Le
origini della vita
di
F.Marinelli
Evoluzione
Tutti
probabilmente sono familiari con il termine "teoria
dell'evoluzione". Essa viene insegnata nei testi scolastici
come fatto inequivocabile; ne sono permeati i commenti dei
documentari, la letteratura, il cinema, la televisione,
i giornali.
Onde evitare confusione, è bene distinguere tra evoluzione
biologica e teoria dell'evoluzione. Il termine evoluzione
definisce in modo generico il processo - le variazioni nel
patrimonio genetico di una popolazione, verificatesi nel
tempo - mentre il termine evoluzionismo definisce la "teoria",
o più correttamente l'ideologia, secondo la quale
tutti gli organismi viventi derivano per trasformazione
da altri di epoche passate.
L'evoluzionismo viene quasi sempre presentato come una scienza
esatta, ampiamente supportata dai ritrovamenti e dalla ricerca,
e accettata da tutti gli scienziati. In realtà, l'evoluzione
biologica come spiegazione delle origini della vita non
è né una teoria né un fatto, ma è
una mera assunzione aprioristica.
In natura l'evoluzione avviene e si conclude nello stesso
organismo; essa non produce nuove caratteristiche, ma consiste
nella manifestazione oppure nella soppressione di caratteristiche
già esistenti. Si tratta di un fenomeno naturale
osservato, misurato e ripetuto, e pertanto scientificamente
verificato.
La selezione artificiale operata dagli allevatori è
un esempio di tali variazioni: gli animali sono selezionati
in base a particolari tratti o caratteristiche, allo scopo
di produrre una variazione nella razza che possa renderla,
ad esempio, più utile o più piacevole esteticamente.
Ciò non significa che vengono sviluppati nuovi tratti,
ma solo che le informazioni genetiche vengono riorganizzate
e i tratti più utili sono favoriti.
In sostanza, dunque, non si producono nuove informazioni
genetiche; vengono semplicemente "riorganizzate"
quelle preesistenti, formando nuove combinazioni, peraltro
limitate, come predetto dalle leggi di Mendel sulla genetica.
Per estrapolazione, gli evoluzionisti postulano la produzione
di nuovi tratti negli organismi viventi nel corso di lunghissimi
periodi di tempo, di nuove specie, grazie all'evoluzione.
Secondo questa teoria, tutte le forme di vita discenderebbero
da antenati comuni: i "mattoni" della vita sarebbero
nati dall'interazione di elementi inerti, e il primo microrganismo
si sarebbe evoluto nel corso di miliardi di anni in forme
di vita via via più complesse - da ameba a invertebrato,
a anfibio, rettile, quadrupede, scimmia, e infine all'uomo.
Essa consiste, in pratica, nell'assumere che l'evoluzione
all'interno della razza sia prova dell'ipotetica evoluzione
da una razza all'altra. Questo tipo di evoluzione è
definito macroevoluzione.
Nonostante il fatto che la macroevoluzione non sia mai stata
provata scientificamente (perché una teoria possa
essere ritenuta scientificamente valida, deve essere osservabile,
misurabile, e ripetibile; la teoria evoluzionistica non
risponde ad alcuno di questi tre requisiti), e nonostante
il fatto che non vi sia alcuna base scientifica per giustificare
l'estrapolazione della macroevoluzione dall'evoluzione osservata
in natura, neppure nel corso di miliardi di anni, questa
dottrina viene tranquillamente inculcata in maniera dogmatica
agli studenti, e spesso difesa violentemente, contestando
e non di rado censurando ogni voce "fuori dal coro".
Secondo il modello evoluzionista, tutto quello che è
possibile osservare oggi è frutto di eventi casuali
e lunghissimi periodi di tempo. Non esiste altra realtà
al di fuori della natura; non esiste uno scopo o un creatore
nell'universo, ma tutto ha avuto origine da processi naturalistici
e meccanicistici propri della materia inanimata (materialismo
filosofico). L'idea di un intervento soprannaturale è
rigettato a priori, come pure qualunque spiegazione che
punti in direzione opposta all'evoluzionismo. Non esistono
specie "fisse"; le piante, e gli animali (tra
i quali è incluso l'uomo) discendono da uno stesso
organismo progenitore, che a sua volta ha avuto origine
per caso dagli elementi chimici presenti nell'atmosfera
primordiale.
Indubbiamente, riconoscere la teoria evoluzionistica come
falsa, significherebbe dover prendere in considerazione
l'unica altra possibilità: quella di una creazione
che non è frutto del caso, ma prodotta e guidata
da una volontà intelligente per uno scopo preciso,
insieme a tutte le leggi che regolano l'universo.
Secondo questo modello, la vita, in tutte le sue sfumature
ed espressioni, non è il frutto di processi naturalistici
avvenuti per caso. Le piante, gli animali, e gli uomini
sono stati creati come specie ben distinte, che non sono
legate tra di loro da alcun tipo di parentela.
Big
Bang
Per
cercare di spiegare le origini dell'intero universo, con
tutto quello che contiene, e le leggi che lo governano,
gli evoluzionisti hanno postulato un evento noto come "Big
Bang" (letteralmente, "grande esplosione").
Secondo questa teoria - di cui esistono diverse varianti
- tutta la massa e tutta l'energia dell'universo erano un
tempo situate in uno stesso punto, ridotte a un volume infinitesimamente
piccolo; o, per usare la definizione di un evoluzionista:
"l'intero universo osservabile era più piccolo
di un singolo atomo" (Crowell).
Questa condizione viene definita "Singolarità";
essa sarebbe poi esplosa dando origine alle galassie, ai
singoli astri e pianeti, e in ultima analisi alla vita.
Inoltre, l'esplosione avrebbe creato il tempo e lo spazio,
che, stando a questa teoria, non esistevano prima del Big
Bang.
Come si può notare, la condizione di Singolarità
richiede - eppure non soddisfa - la nozione di ordine perfetto.
Per cercare di giustificare la tremenda densità della
massa, si è ipotizzato che quest'ultima sia esistita
sotto forma di idrogeno estremamente compresso; ciò,
naturalmente, non spiega da dove e in che modo sia apparso
l'idrogeno. Si può costatare che, in effetti, nessuna
delle tante variazioni della teoria del Big Bang spiega
in che modo abbia avuto origine la Singolarità, che
costituisce una chiara violazione della legge della conservazione
della materia e dell'energia (la prima legge della termodinamica
stabilisce che l'energia e la materia non possono essere
né create né distrutte: il loro stato può
mutare, ma la loro quantità totale nell'universo
è costante).
Affermare poi che la condizione di Singolarità si
sia verificata perché lo spazio e il tempo non esistevano
prima del Big Bang è mera tautologia definizionale.
L'idea stessa che né lo spazio né il tempo
siano potuti esistere prima del Big Bang, implica una condizione
di stabilità; non essendovi alcuna possibilità
di cambiamento, il Big Bang stesso non può essersi
verificato.
Se all'espansione dell'ipotetico Big Bang va ascritta la
formazione di galassie, stelle, pianeti, e la creazione
di proteine, DNA, microrganismi in grado di replicarsi,
fino alle forme di vita che sono conosciute oggi, è
implicito un continuo incremento di organizzazione e complessità,
di nuove informazioni; ciò è in netta contraddizione
con le più elementari leggi della scienza.
Al di là di ogni altra possibile speculazione, resta
poi il fatto che questa teoria non può essere confermata
o esaminata sperimentalmente. Il Big Bang non è dunque
altro che una speculazione, in bilico tra scienza e filosofia,
e contraria ad alcune delle leggi fondamentali della scienza.
Radiazione
di fondo e redshift
I
sostenitori della teoria del Big Bang spesso ricorrono a
due fenomeni che dovrebbero confermarla: l'esistenza della
radiazione cosmica di fondo - risultante, ipoteticamente,
dalla "grande esplosione" - e il redshift - che
dovrebbe dimostrare l'allontanamento graduale delle stelle,
e quindi provare che l'esplosione si è realmente
verificata miliardi di anni fa.
La radiazione cosmica di fondo in realtà sembra semplicemente
provenire dalle stelle e dalle galassie che ci circondano.
Essa non proviene da un unico punto - cioè dalla
presunta origine del Big Bang - ma è isotropa. Inoltre
è notevolmente più debole di quanto previsto
dalla teoria, presenta una temperatura molto inferiore a
quella predetta, ed è eccessivamente uniforme.
Secondo William Corliss, "le recenti misurazioni delle
fluttuazioni di densità nella radiazione cosmica
di fondo a microonde non mostrano fluttuazioni maggiori
di 2,5 parti su 100.000. Nessuna galassia potrebbe nascere
da una fluttuazione tanto piccola - neppure in 15 miliardi
di anni".
L'altro fenomeno, il redshift, riguarda i moti di allontanamento
delle galassie. Semplificando, il redshift è il fenomeno
che fa apparire di colore più rosso gli oggetti che
si allontanano dall'osservatore.
Se l'effetto Doppler fosse l'unica causa del redshift spettrale
- come ritengono gli evoluzionisti - ciò dimostrerebbe
che l'universo è in fase di espansione, per effetto
dell'esplosione del Big Bang.
Ma esistono altre due cause di redshift confermate dalla
scienza, che sono in grado di spiegare in modo più
convincente il fenomeno: il graduale rallentamento della
luce nel percorrere lunghe distanze, e la perdita di energia
da parte della luce quando questa transita in prossimità
di ampi campi gravitazionali come quelli delle stelle.
La predizione che la luce emessa da una sorgente dotata
di forte campo gravitazionale debba tendere verso il rosso
fu formulata da Albert Einstein, e verificata sperimentalmente
da Walter Adams.
Peraltro, la ricerca sui redshift per effetto Doppler ha
prodotto risultati non credibili: applicando questa teoria,
i quasar risulterebbero eccessivamente luminosi (in base
alla legge del quadrato inverso), e oltre 30 quasar scoperti
recentemente si allontanerebbero da noi a un'impressionante
velocità, fino a otto volte superiore a quella della
luce.
Biogenesi:
la nascita della vita
Secondo
gli scienziati evoluzionisti, la "ricetta" per
ottenere la vita è relativamente semplice: luce,
acqua, calore, atmosfera, e molecole organiche.
Nelle particolari condizioni postulate dagli evoluzionisti,
la vita sarebbe nata dagli elementi inerti presenti sulla
Terra in seguito al Big Bang (abiogenesi).
Questa ipotesi è contraria alla legge della biogenesi
di Pasteur, la quale prova che la vita può nascere
soltanto dalla vita - e non, quindi, dalla materia inerte.
Inoltre, la generazione spontanea della vita da materia
inorganica non è mai stata osservata, indipendentemente
dalle condizioni dell'ambiente o dalla quantità di
tempo trascorso.
Alcuni evoluzionisti, per aggirare i problemi dell'abiogenesi,
considerano come fatto assiomatico che una forma di vita
in grado di replicarsi autonomamente sia esistita nel passato,
omettendo però di spiegarne l'origine.
La stessa atmosfera primordiale postulata dalla teoria evoluzionistica
presenta dei problemi.
Se non è esistito l'ossigeno, non può essere
esistito l'ozono (che è un'altra forma molecolare
dell'ossigeno). In assenza di uno strato di ozono a protezione
della terra, le radiazioni ultraviolette prodotte dal sole
avrebbero distrutto le forme di vita primordiali.
Se, invece, l'ossigeno è esistito nell'atmosfera,
i primi amminoacidi non possono aver prodotto la vita, in
quanto distrutti per ossidazione dall'ossigeno presente
nell'atmosfera.
La teoria del cosiddetto "brodo primordiale",
sviluppata nella prima metà del 1900, prevede la
nascita della vita dalle molecole organiche prodottesi spontaneamente
nell'atmosfera per interazione degli elementi chimici con
l'energia solare, e incubate dagli oceani.
Numerosi scienziati hanno provato a verificare in laboratorio
questa teoria - Robertson e Miller, Rebek, Lee, e i ricercatori
di Nagaoka - ma nessuno di questi esperimenti è riuscito
a produrre risultati concreti che possano spiegare la complessità
e l'elevato numero di informazioni dei polimeri che costituiscono
gli organismi viventi (per una trattazione di questi esperimenti
consultare gli articoli elencati nella sezione link esterni).
L'esperimento
Miller-Urey
L'esperimento
di Miller e Urey è forse il più conosciuto,
e tra i primi nel suo genere. Furono ricreate in laboratorio
le condizioni primordiali ipotizzate: l'atmosfera era simulata
da gas come metano, ammoniaca e idrogeno, mentre l'oceano
era simulato da vapore acqueo. I gas furono fatti attraversare
da scariche elettriche, e ne risultò la produzione
di alcuni amminoacidi (composti organici).
Solitamente si pone l'enfasi sulla produzione degli amminoacidi,
ma non viene dato risalto al fatto che in questo e in altri
esperimenti simili furono prodotti miscugli racemici (in
uguale quantità) di amminoacidi destrogiri e levogiri.
In natura quasi tutti gli amminoacidi che compongono le
proteine sono levogiri, mentre gli acidi nucleici sono esclusivamente
destrogiri. Non può nascere alcuna forma di vita
da una qualunque combinazione di entrambi; anche un solo
amminoacido destrogiro, aggiunto a una catena di amminoacidi
levogiri, può modificare la proteina rendendola non
attiva biologicamente.
Asserire che gli esperimenti abbiano prodotto la vita è
quantomeno errato: per produrre delle proteine non è
affatto sufficiente produrre qualche amminoacido, ma sono
necessarie lunghe catene di amminoacidi ordinati nel modo
corretto e nella forma esatta.
Oltre a ciò, gli esperimenti furono condotti con
livelli inaccettabili di interferenza umana. Ad esempio,
quella stessa fonte di energia utilizzata per produrre gli
amminoacidi, li avrebbe distrutti se Miller non li avesse
rimossi artificialmente.
Resta inoltre il problema di spiegare come i diversi elementi
avrebbero potuto trovarsi aggregati in natura nella stessa
area e combinarsi correttamente in proteine, anziché
produrre semplicemente degli amminoacidi isolati.
Alcune
riflessioni sulla biogenesi
La
condizione richiesta perché gli amminoacidi possano
formare delle proteine è un'alta concentrazione,
mentre ambienti come l'oceano o l'atmosfera, al contrario,
dovrebbero causare una diluizione. Inoltre, gli amminoacidi
non hanno una tendenza naturale a formare proteine, ma al
contrario, le proteine tendono a "scomporsi" in
amminoacidi.
Le stesse fonti di energia che avrebbero dovuto formare
le proteine (scariche elettriche, calore terrestre, radiazione
solare) avrebbero distrutto la vita anziché crearla.
Lo stesso Miller, che lavorò con energie di livello
ben inferiore a quello dei fulmini, dovette ricorrere alla
rimozione degli amminoacidi prodotti mediante trappola fredda,
onde evitare la loro distruzione.
Anche ipotizzando che le proteine siano potute essere state
prodotte da eventi casuali, non esiste la più remota
possibilità di credere che esse abbiano potuto formare
cellule viventi dotate di una membrana, di un proprio metabolismo,
e in grado di riprodursi autonomamente. Nessuno scienziato
ha mai dimostrato che questo aumento di complessità
sia possibile e che possa essersi verificato, anche ipotizzando
la presenza di un numero di proteine migliaia di volte superiore
a quello proposto dagli evoluzionisti.
Selezione
naturale
Per
selezione naturale si intende il fatto che alcune varietà
di organismi viventi riescono a contribuire più efficacemente
di altre alle generazioni future mediante la propria prole.
La selezione naturale opera sulle caratteristiche preesistenti,
ma non ne può produrre di nuove. La parola stessa
"selezione" implica una riduzione, e non un incremento.
Un esempio è lo sviluppo di resistenza da parte dei
batteri verso antibiotici come la Streptomicina. Molti,
erroneamente, ritengono che tale resistenza sia frutto della
"evoluzione" del batterio in risposta all'antibiotico.
Questo tipo di mutazione consiste in modifiche nella superficie
del ribosoma del microrganismo, una perdita di specificità
che impedisce alla molecola dell'antibiotico di "agganciarlo"
e produrre i suoi effetti. Non si tratta, quindi, di "evoluzione",
ma di perdita di informazioni.
La selezione non produce nuove funzioni, organi, o caratteristiche,
né è in grado di giustificare il vertiginoso
incremento di informazioni necessario per la macroevoluzione,
in quanto implica sempre una perdita di informazioni, e
mai un guadagno.
Mutazioni
Le
mutazioni sono ritenute dagli evoluzionisti in grado di
spiegare la discendenza comune di tutte le forme di vita
da un unico antenato, mediante variazioni nel patrimonio
genetico.
Si ha una mutazione quando si verifica un errore da parte
di una cellula nel riprodurre il codice genetico. Sebbene
la cellula sia in grado di correggere questi errori nei
geni copiati, alcuni di essi possono non essere corretti.
L'effetto delle mutazioni è casuale: possono non
produrre alcun effetto, o produrre effetti impercettibili,
oppure avere effetti significativi sull'organismo.
Si tratta comunque di errori genetici, casuali, imprevedibili,
non in grado di generare nuove caratteristiche.
Un esempio molto noto è la Drosophila melanogaster
(il comune moscerino della frutta), allevata per decenni
dai genetisti allo scopo di studiarne le mutazioni, e sottoposta
anche a esperimenti con radiazioni ionizzanti allo scopo
di produrre grandi quantità di mutazioni. Sono state
identificate e osservate migliaia di mutazioni, inutili
o dannose, ma nessuna di esse ha prodotto "nuovi"
insetti o nuove caratteristiche.
Talvolta le mutazioni, unitamente alla selezione naturale,
possono produrre effetti utili alla sopravvivenza di un
organismo; un esempio sono gli insetti privi di ali osservati
sull'isola di Madeira. Trattandosi di una regione ventosa,
le ali avrebbero rappresentato uno svantaggio per la vita
degli insetti. Probabilmente, dunque, gli insetti alati
non sopravvissero a causa del vento e non poterono propagare
i loro geni, mentre quelli privi di ali poterono contribuire
in maniera significativa col proprio patrimonio genetico
alle generazioni successive.
La selezione naturale, però, non aggiunge nuove informazioni
al patrimonio genetico, ma le rimuove inevitabilmente. In
assenza di vento, quegli insetti non potrebbero infatti
riacquistare la funzione perduta.
Complessità
Molte
molecole necessarie per la vita, come il DNA, l'RNA, e le
proteine, hanno un grado di complessità tanto elevato
che appare estremamente improbabile che possano essersi
create mediante l'evoluzione. Inoltre, non esiste alcun
supporto sperimentale per queste affermazioni.
Anche ammesso che siano passati miliardi di anni dalla nascita
della vita ad oggi, la teoria evoluzionistica non è
in grado di spiegare come si possa ottenere mediante l'evoluzione
l'impressionante complessità del cervello umano,
con i suoi oltre centomila miliardi di connessioni, oppure
quella dell'occhio, del sistema uditivo, o del cuore.
La complessità dell'organizzazione delle cellule
eucariote è tanto superiore a quella delle procariote
che è alquanto arduo immaginare come possa essere
stata possibile l'evoluzione da batterio a piante, animali
e uomini (Hickman, Bergman, et al).
Inoltre, tutte le forme di vita conosciute, dal più
semplice microrganismo all'essere umano, utilizzano per
il trasporto dell'energia l'ATP, una molecola di complessità
irriducibile in quanto non può funzionare se semplificata
(Behe).
Come possa essere sopravvissuta anche la più semplice
forma di vita primordiale senza questa molecola è
un'altra domanda alla quale i sostenitori dell'abiogenesi
devono rispondere.
Il DNA stesso non può funzionare senza almeno 75
proteine (di cui 55 solo per i ribosomi), che sono però
prodotte solo dal DNA, in quanto il loro codice genetico
è trasportato proprio dalle molecole degli acidi
nucleici (Dickerson, Scientific American, settembre 1978).
L'uno necessita dell'altro, eppure l'uno non può
essere esistito, o essersi evoluto, prima dell'altro.
La teoria evoluzionistica, rifiutando l'esistenza di un
creatore, non fornisce una risposta alternativa a questo
quesito.
La ricerca ha dimostrato che alcune molecole di RNA hanno
la capacità di funzionare da enzimi; comunque esse
non sono in grado di replicarsi autonomamente, quindi non
è possibile utilizzare questo argomento nelle ricerche
in senso evoluzionistico (Joyce, Orgel).
Termodinamica
classica: considerazioni
Ilya
Prigogine, Nobel per la fisica per il suo lavoro sulla termodinamica,
ha affermato che "...la probabilità che a temperature
ordinarie un numero macroscopico di molecole si sia assemblato
per dare vita alle strutture estremamente ordinate e alle
funzioni coordinate che caratterizzano gli organismi viventi
è praticamente nulla".
La prima legge della termodinamica stabilisce che massa
ed energia non possono essere create o distrutte. Massa
ed energia possono mutare, l'una può essere convertita
nell'altra, ma la quantità totale di massa ed energia
rimane costante. Non è quindi possibile che l'universo,
e con esso la vita, siano "apparsi" per caso.
In base alla seconda legge della termodinamica è
possibile affermare che esiste una naturale tendenza in
tutti i sistemi osservati lasciati a se stessi, a dissipare
energia e organizzazione, e a passare dunque dall'ordine
al disordine.
Anziché tendere verso il grado di organizzazione
e complessità della terra, degli astri, e di ogni
forma di vita conosciuta, ogni cosa tende dunque verso un
graduale disordine.
L'incremento di informazione e di organizzazione postulati
dagli evoluzionisti, in quanto indispensabili alla nascita
della prima forma di vita e alla sua evoluzione da microrganismo
verso forme di vita sempre più organizzate, è
una palese violazione di questa legge.
Né la selezione naturale, né la riorganizzazione
delle informazioni nel patrimonio genetico, né l'influenza
di fattori dell'ambiente esterno possono produrre un incremento
di informazione o di organizzazione; nessuno di questi fattori
è adeguato a spiegare la diversità e la complessità
delle forme di vita esistenti.
Spesso gli evoluzionisti obiettano che la seconda legge
della termodinamica si applica solo ai sistemi chiusi (isolati),
e che la Terra è invece un sistema aperto, in quanto
il sole costituisce una fonte di energia esterna.
Un sistema aperto, in realtà, non è per se
stesso condizione sufficiente a mantenere l'ordine; l'energia
ricevuta dal sole è incontrollata, quindi anziché
generare organizzazione, accelera l'entropia (degradazione).
Non è sufficiente che vi sia energia; essa deve essere
convertita in energia utilizzabile, come ad esempio avviene
per le piante.
Esistono casi speciali - come la cristallizzazione - in
cui l'ordine locale può aumentare; ciò avviene,
però, a spese di altre zone dove esso decresce. Tutti
i sistemi, aperti o chiusi, tendono dunque a deteriorarsi.
George Simpson, tra i più famosi scienziati evoluzionisti,
ha confermato che "la semplice erogazione di energia
non è sufficiente per sviluppare e mantenere l'ordine".
John Ross, ricercatore evoluzionista dell'università
di Harvard, ha scritto: "...non esistono violazioni
conosciute della seconda legge della termodinamica. È
consuetudine applicare la seconda legge ai sistemi isolati,
ma la seconda legge si applica ugualmente bene ai sistemi
aperti".
E, riferendosi alla nozione che la seconda legge non si
applica ai sistemi aperti, aggiunge: "È importante
accertarsi che questo errore non sia ripetuto" (Chemical
and Engineering News, Luglio 1980).
È dunque necessario l'intervento di un'intelligenza
esterna al sistema perché sia possibile giustificare
la creazione tanto della materia inanimata quanto della
vita, e l'incremento di informazione e di ordine necessari
a spiegare tutto quello che è possibile osservare
nell'universo.
I
fossili e l'evoluzione
Se
la vita si è continuamente evoluta da una specie
all'altra, come sostengono gli evoluzionisti, dovrebbero
essere stati rivenuti miliardi di fossili di transizione
tra tutte le specie viventi, ovvero forme di vita per così
dire intermedie in cui si possa constatare l'evoluzione
di un tratto (ad esempio un organo o un arto) in un altro.
Pur essendo stato scoperto fino ad oggi un numero elevatissimo
di fossili, però, non sono state trovate le forme
di transizione indispensabili per convalidare la teoria
evoluzionistica; in particolare le transizioni dalla materia
inorganica ai metazoi, dai metazoi agli invertebrati, dagli
invertebrati ai pesci, dai pesci agli anfibi, dagli anfibi
ai rettili, dai rettili agli uccelli, dagli uccelli ai quadrupedi,
dai quadrupedi alle scimmie, e dalle scimmie all'uomo.
Gli unici cambiamenti che possono essere osservati nei fossili
implicano semplicemente delle variazioni all'interno della
specie in esame.
Esistono tuttavia diverse speculazioni in merito: le sequenze
ottenute disponendo in un ordine immaginario fossili appartenenti
a specie diverse, sono molto note e ritenute verità
scientifiche da eminenti scienziati, riviste scientifiche
e virtualmente da tutti i libri di testo; si tratta in realtà
di mere congetture non supportate da alcun dato di fatto.
Patterson, evoluzionista, ha affermato: "È facile
inventare storie su come una forma abbia dato origine a
un'altra... Ma tali storie non fanno parte della scienza,
poiché non c'è modo di sottoporle a verifica".
Lo stesso Darwin ammise: "...devono essere esistite
innumerevoli forme di transizione, perché non le
troviamo in grandissime quantità? ...perché
non ne sono piene tutte gli strati e le formazioni geologiche?
...questa forse è l'obiezione più ovvia e
seria che si possa fare contro la teoria [dell'evoluzione]".
Darwin ritenne allora che la mancanza di forme di transizione
fosse da attribuire al numero insufficiente di fossili raccolti
fino a quel momento, e predisse che sarebbero state trovate
col tempo. A 150 anni da allora, con oltre 200 milioni di
campioni catalogati appartenenti a circa 250.000 specie
fossili, molti paleontologi evoluzionisti, come Stanley,
ritengono che il numero di fossili raccolti sia sufficiente
(Bird).
Secondo Stanley, un affermato evoluzionista, "le testimonianze
fossili non hanno documentato un singolo esempio di evoluzione
filogenetica risultante in una transizione morfologica visibile,
e pertanto non offrono alcuna evidenza che il modello gradualistico
possa essere ritenuto valido".
Gli fa eco un altro evoluzionista, Kitts: "le testimonianze
fossili non forniscono neppure una prova in supporto della
teoria darwiniana, tranne che esse nel senso più
debole sono compatibili con tale teoria, come anche con
altre teorie evoluzionistiche, rivoluzionarie... e addirittura
con quelle non storicamente compatibili".
Molti altri noti scienziati evoluzionisti - come Simpson,
Gould, Cutler, Ridley, Raup, Eldredge, West - hanno espresso
i propri dubbi sul modello gradualistico, asserendo che
non esistono prove di transizioni morfologiche tali da confermare
la macroevoluzione, o semplicemente limitandosi a constatare
la mancanza di prove verificabili.
"Contrariamente a quanto molti scienziati affermano,
i fossili non confermano la teoria darwiniana dell'evoluzione,
perché è questa la teoria che noi usiamo per
interpretare i fossili raccolti" (West).
Ma le specie di transizione non sono gli unici "anelli
mancanti" dell'evoluzionismo: affinché una specie
si sia evoluta in un'altra, come ipotizzato, è necessario
che le transizioni abbiano interessato anche gli organi.
Tra le tante specie osservabili non esistono esempi di elementi
parzialmente sviluppati come occhi, organi vitali e apparati
interni o esterni. La sopravvivenza di un organismo in queste
condizioni, tanto oggi quanto in passato, sarebbe impossibile
(Szent-Gyorgyi, biochimico, due volte premio Nobel), e anche
se fosse vissuto sarebbe morto rapidamente, o isolato dalla
selezione naturale, e dunque impossibilitato a trasmettere
i propri geni alle nuove generazioni.
Equilibri
punteggiati
Gould,
notissimo paleontologo e fermo sostenitore dell'evoluzionismo,
ammise l'infondatezza dell'evoluzione graduale postulata
da Darwin, che definì "frutto dei pregiudizi
politici e culturali del diciannovesimo secolo".
Eldredge, evoluzionista e collaboratore di Gould, affermò
che era diventato "abbondantemente chiaro" che
le testimonianze fossili non avrebbero potuto confermare
la predizione di Darwin, e che dimostravano semplicemente
che questa predizione era errata.
Eldredge ammise: "Sono i paleontologi - la mia stessa
razza - ad essere i maggiori responsabili di aver lasciato
che idee come queste dominassero la realtà... Noi
paleontologi abbiamo detto che la storia della vita supporta
quell'interpretazione [variazioni graduali per adattamento],
pur sapendo che non è così".
Gould e Eldredge proposero allora una teoria alternativa,
quella degli equilibri punteggiati.
Essa consiste, sostanzialmente, nell'interpretare le testimonianze
fossili in modo da dimostrare che le varie specie siano
esistite per lunghi periodi senza variazioni significative
(fase di equilibrio). Quando un piccolo gruppo di individui
si separava dal resto dei suoi simili e si trasferiva in
un nuovo ambiente, avveniva rapidamente il cambiamento in
senso evoluzionistico (fase di puntualizzazione).
Esistono anche altre teorie simili a quella degli equilibri
punteggiati - ad esempio la speciazione quantica di Simpson
- elaborate per giustificare le discontinuità registrate
dalla documentazione paleontologica.
In tutte, comunque, è riscontrabile ancora lo stesso
problema: l'assenza di forme di transizione. Peraltro, proprio
i lunghi periodi di stabilità presupposti implicano
un'abbondantissima presenza di fossili di transizione.
Fossili
di transizione: dalla scimmia all'uomo?
L'interpretazione
delle testimonianze fossili viene invariabilmente influenzata
dalle presupposizioni degli esaminatori; nel caso degli
evoluzionisti, il presupposto è che l'evoluzionismo
sia un dato di fatto. Ogni cosa deve allora in qualche modo
essere forzata a fare parte di quello schema prestabilito.
Il cosiddetto "uomo di Piltdown" (eoanthropus),
rappresentato per decenni nei libri di testo, si rivelò
essere lo scherzo di un addetto di un museo di storia naturale.
Lewin, evoluzionista, commentò: "Come può
accadere che degli scienziati, i più grandi esperti
del loro tempo, osservino dei pezzi di ossa umane moderne
- i frammenti del cranio - e 'vedano' in essi la chiara
prova di qualcosa di scimmiesco; e 'vedano' nella mascella
di una scimmia i segni inconfutabili dell'essere umano?
La risposta, inevitabilmente, ha a che fare con le aspettative
degli scienziati e il loro effetto sull'interpretazione
dei dati".
Il successo di questa frode, perpetrata per più 40
anni, nonostante le ricerche delle più grandi autorità
mondiali, spinse Zuckerman a dire: "C'è da chiedersi
se vi sia qualcosa di scientifico nella ricerca delle origini
umane nei fossili"; "...per uno scienziato la
cui immaginazione è accesa dal desiderio di trovare
antenati [dell'uomo], le variazioni tra i fossili di scimmia
sono sufficienti a far sì che egli scelga delle caratteristiche
in un fossile di scimmia e decida che esse sono 'pre-umane'".
Anche l'hesperopithecus, detto anche "uomo del Nebraska",
considerato una "prova irrefutabile delle origini animali
dell'uomo", fu stato ricostruito dall'immaginazione
degli scienziati basandosi sull'unico resto: un dente, che
si rivelò poi essere quello di un pecari (animale
simile al cinghiale) estinto.
Richard Leakey - famoso antropologo evoluzionista, e figlio
di quegli stessi Leakey che scoprirono i frammenti di quello
che fu battezzato "homo habilis" (che si rivelò
essere un australopithecus) - alcuni anni fa affermò:
"Ad oggi, non è stato scoperto niente che abbia
veramente senso come specie di transizione verso l'uomo,
inclusa 'Lucy', dal momento che il 1470 [il teschio di un
homo sapiens scoperto da Leakey] era della stessa età
e probabilmente anche più vecchio. Se dovessi esprimere
un giudizio, affermerei che esiste più evidenza per
la comparsa improvvisa dell'uomo piuttosto che per un processo
graduale di evoluzione".
Il ritrovamento di un altro presunto intermedio uomo-scimmia,
il ramapithecus, consisteva in qualche dente e frammenti
di mascella, messi insieme dai ricercatori in modo da avere
una forma somigliante a quella della mascella umana. I resti
fossili rinvenuti nel 1982 e nel 1988 dimostrarono che il
ramapithecus era soltanto un antenato estinto dell'orangutan.
In particolare, fu rinvenuta una mascella completa di ramapithecus:
la forma non era quella presunta (parabolica), ma a forma
di U, tipica delle scimmie.
David Pilbeam, noto paleontologo evoluzionista dell'Università
di Harvard, scrisse: "Molti paleontologi ritengono
che il ramapithecus sia il nostro più antico antenato.
Queste conclusioni sono state tratte da nient'altro che
qualche osso della mascella e qualche dente. A onor del
vero, sembra non essere niente di più che un parente
dell'orangutan". Alle stesse conclusioni giunsero Leakey,
Zilman e Lowenstein.
Lo scheletro del conosciutissimo "uomo di Neanderthal"
(homo sapiens neanderthalensis) - il cosiddetto "anello
di congiunzione tra i primati e l'uomo" - fu ritenuto
a lungo un uomo-scimmia, fino a quando studi successivi
non dimostrarono che la sua capacità cerebrale era
addirittura superiore a quella dell'uomo moderno.
Recenti ricerche effettuate con l'ausilio della microscopia
elettronica hanno rivelato che si tratta semplicemente dello
scheletro di un uomo con gravi deformazioni a carico dell'apparato
osseo.
L'uomo di Neanderthal, l'uomo di Heidelberg, e l'uomo di
Cro-Magnon sono oggi considerati dalla scienza esseri umani
e non intermedi (Straus, Cave, Rothschild, Thillaud).
Il pithecanthropus erectus (homo erectus), o "uomo
di Java", scoperto da Eugene Dubois, era in realtà
un gibbone, come ammise lo stesso Dubois, a distanza di
qualche decennio, ammettendo inoltre di aver tenuto nascosti
altri quattro femori di scimmie trovati nella stessa area.
Gli evoluzionisti, comunque, rifiutarono di accettarlo,
e ancora oggi ritengono che il pithecanthropus sia un "intermedio",
nonostante il fatto che gli scienziati moderni abbiano confutato
quest'affermazione.
I resti fossili di un altro homo erectus, il sinanthropus,
o "uomo di Pechino", consistevano in frammenti
di teschi, denti e mascelle, trovati anche molto distanti
gli uni dagli altri.
I fossili furono oggetto di studi approfonditi, anche da
parte di autorità internazionali come Marcellin Boule,
il quale concluse che il sinanthropus era un animale - probabilmente
una grande scimmia o un babbuino - di cui si erano cibati
degli uomini.
Tra l'altro, è interessante notare che del finanziamento
del progetto si era occupato De Chardin, già implicato
nella frode dell'uomo di Piltdown.
Tra gli altri esempi di presunti intermedi uomo-scimmia,
sempre basati su pochi resti, è possibile citare
il pliopithecus e il proconsul, inspiegabilmente ritenuti
ominidi perché sembravano incroci tra due specie
di scimmie; il dryopithecus, basato su frammenti di mascella
che più tardi furono riconosciuti come appartenenti
a una scimmia estinta; l'oreopithecus, basato sui resti
di denti e della zona pelvica.
Inoltre, i vari australopitechi, studiati per 15 anni da
un team di scienziati che concluse che non hanno caratteristiche
umane. Zuckerman - uno dei maggiori studiosi di questo fossile
- affermò che si trattava di una scimmia, "...al
punto che solo un esame minuzioso e approfondito può
rivelare una qualunque minima differenza tra le scimmie
moderne e l'australopithecus".
Agli australopitechi appartengono, in particolare: l'australopithecus
africanus (il teschio di una scimmia in cui non erano del
tutto evidenti le caratteristiche a causa della giovanissima
età), l'australopithecus robustus e l'australopithecus
boisei (teschi che presentavano caratteristiche tipiche
delle scimmie ma non degli esseri umani) e l'australopithecus
afarensis (basato solo su alcuni frammenti trovati in luoghi
differenti, e di cui Johanson, il suo scopritore, inizialmente
scrisse che non aveva dubbi sul fatto che non fosse un essere
umano: "semplicemente, non lo era; era troppo minuta;
il suo cervello era troppo piccolo, e la forma della mascella
non era adatta").
Recenti ricerche sulla dentizione e sulla locomozione, effettuate
da Jungers, Bromage, Smith, Vannier, e Conroy, hanno confutato
l'opinione diffusa che si tratta di "progenitori"
dell'uomo. In merito a queste ricerche, Dean Falk commentò:
"Sebbene ci siano ancora alcuni che si ostinano a ritenere
pseudo-umani gli australopithecus, la loro opinione non
rappresenta più la maggioranza".
Dall'analisi delle caratteristiche dell'homo ergaster, dell'homo
erectus, dell'homo heidelbergensis, e dell'homo neanderthalensis,
si può concludere che si tratta soltanto di varianti
razziali dell'uomo moderno, mentre è stato dimostrato
che l'homo rudolfensis e l'homo habilis erano varietà
di australopithecus.
Fossili
di transizione: uccelli, rettili, anfibi
La
più famosa scoperta di una ipotetica forma di transizione
è forse l'archaeopteryx, il cosiddetto "anello
mancante fra i rettili e gli uccelli". Esso presenta
alcune caratteristiche comuni a entrambe le specie: i denti,
tipici dei rettili, e ali, tipiche degli uccelli.
Gli studi più recenti nel campo della biologia hanno
dimostrato che anche gli uccelli hanno capacità embrionali
di sviluppare i denti. Inoltre, vari uccelli estinti avevano
i denti, mentre vari rettili non ne avevano, e nell'archaeopteryx
non solo la mandibola, ma anche la mascella era mobile,
come accade negli uccelli. Le ali, infine, erano del tutto
sviluppate.
Alan Feduccia - evoluzionista, tra i massimi esperti di
ornitologia - affermò: "I paleontologi hanno
cercato di trasformare l'archaeopteryx in un dinosauro piumato
che cammina. Ma non lo è. È un uccello. E
nessun quantitativo di chiacchiere può cambiare questo
fatto"... "È biofisicamente impossibile
che il meccanismo del volo si evolva da bipedi tanto grandi
[rettili e dinosauri] con gli arti anteriori scorciati e
le code pesanti usate per bilanciarsi; esattamente l'anatomia
sbagliata per il volo"... "In definitiva, trovo
che l'intera faccenda del dinosauro-uccello sia una vera
e propria frode".
L'affermazione che l'archaeopteryx è un uccello e
non un rettile è corroborata anche altri scienziati
evoluzionisti come Rayner, Olson, Whetstone, Tordoff, Walker,
Martin, Chatterjee e Benton. Quest'ultimo concluse che "[alcuni]
dettagli della scatola cranica e delle ossa ad essa associate
sul retro del cranio sembrano suggerire che l'archaeopteryx
non è l'uccello ancestrale, ma un antico progenitore
della famiglia aviaria".
Un altro presunto fossile di transizione è l'archaeoraptor,
di cui lo stesso Xing (uno dei paleontologi che per primi
esaminarono il fossile) recentemente ha sollevato il dubbio
che si tratti di un mero mosaico "composto da una coda
di dromaeosaurus e il corpo di un uccello". Rispondendo
a Xing, il National Geographic ha confermato che le affermazioni
di Xing sono state corroborate dalle ricerche approfondite
di diversi scienziati (National Geographic, marzo 2000).
Derstler, paleontologo, ha osservato che il mercato dei
fossili di uccelli (come l'archaeoraptor e il sinosauropteryx),
molto florido in Cina, ha portato gli agricoltori locali
a produrre fossili realistici che egli stesso definisce
"semplici da realizzare e molto difficili da riconoscere",
come confermano anche altri paleontologi.
Martin, riferendosi a "mosaici" come l'archaeoraptor,
ha commentato: "Non mi fido di questi campioni fino
a quando non li vedo ai raggi X". Infatti, le giunture
accomodate, non visibili in superficie, possono essere rivelate
dai raggi X. Martin aggiunge che "l'intero mercato
commerciale dei fossili è crivellato di contraffazioni".
Fino a qualche tempo fa si riteneva che gli embrioni dei
mammiferi possedessero delle "fessure branchiali",
in quanto, secondo la teoria dell'evoluzione, i mammiferi
si sono evoluti dagli anfibi.
Il tessuto embrionale che assomiglia a delle fessure in
realtà non ha nulla a che fare con la respirazione;
non si tratta cioè né di branchie, né
di fessure. Questo tessuto si sviluppa in parti della faccia,
ossa dell'orecchio interno, e ghiandole endocrine.
Le somiglianze tra alcuni embrioni e le forme adulte degli
animali più semplici non sono più considerate
dagli embriologi come prova dell'evoluzione. Questo metodo
fu ideato e diffuso da Ernst Haeckel, che falsificò
deliberatamente i suoi schemi; essi appaiono ancora oggi
nei moderni libri di testo, diffondendo una falsa idea dell'evoluzione.
Un altro tipo di transizione che presenta non pochi problemi
è quella dagli anfibi ai rettili. Esistono grandi
differenze tra i loro organi interni, che riguardano in
particolar modo l'apparato circolatorio e quello riproduttivo.
I resti del pakicetus, descritto come "la più
antica balena fossile conosciuta", consistono in nulla
di più di qualche dente, due frammenti di mascella,
e parte del teschio di un mammifero. Si tratta dunque dell'ennesima
ricostruzione speculativa basata su pochi elementi, ripresa
dagli autori dei libri di testo che presentano con disegni
di improbabili ricostruzioni complete di questo e altri
fossili.
Il meccanismo uditivo del pakicetus non era affatto quello
di un animale acquatico, ma era bensì quello di un
mammifero terrestre. Va anche notato che l'intera parte
lombare, pelvica e caudale furono ricostruite arbitrariamente
partendo da una vertebra lombare, un femore (entrambi rinvenuti
distanti dagli altri resti fossili), un piccolo pezzo di
tibia, e qualche osso del piede e delle dita del piede.
Mancano, dunque, proprio gli elementi dello scheletro necessari
a confermare la presunta transizione da mammifero terrestre
a balena; pertanto, non è possibile valutare in modo
critico l'ipotesi della transizione.
Infine, secondo i metodi di datazione utilizzati dagli evoluzionisti,
il pakicetus risalirebbe a un'epoca successiva a quella
di alcune balene, riducendo così ulteriormente la
possibilità che possa essere un loro antenato.
Il basilosaurus è un altro fossile ritenuto una forma
di transizione tra i mammiferi e le balene. Si tratta di
un mammifero acquatico, lungo circa 25 metri, con forma
simile a quella di un serpente, e munito di piccoli arti
posteriori che probabilmente erano di supporto nell'accoppiamento.
Questa creatura, comunque, era completamente acquatica,
e la forma del suo corpo dimostra che non era più
antico delle balene che esistono oggi, quindi non può
rappresentare una forma di transizione.
Anche l'ipotizzata evoluzione del cavallo è il risultato
dell'interpretazione dei dati, come dimostrato in dettaglio
da Walter Barnhart.
L'incremento del numero delle costole, spesso usato per
dimostrare l'evoluzione del cavallo, in realtà è
soggetto a variazione all'interno della specie: l'ehoippus
ne possedeva 18 paia, il drohippus solo 15, nel pliohippus
raggiunsero le 19 paia, per scendere poi a 18 nell'equus
scotti.
George Simpson, famoso scienziato evoluzionista, scrisse:
"L'uniforme e continua trasformazione dell'hyracotherium
in equus, tanto cara ai cuori di generazioni di autori di
libri di testo, non è mai avvenuta in natura".
Organi
residuali
Gli
evoluzionisti ritengono che alcuni organi, che essi definiscono
vestigiali, o residuali, sono il risultato dell'evoluzione.
Si tratterebbe di organi che non servono più all'individuo,
e sono pertanto privi di funzioni.
Anche se questo fosse vero, non proverebbe l'evoluzione,
ma l'esatto contrario. Per supportare la teoria dell'evoluzione,
è necessario trovare nuovi organi in via di sviluppo,
in cui cioè si sta verificando un incremento della
complessità.
La storia, comunque, ha dimostrato la falsità di
quest'argomentazione. La scienza moderna ha rivelato le
funzioni dei più di cento organi che si credeva fossero
residuali, come la tiroide, l'appendice, o le tonsille (Bergman,
Howe).
Altre parti del corpo, come ad esempio le ali degli uccelli
che non sono in grado di volare, sono fornite di muscoli
funzionali, e servono a fornire raffreddamento o riscaldamento,
equilibrio, rituali di corteggiamento, difesa dai predatori,
protezione del corpo, o protezione dei pulcini.
La mancanza di funzionalità degli arti negli uccelli
e in altri animali è anche spiegabile con la perdita
di caratteristiche (possibile, e contrapposta all'incremento
richiesto dall'evoluzione), o in alcuni casi è semplicemente
il risultato di quella che viene definita "economia
di progettazione".
Anche la parte del DNA ritenuta inutile o ridondante ha
iniziato a rivelare le sue funzioni, come hanno dimostrato
gli studi di Wieland.
Secondo Walkup, genetista molecolare, "gli evoluzionisti
ritengono che il DNA 'spazzatura' sia DNA inutile rimasto
dalle passate permutazioni evolutive... Ma ora molte delle
sequenze del DNA prima ritenute spazzatura hanno iniziato
a ottenere nuova attenzione per il loro ruolo nella struttura
e nella funzione del genoma, nella regolazione dei geni
e nella speciazione rapida".
Similmente, la rivista Science ha commentato: "Molti
ricercatori ritengono che alcune delle scoperte più
intriganti possano provenire dalle aree un tempo ritenute
di 'scarto' genetico".
Ordine
Come
è stato visto, esistono numerose e profonde differenze
tra la complessità organizzata risultante dall'ipotetico
Big Bang e l'ordine osservabile ovunque nell'universo.
Le "coincidenze" che hanno reso possibile l'esistenza
e lo sviluppo della vita sulla Terra - ma non sugli altri
pianeti - sono fin troppe per essere tali, e anche per essere
elencate. Può essere tuttavia interessante ricordarne
qualcuna.
La velocità di rotazione della Terra, ad esempio,
è quella che regola l'apparire del giorno e della
notte. Se essa fosse inferiore a quella attuale, la durata
del giorno e della notte aumenterebbero, distruggendo la
vita durante il giorno a causa del calore intenso, e di
notte a causa del freddo prolungato. Se la distanza tra
il sole e la Terra o il calore emesso fossero maggiori o
minori, la Terra sarebbe troppo calda o troppo fredda per
permettere la vita. Se la luna fosse più vicina alla
Terra, le maree inonderebbero ogni luogo. Se l'atmosfera
fosse meno spessa, milioni di meteoriti anziché essere
distrutti cadrebbero sulla Terra, devastandola. Se l'ossigeno
disponibile nell'atmosfera e assorbito dall'acqua fosse
molto di meno, la vita non potrebbe esistere. Se la Terra
fosse piccola, la forza di gravità sarebbe troppo
debole per consentire la presenza dell'atmosfera; se fosse
grande, la gravità schiaccerebbe ogni essere vivente
al suolo. Se lo strato di ozono fosse troppo spesso, la
Terra non riceverebbe sufficiente calore; se fosse troppo
sottile, i raggi ultravioletti distruggerebbero ogni forma
di vita. Le cellule viventi contengono migliaia di sostanze
diverse che reagirebbero tra di loro se non esistesse un
intricato sistema di barriere chimiche e altri apparati
che non possono essersi evoluti, o devono averlo fatto al
momento giusto e con grande precisione, per evitare dannose
reazioni chimiche. Se le cariche elettromagnetiche fossero
leggermente più deboli o più forti, non potrebbero
formarsi i legami chimici; nel primo caso di avrebbe il
decadimento dei protoni, e nel secondo sarebbe impossibile
l'esistenza di qualunque elemento chimico, ad esclusione
del solo idrogeno.
Citazioni
"Se
io, come geologo, fossi chiamato a spiegare brevemente le
nostre idee moderne sulle origini della Terra e sullo sviluppo
della vita, a persone comuni, semplici, come quelle a cui
era rivolto il Libro della Genesi, non riuscirei a fare
meglio che seguire molto da vicino il linguaggio del primo
capitolo della Genesi" (Pratt, evoluzionista).
"Popper
avverte di un pericolo: 'Ogni teoria, anche una teoria scientifica,
può diventare una moda intellettuale, un sostituto
per la religione, un dogma dietro cui trincerarsi'. Questo
è stato certamente vero per la teoria evoluzionistica"
(Patterson, evoluzionista).
"Più
si studia la paleontologia, più ci si rende conto
che l'evoluzione è basata solo su una fede"
(More, evoluzionista).
"La
teoria darwiniana, modificata ma ancora caratteristica,
è diventata essa stessa un'ortodossia, predicata
dai suoi aderenti con fervore religioso, e dubitata, essi
credono, solo da pochi confusi, imperfetti nella fede scientifica"
(Grene, evoluzionista).
"È
possibile distinguere solo due motivi per cui le persone
possano voler credere che le specie hanno avuto origine
grazie all'evoluzione: o si è dediti in modo religioso
o filosofico all'idea dell'evoluzione, oppure non si è
a conoscenza dell'evidenza scientifica. La maggior parte
delle persone che aderiscono all'evoluzionismo ricadono
nella seconda categoria. Quelli che lo insegnano e lo promuovono,
alla prima categoria" (Garrett).
"L'evoluzione
è diventata, in un certo senso, una religione scientifica;
quasi tutti gli scienziati l'hanno accettata e molti sono
pronti a 'piegare' le loro osservazioni per farle combaciare
con essa... Penso, comunque, che dobbiamo andare oltre,
e ammettere l'unica spiegazione plausibile è la Creazione.
So che questo è inaccettabile per dei fisici, come
lo è per me, ma non dobbiamo rifiutare una teoria
che non ci piace se esiste l'evidenza sperimentale la supporta"
(Lipson, Physics Bulletin, 1980).
"La
scienza ha rinunciato alla ricerca dell'armonia e, con passione
che certamente nasconde un sottile demonismo, si è
lanciata alla ricerca del caos, alla adorazione del disordine
e del nulla primigenio" (Giuseppe Sermonti, ex
presidente dell'Associazione Genetica Italiana e vice presidente
del XIV Congresso internazionale di Genetica).