Tanti
prossimi..quali scegliere? Quali aiutare?
L’ordine
della carità è il seguente : anzitutto Dio,
poi la mia anima (cioè l’anima di ciascuno personalmente
perché il mio prossimo più prossimo è
la mia anima) , poi le anime degli altri, poi il mio corpo,
poi il corpo degli altri. Si consideri quello che dice s.
Alfonso
La carità è ordinata,
ond'è che dobbiamo preferire Dio e la sua grazia
ad ogni cosa; all'incontro non siamo obbligati a preferire
il bene del prossimo al bene nostro, se non quando il bene
del prossimo fosse di ordine maggiore al nostro. L'ordine
de' beni è questo: prima la vita spirituale,
poi la temporale, poi la fama, e poi le robe. Sicché
non siam tenuti a preferire la vita del prossimo alla nostra,
ma bensì dobbiamo preferire la salute spirituale
del prossimo alla nostra vita. Ciò nondimeno
s'intende quando il prossimo sta in necessità estrema:
ed anche in grave a rispetto de' vescovi e parrochi, secondo
la sentenza comune3. E quando la necessità spirituale
del prossimo è estrema, allora siam tenuti a sovvenirlo,
ancorché vi sia probabile pericolo di cader noi in
qualche peccato (purché la caduta non sia moralmente
certa) mentre allora dobbiamo giustamente sperare l'aiuto
divino; così s. Tommaso, Suarez, Soto, Pal., Silvio,
Tournely, Salmaticesi, ecc.4. S'intende ciò nulladimeno,
sempre che v'è eguale speranza di giovare, e non
vi sia altri che soccorra: e di più che altrimenti
il prossimo certamente sia per dannarsi, poiché tutto
ciò importa il nome di necessità estrema.
Ma in tempo di peste, ragionevolmente dice Laymann, che
i sacerdoti, mancando gli altri, sono obbligati d'assistere
ai moribondi, perché in tanta moltitudine è
moralmente certo, che vi saranno più peccatori che
non potranno rimediare alla loro dannazione per l'ignoranza
di non saper fare l'atto di contrizione5.
15.
L'ordine poi delle persone che dobbiamo preferire
negli offici di carità, è questo: nella necessità
estrema della vita a tutti dobbiamo preferire i nostri genitori,
poiché avendo noi per mezzo loro ricevuta la vita,
è giusto, che nella vita sian da noi a tutti preferiti.
Ma nella necessità grave de' beni dee preferirsi
a tutti il coniuge, poi i figli, poi i genitori
(e 'l padre prima della madre), poi i fratelli e
sorelle, poi gli altri congiunti, e per ultimo i nostri
domestici6.
§.
IV. Dello scandalo.
23.
Si distingue lo scandalo in attivo e passivo.
L'attivo si definisce: Est dictum vel factum minus rectum
praebens alteri occasionem ruinae. Questo scandalo
poi attivo può esser diretto ed indiretto:
diretto, quando direttamente s'induce il prossimo
a peccare; indiretto, quando si dice qualche parola, o si
fa qualche azione peccaminosa atta ad indurre altri a peccare.
Vi è anche lo scandalo demoniaco, che si commette
quando non solo s'induce il prossimo a peccare, ma di più
s'induce principalmente per fargli perdere l'anima, officio
proprio del demonio.
24.
Il passivo è la stessa ruina, o sia peccato, nel
quale cade il prossimo; e questo si divide in iscandalo
dato, chiamato de' pusilli, cioè di coloro che cadono
per propria debolezza; ed in accetto chiamato farisaico,
cioè di coloro che cadono per propria malizia.
25.
Qui si domanda per 1. se lo scandalo sia peccato contra
la carità e contra la virtù contro cui s'induce
il prossimo a peccare. Vi sono tre sentenze. La prima dice,
che quando direttamente s'intende la ruina spirituale del
prossimo (ch'è propriamente lo scandalo demoniaco
di sopra nominato), allora si pecca contra la carità;
altrimenti si pecca solo contra la virtù che si offende
dal prossimo scandalizzato. La seconda sentenza dice che
quando si pecca collo scandalo diretto, cioè quando
s'induce positivamente il prossimo a peccare, allora si
pecca così contra la virtù, come contra la
carità; ma se si pecca col solo scandalo indiretto,
prevedendosi solamente il peccato del prossimo, ma senza
indurlo a peccare, allora si pecca solamente contra la carità.
La terza sentenza, che noi teniamo con Suarez, Lugo, Salmat.,
Roncaglia, Tamb., ed altri, ed è tenuta espressamente
da s. Tommaso1, dice che tanto collo scandalo diretto, quanto
coll'indiretto sempre si pecca così contra la carità
come contra la virtù. Contra la carità, perché
se noi siamo obbligati per carità d'impedire potendo
il peccato del prossimo, molto più siam tenuti a
non esser occasione al prossimo di commetterlo. Contra la
virtù, perché ogni virtù proibisce
a ciascuno l'esser egli causa o pure occasione che altri
l'offendano2.
26.
Si domanda per 2. se pecca con peccato di scandalo chi richiede
dal prossimo una cosa mala, alla quale per altro il prossimo
già sta apparecchiato, come per esempio, si quis
petat copulam a meretrice. Noi contra l'opinione di
altri teniamo che sì, con Sanchez, Gaet., Nav., Bonacina,
Roncaglia, Tamburr., Sporer ecc. La ragione, perché
(come si disse al capo III. n. 20), anche data per certa
la sentenza, che l'atto esterno speculativamente parlando
niente aggiunga di malizia all'atto interno, nondimeno in
pratica sempre col peccato esternamente consumato si accresce
la malizia della volontà per la maggior compiacenza
che coll'atto esterno ordinariamente v'interviene, o per
la maggior diuturnità di detta compiacenza; onde
chi pecca esternamente sempre si cagiona maggior ruina nell'anima.
E perciò quegli che in ciò gli coopera, sempre
pecca gravemente contra la carità. Dal che probabilmente
s'inferisce col cardinal de Lugo ed altri, non esser necessario
ne' peccati commessi col complice spiegare, chi sia stato
il primo a tentare, perché tanto chi induce, quanto
chi consente al peccato d'opera, sempre pecca gravemente
contra la carità; sicché l'induzione non è
più allora che una circostanza aggravante nella stessa
specie, la quale, secondo la sentenza più probabile
con s. Tommaso, non siamo obbligati a spiegar nella confessione,
come diremo parlando del sacramento della penitenza3.
27.
Ciò si dice, quando si cerca una cosa intrinsecamente
mala; ma se si chiedesse una cosa indifferente, che potesse
dal prossimo darsi senza peccato, come sarebbe chiedere
il mutuo dall'usuraio, o alcun sacramento dal sacerdote
che sta in peccato; allora diciamo, che quando v'è
causa di necessità, o di notabile utilità,
è lecito il chiederla; ma senza questa causa il postulante
anche peccherebbe gravemente, così contra la carità,
come contra la virtù; così Sanch., Mol., Busem.,
Ronc. Tamb., Salm. ecc.4. S. Tommaso1 dice: Licet ab
eo qui usuras exercet, mutuum accipere sub usuris propter
aliquod bonum, quod est subventio suae necessitatis, vel
alterius. E così anche dice2 esser lecito dare
a conservare il suo danaro per tenerlo più sicuro,
all'usuraio, ancorché quegli l'impieghi in usure.
La ragione di s. Tommaso è perché, uti
peccato alterius ad bonum, licitum est, sempre che
non s'induce il prossimo a peccare, e possa egli dar l'opera
sua senza peccato. Silvio nel luogo citato di s. Tommaso
dice: Sufficit notabilis necessitas ad decentiam status
vel personae. Errico di s. Ignazio ammette anche la notabile
utilità per giusta causa.
28.
Noi siamo alle volte obbligati, quando non v'è grave
incomodo, a lasciare i nostri beni temporali, ed anche spirituali,
purché non sieno necessari alla salute, per evitare
il grave scandalo de' pusilli. Ma qui ben avverte s. Tommaso3,
che dopo fatta ammonizione al prossimo il suo scandalo si
rende farisaico; sicché non siam tenuti più
ad evitarlo4. Se poi per evitare lo scandalo de' pusilli
vi sia obbligo di omettere i precetti positivi come la messa,
il digiuno ecc., diciamo in ciò esser più
probabile che sì; perché il precetto naturale
d'impedir lo scandalo, cioè il peccato altrui (avvertendo
però, altro essere l'impedire il peccato, altro impedire
l'ammirazione); dee preferirsi al precetto positivo. Ciò
nulladimeno non s'intende per sempre (ancorché l'azione
non fosse di precetto, ma di semplice divozione o indifferente),
ma solamente per una o due volte, altrimenti sarebbe grave
l'incomodo, a cui non obbliga la carità; così
Gaet., Sanchez, Navarr., Az., Less., Salmat., ecc.5.
29.
Peccano gravemente di scandalo le donne che portano il petto
immoderatamente scoperto; o pure che introducono un tal
uso dove non vi è, ancorché lo scoprimento
non fosse immoderato; così s. Antonin., Nav., Less.,
Laym. ed altri comunemente6. Peccano anche gravemente di
scandalo coloro che compongono o rappresentano commedie
notabilmente oscene. E lo stesso dicesi dei pittori che
dipingono o espongono al pubblico immagini positivamente
turpi7.
30.
Diciamo all'incontro con Sanch., Soto, Navarr., Molina,
Gaet., Silvest., Salmatic. ecc., avvalorati dall'autorità
di s. Agostino (contra altri), esser probabilmente lecito
il consigliare un male minore, per evitare il maggiore,
che il prossimo già sta determinato ad eseguire;
perché allora chi consiglia non procura il male,
ma il bene persuadendo l'elezione del minor male, ancorché
sia d'altra specie8. Così anche è lecito al
padrone, o al padre, non toglier l'occasione di rubare a'
servi o a' figli che sono già apparecchiati a rubare,
acciocch'essendo colti nel delitto, meglio possano ravvedersi.
Per lo stesso fine permettono molti dd. il dare loro anche
l'occasione di rubare, con permettere loro di fare il furto,
acciocché si evitino i delitti futuri9, dicendo s.
Tommaso: Inducere ad peccandum, nullo modo licet; uti tamen
peccato alterius ad bonum, licitum est10.
Per
quanto tempo si può stare nella condizione di peccato
mortale?Dopo quanto ci si deve confessare?
Subito
dopo il peccato mortale dobbiamo fare l’atto di contrizione
perfetta : con la quale detestiamo il peccato sopra ogni
male per amore di Dio e ci proponiamo di non compierlo mai
più e di restituire quello che avessimo rubato, o
quello che avessimo tolto con i peccati di diffamazione
e calunnia e soprattutto proporsi di confessarci prima possibile.
Riguardo alla confessione è bene avere un confessore
stabile fisso cui confessarci , che sia dotto, santo e sperimentato.
Non pensiamo che sia impossibile trovarlo: Dio ci aiuterà.
Come
non cadere nell'errore di autoassolversi in maniera erronea?
Evitando
di autoassolversi! L'assoluzione infatti ce la può
dare solo il Signore, che mediante il sacramento della riconciliazione
si manifesta pienamente nella figura del sacerdote che,
non scordiamocelo, durante la confessione è in persona
Christi!
Per evitare di cadere nell'errore dell'autoassoluzione bisogna
cercare di non giustificare le proprie colpe, questo è
possibile:
1)
Facendo luce sui propri demeriti mediante la preghiera e
la confiedenza con uno o più sacerdoti.
2)
Amando la Verità e cercando di vivere nella Verità.
L'onestà davanti a Dio è molto importante,
se infatti gli uomini possono essere ingannati, Dio no...Dio
conosce le miserie dell'uomo, e desidera perdonarlo, perchè
impedirglielo nascondendosi dietro ad un dito?
Il
peccato di pensiero..quando diventa mortale?
1857
Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano
tre condizioni: "E' peccato mortale quello che ha per
oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso
con piena consapevolezza e deliberato consenso" [Giovanni
Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio et paenitentia, 17].
1858
La materia grave è precisata dai Dieci comandamenti,
secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: "Non
uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire
falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre"
( Mc 10,19 ). La gravità dei peccati è più
o meno grande: un omicidio è più grave di
un furto. Si deve tener conto anche della qualità
delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori
è di per sé più grave di quella fatta
ad un estraneo.
1859
Perché il peccato sia mortale deve anche
essere commesso con piena consapevolezza e totale consenso.
Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell'atto,
della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre
un consenso sufficientemente libero perché sia una
scelta personale. L'ignoranza simulata e la durezza del
cuore [Cf Mc 3,5-6; Lc 16,19-31 ] non diminuiscono il carattere
volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.
Tuttavia
questa affermazione va bene chiarita
Spiega
s. Alfonso
Le
leggi umane proibiscono le sole opere esterne, perché
gli uomini vedono solamente quel che apparisce di fuori:
ma Dio che vede i cuori condanna ancora tutte le male volontà.
Homo videt ea quae patent, Dominus autem intuetur cor1.(L’uomo
vede le cose che appaiono, il Signore invece vede il cuore)
E ciò va per li pensieri acconsentiti in ogni specie
di peccato. In somma tutto ciò ch'è male a
farsi, innanzi a Dio è peccato a desiderarlo.
Istruzione
al popolo
§
PARTE I. De' precetti del decalogo.
§
CAP. VI. Del sesto precetto.
Non
fornicare.
1.
Di questo peccato poco si può parlare. Dice s. Francesco
di Sales, che la castità col solo nominarla si macchia.
Onde ciascuno ne' suoi dubbi circa questa materia si consigli
col confessore, e così si regoli. Solo avverto qui
in generale, che non solo debbono confessarsi tutti gli
atti consumati, ma ancora tutti i toccamenti sessuali, tutti
gli sguardi impuri, tutte le parole oscene, e specialmente
se si dicono con compiacenza, e con pericolo di scandalo
di chi sente. Di più debbono confessarsi tutti i
pensieri disonesti. Alcuni ignoranti credono che solamente
gli atti impudici hanno da confessarsi; no, si han da spiegare
al confessore tutti i mali pensieri acconsentiti. Le leggi
umane proibiscono le sole opere esterne, perché gli
uomini vedono solamente quel che apparisce di fuori: ma
Dio che vede i cuori condanna ancora tutte le male volontà.
Homo videt ea quae patent, Dominus autem intuetur cor1.(L’uomo
vede le cose che appaiono, il Signore invece vede il cuore)
E ciò va per li pensieri acconsentiti in
ogni specie di peccato. In somma tutto ciò ch'è
male a farsi, innanzi a Dio è peccato a desiderarlo.
2. Ho detto pensieri acconsentiti; onde bisogna saper distinguere,
quando il cattivo pensiero è peccato mortale, quando
è peccato veniale, e quando non è affatto
peccato. Nel peccato di pensiero vi concorrono tre cose,
la suggestione, la dilettazione ed il consenso. La suggestione
è quel primo pensiero di far male che si affaccia
alla mente. Questo non è peccato, anzi quando la
volontà subito lo rigetta, si acquista merito. Scrive
s. Antonino: Quoties resistis, toties coronaris.(Tante volte
resisti, tante volte sei coronato) Anche i santi sono stati
tormentati da questi mali pensieri. S. Benedetto per superare
una volta una simile tentazione si buttò dentro le
spine. S. Pietro di Alcantara si buttò dentro uno
stagno gelato. Anche san Paolo scrive che stava tentato
contro la castità: Datus est mihi stimulus carnis
meae, angelus Satanae, qui me colaphizet2.(Mi è stata
dato uno stimolo della carne mia, un angelo di satana che
mi schiaffeggi) Onde pregò più volte il Signore
d'esserne liberato: Propter quod ter Dominum rogavi, ut
discederet a me. (Per cui tre volte pregai il Signore che
lo allontanasse) Il Signore però non volle liberarnelo,
ma gli disse: Ti basta la grazia mia: Et dixit mihi: Sufficit
tibi gratia mea. E perché non volle liberarnelo?
Acciocché il santo più meritasse col resistere
alla tentazione: Nam virtus in infirmitate perficitur3.(Infatti
la virtù si perfeziona nella infermità) Dice
s. Francesco di Sales che quando il ladro bussa da fuori,
è segno che non si trova dentro; e così quando
il demonio tenta è segno che l'anima sta in grazia.
S. Catarina da Siena una volta per tre giorni fu molto afflitta
dal demonio con tentazioni impure; dopo i tre giorni le
apparve il Signore per consolarla; allora la santa gli dimandò:
Ah mio Salvatore, e dove siete stato in questi tre giorni?
E 'l Signore le rispose: Sono stato nel cuor tuo a darti
forza per resistere alle tentazioni. Ed appresso le fe'
vedere il di lei cuore più purificato.
3.
Dopo la suggestione viene la dilettazione. Quando la persona
non è accorta a scacciare subito la tentazione, e
si mette a discorrere con quella, ecco la tentazione che
subito comincia a dilettare, e così la va tirando
al consenso. Finché la volontà non
consente non v'è peccato mortale; ma solamente veniale;
ma se l'anima allora non ricorre a Dio, e non fa forza per
resistere alla dilettazione, facilmente quella si tirerà
il consenso. Nisi quis repulerit delectationem,
delectatio in consensum transit, et occidit animam,(Se
qualcuno non avrà respinto la dilettazione, questa
passa nel consenso(della volontà) e occide l’anima)
dice s. Anselmo4. Una donna tenuta per santa assalita
da un mal pensiero con un suo servo, trascurò di
subito discacciarlo; onde già mentalmente cadde in
peccato. Dopo ciò commise un peccato più
grave, perché si vergognò di confessarsi di
quella mala compiacenza, e così morì l'infelice;
ma perché era tenuta per santa, il vescovo per sua
divozione la fe' seppellire nella sua cappella. Nella mattina
appresso la defunta gli apparve tutta cinta di fuoco; allora
gli confessò, ma senza profitto ch'ella era dannata
per quel mal pensiero acconsentito.
4. Dato poi che si è il consenso l'anima
già perde la grazia di Dio, e resta condannata all'inferno
subito che acconsente al desiderio di commettere il peccato,
o che si diletta pensando a quell'atto disonesto come se
allora lo commettesse; e questa si chiama dilettazione morosa,
ch'è differente dal peccato di desiderio.
Cristiani miei, state attenti a discacciar subito che si
affacciano questi mali pensieri, con ricorrere subito per
aiuto a Gesù ed a Maria. Chi fa l'abito ad acconsentire
a pensieri disonesti, si mette in gran pericolo di morire
in peccato, primieramente perché questi peccati di
pensiero sono più facili a commettersi; uno in un
quarto d'ora può far mille mali pensieri, e ad ogni
pensiero acconsentito gli tocca un inferno a parte. In punto
di morte il moribondo non può commettere peccati
d'opera perché allora non si può muovere,
ma ben può commettere peccati di pensiero, e 'l demonio
a questi pensieri tenta gagliardamente i poveri moribondi.
S. Eleazaro, come narra il Surio, in punto di morte ebbe
tante e tali tentazioni di mali pensieri, che esclamò
poi: Oh quanto è grande la forza dei demoni in punto
di morte! Il santo vinse i demoni, perché avea fatto
l'abito a discacciare i mali pensieri: ma guai a coloro
che avranno fatto l'abito ad acconsentirvi! Narra il p.
Segneri che vi fu un peccatore di questi che spesso acconsentiva
in vita a' mali pensieri: stando in morte si confessò
con gran dolore de' suoi peccati, onde lo teneano per salvo:
ma dopo la morte comparve, e disse che si era dannato: disse
che la sua confessione era stata buona, e Dio l'avea già
perdonato, ma che prima di morire il demonio gli pose avanti,
che se fosse campato, sarebbe stata un'ingratitudine abbandonar
quella donna che tanto l'amava; questa prima tentazione
egli la discacciò: venne la seconda, ed allora si
fermò alquanto a discorrerci, ed anche la discacciò:
venne la terza, e vi acconsentì, e così disse
ch'era morto in peccato, e si era dannato.
PUNTO
II. De' peccati in particolare di desiderio, compiacenza
e dilettazione morosa.
4.
Il peccato di desiderio riguarda il tempo futuro, quando
si desidera di fare un'azione mala. Il peccato di compiacenza
riguarda il tempo passato, quando l'uomo si compiace del
male fatto. Il peccato di dilettazione morosa riguarda il
tempo presente, ed è quando l'uomo si figura presente
l'atto del peccato, e se ne diletta, come allora lo facesse.
5.
Posto ciò, si noti per 1., che il desiderio
e la compiacenza comprendono tutte le specie male che ha
l'oggetto del peccato; e perciò,
se uno vantasi d'aver peccato con una maritata, dee spiegare
ch'ella era maritata; perché oltre la malizia della
iattanza del male fatto, v'è la compiacenza dell'adulterio
commesso, ed ordinariamente v'è anche il peccato
dello scandalo. Se poi nella dilettazione morosa debbano
spiegarsi tutte le circostanze dell'oggetto, che mutano
specie, altri dicono di no, ma noi diciamo di sì,
per ragion del pericolo prossimo che nella stessa dilettazione
morosa vi è del desiderio del medesimo oggetto malo2.
6.
Si noti per 2., che pecca lo sposo (checché si dicano
alcuni) se si diletta della copula futura colla sposa, pensando
come fosse presente. Se poi gli sia lecito desiderar la
copula futura, per quando la sposa gli sarà moglie,
anche è cosa molto pericolosa, specialmente se vi
fissa il pensiero. Se poi sia lecita al marito la dilettazione
della copula avuta o futura colla moglie, v. l'Istr.3.
7.
Si noti per 3. la propos. 12. dannata da Innoc. XI., che
dicea: Licitum est filio gaudere de parricidio parentis
a se in ebrietate perpetrato, propter ingentes divitias
inde ex haereditate consecutas. Sicché, quantunque
sia lecito il dilettarsi dell'effetto, come dell'eredità
conseguita, non è lecito però il dilettarsi
della causa, cioè della morte del padre4. E così
anche è illecito il desiderare il male del prossimo
per qualche proprio utile temporale come si ha dalle proposizioni
13. e 14. dannate dallo stesso Innoc. XI. All'incontro è
ben lecito godere, e desiderar il danno temporale del prossimo
per lo suo bene spirituale, acciocché si ravveda,
o perché con quello s'impedisce il danno dell'innocente,
o della comunità, o della chiesa, come insegna s.
Tommaso: Potest aliquis (salva caritate) optare malum temporale
alicui, et gaudere, in quantum est impedimentum malorum
alterius, vel communitatis, vel ecclesiae5. E perciò
è lecito compiacersi, o desiderare l'infermità,
ed anche la morte all'empio, acciocché cessi lo scandalo
degli altri. Se poi sia lecito desiderare a se stesso la
morte, per finire una vita molto tribolata; vedi l'Istruz.6.
E vedi altre cose ivi7.
Per approfondire e comprendere meglio questa dottrina
CAPO
III. De' peccati.
PUNTO
I. De' peccati in generale.
1.
Il peccato si definisce da s. Tommaso: Dictum, factum,
vel concupitum contra legem aeternam. Per lo peccato
mortale formale vi bisognano tre cose, l'avvertenza, il
consenso, e la materia grave. E per I. in quanto all'avvertenza,
acciocché il peccato sia mortale, bisogna ch'ella
sia piena, com'insegnano comunemente i dd. con s. Tommaso,
che dice: Potest quod est mortale esse veniale propter imperfectionem
actus moralis, cum non sit deliberatus, sed subditus4. Avvertasi
però, che per la colpa grave non è necessario,
che tal avvertenza sia sempre attuale, ma basta che sia
virtuale, com'è quando l'ignoranza della malizia
dell'atto è in qualche modo volontaria o per negligenza,
o per la passione, o per lo mal abito contratto, avvertito
almeno in principio, oppure per la volontaria inconsiderazione
nell'operare. Ma acciocché l'uomo pecchi
mortalmente, sempre è necessario che avverta attualmente
alla malizia dell'atto, o al pericolo di peccare, oppure
all'obbligo di avvertire tal pericolo, o almeno che l'abbia
avvertito in principio, quando pose la causa dell'atto malo
che n'è seguito, coma sta provato nell'Istruz.5.
2.
Per II., al peccato mortale si richiede il consenso
perfetto della volontà, come dicono comunemente Contensone,
Genetto, il card. Gotti, Tournely, Vigandt, Concina, ed
altri con s. Tommaso, il quale6 insegna, che l'atto pravo
allora è mortale, quando è commesso cum deliberato
consensu. Ma si avverta per 1., che tal consenso può
darsi direttamente, o indirettamente in causa, cioè
quando si mette una causa mala, e si avvertono (almeno in
confuso) i mali che prossimamente possono avvenirne. Si
avverta per 2., che se la persona non consente, né
dissente alla tentazione, ordinariamente parlando, non pecca
mortalmente; ma ciò non corre nelle tentazioni di
dilettazioni carnali, perché a queste è tenuta
di positivamente resistere; poiché tali dilettazioni,
quando son veementi, e loro non si resiste, facilmente si
tirano il consenso della volontà: ed il miglior modo
di resistere in simili tentazioni è il ricorrere
a Dio per aiuto7.
(dunque
nelle dilettazioni contrarie al sesto comandamento si pecca
gravemente se non si dissente positivamente ad esse resistendo
positivamente ad esse )
3.
Per III., al peccato mortale si richiede la materia grave.
Ma in ciò debbono avvertirsi più cose. Si
avverta per 1., che non si dà parvità di materia
in quelle cose, dove la parvità non diminuisce la
malizia del peccato, come avviene nel peccato d'infedeltà,
d'impudicizia, di simonia, e di spergiuro. Si avverta per
2., che le materie parve unite insieme posson rendere la
materia grave, quando elle moralmente si uniscono tra loro,
come i piccioli furti, le
picciole comestioni ne' giorni di digiuno, e le picciole
omissioni nel recitar l'officio. Si avverta per 3., che
la colpa veniale può farsi mortale in cinque modi.
I. Per ragione di fine aggiunto, v. g., se taluno intendesse
con una parola oscena, ma leggiera, di tirare il prossimo
a colpa grave. II. Per ragione di fine ultimo, cioè
se uno commette un peccato veniale, ma con tal passione
avvertita, che se fosse mortale anche lo farebbe. III. Per
ragione di disprezzo formale, cioè quando l'uomo
trasgredisce la legge, specialmente perch'è legge,
o perché l'ha imposta il superiore; del resto le
trasgressioni, benché replicate (contra quel che
dicono alcuni) non costituiscono disprezzo, come dice s.
Tommaso: Non peccat ex contemtu, etiamsi peccatum iteret1.
IV. Per ragione di scandalo de' pusilli. V. Per ragione
di pericolo: s'intende di pericolo prossimo di cadere in
colpa grave: e s'intende senza giusta causa, perché
con giusta causa il pericolo si fa rimoto, come avviene
nel chirurgo, che medica le donne per necessità.
Sicché in questi cinque modi la colpa veniale si
rende mortale. Ed all'incontro in tre modi la mortale si
fa veniale, cioè o perché non v'è la
piena avvertenza, come avviene a chi non è perfettamente
svegliato dal sonno, o sta alquanto distratto, o patisce
un'improvvisa turbazione, sicché non avverte bene
quel che fa: o perché non v'è il perfetto
e deliberato consenso: o perché la materia è
in sé leggiera.
Spiega
s. Alfonso
Punto
II. De' peccati.
§.
I. Del peccato in genere.
22.
e 23. Del peccato mortale e veniale.
24.
e 25. Delle avvertenze.
26.
a 31. Del consenso.
32.
Del peccato filosofico.
22.
Il peccato si definisce, secondo s. Agostino, e s. Tommaso2:
Dictum, factum, vel concupitum contra legem aeternam. Si
dice contra legem aeternam, perché qui sta tutta
la malizia formale del peccato; e perciò questa definizione
comprende così i peccati di commissione, come di
omissione, poiché tutti offendono la divina legge;
e comprende ancora le trasgressioni della legge umana; alla
quale la stessa divina vuole che s'ubbidisca: Qui potestati
resistit, Dei ordinationi resistit3.
23.
Ogni peccato grave certamente è offesa di Dio non
effettiva, perché, come dice lo stesso angelico4,
Dio non può ricevere nocumento; ma affettiva, ed
è vera ingiuria e disprezzo che si fa alla divina
maestà, posponendola alla creatura. Se poi il peccato
veniale debbasi ancora dire offesa della divina legge, rispondiamo,
che sì, con Estio, Soto, Azorio, ed altri; perché
sebbene dice s. Tommaso5, che il veniale non est contra,
sed praeter legem, nulladimeno ciò s'intende perché
il veniale è solamente contro l'ordine, non contro
il fine della legge, il quale è la carità.
Ma quest'ordine di osservar la legge anche è precettato:
Noli velle mentiri6. Noli iurare omnino7. Dunque il veniale
ancor è contro la legge essendo dalla legge espressamente
proibito.
24.
È certo poi da quel che si è detto
di sovra al num. 2., che il peccato per esser imputabile
dev'esser volontario, e per esser volontario il peccato
mortale, dev'essere pienamente acconsentito. Sicché
per 1. vi si richiede la piena e perfetta avvertenza della
malizia dell'oggetto; poiché i moti della concupiscenza
chiamati primo primi, che affatto prevengono la ragione,
questi sono esenti da ogni colpa. I moti secundo primi,
che si fanno con semipiena avvertenza da' semidormienti,
o da quei che stanno distratti ecc., questi non sono più
che veniali. I moti poi deliberati, di cui già pienamente
l'intelletto avverte la grave malizia, almeno in confuso,
e la volontà vi consente, questi sono colpe gravi;
così comunemente tutti i teologi con s. Tommaso8,
il quale dice, che 'l peccato mortale di suo oggetto può
diventar veniale, ob imperfectionem actus moralis, cum non
sit deliberatus, sed subditus9.
25.
Se poi al peccato mortale si richieda l'avvertenza attuale
ed espressa della malizia dell'atto, o basti la virtuale,
ed interpretativa. La prima sentenza, che tengono il p.
Concina, il continuatore di Tournely, Antoine, Franzoia
ed altri moderni10, dice, che basta
l'interpretativa, la quale consiste in questo, cioè
che l'uomo sia tenuto, e possa conoscere la malizia dell'azione,
benché attualmente non l'avverta. La seconda sentenza
molto più comune richiede l'avvertenza attuale della
malizia, o del suo pericolo, o almeno dell'obbligo di avvertirla.
Così tengono Silvio, Suarez, Tapia, Sanchez, Sairo,
Castropalao, Salas, Bonacina, i Salmaticesi (così
scolastici come morali), Gammacheo, Isamberto, Du-Val, e
Vasquez col Lirano, Tostato, Adriano VI., Curiel, Vittoria,
ed altri1; di più il cardinal Gotti, Wigandt, de
Sainte Beuve, con s. Antonino, le di cui dottrine appresso
si riferiranno. Tutti questi dicono, che ad ogni peccato
mortale si ricerca qualche avvertenza, o almeno il dubbio
della sua malizia, in sé, o nella sua causa, almeno
in confuso.
26.
Ciò posto, il mio sentimento è, che parlando
tra' limiti del giusto le accennate due sentenze facilmente
possono conciliarsi. Poiché il dire, che ad ogni
peccato grave si richieda necessariamente l'attuale ed espressa
avvertenza, ciò senza dubbio è falso; mentre
in più modi può accadere, che alcuni mali
benché attualmente non si avvertano, ben nondimeno
s'imputano a colpa, secondo insegna s. Tommaso, se l'ignoranza
in qualche modo è volontaria, o per negligenza, o
per passione, o per mal abito, o per volontaria inconsiderazione
nell'operare.
27.
E per 1. l'ignoranza si fa volontaria per la negligenza,
come scrive l'angelico in più luoghi. In un luogo2
dice, che in due modi l'ignoranza può essere volontaria,
Vel directe, sicut cum aliquis studiose vult nescire, ut
liberius peccet: vel indirecte, sicut cum aliquis propter
laborem, vel propter alias occupationes negligit addiscere
id per quod a peccato retraheretur. Talis enim negligentia
(nota) facit ignorantiam ipsam esse voluntariam, et peccatum...
Si vero ignorantia sit involuntaria, sive quia est invincibilis,
sive quia est eius, quod quis scire non tenetur talis ignorantia
omnino excusat a peccato. E s'avverta, che qui s. Tommaso
ben concede, darsi l'ignoranza invincibile anche de' precetti
naturali: mentre dice, che l'ignoranza scusa dal peccato,
o perché son cose che non siam tenuti a sapere, o
perché l'ignoranza è invincibile. Dunque suppone
per certo l'angelico, che l'ignoranza invincibile scusa,
ancorché sia di cose che dobbiam sapere, come sono
i precetti della legge comuni, che s'appartengono a tutti
(universalis iuris praecepta, secondo scrive nell'articolo
3. precedente), e quelli che riguardan ciascuno, giusta
il proprio stato ed officio. Tornando al punto lo stesso
scrive un altro luogo3: Ignorantia, quae est omnino involuntaria,
non est peccatum. Et hoc est quod Augustinus dicit: Non
tibi imputatur ad culpam, si invitus ignoras, sed si scire
neglexeris. Per hoc autem quod addit, sed si scire neglexeris,
dat intelligere, quod ignorantia habet, quod sit peccatum
ex negligentia praecedente, quae nihil est aliud, quam non
applicare animum ad sciendum ea quae quis debet scire. E
nello stesso luogo ad 8 dice, che l'ignoranza allora si
reputa volontaria, quando l'uomo scientiam recusat, et sic
ignorantia est a voluntate quodammodo imperata. Sicché
l'angelico in questi luoghi allora giudica colpevole l'ignoranza,
quando l'uomo trascura e ricusa con atto volontario di applicare
l'animo ad intender ciò che dee sapere circa il precetto
che urge. Per 2. l'ignoranza si fa volontaria per la passione
che taluno vuol deliberatamente seguire; poiché,
volendo egli soddisfare la sua passione, v. g. di vendetta,
vuol per conseguenza almeno in confuso tutti quei mezzi
perversi, che conducono ad eseguir la vendetta; e perciò
tutti gli atti che sieguono, benché non preveduti
in
particolare, ben sono però volontari nella sua causa,
cioè nel voler contentar la passione. Così
anche insegna s. Tommaso1, il quale chiama l'ignoranza di
chi opera per passione, ignorantiam malae electionis, dicendo
così: Alio modo dicitur ignorantia voluntaria eius
quod quis potest scire, et debet; sic enim non agere, et
non velle voluntarium dicitur. Hoc igitur modo dicitur ignorantia,
sive cum aliquis actu non considerat, quod considerare potest
et debet, quae est ignorantia malae electionis, sive ex
passione, vel ex habitu proveniens. Lo stesso ripete in
altro luogo2: Ligatio rationis per passionem non imputatur
ad culpam, nisi forte quoad principium talis passionis,
quod fuit voluntarium. Per 3. l'ignoranza si fa volontaria
per ragione del mal abito, come dice lo stesso s. Tommaso
nel luogo sopra citato3, poiché tutti gli atti mali,
che dal mal abito provengono, o sono volontari nella sua
causa, cioè nel contrarsi il mal abito, o più
presto (come io sento con Antoine, e coll'autore dell'istruzione
per li confessori novelli, e come si dirà più
a lungo al capo ultimo, num. 19) tali mali abituali hanno
sempre qualche attual cognizione dei loro atti cattivi;
ma perché il peccato per causa del mal abito fa loro
poca impressione, perciò appresso non se ne ricordano,
e dicono di non averti avvertito, ma il confessore non dee
crederli. Per 4. finalmente l'ignoranza si fa volontaria
e colpevole, come dicono Tannero ed Antoine4 con s. Antonino,
quando l'uomo nell'operare avvertentemente trascura di porvi
quella considerazione che richiede la cosa: Quando adest
(dice Antoine) illa reflexio intellectus advertentis, esse
amplius considerandum, aut inquirendum, et voluntas vult
agere sine maiori consideratione.
28.
All'incontro in ogni conto dee tenersi, che se l'ignoranza
in niuno de' predetti modi è stata volontaria, e
l'uomo non ha avuta alcuna avvertenza attuale della malizia
dell'atto, o del suo pericolo, né direttamente, né
indirettamente, né in sé, né nella
sua causa, allora non gli si debbono imputare gli errori
che non avverte. La ragione è, perché, per
imputare ad alcuno gli effetti di qualche causa, dee necessariamente
precedere (almeno in causa ed in confuso) l'avvertenza attuale
ed espressa della malizia dell'oggetto; giacché l'avvertenza
interpretativa, come ben parlano i Salmaticesi5, si fonda
sovra qualche avvertenza espressa siccome il volontario
indiretto fondasi sul diretto. Oltreché l'avvertenza
interpretativa suppone l'obbligo, ed insieme la potenza
di avvertire, ma mancando ogni avvertenza espressa, non
v'è potenza di avvertire, e per conseguenza cessa
anche l'obbligo; mentre niuna obbligazione liga, se prima
in qualche modo non è conosciuta. Diranno: ogni ignoranza
in colui ch'è tenuto, e può avvertire il suo
obbligo, è vincibile, e perciò colpevole.
Ma ben rispondono Silvio e Suarez ne' luoghi sovra citati,
che colui il quale ignora la malizia dell'atto, ed anche
l'obbligo di avvertirla ha bensì la potenza rimota,
o sia fisica ad avvertire, ma non ha la potenza prossima
e spedita, ch'è necessaria all'uomo per conoscere
la deformità delle sue azioni. Quis nesciat, non
esse in hominis potestate, quod sciat? dice sant'Agostino6.
Ond'è che non può egli naturalmente, ed in
modo umano, vincere la sua ignoranza. Conoscerà sibbene
la sua azione come azione, ma non la conoscerà come
mala, poiché la sola cognizione dell'oggetto nell'esser
fisico non è bastante principio a discernere l'oggetto
nel suo esser morale, che certamente differisce in tutto
dal fisico. E ciò è quello che insegna s.
Tommaso, dicendo: Non autem imputatur homini ad negligentiam,
si nesciat ea, quae scire non potest; unde horum ignorantia
invincibilis dicitur, quia studio superari non potest7.
Un tale studio poi, o sia
diligenza per toglier l'ignoranza, come ben dice Silvio1
con Medina e Ricardo, non ha da esser somma, ma basta che
sia morale, cioè quella che suol comunemente usarsi
da' prudenti nelle cose gravi. Sopravvenendo il dubbio,
l'ignorante dee consigliarsi co' periti; il dotto poi dee
consigliarsi co' libri, o pure con altri dotti.
29.
E questa sentenza in somma osservo, che comunemente viene
abbracciata, non solo dagli autori probabilisti (che la
tengono, non già come probabile, ma come certissima
appresso tutti, secondo scrive il p. Suarez), ma ancora
dagli antiprobabilisti. Ecco come parla de Sainte Beuve
dottor della Sorbona: Si advertatur tantum in actum physice
consideratum, et non moraliter, erit tantum volitus actus
iste, ut est quid physicum, et non ut quid morale; ergo
non ut malum2. Il cardinal Gotti scrive così: Dico
2., ad peccatum mortale sufficere advertentiam virtualem;
etenim eo ipso quo quis dubitat de malitia, vel malitiae
periculo, et tamen rei veritatem inquirere negligens actionem
ponit, censetur interpretative et ipsam malitiam velle3.
Lo stesso dice il p. Wigandt4. Lo stesso disse prima s.
Antonino scrivendo: Aut ergo manet talis complacentia post
sufficientem deliberationem, et animadversionem periculi,
et tunc est mortale5. Lo stesso dice il continuatore di
Tournely; concludendo, che chi affatto non avverte alla
malizia del peccato, è scusato. Ma giustamente soggiunge
poi: Verum aliter dicendum de actionibus, quas eliciunt
viri passionibus suis servientes, assueti ut ne quidem cogitent
se non cogitare6. E ciò noi già di sovra l'abbiam
detto, parlando di chi opera per passione. Lo stesso anche
dice Antoine, il quale trattando dell'ignoranza dice che
l'inavvertenza è colpevole a chi opera per passione,
o senza la dovuta diligenza, o considerazione. E contra
(scrive) si inadvertentia sit invincibilis in homine habente
cognitionem habitualem debitam, excusat a peccato ea quae
ex illa fiunt contra legem; quia malitia actus tunc ne interpretative
quidem est voluntaria7.
30.
Onde dee concludersi, che non può sostenersi l'opinione
di chi dicesse, che a peccar mortalmente basta l'avvertenza
interpretativa, consistente in ciò solo che l'uomo
debba e possa colla sola potenza fisica e rimota avvertir
la malizia. Altrimenti ne seguirebbe, che molti potrebbero
trovarsi aggravati di più colpe mortali, senza averne
avuta mai alcuna cognizione o scrupolo. Dirassi, che Dio
in pena d'altre sue colpe toglierà ad alcuno la luce,
con cui avvertirebbe la malizia de' suoi errori, se non
avesse colpato. Rispondo, che una tal sottrazione di luce
farà bensì, che colui cada in peccati conosciuti
come peccati, ma non farà, che gli siano imputati
a colpa quegli errori ch'egli in niun modo conosce come
peccati. In oltre se avesse la supposta opinione contraria,
avverrebbe, che ad operar lecitamente non basterebbe l'opinione
(essendo men tuta) né probabiliore, né probabilissima,
e neppure moralmente certa; ma ciò non può
dirsi, essendo dannata da Alessandro VIII. la propos. III.
che dicea: Non licet sequi opinionem inter probabiles probabilissimam.
31.
Resta il rispondere a certe lunghe obbiezioni che si fanno;
ma noi ci spediremo con poche parole: Si oppone per 1. quel
che si legge nella regola 13. iuris in 6.: Ignorantia facti,
non iuris, excusat. Ma ben risponde Silvio8, che la suddetta
regola va per gli statuti forensi, come già lo spiega
la Glossa; poiché nel foro giudiziale dopo la promulgazione
della legge l'ignoranza de' trasgressori ordinariamente
si presume vincibile; purché non vi sia qualche ragione,
che faccia presumere il contrario, come si ha nel c. In
tua, tit. Qui matrim. accus. etc. Si oppone per 2.,
che se in ogni peccato si richiedesse l'attual avvertenza,
dovrebbero riputarsi innocenti i giudei che crocifissero
il Salvatore, i pagani che uccisero i martiri, e gli eretici
che commettono tante scelleraggini. Ma si risponde in una
parola, che l'ignoranza di tutti costoro è certamente
crassa, e perciò tutti i loro errori son ad essi
imputati a colpa. Si oppone per 3. che il richiedere l'avvertenza
attuale ne' peccati, è lo stesso che ammettere il
peccato filosofico esente dalla colpa teologica, la quale
opinione è già dannata. Ma si risponde, che
col peccato filosofico (come si è detto al capo III.
n. 32.), quantunque non si giudichi di offender Dio, nondimeno
ben si avverte di offender la ragion naturale, e per conseguenza
si offende l'autor della natura; ma mancando ogni avvertenza
della malizia dell'atto, neppure si avverte di offender
la ragione.
32.
Per 2. acciocché il peccato sia mortale, si richiede
il pieno consenso della volontà, come insegnano comunemente
tutti i dd. cattolici, Contensone, Tournely, Genetto, Wigandt,
Gotti, Concina, Sanchez, Salmatic., Cardenas, ecc. La ragione
è, perché al peccato consumato vi bisogna
il perfetto volontario, ch'è il pieno consenso1.
Può bensì la volontà acconsentire alla
colpa grave col consenso indiretto, cioè quando vuole
la causa prevedendo già l'effetto, come di sovra
poco fa si è detto; ma ciò s'intende quando
v'è obbligo d'impedire l'effetto, poiché se
in qualche caso non v'è tal obbligo, ben sarà
scusata la persona (mettendo la causa) dalla malizia dell'effetto,
allorché positivamente non lo vuole, benché
lo preveda2.
33.
Si noti per I. che dopo l'avvertenza dell'intelletto in
tre modi può la volontà portarsi circa l'oggetto
peccaminoso a lei proposto: 1. positivamente consentendo
in quello: 2. positivamente resistendo: 3. non consentendo,
né resistendo, ma negative se habendo. Quindi si
questiona, se pecca gravemente chi negative se habet, e
non resiste positivamente a' moti dell'appetito sensitivo
circa un oggetto gravemente malo. Generalmente parlando,
secondo la sentenza più vera di Gersone, Sanchez,
Castropal., e de' Salmatic. con s. Tommaso ed altri, costui
pecca bensì leggermente, ma non mortalmente; poiché
il pericolo del consenso che vi può essere non resistendo,
non è prossimo, ma solamente rimoto3.
34.
Ma altrimenti corre nelle dilettazioni carnali, a cui siamo
(secondo la sentenza comune de' dd.) obbligati sotto colpa
grave a resistere positivamente; perché queste, quando
son veementi, facilmente posson tirarsi il consenso della
volontà, s'ella positivamente non vi resiste4.
35.
Parlando poi del modo pratico di resistere a tali tentazioni
d'impurità, dice un autore moderno, che in quanto
al diminuire la loro esterna e sensuale commozione, giova
molto, vestibus tegere, et comprimere partes commotas. In
quanto a preservare l'anima dal consenso, giovano i pensieri
divoti o della passione di Gesù Cristo, o dell'inferno,
o della morte, pensando, ch'ella potrebbe avvenire nell'atto
del peccato: e molto anche giova pensare al rimorso che
dopo commesso il peccato la povera anima avrebbe da sentire
di aver perduto Dio. Ma sovra tutto giova, anzi è
necessario ricorrere in tali tentazioni all'orazione, poiché
(come disse Salomone) la castità non si ottiene da
Dio, che coll'orazione: Et ut scivi, quod aliter non possem
esse continens, nisi Deus det, adii Dominum, et deprecatus
sum5. Attenda il confessore ad insinuar queste cose a' penitenti,
specialmente a' recidivi: né faccia come fanno alcuni,
che si contentano di sentir solo dal penitente, che non
vuole più peccare, e senza dirgli altro, l'assolvono.
Sovra tutto loro avverta, che nelle tentazioni turpi, senza
discorrervi sovra, rinnovino il proposito di voler prima
morire che acconsentire all'offesa di Dio: e poi subito
invochino più volte, e con confidenza, i ss. nomi
di Gesù e di Maria, intendendo così di
cercar loro aiuto. Si è detto senza discorrervi,
poiché avvertono tutti i maestri di spirito, che
per superare queste tentazioni sensali, come anche quelle
contro la fede, meglio che discacciarle come suol dirsi
da petto a petto, con far atti contrari di volontà,
e cercar ragioni di non dovervi acconsentire, è il
divertire la mente ad altri pensieri; e quando i moti son
leggieri, meglio sarà disprezzarli senza resistere,
e senza farne conto1.
36.
Ed avvertasi di più che non v'è obbligo di
resistere alle tentazioni, o moti carnali, quando vi sia
giusta causa di non resistere positivamente: come sarebbe
se taluno ha la sperienza, che col resistere son più
cresciuti i moti, ed all'incontro disprezzandoli son cessati,
o pure se i moti provengono da qualche azione necessaria,
o utile, come dal sentir le confessioni, o dal leggere i
libri per apprender la scienza di morale o di medicina,
o da' tatti necessari per medicare e simili. Poiché
allora (come insegnano tutti i dd.), non siamo tenuti a
lasciare l'opera per causa di tali motivi involontari, né
a resister loro positivamente, quando detti moti durassero,
e riuscisse molto molesto il doverli sempre positivamente
discacciare. Basterà dunque allora, almeno a chi
è di timorata coscienza, l'attendere a non acconsentirvi:
mentre questa stessa attenzione sarà per lui una
sufficiente resistenza; così Toled., Gaet., Laym.,
Tournely, Azor., Sanch., La-Croix, ecc.2.
37.
Si noti per II. che per li peccati d'omissione sempre si
ricerca l'atto positivo e deliberato della volontà
nel consentire di omettere l'opera precettata, come bene
insegnano Gonet, Filliuc., ed i Salmaticesi, checché
si dicano alcuni altri3. DI più si avverta, che i
peccati di omissione che provengono da qualche causa prima
posta, non s'imputano già allorché si omette
il precetto, ma dal tempo che si è posta la causa,
come ben dicono Sanch., Bonac., Becano, Filliuc., ecc. contro
d'altri. Che perciò chi mette la causa prevedendo
già l'effetto, per esempio se alcuno si ubbriaca
prevedendo, che lascierà la messa, costui ancorché
avvenisse che poi ascoltasse la messa, pure dee confessarsi
del peccato di omissione, al quale acconsentì nel
mettere la causa dell'ubbriachezza4. Se mai nonperò
al peccato consumato dall'effetto vi fosse annessa la censura,
e la persona prima di succeder l'effetto si ritrattasse,
allora sarebbe già reo dell'effetto preveduto, ma
non incorrerebbe la censura; perché la censura richiede
la contumacia nello stesso atto che si consuma il peccato5.
Se uno lasciasse poi la messa per andare a caccia, o per
giuocare, basterà che si confessi la sola omissione
della messa; perché intanto il giuoco e la caccia
sono a lui mortali, perché son causa dell'omissione6.
38.
Si noti qui per III. la proposizione, la quale dicea, non
esser mortale, né meritar pena eterna il peccato
filosofico, cioè quella colpa che si conosce esser
contro la ragione, ma non contro la divina legge; ecco le
sue parole: Quod in eo qui vel Deum ignorat, vel de Deo
actu non cogitat, sit grave peccatum, sed non sit offensa
Dei, nec ut peccatum mortale dissolvens amicitiam Dei, neque
aeterna poena dignum. Questa fu dannata da Alessandro VIII.
giustamente, perché chi conosce, esser l'opera sua
contraria alla natura ragionevole, conosce almeno in confuso
l'offesa che fa all'autore della natura, ch'è Dio.
§.
II. De' peccati in particolare, del desiderio, della compiacenza
e della dilettazione morosa.
39.
Desiderio, gaudio e dilettazione.
40.
Se nella dilettazione debba spiegarsi la specie.
41.
Dilettazione de opere malo et de cogitatione ecc.
42.
Desiderio del male, se fosse lecito.
43.
Dilettazione e desiderio degli sposi ecc. e de' coniugi.
44.
Dilettazione della causa mala per il buono effetto.
45.
Del danno altrui per buon fine.
46.
Delle cose vietate dalla legge positiva.
39.
Tra' pensieri peccaminosi debbon distinguersi tra loro il
desiderio, il gaudio (o sia la compiacenza), e la dilettazione
morosa. Il desiderio riguarda il tempo futuro, ed è
quando l'uomo ambisce deliberatamente di consumare un'opera
mala: questo desiderio si dice efficace, quando la persona
propone di eseguirlo; inefficace, quando consente all'intenzione
di porlo in esecuzione, se potesse, v. g. dicendo: se potessi
prendermi il tesoro della chiesa, me lo prenderei. Il gaudio
poi riguarda il tempo passato, ed è quando l'uomo
si compiace del male già fatto. La dilettazione morosa
finalmente riguarda il tempo presente, ed è quando
alcuno s'immagina presente l'opera del peccato, e di quella
si diletta come allora l'eseguisse. E si chiama morosa,
non per ragione che vi bisogni gran timore per costituire
il peccato, perché egli può farsi in un momento;
ma per ragione della dimora deliberata che vi fa la volontà1.
40.
Posto ciò dee notarsi per 1., che così il
desiderio, come la compiacenza, comprendono tutta la malizia,
e tutte le specie che ha l'oggetto, onde se alcuno per esempio
cupit cum alia coire, vel se complacet de copula habita
cum illa, dee spiegare la qualità della donna, s'è
coniugata, o se avea voto di castità. E perciò
ben insegnano i Salmaticesi2 con Lugo, Castropal., etc.,
che se taluno vantasi d'un peccato fatto, dee spiegare nella
confessione tutte le specie di quello, perché nel
vantarsi ordinariamente si aggiunge alla malizia della iattanza
anche la compiacenza del peccato commesso3. Se poi debba
dirsi lo stesso della dilettazione morosa, è questione.
Altri l'affermano, Gaetano, Lessio, Sanchez, ecc. Altri
lo negano, come Azor, Lugo, Bonac., Laym., Coninc., Castropal.,
ecc., i quali dicono, che se taluno si diletta della copula
colla coniugata, non come coniugata, ma solo come bella,
non commette adulterio, essendo che la circostanza dell'adulterio
non entra nella dilettazione, com'entra nel desiderio, e
nella compiacenza, che (come si è detto) abbracciano
tutto l'oggetto, com'è, né possono prescindere
dalle di lui circostanze. Questa opinione speculativamente
parlando è molto probabile, ma in pratica dico con
Holzmann, senza meno doversi spiegare nella dilettazione
tutte le circostanze dell'oggetto, poiché in essa
almeno vi è il pericolo prossimo del desiderio pravo
di peccare con tale persona4.
41.
Dee notarsi per 2., altra essere la dilettazione de malo,
sicché l'opera mala sia l'oggetto della dilettazione;
e questa dilettazione senza dubbio è gravemente peccaminosa,
quando l'opera è colpa grave. Altra la dilettazione
de cogitatione operis mali, sicché non diletti l'opera,
ma solamente il pensiero di lei: quando alcuno legge materie
turpi, e non si diletta di quelle, ma della loro lezione.
Questa dilettazione non però anche può essere
colpa grave, quando v'è pericolo prossimo del consenso;
ma quando non v'è tal pericolo, sarà solo
venialmente mala; anzi sarà esente da ogni colpa,
quando v'è giusta causa di leggere, o di pensare
a tali materie, per cagione v. gr. di studiare, di medicare,
o di sentir confessioni, ec.; così san Tommaso5,
e s. Antonino, Sanchez, Lessio, Bonac., Salmatic. ed altri
comunemente6.
42.
Si dimanda per 1. Se pecca gravemente colui il quale desidera
un oggetto gravemente malo, ma sotto la condizione se fosse
lecito. Nelle cose proibite dalla legge positiva è
certo che no. Il dubbio è nelle cose proibite dalla
legge naturale. Ed allora si distingue così: se la
condizione toglie la malizia dell'oggetto, per esempio quando
alcuno dicesse, se Dio me 'l permettesse, vorrei prendermi
quel cavallo di Tizio, costui non peccherebbe, almeno non
gravemente. Altrimenti poi, se la condizione non toglie
la malizia; per esempio, peccherei, se non vi fosse inferno:
ucciderei il tale, se non fosse sacerdote, e simili. E lo
stesso giustamente dicono Sanchez,
Laymann, Azorio, di uno che dicesse; se non fosse peccato,
mi vendicherei, bestemmierei, ecc., perch'essendo queste
cose intrinsecamente male, non possono mai separarsi dalla
loro malizia. Benché probabilmente dicono Suar.,
Bonac., Castrop., Vasq., Sa, Valenz., e' Salmaticesi con
Gaetano ed altri, che quando alcuno desidera una cosa mala,
colla condizione se non fosse mala, non mai la desidera
veramente, ma solo dimostra la propensione verso di quella;
il che poi non giunge a peccato mortale. Chi poi desiderasse
assolutamente, che non fosse proibito ciò ch'è
intrinsecamente malo, non può scusarsi dal mortale,
mentre per sé è male il voler invertere l'ordine
e la legge della natura, come rettamente dicono i Salmaticesi
con altri1.
43.
Si domanda per 2. Se possa lo sposo dilettarsi de congressu
cum sponsa, sotto la condizione se gli fosse già
moglie, o pensando al tempo che gli sarà moglie.
Altri assolutamente l'ammettono. Altri lo permettono, purché
la dilettazione sia del solo appetito ragionevole, senza
alcun pericolo del sensitivo, cioè sine commotione
spirituum. Ma noi diciamo con Sanchez, Suarez, Laym., Azor.,
Salmatic., Holzmann, Roncaglia, Croix, ecc. che né
l'uno né l'altro si deve ammettere, perché
la dilettazione rende l'oggetto presente, ed essendo di
presente allora l'oggetto separato dalla condizione coonestante,
l'oggetto certamente allora è malo, onde la dilettazione
è allora d'una cosa mala; è benché
il consenso sia condizionato circa l'oggetto, è non
però assoluto circa la dilettazione2. Alto è
poi, dice Roncaglia, se lo sposo desidera semplicemente
la copula futura colla sposa, per quando gli sarà
moglie; perché allora desidera una cosa, per quando
veramente gli sarà lecita. Ma con tutto ciò
io soggiungo, che in tali desiderii, quando la persona vi
si trattiene a pensare, v'è gran pericolo della dilettazione
presente; e perciò deve il confessore proibire affatto
gli sposi di fermarsi in tali desiderii. All'incontro al
marito è molto probabile per sé non esser
colpa grave, se delectari de copula habita vel habenda cum
sua uxore absente (checché dicano i Salmaticesi,
e Roncaglia, i quali l'affermano, si delectatio habeatur
cum commotione spirituum); mentre sempre che periculum pollutionis
abest, lo stesso matrimonio conforme rende leciti i tatti
anche impudici tra' coniugi (che senza dubbio non possono
essere senza commozione, e che non gli condannano per gravi
gli stessi Salmaticesi, e Roncaglia), così rende
per sé anche lecita la dilettazione della copula;
e di questa sentenza sono s. Anton., Gaet., Coninch., Vasq.,
e La-Croix, con Suar., Gers., Laym., ecc.3, ed espressamente
l'insegna ancora s. Tommaso4, dicendo: Sicut carnalis commixtio
non est peccatum mortale coniugato, est autem mortale non
coniugato; similis etiam differentia est de delectatione,
et de consensu in delectationem; non enim potest esse gravius
peccatum consensus in delectationem, quam consensus in actum.
È vero che s. Tommaso non esplica, se la dilettazione
sit vel ne cum commotione spirituum; ma ordinariamente ben
si suppone, che chi deliberatamente dilettasi dell'atto,
senta tal commozione. Del resto è spediente che 'l
confessore in tutti i modi esorti i coniugati ad astenersi
da tali dilettazioni, quando il coniuge è lontano,
per ragione del pericolo che può esservi della polluzione.
44.
Si dimanda per 3. se sia lecito dilettarsi di qualche opera
intrinsecamente mala accaduta, per lo buono effetto che
ne sia seguito. Si distingue: se l'opera è stata
formalmente mala, cioè commessa con peccato, certamente
appresso tutti è illecito il dilettarsi di quella.
Se poi è fatta senza peccato, vi sono alcuni che
ammettono il potersi dilettare di quella, come causa di
qualche buono effetto; ma noi diciamo con Sanch., Laym.,
La-Croix, Salm., Roncaglia, ecc., che tal dilettazione è
sempre illecita; perché sebbene l'opera non è
stata peccaminosa, nondimeno è stata sempre oggettivamente
mala. E ciò par che non possa più mettersi
in dubbio dopo la proposizione 15. dannata da Innocenzo
XI., la quale dicea: Licitum est filio gaudere de parricidio
parentis a se in ebrietate perpetrato propter ingentes divitias
inde ex haereditate consecutas. Né osta a ciò
quello che dice s. Tommaso1: Si autem placet (cioè
nocturna pollutio, della quale parla) ut naturae exoneratio,
peccatum non creditur. Mentre ciò deve intendersi
de pollutione pure naturali, quae provenit a natura se exonerante,
e perciò non essendo ella oggettivamente mala, licet
delectari de exoneratione ob eam obtenta. All'incontro (parlando
per sé) è lecito il dilettarsi, non della
causa peccaminosa, ma dell'effetto buono da lei seguito,
come de exoneratione ob pollutionem habita, o dell'acquisto
dell'eredità fatto per causa dell'omicidio: si è
detto per sé parlando, perché anche la dilettazione
del solo effetto, come dicono i Salmaticesi, e Roncaglia,
non va esente da qualche pericolo2.
45.
Si domanda per 4. se sia lecito il dilettarsi, o aver desiderio
del danno del prossimo per qualche buon fine. Debbono qui
prenotarsi le due proposizioni dannate da Innocenzo XI,
cioè la 13., che dicea: Si cum debita moderatione
facias, potes absque peccato mortali de vita alicuius tristari,
et de illius morte naturali gaudere, illam inefficaci affectu
petere, et desiderare: non quidem ex displicentia personae,
sed ob aliquod temporale emolumentum. E la propos. 14: Licitum
est absoluto desiderio cupere mortem patris, sed ut bonum
cupientis, quia nimirum obventura est pinguis haereditas.
Queste furono giustamente dannate, perché secondo
l'ordine della carità dobbiamo preferire la vita
del prossimo a qualunque nostro temporale emolumento di
robe, o di onori. All'incontro è ben lecito godere,
ed aver desiderio del danno temporale del prossimo per lo
bene comune, o pure dell'innocente, o dello stesso prossimo;
così insegnano Toledo, Navarr., Bonac., i Salmatic.,
Roncaglia, ecc., con s. Tommaso3, il quale dice: Potest
aliquis salva caritate optare malum temporale alicui, et
gaudere, in quantum est impedimentum malorum alterius, vel
communitatis, vel ecclesiae. Onde ben è lecito (sempre
non però atteso l'ordine della carità) desiderare,
o compiacersi dell'infermità, e anche della morte
dell'empio, per esempio degli altri, o acciocché
cessi quegli di dare scandalo, o di far danno d'altro modo
all'anime altrui. Così anche è lecito godere
del danno temporale del privato, affinché si eviti
il danno comune. Così anche dicono i Salmaticesi
e Roncaglia, che può il padre desiderare la morte
al figlio, se giustamente teme che quegli abbia a disonorar
la famiglia4; ma parmi esser molto difficile il caso in
cui ciò possa esser lecito. Così anche Soto,
Castrop., Trullench., Granad., Viva, Felice Potestà
(contro Navarr., i Salmat. ecc.), permettono il desiderare
la morte propria, quando alcuno stimasse meno dura la morte
che la sua vita penosa, per causa dell'infermità,
della povertà, o d'altra tribolazione che patisce.
E ciò non mi pare improbabile; come all'incontro
mi pare con Roncaglia ed i Salmaticesi improbabile l'opinione
di Azorio e Bonacina, che sia lecito alla madre desiderar
la morte alla figlia perché quella non può
maritarsi per ragione della sua deformità, o della
povertà della casa, o perché essa madre è
maltrattata dal marito per causa della figlia5.
46.
Il dilettarsi poi delle cose vietate solamente dalla legge
positiva, come in giorno di digiuno il dilettarsi de' cibi
di carne, e simili, ciò è sempre lecito, o
almeno non è colpa grave. Ma all'incontro ad alcuno
che per oblivione in giorno di digiuno si fosse cibato di
carne non è lecito il dilettarsene6
Come
mantenere di fronte a queste continue cadute nel peccato,
a queste continue tentazioni da scacciare una condizione
psicologica sana?
Anzitutto
dobbiamo imparare a metterci davanti a Dio e a capire perché
tante cadute …. Non è che il tuo genere di vita non
è quello che Dio vuole per te? Non è che sei
fuori dalla strada cui Dio ti chiama? Non è che c’è
un genere di vita in cui potresti evitare tanti peccati
? Rifletti bene : cosa ti sta dicendo Dio attraverso questi
tuoi peccati?
Certo, siamo peccatori, siamo fragili e senza l'aiuto della
grazia non possiamo fare nulla!
Ma grazie alla bontà Misericordiosa del nostro Dio,
in Lui possiamo trovare la forza per affrontare le insidie
del peccato e attraverso la luce del discernimento comprendere
con sempre maggiore chiarezza come affrontare le proprie
debolezze e le tentazioni che si manifestano lungo il cammino.
Come
mantenere una sana condizione psicologica?
1)
Confidando nella grazia e non sulle nostre forze e chiarendoci
su cosa ci vuole dire il Signore attraverso questa esperienza.
2) Invocando la grazia con fervore e chiedendo il dono del
discernimento
3)
Rimanendo stretti al Signore dopo le eventuali cadute.
4) Evitando lo scoraggiamento che fa cadere l'anima nel
baratro della disperazione permettendo al maligno di "fare
la frittata".
5) Mediante atti di contrizione e di fiducia
6) Pregando, pregando, pregando ….bene !!
Come
rimanere sereni di fronte a tante prove?(l'attenzione continua
al non peccare porta ad uno stato di continuo stress e tensione
che può logorare i nervi)
Vivendo
con serenità la propria vita di fede, vedendola non
come una continua insidia, quanto piuttosto come un dono
da vivere secondo per secondo.
Cercando di fuggire le occasioni che possono farmi cadere
in peccato (intendo le occasioni grossolane) devo vivere
il resto della mia vita con amore e verità. In questo
modo posso stare tranquillo e rimanendo ben saldo nel Signore
so che nei momenti di prova potrò contare sulla Sua
Assistenza!
Qualora
ci si senta inquieti e scoraggiati, l'ultima cosa da fare
è disperarsi.
Bisogna
piuttosto pregare il Signore affinché possa concedere
il dono della pace del cuore.
Il
modo ideale per pregare e chedere la pace del cuore è
ritirarsi in un luogo lontano dalla confusione, un luogo
in cui stare raccolti (una cappellina, una Chiesa, un angolo
della nostra casa).
Soprattutto
raccomando a tutti di cercare un confessore adatto e seguirlo:
il demonio a volte può tormentarci con gli scrupoli,
l’obbedienza al confessore ci libera da questi mali e ci
mantiene nella s. pace.
Come
far coincidere la contrizione ,il dolore per i peccati commessi
,con la gioia e la serenità necessari per la vita?
Dalla
contrizione nasce una liberazione interiore, dalla consapevolezza
di un errore nasce una purificazione!
Questo
passaggio è fondamentale per poter progredire nel
cammino di fede. La consapevolezza di questa purificazione
che ci inserisce in un rapporto d'amore sempre più
profondo e sincero con Dio, non può che essere fonte
di gioia!!!
Non
bisogna mai dimenticare che la Vera Gioia del cristiano
ha il suo principio e la sua fine in Dio.
Di
che specie deve essere il dolore della contrizione dei peccati?
Dice
il Catechismo della Chiesa Cattolica
1431
La penitenza interiore è un radicale nuovo orientamento
di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con
tutto il cuore, una rottura con il peccato, un'avversione
per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle
cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo,
essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare
vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia
nell'aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore
è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari,
che i Padri hanno chiamato « animi cruciatus [afflizione
dello spirito] », « compunctio cordis [contrizione
del cuore] ».19
1432
Il cuore dell'uomo è pesante e indurito. Bisogna
che Dio conceda all'uomo un cuore nuovo.20 La conversione
è anzitutto un'opera della grazia di Dio che fa ritornare
a lui i nostri cuori: « Facci ritornare a te, Signore,
e noi ritorneremo » (Lam 5,21). Dio ci dona la forza
di ricominciare. È scoprendo la grandezza dell'amore
di Dio che il nostro cuore viene scosso dall'orrore e dal
peso del peccato e comincia a temere di offendere Dio con
il peccato e di essere separato da lui. Il cuore umano si
converte guardando a colui che è stato trafitto dai
nostri peccati.21
«
Teniamo fisso lo sguardo sul sangue di Cristo, e consideriamo
quanto sia prezioso per Dio, suo Padre; infatti, sparso
per la nostra salvezza, offrì al mondo intero la
grazia della conversione ».22
Il
Catechismo del Concilio di Trento afferma
“La
contrizione: sua natura
248 Ecco come definiscono la contrizione
i Padri del Concilio di Trento: "La contrizione è
un dolore dell'animo e una detestazione del peccato commesso,
con il proposito di non più peccare per l'avvenire"
(sess. 14, cap. 4). Parlando più oltre della contrizione,
aggiungono: "Questo atto prepara alla remissione dei
peccati, purché sia accompagnato dalla fiducia nella
misericordia di Dio e dalla volontà di fare quanto
è necessario per ben ricevere il sacramento della
Penitenza". Questa definizione fa ben comprendere ai
fedeli che l'essenza della contrizione non consiste solo
nel trattenersi dal peccare, nel risolvere di mutar vita,
o nell'iniziare di fatto una vita nuova, ma anche e soprattutto
nel detestare ed espiare le colpe della vita passata. Questo
è chiaramente provato dai gemiti dei santi, che così
spesso troviamo nei libri sacri. Dice David: "Io sono
stanco di piangere; ogni notte spargo di lacrime il mio
giaciglio. Il Signore ha sentito la voce del mio pianto"
(Sai 6,7.9). E in Isaia: "Ti darò conto, o Signore,
di tutti gli anni miei, con l'amarezza dell'anima mia"
(Is 38,15). Queste parole e altre simili sono l'espressione
evidente di un odio profondo dei peccati commessi e di una
detestazione della vita passata.
Dopo
avere ben fissato che la contrizione è un dolore,
bisogna avvertire i fedeli di non immaginarsi che esso debba
esser esterno e sensibile. La contrizione è un atto
della volontà e sant'Agostino attesta che il dolore
accompagna la penitenza, ma non è la penitenza stessa
(Sermo 351, 1). I Padri Tridentini hanno espresso con il
termine dolore la detestazione e l'odio del peccato commesso,
sia perché la Scrittura lo usa così (dice
David al Signore: "Fino a quando nell'anima mia proverò
affanni, tristezza nel cuore ogni momento? ") (Sal
12,3), sia perché il dolore nasce dalla contrizione
in quella parte inferiore dell'anima che è sede delle
passioni. Non a torto, pertanto, è stata definita
la contrizione come un dolore, perché produce appunto
il dolore; i penitenti, per esprimere meglio il loro dolore,
usavano mutare le vesti, come si ricava dalle parole del
Signore: "Guai a te, Corazin, guai a te, Betsaida;
poiché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti
i miracoli compiuti presso di voi, già da tempo avrebbero
far penitenza in cenere e cilicio" (Mt 11,21; Lc 10,13).
La
detestazione del peccato di cui parliamo ha ricevuto giustamente
il nome di contrizione per esprimere l'efficacia del dolore
da essa provocato, per similitudine tratta dalle sostanze
corporee: come queste si frantumano con un sasso o con altra
materia più dura, così i cuori induriti dall'orgoglio
sono spezzati dalla forza della penitenza. Nessun altro
dolore, che nasca per la morte del padre, della madre, dei
figli, o per qualsiasi altra calamità, vien detto
contrizione, ma soltanto quello che proviamo per aver perduto
la grazia di Dio e l'innocenza.
Ci
sono anche altri vocaboli atti a esprimere questa detestazione.
Talora essa viene chiamata "contrizione di cuore",
perché la Scrittura scambia sovente il cuore con
la volontà: come infatti il cuore è il principio
dei movimenti del corpo, così la volontà regola
e governa tutte le potenze dell'anima. Talora i Padri la
chiamano "compunzione del cuore" e appunto così
hanno intitolato i libri da loro scritti sulla contrizione.
Come si aprono con il ferro chirurgico i tumori per farne
uscire la materia purulenta, così con lo scalpello
della contrizione si lacerano i cuori, affinché ne
esca il veleno mortifero del peccato. Anche Gioele chiama
la contrizione una lacerazione del cuore, scrivendo; "Convertitevi
a me con tutto il vostro cuore nel digiuno, nel pianto,
nei gemiti. E lacerate i vostri cuori" (Gl 2,12).
La
contrizione: sue qualità
249 II dolore d'aver offeso Dio con i peccati deve essere
veramente sommo e massimo, tale che non se ne possa pensare
uno maggiore. È facile dimostrarlo con le ragioni
seguenti.
Poiché
la perfetta contrizione è un atto di carità
che procede dal timore filiale, ne segue che la misura della