibliotheca mor. praedic., tr. 34, disc. 7;
II, Venetiis 1703, 614 col. 2: «Siquidem in uno igne
omnia supplicia sentiunt in inferno peccatores, ut inquit
Hieronymus (Ep. I ad Pammach.)». Tra altri anche SEGNERI
P., Cristiano Istruito, p. II, ragion. XVIII; Opere, III,
Venezia 1742, 165, col. I, attribuisce con la stessa citazione
a s. Girolamo il testo, che però manca nelle lettere
genuine.
13
[16.] GISOLFO P., op. cit., disc. XV; I, 437: «Onde
S. Giovan Crisostomo: Pone, si libet, ignem, ferrum et bestias,
et si quid his difficilius: attamen nec umbra sunt haec
ad inferni tormenta». Cfr. CHRYS., In epist. ad Rom.,
hom. 31, n. 5; PG 60, 674: «Quid enim mihi grave dicere
possis? Paupertatem, morbum, captivitatem, mutilationem
corporis. Verum illa omnia risu sunt digna si cum supplicio
illo [inferni] comparentur».
PUNTO
III
Ma
tutte queste pene son niente a rispetto della pena del danno.
Non fanno l'inferno le tenebre, la puzza, le grida e 'l
fuoco; la pena che fa l'inferno è la pena di aver
perduto Dio. Dice S. Brunone:1 «Addantur tormenta
tormentis, ac Deo non priventur» (Serm. de Iud. fin.).
E S. Gio. Grisostomo:2 «Si mille dixeris gehennas,
nihil par dices illius doloris» (Hom. 49. ad Pop.).
Ed aggiunge S. Agostino3 che se i dannati godessero la vista
di Dio, «nullam poenam sentirent, et infernus ipse
verteretur in paradisum» (S. Aug. to. 9. de Tripl.
hab.). Per intendere qualche cosa di questa pena, si consideri
che se taluno perde (per esempio) una gemma, che valea 100
scudi, sente gran pena, ma se valea 200 sente doppia pena:
se 400 più pena. In somma quanto cresce il valore
della cosa perduta, tanto cresce la pena. Il dannato qual
bene ha perduto? un bene infinito, ch'è Dio; onde
dice S. Tommaso4 che sente una pena in certo modo infinita:
«Poena damnati est infinita, quia est amissio boni
infiniti» (D. Th. 1. 2. q. 87. a. 4).
Questa
pena ora solo si teme da' santi. «Haec amantibus,
non contemnentibus poena est», dice S. Agostino.5
S. Ignazio di Loiola dicea:6 Signore, ogni pena sopporto,
ma questa no, di star privo di Voi. Ma questa pena niente
si apprende da' peccatori, che si contentano di vivere i
mesi e gli anni senza Dio, perché i miseri vivono
fra le tenebre. In morte non però han da conoscere
il gran bene che perdono. L'anima in uscire da questa vita,
come dice S. Antonino,7 subito intende ch'ella è
creata per Dio: «Separata autem anima a corpore intelligit
Deum summum bonum et ad illud esse creatam». Onde
subito si slancia per andare ad abbracciarsi col suo sommo
bene; ma stando in peccato, sarà da Dio discacciata.
Se un cane vede la lepre, ed uno lo tiene con una catena,
che forza fa il cane per romper la catena ed andare a pigliar
la preda? L'anima in separarsi dal corpo, naturalmente è
tirata a Dio, ma il peccato la divide da Dio, e la manda
lontana all'inferno. «Iniquitates vestrae diviserunt
inter vos, et Deum vestrum» (Is. 59. 2). Tutto l'inferno
dunque consiste in quella prima parola della condanna: «Discedite
a me, maledicti». Andate, dirà Gesu-Cristo,
non voglio che vediate più la mia faccia. «Si
mille quis ponat gehennas, nihil tale dicturus est, quale
est exosum esse Christo» (Chrysost. hom. 24. in Matth.).8
Allorché Davide9 condannò Assalonne a non
comparirgli più davanti, fu tale questa pena ad Assalonne
che rispose: Dite a mio padre, che o mi permetta di vedere
la sua faccia o mi dia la morte (2. Reg. 14. 24).10 Filippo
II11 ad un grande che vide stare irriverente in chiesa,
gli disse: Non mi comparite più davanti. Fu tanta
la pena di quel grande, che giunto alla casa se ne morì
di dolore. Che sarà, quando Dio in morte intimerà
al reprobo: Va via che io non voglio vederti più.
«Abscondam faciem ab eo, et invenient eum omnia mala»
(Deut. 31. 17). Voi (dirà Gesù a' dannati
nel giorno finale) non siete più miei, io non sono
più vostro. «Voca nomen eius, non populus meus,
quia vos non populus meus, et ego non ero vester»
(Osea 1. 9). Che pena è ad un figlio, a cui gli muore
il padre, o ad una moglie quando le muore lo sposo, il dire:
Padre mio, sposo mio, non t'ho da vedere più. Ah
se ora udissimo un'anima dannata che piange, e le chiedessimo:
Anima, perché piangi tanto? Questo solo ella risponderebbe:
Piango, perché ho perduto Dio, e non l'ho da vedere
più. Almeno potesse la misera nell'inferno amare
il suo Dio, e rassegnarsi alla sua volontà. Ma no;
se potesse ciò fare, l'inferno non sarebbe inferno;
l'infelice non può rassegnarsi alla volontà
di Dio, perché è fatta nemica della divina
volontà. Né può amare più il
suo Dio, ma l'odia e l'odierà per sempre; e questo
sarà il suo inferno, il conoscere che Dio è
un bene sommo e il vedersi poi costretto ad odiarlo, nello
stesso tempo che lo conosce degno d'infinito amore. «Ego
sum ille nequam privatus amore Dei», così rispose
quel demonio, interrogato chi fosse da S. Caterina da Genova.12
Il dannato odierà e maledirà Dio, e maledicendo
Dio, maledirà anche i beneficii che gli ha fatti,
la creazione, la redenzione, i sagramenti, specialmente
del battesimo e della penitenza, e sopra tutto il SS. Sagramento
dell'altare. Odierà tutti gli angeli e santi ma specialmente
l'angelo suo custode e i santi suoi avvocati, e più
di tutti la divina Madre; ma principalmente maledirà
le tre divine Persone, e fra queste singolarmente il Figlio
di Dio, che un giorno è morto per la di lei salute,
maledicendo le sue piaghe, il suo sangue, le sue pene e
la sua morte.
Affetti
e preghiere
Ah
mio Dio, Voi dunque siete il mio sommo bene, bene infinito,
ed io volontariamente tante volte v'ho perduto. Sapeva io
già che col mio peccato vi da un gran disgusto, e
che perdeva la vostra grazia, e l'ho fatto? Ah che se non
vi vedessi trafitto in croce, o Figlio di Dio, morire per
me, non avrei più animo di cercarvi13 e di sperare
da Voi perdono. Eterno Padre, non guardate me, guardate
questo amato Figlio, che vi cerca14 per me pietà;
esauditelo, e perdonatemi. A quest'ora dovrei star nell'inferno
da tanti anni senza speranza di potervi più amare,
e di ricuperare la vostra grazia perduta. Dio mio, mi pento
sopra ogni male di quest'ingiuria che v'ho fatta, di rinunziare
alla vostr'amicizia e di disprezzare il vostro amore per
li gusti miserabili di questa terra. Oh fossi morto prima
mille volte! Come ho potuto essere così cieco e così
pazzo! Vi ringrazio, Signor mio, che mi date tempo di poter
rimediare al mal fatto. Giacché per misericordia
vostra sto fuori dell'inferno, e vi posso amare, Dio mio,
vi voglio amare. Non voglio più differire di convertirmi
tutto a Voi. V'amo bontà infinita, v'amo15 mia vita,
mio tesoro, mio amore, mio tutto. Ricordatemi sempre, o
Signore, l'amore che mi avete portato, e l'inferno dove
dovrei stare; acciocché questo pensiero mi accenda
sempre a farvi atti d'amore e a dirvi sempre: io v'amo,
io v'amo, io v'amo.
O
Maria Regina, speranza e Madre mia, se stessi nell'inferno,
neppure potrei amar più Voi. V'amo Madre mia, e a
Voi confido di non lasciare più d'amar Voi e 'l mio
Dio. Aiutatemi, pregate Gesù per me.
1
[31.] MANSI, op. cit., tr. 34, disc. 22; II, 646, col. 2:
«Sanctus tamen Bruno in sermone de Iudicio finali,
longe clarioribus verbis hanc ipsam confirmat veritatem,
dicens: Addantur
tormenta
tormentis, et poenae poenis; saeviant saevius ministri;
at Deo non privemur».
2
[2.] DREXELIUS, Infernus damnatorum, c. II, parag. 2; Opera,
I, Lugduni 1658, 148, col. 2: «Hic attonitus Chrysostomus:
Nam si mille, ait, dixeris gehennas, nihil illius par dices
doloris, quem sustinet anima. Intolerabilis gehenna est,
confiteor, et multum intolerabilis, tamen intolerabilior
haec regni amissio». Cfr. CHRYSOST., In ep. ad Philipp.,
c. IV, hom. 14, n. 4; PG 62, 280: «Si sexcentas gehennas
attuleris, nihil par afferes dolori illi, quo tunc angitur
anima, cum universus quatitur orbis... Intolerabilis res
est gehenna, fateor, et valde quidem intolerabilis; attamen
intolerabilius mihi videtur de regno cecidisse».
3
[3.] Ps. AUGUSTINUS, De triplici habitaculo, l. unus, c.
4; PL 40, 995: «Cuius faciem si omnes carcere inferni
inclusi viderent, nullam poenam, nullum dolorem nullamque
tristitiam sentirent; cuius praesentia, si in inferno cum
sanctis habitatoribus appareret, continuo infernus in amoenum
converteretur paradisum». È in Appendice delle
opere di s. Agostino, ma non è autentico (cfr. Glorieux,
28).
4
[10.] S. THOMAS, Summa theol., I-II, q. 87, a. 4, c.: «Ex
parte igitur aversionis, respondet peccato poena damni,
quae etiam est infinita: est einm amissio infiniti boni,
scilicet Dei».
5
[14.] S. AUGUST., Enarrat. in Ps. XLIX, n. 7; PL 36, 569:
«Si non veniret ignis die iudicii, et sola peccatoribus
immineret separatio a facie Dei, in qualibet essent affluentia
deliciarum, non videntes a quo creati sunt, et separati
ab illa dulcedine ineffabili vultus eius, in qualibet aeternitate
et impunitate peccati, plangere se deberent. Sed quid loquor,
aut quibus loquor? Haec amantibus poena est, non contemnentibus».
Cfr. CC 38, 580.
6
[14.] ORLANDINI, Historia Societatis Iesu, l. X, nn. 55-62;
Romae 1615, 318.
7
[2.] S. ANTONINUS, Summa theol., p. I, tit. V, c. 3, parag.
3; Veronae 1740, col. 402: «Quum anima separatur a
corpore, sibi subito infunduntur species omnium rerum naturalium…
Et sic cognoscens quod Deus est summum bonum et summe utilis
animae, videns se eo privatum sua miseria, quum capax fuerit
adquirendi, summe dolet».
8
[15.] CHRYSOST., In Matthaeum, hom. 23 (al. 24), n. 8; PG
57, 317: «Intolerabilis quippe est illa gehenna illaque
poena. Attamen licet mille quis gehennas proposuerit, nihil
tale dicturus est, quale est ex beata illa excidere gloria,
Christo exosum esse, audire ab illo: Non novi vos».
9
[15.] Davide) Davidde VR BR1 BR2.
10
[18.] II Reg., 14, 32.
11
[18.] SINISCALCHI L., La scienza della salute, med. V, punto
2; Padova 1773, 136: «Due cavalieri in Ispagna tosto
che udirono dal re Filippo II in pena della poca compostezza,
con cui stavano in chiesa: Non mi comparite più innanzi,
tornati a casa ne morirono per la doglia».
12
[14.] PEPE F., Discorsi in lode di Maria SS. per tutti i
sabbati dell'anno, II, Napoli 1756, 228: «Dimandato
un demonio dalla B. Catarina da Genova chi egli si fusse.
Dopo un profondo sospiro, rispose: Sono un infelice spirito
senza amor di Dio». Alquanto diversamente racconta
il fatto ROSIGNOLI C. G., Verità eterne, Bologna
1689, 325: «Imperocché, scongiurandosi un demonio
dell'inferno nel corpo di un'energumena, e costretto dal
sacerdote cogli esorcismi, a manifestare il suo nome disse
con voce lacrimevole: Ego sum ille nequam privatus amore
Dei. Io son lo scelerato privo dell'amor di Dio. Alle quali
parole la B. Caterina di Genova ivi presente tanto s'inorridì,
che come percossa da un fulmine esclamò: Oh orribile
miseria, esser privo dell'amor di Dio! Oh inferno degl'inferni,
esser privo dell'amor di Dio». Cfr. MARABOTTO, Vita
ammirabile e dottrina celeste di S. Caterina Fiesca Adorna,
c. XIV, n. 12; Padova 1743, 59-60.
13
[3.] cercarvi) chiedervi VR BR1 BR2.
14
[5.] cerca) chiede VR BR1 BR2.
15
[15.] v'amo) vi amo BR2.
CONSIDERAZIONE
XXVII - DELL'ETERNITÀ DELL'INFERNO
«Et
ibunt hi in supplicium aeternum» (Matth. 25.
46).
PUNTO
I
Se
l'inferno non fosse eterno, non sarebbe inferno. Quella
pena che non dura molto, non è gran pena. A quell'infermo
si taglia una postema, a quell'altro si foca una cancrena;
il dolore è grande, ma perché finisce tra
poco, non è gran tormento. Ma qual pena sarebbe,
se quel taglio o quell'operazione di fuoco continuasse per
una settimana, per un mese intero?1 Quando la pena è
assai lunga, ancorché sia leggiera, come un dolore
d'occhi, un dolore di mole, si rende insopportabile. Ma
che dico dolore? anche una commedia, una musica che durasse
troppo, o fosse per tutto un giorno, non potrebbe soffrirsi
per lo tedio. E se durasse un mese? un anno? Che sarà
l'inferno? dove non si ascolta sempre la stessa commedia,
o la stessa musica: non vi è solo un dolore d'occhi,
o di mole: non si sente solamente il tormento d'un taglio,
o di un ferro rovente, ma vi sono tutti i tormenti, tutti
i dolori; e per quanto tempo? per tutta l'eternità:
«Cruciabuntur die ac nocte in saecula saeculorum»
(Apoc. 20. 10).
Quest'eternità
è di fede; non è già qualche opinione,
ma è verità attestataci da Dio in tante Scritture:
«Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum»
(Matth. 25. 41). «Et hi ibunt in supplicium aeternum»
(Ibid. num. 46). «Poenas dabunt in interitu aeternas»
(2. Thess. 1. 9). «Omnis igne salietur» (Marc.
9. 48). Siccome il sale conserva le cose, così il
fuoco dell'inferno nello stesso tempo che tormenta i dannati,
fa l'officio di sale conservando loro la vita. «Ignis
ibi consumit (dice S. Bernardo),2 ut semper reservet»
(Medit. cap. 3).
Or
qual pazzia sarebbe quella di taluno, che per pigliarsi
una giornata di spasso, si volesse condannare a star chiuso
in una fossa per venti, o trenta anni? Se l'inferno durasse
cent'anni; che dico cento? durasse non più che due
o tre anni, pure sarebbe una gran pazzia, per un momento
di vil piacere, condannarsi a due o tre anni di fuoco. Ma
non si tratta di trenta, di cento, né di mille, né
di cento mila anni; si tratta d'eternità, si tratta
di patire per sempre gli stessi tormenti, che non avranno
mai da finire, né da alleggerirsi un punto. Hanno
avuto ragione dunque i santi, mentre stavano in vita, ed
anche in pericolo di dannarsi, di piangere e tremare. Il
B. Isaia3 anche mentre stava nel deserto tra digiuni e penitenze,
piangeva dicendo: Ah misero me, che ancora non sono libero
dal dannarmi! «Heu me miserum, quia nondum a gehennae
igne sum liber!»
Affetti
e preghiere
Ah
mio Dio, se mi aveste mandato all'inferno, come già
più volte l'ho meritato, e poi me ne aveste cacciato
per vostra misericordia, quanto ve ne sarei restato obbligato?
ed indi qual vita santa avrei cominciato a fare? Ed ora
che con maggior misericordia Voi mi avete preservato dal
cadervi, che farò Tornerò ad offendervi e
provocarvi a sdegno, affinché proprio mi mandiate
ad ardere in quella carcere de' vostri ribelli, dove tanti
già ardono per meno peccati de' miei? Ah mio Redentore,
così ho fatto per lo passato; in vece di servirmi
del tempo che mi davate per piangere i miei peccati, l'ho
speso a più sdegnarvi. Ringrazio la vostra bontà
infinita, che tanto mi ha sopportato. S'ella non era infinita,
e come mai avrebbe potuto soffrirmi? Vi ringrazio dunque
di avermi con tanta pazienza aspettato sinora; e vi ringrazio
sommamente della luce che ora mi date, colla quale mi fate
conoscere la mia pazzia e il torto che vi ho fatto in oltraggiarvi
con tanti miei peccati. Gesù mio, li detesto e me
ne pento con tutto il cuore; perdonatemi per la vostra passione;
ed assistetemi colla vostra grazia, acciocché più
non vi offenda. Giustamente or debbo temere che ad un altro
peccato mortale Voi mi abbandoniate. Ah Signor mio, vi prego,
mettetemi avanti gli occhi questo giusto timore, allorché
il demonio mi tenterà di nuovo ad offendervi. Dio
mio, io vi amo, né vi voglio più perdere;
aiutatemi colla vostra grazia.
Aiutatemi,
o Vergine SS., fate ch'io sempre ricorra a Voi nelle mie
tentazioni, acciocché non perda più Dio. Maria,
Maria4 Voi siete la speranza mia.
1
[10.] intero) intiero ND1 VR BR1 BR2.
2
[27.] PS. BERNARDUS, Medit. piissimae de cognitione humanae
conditionis, c. III, n. 10; PL 184, 491: «Sic enim
ignis consumit, ut semper reservet; sic tormenta aguntur,
ut semper renoventur» (cfr. Glorieux, 71).
3
[8.] SPANNER A., Polyanthea sacra, I, Venetiis 1709: «Me
miserum! me miserum! quia nondum a gehennae igne sum liber:
nondum mihi constat, quoniam hinc sim profecturus».
Cfr. S. ISAIAS Ab., Orationes, or. XIV, n. I; PG 40, 1139:
«Me miserum, me miserum, quia nondum a gehennae igne
sum liber. Qui ad illam homines detrahunt, adhuc in me operantur:
et omnia opera eius moventur in corde meo». Alcuni
scrivono anche: Esaias.
4
[5.] Maria, om. una volta in BR1 BR2.
PUNTO
II
Chi
entra una volta nell'inferno, di là non uscirà
più in eterno. Questo pensiero facea tremare Davide,1
dicendo: «Neque absorbeat me profundum, neque urgeat
super me puteus os suum» (Ps. 68. 16). Caduto ch'è
il dannato in quel pozzo di tormenti, si chiude la bocca
e non si apre più. Nell'inferno v'è porta
per entrare, ma non v'è porta per uscire: «Descensus
erit (dice Eusebio Emisseno),2 ascensus non erit».
E così spiega le parole del Salmista: «Neque
urgeat os suum; quia cum susceperit eos, claudetur sursum,
et aperietur deorsum». Fintanto che il peccatore vive,
sempre può avere speranza di rimedio, ma colto ch'egli
sarà dalla morte in peccato, sarà finita per
lui ogni speranza. «Mortuo homine impio, nulla erit
ultra spes» (Prov. 11. 7). Almeno potessero i dannati
lusingarsi con qualche falsa speranza, e così trovare
qualche sollievo alla loro disperazione. Quel povero impiagato,
confinato in un letto, è stato già disperato
da' medici di poter guarire; ma pure si lusinga, e si consola
con dire: Chi sa se appresso si troverà qualche medico
e qualche rimedio che mi sani. Quel misero condannato alla
galea in3 vita anche si consola, dicendo: Chi sa che può
succedere, e mi libero da queste catene. Almeno (dico) potesse
il dannato dire similmente così, chi sa se un giorno
uscirò da questa prigione; e così potesse
ingannarsi almeno con questa falsa speranza. No, nell'inferno
non v'è alcuna speranza né vera né
falsa, non vi è «chi sa». «Statuam
contra faciem» (Ps. 49. 21). Il misero si vedrà
sempre innanzi agli occhi scritta la sua condanna, di dover
sempre stare a piangere in quella fossa di pene: «Alii
in vitam aeternam, et alii in opprobrium, ut videant semper»
(Dan. 12. 2). Onde il dannato non solo patisce quel che
patisce in ogni momento, ma soffre in ogni momento la pena
dell'eternità, dicendo: Quel che ora patisco, io
l'ho da patire per sempre. «Pondus aeternitatis sustinet»,
dice Tertulliano.4
Preghiamo
dunque il Signore, come pregava S. Agostino:5 «Hic
ure, hic seca, hic non parcas, ut in aeternum parcas».
I castighi di questa vita passano. «Sagittae tuae
transeunt, vox tonitrui tui in rota» (Ps. 76. 18).
Ma i castighi dell'altra vita non passano mai. Di questi
temiamo; temiamo di quel tuono («vox tonitrui tui
in rota»), s'intende di quel tuono della condanna
eterna, che uscirà dalla bocca del giudice nel giudizio
contro i reprobi: «Discedite a me, maledicti, in ignem
aeternum».6 E dice, «in rota»; la ruota
è figura dell'eternità, a cui non si trova
termine. «Eduxi gladium meum de vagina sua irrevocabilem»
(Ez. 21. 5). Sarà grande il castigo dell'inferno,
ma ciò che più dee atterrirci, è che
sarà castigo irrevocabile.
Ma
come, dirà un miscredente, che giustizia è
questa? castigare un peccato che dura un momento con una
pena eterna? Ma come (io rispondo) può aver l'ardire
un peccatore per un gusto d'un momento offendere un Dio
d'infinita maestà? Anche nel giudizio umano (dice
S. Tommaso, I. 2. q. 87. a. 3)7 la pena non si misura secondo
la durazione del tempo, ma secondo la qualità del
delitto: «Non quia homicidium in momento committitur,
momentanea poena punitur». Ad un peccato mortale un
inferno è poco: all'offesa d'una maestà infinita
si dovrebbe un castigo infinito, dice S. Bernardino da Siena:8
«In omni peccato mortali infinita Deo contumelia irrogatur;
infinitae autem iniuriae infinita debetur poena».
Ma perché, dice l'Angelico9 la creatura non è
capace di pena infinita nell'intensione, giustamente fa
Dio che la sua pena sia infinita nella estensione.
Oltreché
questa pena dee esser necessariamente eterna, prima perché
il dannato non può più soddisfare per la sua
colpa. In questa vita intanto può soddisfare il peccator
penitente, in quanto gli sono applicati i meriti di Gesu-Cristo;
ma da questi meriti è escluso il dannato; onde non
potendo egli placare più Dio, ed essendo eterno il
suo peccato, eterna dee essere ancora la sua pena. «Non
dabit Deo placationem suam, laborabit in aeternum»
(Ps. 48. 8). Quindi dice il Belluacense (lib. 2. p. 3):10
«Culpa semper poterit ibi puniri, et nunquam poterit
expiari»; poiché al dire di S. Antonino11 «ibi
peccator poenitere non potest»;12 e perciò
il Signore starà sempre con esso sdegnato. «Populus
cui iratus est Dominus usque in aeternum» (Malach.
1. 4). Di più il dannato, benché Dio volesse
perdonarlo, non vuol esser perdonato, perché la sua
volontà è ostinata e confermata nell'odio
contro Dio. Dice Innocenzo III:13 «Non humiliabuntur
reprobi, sed malignitas odii in illis excrescet» (Lib.
3. de Cont. mundi c. 10). E S. Girolamo:14 «Insatiabiles
sunt in desiderio peccandi» (In Proverb. 27). Ond'è
che la piaga del dannato è disperata, mentre ricusa
anche il guarirsi. «Factus est dolor eius perpetuus,
et plaga desperabilis renuit curari» (Ier. 15. 18).15
Affetti
e preghiere
Dunque,
mio Redentore, se a quest'ora io fossi dannato, siccome
ho meritato, starei ostinato nell'odio contro di Voi, mio
Dio, che siete morto per me? Oh Dio, e qual inferno sarebbe
questo, odiare Voi che mi avete tanto amato, e siete una
bellezza infinita, una bontà infinita, degna d'infinito
amore! Dunque, se ora stessi nell'inferno, starei in uno
stato sì infelice, che neppure vorrei il perdono
ch'ora Voi m'offerite? Gesù mio, vi ringrazio della
pietà che m'avete usata, e giacché ora posso
essere perdonato, e posso amarvi, io voglio esser perdonato
e voglio amarvi. Voi m'offerite il perdono, ed io ve lo
domando, e lo spero per li meriti vostri. Io mi pento di
tutte l'offese che v'ho fatte, o bontà infinita,
e Voi perdonatemi. Io v'amo con tutta l'anima mia. Ah Signore,
e che male Voi mi avete fatto, che avessi ad odiarvi come
mio nemico per sempre? E quale amico ho avuto io mai, che
ha fatto e patito per me, quel che avete fatto e patito
Voi, o Gesù mio? Deh non permettete ch'io cada più
in disgrazia vostra, e perda il vostro amore; fatemi prima
morire, ch'abbia a succedermi questa somma ruina.
O
Maria, chiudetemi sotto il vostro manto, e non permettete
ch'io n'esca più a ribellarmi contro Dio e contro
Voi.
1
[9.] Davide) Davidde VR BR1 BR2.
2
[14.] EUSEBIUS EMISSENUS, Homil. de Epiphania, hom. 3; Opera,
Parisiis 1575, f. 247: «Ardens inferni puteus aperietur,
descensus erit, reditus non erit… Ideo autem dixit: Neque
urgeat puteus super me os suum: quia cum susceperit reos
claudetur sursum, et aperietur deorsum, dilatabitur in profundum,
nullum spiramen, nullus liber anhelitus, claustris desuper
urgentibus, relinquetur». Cfr. Maxima Bibl. Patrum,
VI, Lugduni 1677, 655. Circa l'attribuzione di queste Omilie
ad Eusebio Emisseno o ad Eusebio Gallicano, vedi PG 86,
287-291, 461-464.
3
[24.] Meglio: a vita.
4
[8.] NEPVEU F., Riflessioni cristiane, I, Venezia 1721,
26: «I dannati in ogni momento, dice Tertulliano,
sostengono il peso di tuta l'eternità: Pondus aeternitatis
sustinent». HOUDRY V., Bibl. concionatoria, Infernus,
parag. VI; II, Venetiis 1764, 345: «Damnati quolibet
momento, Tertullianus ait, totius aeternitatis sustinent
pondus». Vedi pure [SARNELLI G.], La via facile e
sicura del paradiso, I, Napoli 1738, 311. Cfr. TERTULLIANUS,
Apologet., c. 48; PL 1, 527: «Tunc restituetur omne
humanum genus ad expungendum quod in isto aevo boni seu
mali meruit, et exinde pendendum in immensam aeternitatis
perpetuitatem». CC I, 167-68.
5
[10.] DREXELIUS, De aeternitate, cons. V, n. 3; Opera, I,
Lugduni 1658, 15: «Hinc tam serio clamat et precatur
Augustinus: Domine, hic ure, hic seca, modo in aeternum
parcas». La frase è ripetuta da molti autori
ascetici, ma in s. Agostino non si trova che l'idea: S.
AUGUST., Enarrat. in Ps. XXXIII, sermo II, n. 20; PL 36,
319: «Ideo [Deus] videtur non exaudire, ut sanet et
parcat in sempiternum». CC 38, 295. ID., Sermo 70,
n. 2; PL 38, 443.
6
[17.] Matth., 25, 41.
7
[25.] S. THOMAS, Summa theol., I-II, q. 87, a. 3, ad I:
«In nullo iudicio requiritur ut poena adaequetur culpae
secundum durationem. Non enim quia adulterium vel homicidium
in momento committitur, propter hoc momentanea poena punitur».
8
[4.] S. BERNARDINUS SEN., Quadragesimale de Evang. aeterno,
sermo XII, a. 2, c. 2; Opera, II, Venetiis 1745, 76: «In
omni peccato mortali, infinita Deo contumelia irrogatur...
Infinitae autem iniuriae vel contumeliae, infinita de iure
debetur poena». Op. omnia, III, Ad Claras Aquas 1956,
237.
9
[6.] S. THOMAS, Supplem. III partis, q. 99, a. I, c.: «Unde,
cum non posset esse infinita poena per intensionem, quia
creatura non est capax alicuius qualitati infinitae; requiritur
quod sit saltem duratione infinita». Cfr. anche S.
ANTONINUS, Summa theol., tit. V, c. 3; IV, Veronae 1740,
col. 400: «Poena autem infinita non potest esse secundum
intensionem, quia sic consumeret naturam; oportet ergo ut
sit infinita secundum extensionem, id est, secundum durationem,
ut sic poena respondeat culpae».
10
[16.] V. BELLOVACENSIS, Spec. morale, l. II, p. 3, dist.
3; Venetiis 1591, 147, col. 3: «Quia culpa semper
poterit ibi puniri, et numquam poterit expiari, sic nec
in corpore poterunt tormenta finiri, nec corpus ipsum tormentis
examinari».
11
[17.] S. Antonino) S. Antonio, G. Antonelli (1833); S. Agostino,
Marietti, (1846).
12
[17.] S. ANTONINUS, op. cit., p. IV, tit. 14, c. 5, parag.
II; IV, Veronae 1740, col. 792: «In vita praesenti
habent etiam maximi peccatores subsidium multiplex a Deo
praecipue per poenitentiam... Sed damnatus non dabit Deo
placationem suam, in psal. XLVIII, quia poenitere non potest...
In inferno quis confitebitur tibi? quasi diceret, nullus,
ita nec contritio nec satisfactio». A proposito di
questa citazione vedi Introduzione generale, Restituzione
del Testo, 99-100.
13
[1.] INNOCENTIUS III, De contemptu mundi, l. III, c. 10;
PL 217, 741: «Non humiliabuntur reprobi iam desperati
de venia, sed malignitas odii tantum in illis excrescet,
ut velint illum omnino non esse, per quem sciunt se tam
infeliciter esse».
14
[3.] STRABUS W., Glossa ordinaria in Prov. XXVII, 20; PL
113, 1110 (cfr. Prol. 11, ss.): «Inferni tormenta
non replentur, terminum accipiendo. Similiter et intentionem
eorum qui terrena sapiunt, insatiabiles sunt in desiderio
peccandi. Ideo enim sine fine puniuntur, quia voluntatem
habuerunt sine fine peccandi, si naturam haberent sine fine
vivendi».
15
[5.] Ier., 15, 18: «Quare factus est dolor meus perpetuus,
et plaga mea desperabilis renuit curari?»
PUNTO
III
La
morte in questa vita è la cosa più temuta
da peccatori, ma nell'inferno sarà la più
desiderata. «Quaerent mortem, et non invenient; et
desiderabunt mori, et mors fugiet ab eis» (Apoc. 9.
6). Onde scrisse S. Girolamo:1 «O mors quam dulcis
esses, quibus tam amara fuisti!» (Ap. S. Bon. Soliloq.).
Dice Davide2 che la morte si pascerà de' dannati:
«Mors depascet eos» (Psal. 48. 15). Spiega S.
Bernardo3 che siccome la pecora pascendosi dell'erba, si
ciba delle frondi, ma lascia le radici, così la morte
si pasce de' dannati, gli uccide ogni momento, ma lascia
loro la vita per continuare ad ucciderli colla pena in eterno:
«Sicut animalia depascunt herbas, sed remanent radices;
sic miseri in inferno corrodentur a morte, sed iterum reservabuntur
ad poenas». Sicché dice S. Gregorio4 che il
dannato muore ogni momento senza mai morire: «Flammis
ultricibus traditus semper morietur» (Lib. Mor. c.
12). Se un uomo muore ucciso dal dolore, ognuno lo compatisce;
almeno il dannato avesse chi lo compatisse. No, muore il
misero per lo dolore ogni momento, ma non ha, né
avrà mai chi lo compatisca. Zenone imperadore,5 chiuso
in una fossa, gridava: Apritemi per pietà. Non fu
da niuno inteso, onde fu ritrovato morto da disperato, poiché
si avea mangiate le stesse carni delle sue braccia. Gridano
i presciti dalla fossa dell'inferno, dice S. Cirillo Alessandrino,6
ma niuno viene a cacciarneli, e niuno ne ha compassione:
«Lamentantur, et nullus eripit; plangunt et nemo compatitur».
E
questa loro miseria per quanto tempo durerà? per
sempre, per sempre. Narrasi negli Esercizi spirituali del
P. Segneri Iuniore (scritti dal Muratori)7 che in Roma essendo
dimandato il demonio, che stava nel corpo d'un ossesso,
per quanto tempo doveva star nell'inferno; rispose con rabbia,
sbattendo la mano su d'una sedia: «Sempre, sempre».
Fu tanto lo spavento, che molti giovani del Seminario Romano,
che ivi si trovavano, si fecero una confessione generale,
e mutarono vita a questa gran predica di due parole: «Sempre,
sempre». Povero Giuda! son passati già mille
e settecento anni che sta nell'inferno, e l'inferno suo
ancora è da capo. Povero Caino! egli sta nel fuoco
da cinque mila e 700 anni, e l'inferno suo è da capo.
Fu interrogato un altro demonio,8 da quanto tempo era andato
all'inferno, e rispose: «Ieri». Come ieri, gli
fu detto, se tu sei dannato da cinque mila e più
anni? Rispose di nuovo: Oh se sapessivo9 9a che viene a
dire eternità, bene intendereste che cinque mila
anni non sono a paragone neppure un momento. Se un angelo
dicesse ad un dannato: Uscirai dall'inferno, ma quando son
passati tanti secoli, quante sono le goccie dell'acqua,
le frondi degli alberi e le arene del mare, il dannato farebbe
più festa, che un mendico in aver la nuova10 d'esser
fatto re. Sì, perché passeranno tutti questi
secoli, si moltiplicheranno infinite volte, e l'inferno
sempre sarà da capo. Ogni dannato farebbe questo
patto con Dio: Signore, accrescete la pena mia quanto volete;
fatela durare quanto vi piace; metteteci termine, e son
contento. Ma no, che questo termine non vi sarà mai.
La tromba della divina giustizia non altro suonerà
nell'inferno che «sempre, sempre, mai, mai».
Dimanderanno
i dannati ai demoni: A che sta la notte? «Custos,
quid de nocte?» (Is. 21. 11). Quando finisce? quando
finiscono queste tenebre, queste grida, questa puzza, queste
fiamme, questi tormenti? E loro è risposto: «Mai,
mai». E quanto dureranno? «Sempre, sempre».
Ah Signore, date luce a tanti ciechi, che pregati a non
dannarsi, rispondono: All'ultimo, se vado all'inferno, pazienza.
Oh Dio, essi non hanno pazienza di sentire un poco di freddo,
di stare in una stanza troppo calda, di soffrire una percossa;
e poi avranno pazienza di stare in un mar di fuoco, calpestati
da' diavoli e abbandonati da Dio e da tutti per tutta l'eternità!
Affetti
e preghiere
Ah
Padre delle misericordie, Voi non abbandonate chi vi cerca.
«Non dereliquisti quaerentes te, Domine» (Psal.
9. 11). Io per lo passato vi ho voltate tante volte le spalle,
e Voi non mi avete abbandonato: non mi abbandonate ora che
vi cerco. Mi pento, o sommo bene, di aver fatto tanto poco
conto della vostra grazia, che l'ho cambiata per niente.
Guardate le piaghe del vostro Figlio, udite le sue voci,
che vi pregano a perdonarmi, e perdonatemi. E Voi, mio Redentore,
ricordatemi sempre le pene che avete patito per me,11 l'amore,
che mi avete portato, e l'ingratitudine mia, per cui tante
volte mi ho meritato l'inferno: acciocché io pianga
sempre il torto che vi ho fatto, e viva sempre ardendo del
vostro amore. Ah Gesù mio, come non arderò
del vostro amore, pensando che da tanti anni dovrei ardere
nell'inferno, e seguire ad ardere per tutta l'eternità,
e che Voi siete morto per liberarmene, e con tanta pietà
me ne avete liberato? Se fossi nell'inferno, ora vi odierei,
e vi avrei da odiare per sempre; ma ora v'amo, e voglio
amarvi per sempre. Così spero al12 sangue vostro.
Voi mi amate, ed io ancora v'amo. Voi mi amerete sempre,
se io13 non vi lascio. Ah mio Salvatore, salvatemi da questa
disgrazia ch'io abbia a lasciarvi, e poi fatene di me quel
che volete. Io merito ogni castigo, ed io l'accetto, acciocché
mi liberiate dal castigo d'esser privo del vostro amore.
O
Maria rifugio mio, quante volte io stesso mi son condannato
all'inferno, e Voi me ne avete liberato? Deh liberatemi
ora dal peccato, che solo può privarmi della grazia
di Dio e portarmi all'inferno.
1
[5.] S. BONAVENTURA, Soliloquium, c. III; Opera, VII, Lugduni
1668, 118: «Ad districti ergo iudicis iustitiam pertinet,
ut numquam careant supplicio, quorum mens in hac vita numquam
voluit carere peccato. Hieronymus: O mors, quam dulcis esses
quibus tam amara fuisti! Te solummodo desiderant, qui te
vehementer odiebant». Nell'edizione critica del Soliloquium
è stata soppressa l'attribuzione del testo a s. Girolamo:
cfr. S. BONAVENTURA, Soliloquium, c. III, parag. 3; Opera,
VIII, Ad Claras Aquas 1898, 54.
2
[6.] Davide) Davidde VR BR1 BR2.
3
[7.] S. BERNARDINUS SEN., Quadrag. de Evang. aeterno, sermo
XI, art. III, c. 3, parag. 3; Opera, II, Venetiis 1745,
73: «Sicut enim animalia depascunt herbas, quia penitus
non eradicant eas, sed remanent radices, unde iterum crescit
herba: sic miseri in inferno corrodentur a morte, sed afflicti
iterum reservabuntur ad poenas». Op. omnia, III, Ad
Claras Aquas 1956, 227.
4
[13.] S. GREGORIUS M., Moralia in Iob, l. XV, c. 17, n.
21; PL 75, 1092: «Damnati semper moriuntur numquam
morte consumendi. Persolvit enim in tormento ea quae hic
illicite servavit desideria; et, flammis ultricibus traditus,
semper moritur, quia semper in morte servatur».
5
[18.] BARONIUS C., Annales Ecclesiastici, an. 491, n. 1;
VIII, Lucae 1741, 532: «Satellites porro, qui ad sepulcrum,
in quo repositus fuit, custodiendum erant collocati, retulerunt
se per duas noctes lamentabilem vocem audivisse ex sepulcro
elatam: Miseremini et aperite mihi… Sed cum non aperirent,
ferunt... inventum Zenonem, qui prae fame suos ipse lacertos
mandiderat, et caligas quas portabat».
6
[3.] S. CYRILLUS ALEX., Homilia 14, De exitu animi et de
secundo adventu; PG 77, 1075, 1078: «Illic vae, vae
perpetuo, illic eheu, illic vociferantur, nec est qui succurrat;
clamant, nec ullus est qui liberet... Gemunt continenter
et sine intermissione, sed nullus est qui misereatur… lamentantur,
sed nullus est qui liberet. Exclamant, et plangunt, sed
nullus est qui commoveatur».
7
[8.] MURATORI L. A., Esercizi spirituali esposti secondo
il metodo del P. Paolo Segneri iuniore, med. sopra l'inferno;
Venezia 1739, 222: «Scongiurando in Roma un valente
esorcista una persona indemoniata, e venendogli in pensiero,
che quello spirito desse qualche buon avvertimento a gli
astanti, l'interrogò dove stesse allora. Rispose:
Nell'inferno. E per quanto tempo, replicò il religioso,
hai tu da starvi? Ripugnò un pezzo il maligno: ma
vinto dal comando proruppe in fine con voce miserabilissima
in queste parole: Per sempre, per sempre, sbuffando, e battendo
ogni volta le mani in terra con incredibil furia… Era ivi
presente per curiosità gran numero di cavalieri,
e d'altra gente; e tale spavento s'impresse in tutti, che
tutti perderono la parola. Basta dire che molti andarono
tosto a fare una confessione generale, ed alcuni migliorarono
notabilmente la vita loro, mossi da quella gran predica
fatta lor dal demonio in una sola parola: Per sempre».
8
[17.] PEPE F., op. cit., I, Napoli 1756, 305: «Dimandato
un demonio da quanto tempo era stato scacciato dal cielo.
Ieri, rispose. Bugiardo, ripigliò l'esorcista. Se
sapessi, che cosa è eternità, ripigliò
il demonio, tutt'il tempo dalla creazione del mondo fino
a questo punto lo riputeresti un'ora».
9
[19.] sapessivo) sapeste VR BR1 BR2.
9a
[19.] Dialettismo: sapeste.
10
[4.] nuova) nova NS7.
11
[29.] sempre le pene che avete patito per me, rigo om. NS7.
12
[3.] spero al) spero nel VR BR1 BR2.
13
[4.] se io) s'io VR BR1 BR2.
CONSIDERAZIONE
XXVIII - RIMORSI DEL DANNATO
«Vermis
eorum non moritur» (Marc. 9. 47).
PUNTO
I
Per
questo verme che non muore, spiega S. Tommaso1 che s'intende
il rimorso di coscienza, dal quale eternamente sarà
il dannato tormentato nell'inferno. Molti saranno i rimorsi2
con cui la coscienza roderà il cuore de' reprobi,
ma tre saranno i rimorsi3 più tormentosi: il pensare
al poco per cui si son dannati: al poco che dovean fare
per salvarsi: e finalmente al gran bene che han perduto.
Il primo rimorso4 dunque che avrà il dannato sarà
il pensare per quanto poco s'è perduto. Dopo che
Esaù ebbesi cibato di quella minestra di lenticchie,
per cui avea5 venduta la sua primogenitura, dice la Scrittura
che per lo dolore e rimorso della perdita fatta si pose
ad urlare: «Irrugiit clamore magno» (Gen. 27.
34). Oh quali altri urli e ruggiti darà il dannato
pensando che per poche soddisfazioni momentanee e avvelenate
si ha perduto un regno eterno di contenti, e si ha da vedere
eternamente condannato ad una continua morte! Onde piangerà
assai più amaramente, che non piangeva Gionata, allorché
videsi condannato a morte da Saulle suo padre, per essersi
cibato d'un poco di mele.6 «Gustans gustavi paulum
mellis, et ecce morior» (1. Reg. 14. 43). Oh Dio,
e qual pena apporterà al dannato il vedere allora
la causa della sua dannazione? Al presente che cosa a noi
sembra la nostra vita passata, se non un sogno, un momento?
Or che pareranno a chi sta nell'inferno quelli cinquanta,
o sessanta anni di vita, che avrà vivuti in questa
terra, quando si troverà7 nel fondo dell'eternità,
in cui saranno già passati cento e mille milioni
d'anni, e vedrà che la sua eternità allora
comincia! Ma che dico cinquanta anni di vita? cinquanta
anni tutti forse di gusti? e che forse il peccatore vivendo
senza Dio, sempre gode ne' suoi peccati? quando durano i
gusti del peccato? durano momenti; e tutto l'altro tempo
per chi vive in disgrazia di Dio, è tempo di pene
e8 di rancori. Or che pareranno quelli momenti di piaceri
al povero dannato? e specialmente che parerà quell'uno
ed ultimo peccato fatto, per lo quale s'è perduto?
Dunque (dirà) per un misero gusto brutale ch'è
durato un momento, e appena avuto è sparito come
vento, io avrò da stare ad ardere in questo fuoco,
disperato ed abbandonato da tutti, mentre Dio sarà
Dio per tutta l'eternità!
Affetti
e preghiere
Signore,
illuminatemi a conoscere l'ingiustizia che v'ho usata in
offendervi, e 'l castigo eterno che con ciò mi ho
meritato. Mio Dio, sento una gran pena di avervi offeso,
ma questa pena mi consola; se Voi mi aveste mandato all'inferno,
come io ho meritato, questo rimorso sarebbe l'inferno del
mio inferno, pensando per quanto poco mi son dannato; ma
ora questo rimorso (dico) mi consola, perché mi dà
animo a sperare il perdono da Voi, che avete promesso di
perdonare chi si pente. Sì, mio Signore, mi pento
di avervi oltraggiato, abbraccio questa dolce pena, anzi
vi prego ad accrescermela e a conservarmela sino alla morte,
acciocché io9 pianga sempre amaramente i disgusti
che v'ho dati. Gesù mio, perdonatemi; o mio Redentore,
che per avere pietà di me, non avete avuta pietà
di Voi, condannandovi a morire10 di dolore, per liberarmi
dall'inferno, abbiate pietà di me. Fate dunque che
il rimorso di avervi offeso mi tenga continuamente addolorato,
e nello stesso tempo m'infiammi tutto d'amore verso di Voi,
che tanto mi avete amato, e con tanta pazienza mi avete
sofferto, ed ora invece di castighi, mi arricchite di lumi
e di grazie; ve ne ringrazio, Gesù mio, e v'amo;
v'amo più di me stesso, v'amo con tutt'il cuore.
Voi non sapete disprezzare chi v'ama. Io v'amo, non mi discacciate
dalla vostra faccia. Ricevetemi dunque nella vostra grazia,
e non permettete ch'io v'abbia da perdere più. Maria
Madre mia, accettatemi per vostro servo, e stringetemi a
Gesù vostro Figlio. Pregatelo che mi perdoni, che
mi doni il suo amore e la grazia della perseveranza sino
alla morte.
1
[5.] S. THOMAS, Suppl. III partis, q. 97, a. 2, c.: «Unde
vermis qui in damnatis ponitur, non debet intelligi esse
materialis, sed spiritualis qui est conscientiae remorsus:
qui dicitur vermis, in quantum oritur ex putredine peccati
et animam affligit, sicut corporalis vermis ex putredine
ortus affligit pungendo».
2
[7.] rimorsi) morsi VR BR1 BR2.
3
[8.] rimorsi) morsi VR BR1 BR2.
4
[10.] rimorso) morso VR BR1 BR2.
5
[13.] avea) aveva VR BR1 BR2.
6
[20.] Oggi miele.
7
[26.] troverà) ritroverà VR BR1 BR2.
8
[5.] e, om. VR.
9
[22.] acciocché io) acciocch'io VR BR1.
10
[25.] morire) morir VR BR1 BR2.
PUNTO
II
Dice
S. Tommaso1 che questa sarà la pena principale de'
dannati, il vedere che si son perduti per niente, e che
con tanta facilità poteano acquistarsi la gloria
del paradiso, se voleano: «Principaliter dolebunt,
quod pro nihilo damnati sunt, et facillime vitam poterant
consequi sempiternam». Il secondo rimorso2 dunque
della coscienza sarà il pensare al poco che dovean
fare per salvarsi. Comparve a S. Umberto3 un dannato e gli
disse che quest'appunto era la maggiore4 afflizione, che
cruciavalo nell'inferno, il pensiero del poco per cui s'era
dannato, e del poco che avrebbe avuto a fare per salvarsi.
Dirà allora il misero: S'io mi mortificava a non
guardare quell'oggetto, se vincea quel rispetto umano, se
fuggiva quell'occasione, quel compagno, quella conversazione,
non mi sarei dannato. Se mi fossi confessato ogni settimana,
se avessi frequentata la Congregazione, se avessi letto
ogni giorno quel libretto spirituale, se mi fossi raccomandato
a Gesu-Cristo ed a Maria, non sarei ricaduto. Ho proposto
tante volte di farlo, ma non l'ho eseguito; o pure l'ho
cominciato a fare, e poi l'ho lasciato, e perciò
mi son perduto.
Accresceranno
la pena di questo rimorso gli esempi, che avrà avuti
degli altri suoi buoni amici e compagni; e più l'accresceranno
i doni che Dio gli avea concessi per salvarsi: doni di natura,
come buona sanità, beni di fortuna, talenti che 'l
Signore gli avea dati affin di bene impiegarli, e farsi
santo: doni poi di grazia, tanti lumi, ispirazioni, chiamate,
e tanti anni conceduti a rimediare il mal fatto: ma vedrà
che in questo stato miserabile, al quale è arrivato,
non v'è più tempo da rimediare. Sentirà
l'Angelo del Signore che grida e giura: «Et Angelus,
quem vidi stantem, iuravit per viventem in saecula saeculorum...
quia tempus non erit amplius» (Apoc. 10. 6). Oh che
spade crudeli saranno tutte queste grazie ricevute al cuore
del povero dannato, allorché vedrà esser finito
già il tempo di poter più dar riparo alla
sua eterna ruina. Dirà dunque piangendo cogli altri
suoi compagni disperati: «Transiit messis, finita
est aestas, et nos salvati non sumus» (Ier. 8. 20).
Dirà: Oh se le fatiche che ho fatte per dannarmi,
l'avessi spese per Dio, mi troverei fatto un gran santo;
ed ora che me ne trovo, se non rimorsi e pene, che mi tormenteranno
in eterno? Ah che questo pensiero crucierà il dannato
più che il fuoco, e tutti gli altri tormenti dell'inferno;
il dire: Io poteva essere per sempre felice, ed ora ho da
essere per sempre infelice.
Affetti
e preghiere
Ah
Gesù mio, e come avete potuto tanto sopportarmi?
io tante volte v'ho voltate le spalle, e Voi non avete lasciato
di venirmi appresso. Io tante volte vi ho offeso, e Voi
mi avete perdonato; vi ho tornato ad offendere, e Voi avete
ritornato a perdonarmi. Deh fatemi parte di quel dolore,
che sentiste nell'orto di Getsemani de' peccati miei, che
allora vi fecero sudar sangue. Mi pento, Redentor mio caro,
di aver così malamente pagato il vostro Cuore.5 O
gusti miei maledetti, vi detesto e maledico, voi mi avete
fatta perdere la grazia del mio Signore. Amato mio Gesù,
ora io v'amo sopra ogni cosa, rinunzio a tutte le soddisfazioni
illecite e propongo prima di morir mille volte, che di offendervi
più. Deh per quell'affetto con cui mi amaste sulla
croce ed offeriste la vostra vita divina per me, datemi
luce e forza di resistere alle tentazioni, e di ricorrere
al vostro aiuto, quando sarò tentato.
O
Maria speranza mia, Voi tutto potete appresso Dio, impetratemi
la santa perseveranza: ottenetemi ch'io più non mi
divida dal suo santo amore.
1
[5.] Forse trattasi di un testo sunteggiato: vedi S. THOMAS,
Compendium Theologiae, c. 175; Opera, XVII, Romae 1570,
opusc. II, f. 31, col. 3: «Dolent ergo mali quia peccata
commiserunt, non propter hoc, quia peccata eis displiceant,
quia etiam tunc mallent peccata illa committere, si facultas
daretur, quam Deum habere... Sic igitur et voluntas eorum
perpetuo manebit obstinata in malo, et tamen gravissime
dolebunt de culpa commissa et de gloria amissa; et hic dolor
vocatur remorsus conscientiae, qui metaphorice in Scripturis
vermis nominatur, secundum illud Isaiae ultimmo 24: Vermis
eorum non morietur». Cfr. Opuscula theol., op. I Compendium
Theol., c. 175, n. 348; I, Taurini 1954, 82.
2
[9.] rimorso) morso VR BR1 BR2.
3
[10.] ROSIGNOLI C. G., Verità eterne, lez. VI, parag.
2; Bologna 1689, 114: «Ma che accade addur favole,
se ne abbiamo la testimonianza addotta da B. Umberto, d'un
dannato, che comparito in mesta gramaglia tutto affannato
confessò che l'inferno del suo inferno era la rimembranza
delle colpe commesse: d'aver perduto un regno eterno per
brevissimo diletto: d'aver gittato in vanissime cure quel
tempo, con un quarticello del quale avrebbe potuto con una
buona confessione ottener la salute».
4
[11.] maggiore) maggior VR.
5
[30.] Cuore) amore ND1 VR ND3 BR1 BR2.
PUNTO
II
Dice
S. Tommaso1 che questa sarà la pena principale de'
dannati, il vedere che si son perduti per niente, e che
con tanta facilità poteano acquistarsi la gloria
del paradiso, se voleano: «Principaliter dolebunt,
quod pro nihilo damnati sunt, et facillime vitam poterant
consequi sempiternam». Il secondo rimorso2 dunque
della coscienza sarà il pensare al poco che dovean
fare per salvarsi. Comparve a S. Umberto3 un dannato e gli
disse che quest'appunto era la maggiore4 afflizione, che
cruciavalo nell'inferno, il pensiero del poco per cui s'era
dannato, e del poco che avrebbe avuto a fare per salvarsi.
Dirà allora il misero: S'io mi mortificava a non
guardare quell'oggetto, se vincea quel rispetto umano, se
fuggiva quell'occasione, quel compagno, quella conversazione,
non mi sarei dannato. Se mi fossi confessato ogni settimana,
se avessi frequentata la Congregazione, se avessi letto
ogni giorno quel libretto spirituale, se mi fossi raccomandato
a Gesu-Cristo ed a Maria, non sarei ricaduto. Ho proposto
tante volte di farlo, ma non l'ho eseguito; o pure l'ho
cominciato a fare, e poi l'ho lasciato, e perciò
mi son perduto.
Accresceranno
la pena di questo rimorso gli esempi, che avrà avuti
degli altri suoi buoni amici e compagni; e più l'accresceranno
i doni che Dio gli avea concessi per salvarsi: doni di natura,
come buona sanità, beni di fortuna, talenti che 'l
Signore gli avea dati affin di bene impiegarli, e farsi
santo: doni poi di grazia, tanti lumi, ispirazioni, chiamate,
e tanti anni conceduti a rimediare il mal fatto: ma vedrà
che in questo stato miserabile, al quale è arrivato,
non v'è più tempo da rimediare. Sentirà
l'Angelo del Signore che grida e giura: «Et Angelus,
quem vidi stantem, iuravit per viventem in saecula saeculorum...
quia tempus non erit amplius» (Apoc. 10. 6). Oh che
spade crudeli saranno tutte queste grazie ricevute al cuore
del povero dannato, allorché vedrà esser finito
già il tempo di poter più dar riparo alla
sua eterna ruina. Dirà dunque piangendo cogli altri
suoi compagni disperati: «Transiit messis, finita
est aestas, et nos salvati non sumus» (Ier. 8. 20).
Dirà: Oh se le fatiche che ho fatte per dannarmi,
l'avessi spese per Dio, mi troverei fatto un gran santo;
ed ora che me ne trovo, se non rimorsi e pene, che mi tormenteranno
in eterno? Ah che questo pensiero crucierà il dannato
più che il fuoco, e tutti gli altri tormenti dell'inferno;
il dire: Io poteva essere per sempre felice, ed ora ho da
essere per sempre infelice.
Affetti
e preghiere
Ah
Gesù mio, e come avete potuto tanto sopportarmi?
io tante volte v'ho voltate le spalle, e Voi non avete lasciato
di venirmi appresso. Io tante volte vi ho offeso, e Voi
mi avete perdonato; vi ho tornato ad offendere, e Voi avete
ritornato a perdonarmi. Deh fatemi parte di quel dolore,
che sentiste nell'orto di Getsemani de' peccati miei, che
allora vi fecero sudar sangue. Mi pento, Redentor mio caro,
di aver così malamente pagato il vostro Cuore.5 O
gusti miei maledetti, vi detesto e maledico, voi mi avete
fatta perdere la grazia del mio Signore. Amato mio Gesù,
ora io v'amo sopra ogni cosa, rinunzio a tutte le soddisfazioni
illecite e propongo prima di morir mille volte, che di offendervi
più. Deh per quell'affetto con cui mi amaste sulla
croce ed offeriste la vostra vita divina per me, datemi
luce e forza di resistere alle tentazioni, e di ricorrere
al vostro aiuto, quando sarò tentato.
O
Maria speranza mia, Voi tutto potete appresso Dio, impetratemi
la santa perseveranza: ottenetemi ch'io più non mi
divida dal suo santo amore.
1
[5.] Forse trattasi di un testo sunteggiato: vedi S. THOMAS,
Compendium Theologiae, c. 175; Opera, XVII, Romae 1570,
opusc. II, f. 31, col. 3: «Dolent ergo mali quia peccata
commiserunt, non propter hoc, quia peccata eis displiceant,
quia etiam tunc mallent peccata illa committere, si facultas
daretur, quam Deum habere... Sic igitur et voluntas eorum
perpetuo manebit obstinata in malo, et tamen gravissime
dolebunt de culpa commissa et de gloria amissa; et hic dolor
vocatur remorsus conscientiae, qui metaphorice in Scripturis
vermis nominatur, secundum illud Isaiae ultimmo 24: Vermis
eorum non morietur». Cfr. Opuscula theol., op. I Compendium
Theol., c. 175, n. 348; I, Taurini 1954, 82.
2
[9.] rimorso) morso VR BR1 BR2.
3
[10.] ROSIGNOLI C. G., Verità eterne, lez. VI, parag.
2; Bologna 1689, 114: «Ma che accade addur favole,
se ne abbiamo la testimonianza addotta da B. Umberto, d'un
dannato, che comparito in mesta gramaglia tutto affannato
confessò che l'inferno del suo inferno era la rimembranza
delle colpe commesse: d'aver perduto un regno eterno per
brevissimo diletto: d'aver gittato in vanissime cure quel
tempo, con un quarticello del quale avrebbe potuto con una
buona confessione ottener la salute».
4
[11.] maggiore) maggior VR.
5
[30.] Cuore) amore ND1 VR ND3 BR1 BR2.
SERMONE
VIII. - PER LA DOMENICA III. DOPO L'EPIFANIA
Rimorsi
del dannato.
Filii
autem regni eiicientur in tenebras exteriores; ibi erit
fletus et stridor dentium. (Matth. 8. 12.)
Nel
corrente evangelio si narra che essendo entrato Gesù
Cristo in Cafarnao, venne a ritrovarlo il Centurione, ed
a pregarlo che desse la sanità ad un suo servo paralitico
che teneva in sua casa. Il Signore gli disse: Ego veniam
et curabo eum. No, replicò il Centurione, non son
degno io che voi entriate nella mia casa: basta che vogliate
sanarlo, e il mio servo sarà sano. Ed il Salvatore
vedendo la sua fede, in quel punto lo consolò rendendo
la sanità al servo, e rivolto a' suoi discepoli disse
loro: Multi ab oriente et occidente venient, et recumbent
cum Abraham, Isaac et Iacob in regno coelorum; filii autem
regni eiicientur in tenebras exteriores; ibi erit fletus
et stridor dentium. E con ciò volle il Signore darci
a sapere che molti nati fra gl'infedeli si salveranno coi
santi, e molti nati nel grembo della santa chiesa anderanno
all'inferno, ove il verme della coscienza coi suoi morsi
li farà piangere amaramente per sempre. Vediamo i
rimorsi che il cristiano dannato patirà nell'inferno:
Rimorso
I. Del
poco che far dovea per salvarsi;
Rimorso
II.
Del poco per cui si è dannato;
Rimorso
III.
Del gran bene che ha perduto per sua colpa.
RIMORSO
I. Del poco che dovea fare per salvarsi.
Un
giorno apparve un dannato a sant'Uberto, e ciò appunto
gli disse che due rimorsi erano i suoi carnefici più
crudeli nell'inferno, il pensare al quanto poco gli toccava
a fare in questa vita per salvarsi, ed al quanto poco era
stato quello per cui si era dannato. Lo stesso scrisse poi
s. Tomaso: Principaliter dolebunt quod pro nihilo damnati
sunt, et facillime vitam poterant consequi sempiternam.
Fermiamoci a considerare il primo rimorso, cioè quanto
poche e brevi sono state le soddisfazioni, per le quali
ogni dannato si è perduto. Dirà il misero:
se io mi astenea da quel diletto, se vincea quel rispetto
umano, se fuggiva quell'occasione, quel cattivo compagno,
non mi sarei dannato. Se avessi frequentata la congregazione,
se mi fossi confessato ogni settimana, se nelle tentazioni
mi fossi raccomandato a Dio non sarei ricaduto. Ho proposto
tante volte di farlo, ma poi non l'ho fatto: l'ho cominciato
a fare, ma poi l'ho lasciato, e così mi son perduto.
Crescerà
il tormento di questo rimorso col ricordarsi il dannato
i buoni esempi che avrà avuti d'altri giovani suoi
pari, che anche in mezzo al mondo han menata una vita casta
e divota. Crescerà poi maggiormente la pena colla
memoria di tutti i doni che il Signore gli ha fatti, a fine
di cooperarsi ad acquistare la salute eterna, doni di natura,
buona sanità, beni di fortuna, buoni natali, buon
talento; tutti doni da Dio a lui concessi, non per vivere
tra i piaceri di terra o per sopraffare gli altri, ma per
impiegarli a bene dell'anima sua e farsi santo: tanti doni
poi di grazia, lumi divini, ispirazioni sante, chiamate
amorose: di più tanti anni di vita datigli da Dio
per rimediare al mal fatto. Ma udirà l'angelo del
Signore, che gli fa sapere che per lui è terminato
il tempo di salvarsi: Et angelus quem vidi stantem, iuravit
per viventem in saecula saeculorum... quia tempus non erit
amplius1.Oimè che spade crudeli saranno tutti questi
beneficj ricevuti al cuore del povero dannato, quando vedrassi
entrato già nella carcere dell'inferno, e vedrà
che più non vi è tempo di far riparo alla
sua eterna ruina! Dunque, dirà piangendo da disperato
insieme cogli altri suoi infelici compagni: Transiit messis,
finita est aestas, et nos salvati non sumus2. E passato,
dirà, il tempo di raccoglier frutti per la vita eterna,
è finita l'estate in cui potevamo salvarci; ma non
ci siamo salvati, ed è venuto il verno, ma verno
eterno, nel quale abbiamo da vivere infelici e disperati
per sempre, finché Dio sarà Dio. Dirà
inoltre il misero: oh pazzo che sono stato! Se le pene che
ho sofferte per soddisfare i miei capricci, le avessi sofferte
per Dio: se le fatiche che ho fatte per dannarmi, le avessi
fatte per salvarmi, quanto ora me ne troverei contento!
Ed ora che me ne trovo, se non rimorsi e pene che mi tormentano
e mi tormenteranno per tutta l'eternità! Dunque,
dirà finalmente, io poteva essere per sempre felice,
ed ora ho da essere per sempre infelice! Ah che questo pensiero
affliggerà il dannato più che il fuoco e tutti
gli altri tormenti dell'inferno.
RIMORSO
II. Del poco per cui si è perduto.
Il
re Saule fece ordine, stando nel campo, che niuno sotto
pena della vita si cibasse di alcuna cosa. Gionata suo figlio,
essendo giovine e trovandosi con fame, si cibò di
un poco di mele; onde il padre sapendolo volle che si eseguisse
l'ordine dato, e il figlio fosse giustiziato. Il povero
figlio, vedendosi già condannato a morte, piangeva
dicendo: Gustans gustavi paullulum mellis, et ecce morior1.
Ma tutto il popolo essendosi mosso a compassione di Gionata,
si interpose col padre e lo liberò dalla morte. Per
il povero dannato non vi è né vi sarà
mai chi ne abbia compassione, e s'interponga con Dio per
liberarlo dalla morte eterna dell'inferno; anzi tutti godranno
della sua giusta pena, mentre egli per un breve piacere
ha voluto perdere Dio ed il paradiso.Esaù dopo essersi
cibato di quella minestra di lenticchie, per la quale avea
venduta la sua primogenitura, dice la scrittura, che cruciato
dal dolore e dal rimorso della perdita fatta si pose ad
urlare: Irrugiit clamore magno2. Oh quali alti ruggiti ed
urli darà il dannato pensando che per poche soddisfazioni
avvelenate e momentanee ha perduto il regno eterno del paradiso,
e ha da vedersi condannato in eterno ad una continua morte!
Starà
il disgraziato nell'inferno continuamente a considerare
la causa infelice della sua dannazione. A noi che viviamo
su questa terra, la vita passata non sembra che un momento
ed un sogno. Oimè al dannato che parranno quei cinquanta
o sessanta anni di vita che avrà menati nel mondo,
quando si troverà nel fondo dell'eternità,
e già saran passati per lui cento e mille milioni
d'anni di pena, e vedrà che la sua eternità
infelice è da capo e sarà sempre da capo!
Ma che, forse quei cinquant'anni saranno stati per lui tutti
pieni di piaceri? Forse il peccatore, vivendo in disgrazia
di Dio, gode sempre ne' suoi peccati? Quanto durano i gusti
del peccato? Durano momenti; e tutt'altro tempo, per chi
vive lontano da Dio, è tempo di angustie e di pene.
Or che pareranno quei momenti di piacere al povero dannato,
quando si troverà già sepolto in quella fossa
di fuoco? Quid profuit superbia, aut divitiarum iactantia?
Transierunt omnia illa tamquam umbra3. Povero me, dirà
egli, io sulla terra son vissuto a mio capriccio, mi ho
prese le mie soddisfazioni, ma quelle a che mi han giovato?
Elle han durato momenti, e mi han fatta fare una vita inquieta
ed amara, ed ora mi tocca di stare ad ardere in questa fornace
per sempre disperato ed abbandonato da tutti.
RIMORSO
III. Del gran bene che per sua colpa ha perduto.
L'infelice
principessa Lisabetta regina d'Inghilterra, accecata dalla
passione di regnare, disse un giorno: «Mi dia il Signore
quarant'anni di regno ed io gli rinunzio il paradiso».
Ebbe già la misera questi quarant'anni di regno,
ma ora ch'ella sta nell'altro mondo confinata all'inferno,
certamente che non si troverà contenta di tal rinunzia
fatta. Oh quanto si troverà afflitta, pensando che
per quarant'anni di regno terreno, posseduto sempre tra
le angustie, traversie e timori, ha perduto il regno eterno
del cielo? Plus coelo torquetur, quam gehenna, scrisse s.
Pier Grisologo; sono i miseri dannati più tormentati
dalla perdita volontariamente da essi fatta del paradiso,
che dalle stesse pene dell'inferno.
La
pena somma che fa l'inferno è l'aver perduto Dio,
quel sommo bene che fa tutto il paradiso.Scrisse s. Brunone:
Addantur tormenta tormentis, et Deo non priventur1. Si contenterebbero
i dannati che si accrescessero mille inferni all'inferno
che patiscono, e non restassero privi di Dio; ma questo
sarà il loro inferno, il vedersi privati di Dio in
eterno per loro propria colpa. Dicea s. Teresa che se uno
perde per colpa propria anche una bagattella, una moneta,
un anello di poco valore, pensando che l'ha perduta per
sua trascuraggine molto si affligge e non trova pace: or
qual pena sarà quella del dannato, in pensare che
ha perduto un bene infinito, qual è Dio, e vedere
che l' ha perduto per colpa propria!Vedrà che Iddio
lo voleva salvo, ed avea posta in mano di lui l'elezione
della vita o della morte eterna, secondo dice l'Ecclesiastico2:
Ante hominem vita et mors... quod placuerit ei dabitur illi;
sicché vedrà essere stato in mano sua il rendersi,
se voleva, eternamente felice; e che egli di sua elezione
ha voluto dannarsi. Vedrà nel giorno del giudizio
tanti suoi compagni che si sono salvati, ma esso perché
non ha voluto finirla, è andato a finirla nell'inferno.
Ergo erravimus, dirà rivolto a' suoi compagni infelici
dell'inferno, dunque l'abbiamo sbagliata, perdendo per nostra
colpa il cielo e Dio; ed al nostro errore non vi è
più rimedio. Questa pena gli farà dire: Non
est pax ossibus meis a facie peccatorum meorum3. Ella sarà
una pena interna intrinsecata nelle ossa, che non gli farà
trovar mai riposo in eterno, in vedere che egli stesso è
stata la causa della sua ruina; onde non avrà oggetto
di maggiore orrore, che se medesimo, provando la pena minacciata
dal Signore: Statuam te contra faciem tuam4.Fratello mio,
se per lo passato ancora tu sei stato pazzo in voler perdere
Dio per un gusto miserabile, non voler seguitare ad esser
pazzo; procura di dar presto rimedio, or che puoi rimediare.
Trema; chi sa se ora non ti risolvi a mutar vita, Dio ti
abbandoni e resti perduto per sempre? Quando il demonio
ti tenta ricordati dell'inferno, il pensiero dell'inferno
ti libererà dall'inferno: ricordati, dico, dell'inferno,
e ricorri a Gesù Cristo, ricorri a Maria ss. per
aiuto, ed essi ti libereranno dal peccato che è la
porta dell'inferno.
Note
1
Apoc. 10. 6.
2
Ier. 9. 20.
1
1. Reg. 14. 43.
2
Gen. 27. 34.
3
Sap. 5. 8. et 9.
1
Serm. de iudic. fin.
2
15. 18.
3
Ps. 37. 4.
4
Ps. 9. 11.
S.
Teresa d’Avila Dottore della Chiesa
CAPITOLO
32
In
cui narra come il Signore l’abbia trasportata in spirito
in un luogo dell’inferno che, per i suoi peccati, si era
meritata. Di ciò che in esso vide dà solo
un’idea, rispetto a quello che fu tale spettacolo. Comincia
a raccontare come poté fondare il monastero di San
Giuseppe, dove ora si trova.
1.
Passato molto tempo da quando il Signore mi aveva fatto
già molte delle grazie suddette e anche altre, assai
notevoli, mentre un giorno ero in orazione, mi sembrò
di trovarmi ad un tratto tutta sprofondata nell’inferno,
senza saper come. Capii che il Signore voleva farmi vedere
il luogo che lì i demoni mi avevano preparato e che
io avevo meritato per i miei peccati. Tale visione durò
un brevissimo spazio di tempo, ma anche se vivessi molti
anni, mi sembra che non potrei mai dimenticarla. L’entrata
mi pareva come un vicolo assai lungo e stretto, come un
forno molto basso, scuro e angusto; il suolo, una melma
piena di sudiciume e di un odore pestilenziale in cui si
muoveva una quantità di rettili schifosi. Nella parete
di fondo vi era una cavità come di un armadietto
incassato nel muro, dove mi sentii rinchiudere in un spazio
assai ristretto. Ma tutto questo era uno spettacolo persino
piacevole in confronto a quello che qui ebbi a soffrire.
Ciò che ho detto, comunque, è mal descritto.
2.
Quello che sto per dire, però, mi pare che non si
possa neanche tentare di descriverlo né si possa
intendere: sentivo nell’anima un fuoco di tale violenza
che io non so come poterlo riferire; il corpo era tormentato
da così intollerabili dolori che, pur avendone sofferti
in questa vita di assai gravi, anzi, a quanto dicono i medici,
dei più gravi che in terra si possano soffrire –
perché i miei nervi si erano tutti rattrappiti quando
rimasi paralizzata, senza dire di molti altri di vario genere
che ho avuto, alcuni dei quali, come ho detto, causati dal
demonio – tutto è nulla in paragone di quello che
ho sofferto lì allora, tanto più al pensiero
che sarebbero stati tormenti senza fine e senza tregua.
Eppure anche questo non era nulla in confronto al tormento
dell’anima: un’oppressione, un’angoscia, una tristezza così
profonda, un così accorato e disperato dolore, che
non so come esprimerlo. Dire che è come un sentirsi
continuamente strappare l’anima è poco, perché
morendo, sembra che altri ponga fine alla nostra vita, ma
qui è la stessa anima a farsi a pezzi. Non so proprio
come descrivere quel fuoco interno e quella disperazione
che esasperava così orribili tormenti e così
gravi sofferenze. Non vedevo chi me li procurasse, ma mi
pareva di sentirmi bruciare e dilacerare; ripeto, però,
che il peggior supplizio era dato da quel fuoco e da quella
disperazione interiore.
3.
Stavo in un luogo pestilenziale, senza alcuna speranza di
conforto, senza la possibilità di sedermi e stendere
le membra, chiusa com’ero in quella specie di buco nel muro.
Le stesse pareti, orribili a vedersi, mi gravavano addosso
dandomi un senso di soffocamento. Non c’era luce, ma tenebre
fittissime. Io non capivo come potesse avvenire questo:
che, pur non essendoci luce, si vedesse ugualmente ciò
che poteva dar pena alla vista. Il Signore allora non volle
mostrarmi altro dell’inferno; inseguito, però, ho
avuto una visione di cose spaventose, tra cui il castigo
di alcuni vizi. Al vederli, mi sembravano ben più
terribili, ma siccome non ne provavo la sofferenza, non
mi facevano tanta paura, mentre in questa prima visione
il Signore volle che io sentissi davvero nello spirito quelle
angosce e afflizioni, come se le patissi nel corpo. Non
so come questo sia avvenuto, ma mi resi ben conto che era
per effetto di una grande grazia e che il Signore volle
farmi vedere con i miei occhi da dove la sua misericordia
mi aveva liberato. Sentir parlare dell’inferno è
niente, com’è niente il fatto che abbia alcune volte
meditato sui diversi tormenti che procura (anche se poche
volte, perché la via del timore non è fatta
per la mia anima) e con cui i demoni torturano i dannati
e su altri ancora che ho letto nei libri; non è niente,
ripeto, di fronte a questa pena, che è ben altra
cosa. C’è la stessa differenza che passa tra un ritratto
e la realtà; bruciarsi al nostro fuoco è ben
poca cosa in confronto al tormento del fuoco infernale.
4.
Rimasi spaventata e lo sono tuttora mentre scrivo
benché siano passati quasi sei anni tanto da sentirmi
agghiacciare dal terrore qui stesso, dove sono. Così
non c’è una volta in cui io sia afflitta da qualche
sofferenza o dolore che non mi sembri una sciocchezza tutto
quello che si può soffrire quaggiù, convinta
che, in parte, ci lamentiamo senza motivo. Torno pertanto
a dire che questa è una delle maggiori grazie che
il Signore mi ha fatto, perché mi ha aiutato moltissimo,
sia per non temere più le tribolazioni e le contraddizioni
di questa vita, sia per sforzarmi a sopportarle e ringraziare
il Signore di avermi liberato, come ora mi pare, da mali
così terribili ed eterni.
5.
D’allora in poi, ripeto, tutto mi sembra facile in paragone
di un attimo di quella sofferenza ch’io ebbi lì a
patire. Mi meraviglio come, avendo letto molti libri in
cui si dice qualcosa delle pene dell’inferno, non le temessi,
né facessi di esse il dovuto conto. Che cosa pensavo?
Come potevo trovare sollievo in cose che mi avrebbero condotta
in un così orribile luogo? Siate per sempre benedetto,
mio Dio! Come chiaramente avete rivelato di amarmi di più
di quel che mi amassi io! Quante volte, Signore, mi avete
liberato da così tenebroso carcere, e quante volte
io, poi, sono tornata a mettermici contro la vostra volontà?
6.
Questa visione mi procurò anche una grandissima pena
al pensiero delle molte anime che si dannano (specialmente
quelle dei luterani che per il battesimo erano già
membri della Chiesa) e un vivo impulso di riuscire loro
utile, essendo, credo, fuori dubbio che, per liberarne una
sola da quei tremendi tormenti, sarei disposta ad affrontare
mille morti assai di buon grado. Spesso considero che se
vediamo qui una persona, a cui vogliamo particolarmente
bene, oppressa da grandi pene e sofferenze, sembra che il
nostro stesso istinto ci induca a compassione e, quanto
più gravi sono le sue sofferenze, tanto più
opprimono anche noi. Come dunque si può resistere
a vedere un’anima condannata per l’eternità al maggiore
dei supplizi? Nessun cuore può sopportarlo senza
provarne grande angoscia. Se quaggiù, infatti, pur
sapendo che, in conclusione, le sofferenze hanno un fine
e al termine della vita cesseranno con essa, siamo presi
da tanta compassione, di fronte a queste altre che sono
eterne e al gran numero di anime che ogni giorno il demonio
trascina con sé, mi chiedo come possiamo aver pace.
7.
Questo è anche il motivo per cui desidero che in
cosa di tanta importanza non ci si ritenga soddisfatti se
non dopo aver fatto, da parte nostra, tutto ciò che
possiamo, senza tralasciare nulla, e piaccia al Signore
di assisterci con la sua grazia a tal fine. Considero inoltre
che allora, sebbene fossi molto colpevole, avevo una certa
preoccupazione di servire Dio e non commettevo alcuna di
quelle mancanze che il mondo tollera come cose da nulla,
oltre a soffrire grandi infermità con molta rassegnazione,
anche se me la dava il Signore: non ero incline a mormorare
e a sparlare del prossimo, né mi sembra che fossi
capace di voler male ad alcuno, né ero ambiziosa,
né ricordo di aver mai avuto tale invidia che fosse
di grave offesa al Signore, né mancavo di altre buone
disposizioni perché, pur essendo assai misera, vivevo
costantemente nel timore di Dio. E, ciò nonostante,
ho veduto il luogo che i demoni mi avevano preparato! Se
è pur vero che, per le mie colpe, mi sembra che avrei
meritato anche più grave castigo, prescindendo da
ciò, ripeto che quello era un tormento terribile
e che è pericoloso per l’anima esser soddisfatta
di sé e riposare tranquilla, quando va cadendo ad
ogni passo in peccato mortale. Bisogna, invece, per amore
di Dio, allontanarsi dalle occasioni pericolose e il Signore
ci aiuterà come ha fatto con me. Piaccia a Sua Maestà
di non ritirare da me la sua mano, affinché non debba
nuovamente cadere, avendo già visto il luogo dove
andrei a finire. Non lo permetta il Signore, per quello
che egli è! Amen.
8.
Dopo aver avuto questa visione e dopo che il Signore, nella
sua bontà, volle rivelarmi altri grandi segreti sulla
gloria che riserva agli eletti e le pene che prepara ai
dannati, poiché desideravo di trovare il modo di
fare penitenza per evitare un così gran male ed acquistare
qualche merito conveniente a un così gran bene, cercavo
di fuggire ogni umano consorzio e appartarmi totalmente
dal mondo. Il mio spirito era sempre inquieto, ma non si
trattava di un’inquietudine agitata, anzi soavemente grata;
era ben evidente che veniva da Dio e che Sua Maestà
aveva conferito all’anima calore perché potesse assimilare
alimenti più solidi di quelli di cui si nutriva.
9.
Pensando a ciò che avrei potuto fare per Dio, vidi
che la prima cosa da farsi era conformarmi alla mia vocazione
religiosa osservando la mia Regola con la maggiore perfezione
possibile. Benché la casa in cui mi trovavo annoverasse
molte serve di Dio dalle quali egli era assai ben servito,
le monache, a causa della grande povertà in cui essa
versava, uscivano spesso per recarsi altrove dove, però,
potevano stare con assoluto decoro e rispetto del loro abito,
anche perché la Regola non era osservata sulla base
del suo primitivo rigore ma, come in tutto l’Ordine, secondo
la Bolla di mitigazione. Vi erano poi altri inconvenienti
che mi facevano apparire la vita troppo agiata, essendo
la casa grande e piena di comodità. Ma questo dell’uscire
spesso era già un grave inconveniente per me, anche
se io ero proprio quella che particolarmente ne usufruivo
perché alcune persone, a cui i prelati non potevano
dire di no, avevano piacere che stessi in loro compagnia,
ed essi, sollecitati da continue preghiere, me lo imponevano;
pertanto, in questo modo, potevo star ben poco nel monastero,
e il demonio doveva cooperare in parte a impedire che restassi
in casa perché, malgrado tutto, riferendo ad alcune
consorelle ciò che m’insegnavano i miei direttori,
facevo loro un gran bene.
S. Caterina da Siena Dottore della Chiesa , Patrona
d’Italia e d’Europa : tormenti dei dannati
CAPITOLO
XXXVIII (Di quattro principali tormenti de' dannati;
a' quali seguono tutti gli altri e in particolare della
laidezza del demonio.)
Figliuola,
la lingua non è sufficiente a narrare, la pena di
queste tapinelle (poverelle n.d.t.) anime. Come sono tre
i principali vizi, cioè l'amore proprio di sé
da cui esce il secondo, cioè la propria reputazione,
e dalla reputazione procede il terzo, cioè la superbia
con falsa ingiustizia (falsità e ingiustizia n.d.t.)
e crudeltà, e con altri iniqui e immondi peccati
che dopo questi seguono, così ti dico che nell’ inferno
essi hanno quattro tormenti principali, ai quali seguono
tutti gli altri tormenti. Il primo è che si vedono
privati della mia visione; il che è loro di tanta
pena, che se fosse possibile eleggerebbero piuttosto il
fuoco e crociati (dolorosi n.d.t.) tormenti e vedere me
che stare fuori delle pene e non vedermi.Questa pena rinfresca
(rinnova n.d.t.) loro la seconda (pena n.d.t.) : (quella
n.d.t.)del verme della coscienza, il quale sempre rode,
vedendosi privati di me e della conversazione degli (convivenza
con n.d.t.) angeli per loro difetto , e fattisi degni della
conversazione dei (convivenza con n.d.t.) demonii e visione
loro. Vedere il dimonio, che è la terza pena, loro
(ai dannati n.d.t.) raddoppia ogni loro fatica. Per cui
, come nella visione di me i santi sempre esultano, rinfrescandosi
(rinnovandosi n.d.t.) con allegrezza il frutto delle loro
fatiche che essi hanno portato per me con tanta abbondanza
d'amore e dispiacimento (disprezzo n.d.t.) di loro medesimi,
così in contrario questi tapinelli (poverelli n.d.t.)
si rinfrescano nei tormenti nella visione dei demonii, perché
nel vedere loro conoscono più sé (stessi n.d.t.),
cioè conoscono che per loro difetto (colpa n.d.t.)
se ne sono fatti degni. E per questo modo il verme più
rode e il fuoco di questa coscienza. non smette (mai n.d.t.)
di ardere (Is 66,24; Mc9,43-47) Ancora è più
(grande n.d.t.) pena per loro perché lo vedono nella
propria figura sua, la quale è tanto orribile che
non c’è cuore d'uomo che lo possa imaginare. (Pensate
a quelli che stoltamente si consacrano a satana e si fanno
suoi strumenti …. Capiranno bene allora a chi hanno offerto
la loro vita : a quale mostro sanguinario che odia terribilmente
anche loro stessi!! Nd.t.) E se bene ti ricordi sai che,
mostrandolo a te nella sua forma, in piccolo spazio di tempo
- che sai che quasi fu un punto - tu eleggevi (sceglievi
n.d.t.), dopo che ritornasti in te, piuttosto di volere
andare per una strada di fuoco, se dovesse durare fino all'ultimo
giorno del giudizio, e andare sopra esso, che vederlo più
(di nuovo n.d.t.). Con tutto questo che tu vedesti, ancora
non sai bene quanto egli è orribile, perché
si mostra per divina giustizia più orribile nell'anima
che è privata di me, e più e meno secondo
la gravità delle loro colpe. (Più l’anima
ha peccato più terribilmente si mostra ad essa satana
n.d.t.)
Il
quarto tormento è il fuoco. Questo fuoco arde e non
consuma, perché l'anima non può consumare
l'essere suo; e non è cosa materiale, la quale materia
il fuoco consumerebbe , perché essa è incorporea.
Ma Io per divina giustizia ho permesso che il fuoco la arda
afflittivamente, che la affligga e non la consumi, e la
affligge e la arde con grandissime pene, in diversi modi
secondo la diversità dei peccati, chi più
e chi meno, secondo la gravità della colpa. Sopra
questi quattro tormenti escono tutti quanti gli altri, con
freddo e caldo e stridore di denti. (Mt8,12; Lc13,28) Or
così miserabilmente, dopo la riprensione che fu fatta
loro del giudizio e della ingiustizia nella vita loro, e
non si corressero in questa prima riprensione come detto
è sopra, e nella seconda, cioè nella morte,
non vollero sperare né dolersi dell'offesa mia ma
sì della pena loro, hanno ricevuto morte eterna.
CAPITOLO
XXXIX
Ora
rimane da dire della terza riprensione, cioè del'ultimo
dì del giudizio. Già t'ho detto delle due;
ora, affinché tu veda bene quanto l'uomo s'inganna,
ti dirò della terza, cioè del giudizio generale,
nel quale all'anima tapinella (poverella nd.t.) sarà
rinfrescata e accresciuta la pena per l'unione che l'anima
farà col corpo, con una riprensione intollerabile,
la quale le genererà confusione e vergogna.
Sappi
che ne l'ultimo dì del giudizio, quando verrà
il Verbo del mio Figliuolo con la divina mia maestà
a riprendere il mondo con la potenza divina, egli non verrà
come poverello, così come quando egli nacque,venendo
nel ventre della Vergine e nascendo nella stalla fra gli
animali, e poi morendo in mezzo a due ladroni. Allora Io
nascosi la potenza mia in lui, lasciandolo sostenere pene
e tormenti come uomo: non che la natura mia divina fosse
però separata dalla natura umana, ma lo lo lasciai
patire come uomo per soddisfare alle vostre colpe. Non verrà
così allora in questo ultimo momento, ma verrà
con potenza a riprendere egli con la propria persona; e
non ci sarà alcuna creatura che non riceva tremore,
e renderà a ogni uno il debito suo.(Mt.24,30) Ai
dannati miserabili darà tanto tormento l'aspetto
suo e tanto terrore, che la lingua non sarebbe sufficiente
a narrarlo. Ai giusti darà timore di riverenza con
grande giocondità. Non che si muti la faccia sua,
perché egli è immutabile, perché è
una cosa con me secondo la natura divina; e secondo l'umana
natura la faccia sua anche è immutabile, dopo che
prese la gloria della resurrezione. Ma all'occhio del dannato
si mostrerà cotale , perché con quell’ occhio
terribile e oscuro che egli ha in se medesimo, con quello
lo vedrà. Come l'occhio infermo che del sole, che
è così lucido, non vede altro che tenebre
e l'occhio sano vede la luce - e questo non è per
difetto della luce che si muti più al cieco che all'alluminato,
ma è per difetto dell'occhio che è infermo
- così i dannati lo vedono in tenebre, in confusione
e in odio, non per difetto della divina mia maiestà,
colla quale egli verrà a giudicare il mondo, ma per
difetto loro.
CAPITOLO
XL
(Della terza riprensione, la quale si farà nel di
del giudizio)
È
tanto l'odio che essi hanno, che non possono volere né
desiderare veruno bene, ma sempre mi bestemmiano.
E sai perché essi non possono desiderare il bene?
Perché, finita la vita dell'uomo, è legato
il libero arbitrio; per la quale cosa non possono meritare,
perduto che essi hanno il tempo. Se essi finiscono in odio,
con la colpa del peccato mortale, sempre per divina giustizia
sta legata l'anima col legame dell'odio, e sempre sta ostinata
in quel male che ella ha, rodendosi in sé medesima.
E si accrescono ad essa sempre pene, e specialmente le pene
d'alcuni in particolare, per i quali ella fosse stata causa
di dannazione. Così come vi dimostrò quel
ricco dannato, quando chiedeva di grazia che Lazzaro andasse
ai suoi fratelli, i quali erano rimasti nel mondo, ad annunziare
le pene sue (del dannato n.d.t.). (Lc16,27-28) Questo già
non faceva per carità né per compassione dei
fratelli, perché egli era privato della carità
e non poteva desiderare bene, né in onore di me né
in salute loro, perché già t' ho detto che
non possono fare alcun bene nel prossimo, e mi bestemmiano
perché la vita loro finì nell'odio di me e
della virtù. Ma perché dunque lo faceva? Perché
egli era stato il maggiore e aveva nutriti loro nelle miserie
nelle quali egli era vissuto, sì che egli era causa
della dannazione loro. Per la qual ragione ne vedeva seguire
pena per se, giungendo essi al crociato tormento insieme
con lui, dove sempre in odio si rodono, perché ne
l'odio finì la vita loro.
CAPITOLO
XLII
( Come dopo il giudizio generale crescerá la pena
de' dannati)
Ti
ho narrato della dignità dei giusti, affinché
meglio conosca la miseria dei dannati. E questa è
l'altra pena loro: vedere la beatitudine dei giusti. La
quale visione è a loro accrescimento di pena, come
ai giusti la dannazione dei dannati è accrescimento
d' esultazione della mia bontà, perché meglio
si cognosce la luce per la tenebre e la tenebre per la luce.
Così che per loro (per i dannati n.d.t.) sarà
pena la visione dei beati, e con pena aspettano l'ultimo
dì del giudicio, perché vedono seguirne accrescimento
di pena. E così sarà, perché in quella
voce terribile, quando sarà detto a loro: Sorgete
morti, venite al giudizio (Mic 6,1), tornerà l'anima
col corpo, e ne' giusti sarà glorificato (il corpo
n.d.t.) e ne' dannati sarà crociato eternalmente,
e grande vergogna e rimprovero riceveranno nella visione
della mia Verità e di tutti i beati. Il verme della
coscienzia allora roderà il midollo dell'albero cioè
l'anima, e la corteccia di fuori, cioè il corpo;
sarà rimproverato ad essi il sangue che per loro
fu pagato e le opere della misericordia le quali Io feci
a loro col mezzo del mio Figliuolo, spirituali e temporali,
e quello che essi doveano fare nel prossimo loro, sì
come si contiene nel santo Evangelio.(Mt 25,42-43) Ripresi
saranno della crudeltà che essi hanno avuta verso
il prossimo, vedendo la misericordia che da me hanno ricevuta;
della superbia e dell'amore proprio, dell'immondizia e avarizia
loro. Rinfrescherà duramente la loro reprensione.
Nel punto della morte la riceve (la riprensione n.d.t.)
solamente l'anima ma nel giudizio generale la riceverà
insieme l'anima e il corpo; perché il corpo è
stato compagno e strumento dell'anima a fare il bene e il
male, secondo ch'è piaciuto alla propria volontà.
Ogni operazione buona e cattiva è fatta col mezzo
del corpo, e perciò giustamente, figliuola mia, è
reso ai miei eletti gloria e bene infinito col corpo loro
glorificato, remunerandoli delle loro fatiche che per me
portò insieme con l'anima. E così agli iniqui
sarà resa pena eterna col mezzo del corpo, perché
fu strumento del male. Si rinfrescherà loro la pena
e crescerà, riavendo il corpo loro, nella visione
del mio Figliuolo. La miserabile sensualità con la
immondizia sua riceverà riprensione nel vedere la
natura loro, cioè l'umanità di Cristo, unita
con la purità della deità mia, vedendo elevata
questa massa d'Adamo, natura vostra, sopra tutti i cori
degli angeli; ed essi per i loro difetti si vedono sprofondati
nel profondo de l'inferno.
E
vedono la larghezza e misericordia risplendere nei beati
ricevendo il frutto del sangue dell'Agnello, e vedono le
pene che essi hanno portate, che tutte stanno per ornamento
nei corpi loro così come un fregio sopra del panno,
non per virtù del corpo ma solo per la pienezza dell'anima,
la quale rappresenta al corpo il frutto della fadica, perché
fu compagno con lei ad adoperare la virtù, sì
che appare di fuori. Come lo specchio rappresenta la faccia
dell'uomo, così nel corpo si rappresenta il frutto
delle fadiche nel modo che ti ho detto detto . Vedendo i
tenebrosi tanta dignità, della quale essi sono privati,
cresce in loro la pena e la confusione, perché nei
corpi loro appare il segno delle iniquità le quali
commisero, con pena e crociato tormento. Onde in quella
parola che essi udranno terribile: «Andate maledetti
nel fuoco eterno», (Mt. 25,41) andrà l'anima
e il corpo a convivere con i demonii senza alcuno rimedio
di speranza. Si avvilupperanno con tutta la puzza della
terra, ognuno per sé in diverso modo, sì come
diverse sono state le loro malvagie operazioni: l'avaro
con la puzza dell'avarizia, avviluppandosi insieme la sostanza
del mondo e ardendo nel fuoco, la quale egli disordinatamente
amò; il crudele con la crudeltà; l'immondo
con la immondizia e miserabile concupiscenza; l’ ingiusto
con le sue ingiustizie; l’ invidioso con la invidia; e l'odio
e il rancore del prossimo con l'odio. Il disordinato amore
proprio di loro, da cui nacquero tutti i loro mali, arderà
e darà pena intollerabile, così come capo
e principio d'ogni male, accompagnato dalla superbia; sì
che tutti in diversi modi saranno puniti, l'anima e il corpo
insieme.
Or
così miserabilemente giungono al fine loro questi
che vanno per la via di sotto giù per il fiume, non
volgendosi dietro a riconoscere le loro colpe, né
a dimandare la misericordia mia, sì come Io ti dissi
di sopra. E giungono alla porta della bugia perché
seguirono la dottrina del demonio il quale è padre
delle bugie. (Gv 8,44) Ed esso dimonio è porta loro,
e per questa porta giungono all'eterna dannazione, come
è detto di sopra. Gli eletti e figli miei, tenendo
per la via di sopra, cioè del ponte, seguono e tengono
la via della verità, ed essa verità è
porta, e però disse la mia Verità: «Niuno
può andare al Padre se non per me».(Gv.14,6)
Egli è la porta e la via onde passano ad entrare
in me, mare pacifico.E così, in contrario, costoro
sono tenuti per la bugia la quale dà loro acqua morta;
ed a questo vi chiama il dimonio - ciechi e matti che non
se ne avvedono, perché hanno perduto il lume della
fede - quasi loro dica il dimonio: «Chi ha sete dell’
acqua morta venga a me, ché io ne gli darò».
S.
Maria Maddalena dei Pazzi
Dio, parlando dell'inferno a santa Maria Maddalena de' Pazzi,
le disse: « Fra i dannati regna un odio eterno, perchè
ciascuno di essi conosce colui che lo portò ad offendermi
e che fu per conseguenza la causa della sua dannazione.
Perciò quanto più cresce il loro numero, tanto
maggiormente si accrescono le loro pene, perchè i
nuovi venuti non fanno che aumentare la rabbia che
li anima gli uni contro gli altri » (Parte IV, cap.
xi).
S.
Veronica Giuliani e le sue esperienze dell’inferno
Il
27 gennaio 1716, Maria, comparendo a S. Veronica, chiamò
i due angeli che la servivano da custodi e loro ordinò
di condurla in spirito all'inferno; ella la benedì
e le disse: « Figlia mia, non temere, io sarò
con te e t'aiuterò ». Ad un tratto, racconta
la Santa, mi trovai in un luogo oscuro, profondo e fetente,
udii mugghii di tori, ragli d'asino, ruggiti di leone, sibili
di serpenti, ogni sorta di voci confuse e spaventose e grandi
rombi di tuono che riempivano di terrore. Vidi lampi e fumo
molto denso. Scorsi una gran montagna tutta coperta di serpenti,
di vipere e di basilischi fra loro attorcigliati in numero
incalcolabile. Udendo uscire di sotto a loro delle maledizioni
e voci orrende, chiesi a' miei angeli che voci fossero quelle,
ed essi mi risposero che lì si trovavano molte anime
nei tormenti. Infatti quella gran montagna ad un tratto
s'aprì ed io la vidi tutta ripiena d'anime e di demonii.
Quelle anime erano tutte avvinghiate insieme, per modo che
formavano una sola massa; i demonii le tenevano così
legate a se stessi con catene di fuoco; ogni anima aveva
parecchi demonii attorno a sè. Di là fui trasportata
ad un'altra montagna ove si trovavano dei tori e dei cavalli
furiosi che mordevano come cani arrabbiati. Loro usciva
fuoco dagli occhi, dalla bocca e dal naso, i loro denti
parevano lance acutissime e spade taglienti, che riducevano
in frantumi in un istante tutto ciò che afferravano.
Compresi che mordevano e divoravano anime. Vidi altre montagne
ove si praticavano dei tormenti più crudeli, ma mi
è impossibile descriverli. Al centro di tal soggiorno
infernale si erge un trono altissimo; in mezzo a quel trono
vi è un seggio formato dei demonii che sono i capi
e i principi. Là siede Lucifero, spaventoso, orribile.
O Dio che figura orrenda; sorpassa in orrore tutti gli altri
demonii. Sembra avere una testa formata di cento teste e
piena di lance, a capo di ciascuna delle quali vi è
come un occhio che proietta frecce infiammate che infiammano
tutto l'inferno. Benchè il numero dei
demonii e dei dannati sia incalcolabile, tutti
veggono quella testa orribile e ricevono tormenti sopra
tormenti da quello stesso Lucifero. Esso li
vede tutti e tutti lo vedono. Qui i miei angeli mi fecero
comprendere che, come in cielo la vista di Dio rende beati
tutti gli eletti, così nell'inferno l'orribile figura
di Lucifero, orrendo mostro infernale, è un tormento
per tutti i dannati. La loro maggior pena è l'aver
perduto Iddio. Questa pena Lucifero la sente per il primo,
e tutti vi partecipano. Egli bestemmia, e tutti bestemmiano;
maledice e tutti maledicono; soffre ed è torturato,
e tutti soffrono e sono torturati.
In
quel momento i miei angeli mi fecero osservare il cuscino
ch'era sul seggio di Lucifero e su cui stava seduto; era
l'anima di Giuda. Sotto i piedi di Lucifero vi era un cuscino
molto grande, tutto lacero e coperto di segni; mi si fece
capire ch'erano anime di religiosi. Allora il trono fu aperto
e, in mezzo ai demonii che stavano sotto il seggio, vidi
un gran numero d'anime. Chi sono queste? domandai a' miei
angeli; ed essi mi risposero ch'erano dei prelati, dei dignitari
della Chiesa, dei superiori d'anime consacrate a Dio.
Io
credo che se non fossi stata accompagnata da' miei angeli
ed anche, come penso, invisibilmente fortificata dalla mia
buona Madre, io sarei morta di spavento. Tutto ciò
ch'io ne dico non è nulla e tutto ciò che
udii dire dai predicatori non è nulla in paragone
di quello ch'io vidi (Diario, alle date indicate).
S.
Faustina Kowalska e le sue esperienze dell’inferno
La
stessa Santa Faustina Kowalska, apostola della Divina Misericordia
ebbe la visione dell'inferno (forse proprio a testimoniarci
questo...che la Misericordia vuole salvare tutti, ma c'è
chi non vuole essere salvato).
Dal suo diario apprendiamo quanto segue… 20.x.1936. (II°
Quaderno)
Oggi,
sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell'inferno.
E un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione
spaventosamente grande. Queste le varie pene che ho viste:
la prima pena, quella che costituisce l'inferno, è
la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi di coscienza;
la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà
mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l'anima,
ma non l'annienta; è una pena terribile: è
un fuoco puramente spirituale acceso dall'ira di Dio; la
quinta pena è l'oscurità continua, un orribile
soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le
anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male
degli altri ed il proprio; la sesta pena è la compagnia
continua di satana; la settima pena è la tremenda
disperazione, l'odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni,
le bestemmie. Queste sono pene che tutti i dannati soffrono
insieme, ma questa non è la fine dei tormenti. Ci
sono tormenti particolari per le varie anime che sono i
tormenti dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato
viene tormentata in maniera tremenda e indescrivibile. Ci
sono delle orribili caverne, voragini di tormenti, dove
ogni supplizio si differenzia dall'altro. Sarei morta alla
vista di quelle orribIli torture, se non mi avesse sostenuta
l'onnipotenza di Dio. Il peccatore sappia che col senso
col quale pecca verrà torturato per tutta l'eternità.
Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessun'anima
si giustifichi dicendo che l'inferno non c'è, oppure
che nessuno c’è mai stato e nessuno sa come sia.
Io, Suor Faustina, per ordine di Dio sono stata negli abissi
dell'inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare
che l'inferno c'è. Ora non posso parlare di questo.
Ho l'ordine da Dio di lasciarlo per iscritto. I demoni hanno
dimostrato un grande odio contro di me, ma per ordine di
Dio hanno dovuto ubbidirmi. Quello che ho scritto è
una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho
notato e cioè che la maggior parte delle anime che
ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l'inferno.
Quando ritornai in me, non riuscivo a riprendermi per lo
spavento, al pensiero che delle anime là soffrono
così tremendamente, per questo prego con maggior
fervore per la conversione dei peccatori, ed invoco incessantemente
la Misericordia di Dio per loro. O mio Gesù, preferisco
agonizzare fino alla fine del mondo nelle più grandi
torture, piuttosto che offenderTi col più piccolo
peccato.
Santa
Faustina Kowalska
Indicazioni
sull’inferno date dalla Madonna a Fatima
Da
“La storia di Fatima narrata da Lucia”
Bene,
il segreto consta di tre parti distinte, di cui ne rivelerò
due.
La prima fu dunque la visione dell'inferno.
La Madonna ci mostrò un grande mare di fuoco, che
pareva che si trovasse sotto terra. Immersi in questo fuoco,
i demoni e le anime come se fossero braci trasparenti e
negre o color bronzo, dalla forma umana, che fluttuavano
nell'incendio, trasportati dalle fiamme, che uscivano da
loro stessi, insieme a nugoli di fumo e cadevano da tutte
le parti, simili alle faville che cadono nei grandi incendi,
senza peso né equilibrio, tra gridi e gemiti dì
dolore e di disperazione che facevano raccapricciare e tremare
di spavento. I demoni si distinguevano per le forme orribili
e schifose di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti
e negri.
Questa visione durò un istante. E siano rese grazie
alla nostra buona Madre celeste, che in antecedenza ci aveva
rassicurati con la promessa di portarci in cielo durante
la prima apparizione! Se non fosse stato così, credo
che saremmo morti di paura e di terrore.
Poco dopo alzammo gli occhi verso la Madonna, che ci disse
con bontà e tristezza: «Avete visto l'inferno,
dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle,
Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore
immacolato. Se faranno quello che io vi dirò, molte
anime si salveranno e ci sarà pace. La guerra finirà
presto. Ma se non smettono di offendere Dio, sotto il regno
di Pio XI, ne comincerà un'altra peggiore. Quando
vedrete -una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate
che è il grande segno che Dio vi dà, che sta
per punire il mondo a causa dei suoi crimini, per mezzo
della guerra, della fame e della persecuzione alla Chiesa
e al santo Padre. Per impedirla, io verrò a domandare
la consacrazione della Russia al mio Cuore immacolato e
la comunione nei primi sabati. Se daranno retta alle mie
richieste, la Russia si convertirà e ci sarà
pace; se no, diffonderà i suoi errori nel mondo,
provocando guerre e persecuzioni contro la Chiesa. I buoni
saranno martirizzati e il santo Padre avrà molto
da soffrire, parecchie nazioni saranno annientate. Alla
fine il mio Cuore immacolato trionferà. Il santo
Padre mi consacrerà la Russia, che si convertirà
e sarà concesso al mondo un certo periodo di pace».
“Bene.
Ora rispondo subito al secondo interrogativo che mi e' stato
posto da parecchie persone: com'è possibile che Giacinta,
così piccina, si sia lasciata penetrare e abbia compreso
un simile spinto di mortificazione e di penitenza?
Secondo me, fu questo: prima di tutto, una grazia speciale
che Dio, per mezzo del Cuore immacolato di Maria, le ha
voluto concedere; in secondo luogo, la vista dell'inferno
e il pensiero dell'infelicità delle anime che ci
cascano.
Alcune persone, anche devote, non vogliono parlare dell'inferno
ai bambini per non spaventarli; ma Dio non ha esitato a
mostrarlo a tre, uno dei quali aveva solo sei anni, e Lui
sapeva che sarebbe rimasta terrorizzata a tal punto - oserei
quasi dire - da morire di paura. Con frequenza si sedeva
per terra o su qualche masso e, pensierosa, cominciava a
dire: «L'inferno! L'inferno! Come mi fanno pena le
anime che vanno all'inferno! E le persone vive li a bruciare
come legna nel fuoco..». E, un po' tremante, s'inginocchiava
con le mani giunte, a dire la preghiera che la Madonna ci
aveva insegnato: «O mio Gesù! Perdonateci,
liberateci dal fuoco dell'inferno, portate in cielo tutte
le anime, specialmente quelle che hanno più bisogno».
(Ora V.E. capirà perché mi è rimasta
l'impressione che le ultime parole di questa orazione si
riferivano alle anime che si trovano in maggiore o più
imminente pericolo di dannazione). E rimaneva così,
per molto tempo, in ginocchio, ripetendo la stessa orazione.
Ogni tanto chiamava me o il fratello, come se si svegliasse
dal sonno: «Francesco! Francesco! Non state a pregare
con me? Bisogna pregare molto per liberare le anime dall'inferno.
Tante vanno laggiù, tante!». Altre volte domandava:
«Ma come mai la Madonna non fa vedere l'inferno ai
peccatori? Se loro lo vedessero, non peccherebbero più
per non andarci. Di' un po' a quella Signora che faccia
vedere l'inferno a tutta quella gente (si riferiva a quelli
che si trovavano a Cova da Iria, al momento dell'apparizione).
Vedrai come si convertono».
Dopo un po' scontenta, mi domandava:
- Perché non hai detto alla Madonna che facesse vedete
l'inferno a quella gente?
- Mi sono dimenticata - rispondevo.
- Anch'io me ne sono dimenticata - diceva con l'aria triste.
Qualche volta domandava pure:
- Ma che peccati saranno quelli che questa gente fa per
andare all'inferno?
- Non saprei. Forse il peccato di non andare a messa la
domenica, di rubare, di dite parolacce, di augurare il male,
di giurare...
- E così, solo per una parola, vanno all'inferno?
- Certo! E peccato...
- Che cosa gli costerebbe stare zitti e andate a messa!
Come mi fanno pena i peccatori! Se potessi fargli vedere
l'inferno!
Improvvisamente a volte si stringeva a me e diceva:
- Io vado in cielo, ma tu rimani quaggiù. Se la Madonna
ti lascia, di' a tutti com'è l'inferno, perché
non facciano più peccati e non vadano più
laggiù.
Diceva
Giacinta «I peccati che portano più anime all'inferno
sono i peccati della carne.
«Verranno mode che offenderanno molto Gesù.
«Le persone che servono Dio non devono seguire la
moda. La Chiesa non ha moda. Gesù è sempre
lo stesso.
«I peccati del mondo sono molto grandi.
«Se gli uomini sapessero ciò che è l'Eternità,
farebbero di tutto per cambiare vita.
«Gli uomini si perdono, perché non pensano
alla morte di Gesù e non fanno penitenza.
«Molti matrimoni non sono buoni, non piacciono a Gesù,
non sono di Dio» .