CAPITOLO
V
Lotta
contro le tentazioni
tratto
dal Compendio di Teologia Ascetica e Mistica
di ADOLFO TANQUEREY
900. Non ostante gli sforzi per sradicare i vizi,
possiamo e dobbiamo aspettarci la tentazione. Abbiamo infatti
nemici spirituali, la concupiscenza, il mondo e il demonio,
n. 193-227, che non cessano
di tenderci insidie. Dobbiamo quindi trattar della tentazione,
sia della tentazione in generale,
sia delle principali tentazioni degli'incipienti.
ART. I. DELLA TENTAZIONE IN GENERALE 901-1.
901. La tentazione è una sollecitazione al male
proveniente dai nostri nemici spirituali. Esporremo:
I. I fini provvidenziali della tentazione.
902. Dio direttamente non ci tenta: "Nessuno dica,
quando è tentato: È Dio che mi tenta, poichè Dio non è tentato
al male nè tenta" 902-1.
Permette che siamo tentati dai nostri nemici spirituali,
dandoci però le grazie necessarie per resistere: "Fidelis
est Deus qui non patietur vos tentari supra id quod potestis,
sed faciet etiam cum tentatione proventum" 902-2.
E ne ha ottime ragioni.
1° Ci vuole far meritare il paradiso. Avrebbe certo
potuto concederci il cielo come dono; ma sapientemente
volle che lo meritassimo come ricompensa. Vuole anzi
che la ricompensa sia proporzionata al merito e quindi alla
vinta difficoltà. Ora è certo che una delle difficoltà più
penose è la tentazione, che mette in pericolo la fragile
nostra virtù. Combatterla energicamente è uno degli atti
più meritori; e quando, con la grazia di Dio, ne usciamo
trionfanti, possiamo dire con S. Paolo che abbiamo combattuto
il buon combattimento e che altro non ci resta se non ricevere
la corona di giustizia preparataci da Dio. L'onore e la
gioia nel possederla sarà tanto maggiore quanto maggiore
sarà stata la fatica per meritarla.
903. 2° La tentazione è pure un mezzo di purificazione.
1) Ci ricorda infatti che altre volte, per difetto di vigilanza
e d'energia, siamo caduti, onde ci è occasione di rinnovare
atti di contrizione, di confusione e di umiliazione, che
contribuiscono a purificarci l'anima; 2) ci obbliga nello
stesso tempo a vigorosi e perseveranti sforzi per non soccombere,
onde ci fa espiare con atti contrari le debolezze e le male
condiscendenze, il che rende l'anima più pura. Ecco perchè
Dio, quando vuole purificare un'anima per elevarla alla
contemplazione, permette che subisca orribili tentazioni,
come diremo trattando della via unitiva.
904. 3° È poi un mezzo di spirituale progresso.
a) La tentazione è come una frustata che ci
desta nel momento in cui stavamo per addormentarci e rattiepidirci;
ci fa capire la necessità di non fermarci a mezzo il cammino,
ma mirare più in alto, a fine di allontanar più sicuramente
ogni pericolo.
b)
È pure una scuola d'umiltà, di diffidenza di sè:
si capisce meglio la propria fragilità, la propria impotenza,
si sente maggiormente il bisogno della grazia e si prega
con più fervore. Si vede meglio la necessità di mortificare
l'amor del piacere che è fonte di tentazioni, onde si abbracciano
con maggior generosità le piccole croci quotidiane per smorzare
l'ardore della concupiscenza.
c)
È una scuola d'amor di Dio: perchè uno, a più sicuramente
resistere, si getta nelle braccia di Dio per trovarvi forza
e protezione; è riconoscente delle grazie che Dio gli concede;
si comporta con lui come figlio che, in ogni difficoltà,
ricorre al più amante dei padri.
La tentazione ha dunque molti vantaggi ed è per questo che
Dio permette che i suoi amici siano tentati: "perchè eri
gradito a Dio, disse l'angelo a Tobia, fu necessario che
la tentazione ti provasse; quia acceptus eras Deo, necesse
fuit ut tentatio probaret te" 904-1.
II. La psicologia della tentazione.
Descriveremo:
905. 1° Frequenza delle tentazioni. La frequenza
e la violenza delle tentazioni variano grandemente: vi sono
anime spesso e violentemente tentate; altre lo sono raramente
e senza profonde scosse. Molte cause spiegano questa diversità.
a)
Prima di tutto il temperamento e il carattere:
vi sono persone, facilissime ad appassionarsi e nello stesso
tempo deboli di volontà, tentate di spesso e dalla tentazione
sconvolte; altre poi bene assestate ed energiche sono tentate
di raro e in mezzo alla tentazione si serbano calme.
b)
L'educazione porta altre differenze: vi sono anime
educate nel timore e nell'amor di Dio, nella pratica abituale
ed austera del dovere, che non ricevettero se non buoni
esempi; altre invece furono allevate nell'amor dei piaceri
e nel ribrezzo d'ogni patimento e videro troppi esempi di
vita mondana e sensuale. È chiaro che le seconde saranno
tentate più violentemente delle prime.
c) Bisogna anche tener conto dei disegni provvidenziali
di Dio: vi sono anime da lui chiamate a santa vocazione,
la cui purità egli gelosamente preserva; ve ne sono altre
da lui destinate pure alla santità, ma che vuole far passare
per dure prove onde rinsaldarne la virtù; altre infine che
non chiama a vocazione così alta e che saranno tentate più
spesso, benchè mai al di sopra delle loro forze.
906. 2° Le tre fasi della tentazione. Secondo
la dottrina tradizionale, esposta già da S. Agostino, nella
tentazione vi sono tre fasi: la suggestione, la dilettazione,
il consenso.
a)
La suggestione consiste nella proposta di qualche
male: la fantasia o la mente si rappresenta, in modo più
o meno vivo, le attrattive del frutto proibito; talvolta
questa rappresentazione è molto seducente, assale con tenacia
e diventa una specie d'ossessione. Per quanto pericolosa
sia, la suggestione non è peccato, purchè non sia stata
volontariamente provocata e non vi si acconsenta; non vi
è colpa se non quando la volontà vi dà consenso.
b)
Alla suggestione s'aggiunge la dilettazione: la parte
inferiore dell'anima piega istintivamente verso il male
suggerito e ne prova un certo diletto. "Avviene molte volte,
dice S. Francesco di Sales 906-1,
che la parte inferiore si compiace nella tentazione senza
il consenso, anzi a dispetto della parte superiore. È la
lotta descritta da S. Paolo quando dice che la carne ha
desideri contrari allo spirito". Questa dilettazione della
aprte inferiore, finchè la volontà non vi aderisce, non
è peccato; ma è un pericolo, perchè la volontà si trova
così sollecitata a dar l'adesione; onde si pone l'alternativa:
la volontà acconsentirà sì o no?
c)
Se la volontà rifiuta il consenso, combatte la tentazione
e la respinge, esce vittoriosa e fa atto molto meritorio.
Se invece si compiace nella dilettazione, vi prende
volontario piacere e vi consente, il peccato
interno è commesso.
Quindi tutto dipende dal libero consenso della
volontà, onde noi, per maggior chiarezza, indicheremo i
segni da cui si può conoscere se e in quale misura
si è acconsentito.
907. 3° Segni di consenso. A spiegar meglio
questo punto importante, vediamo i segni di non consenso,
di consenso imperfetto, di pieno consenso.
a)
Si può tenere che non si è acconsentito, quando,
non ostante la suggestione e l'istintivo diletto che l'accompagna,
si prova disgusto e noia in vedersi così tentati; quando
si lotta per non soccombere; quando nella parte superiore
dell'anima si ha vivo orrore del male proposto 907-1.
b)
Si può essere colpevoli in causa della tentazione,
quando uno si prevede che questa o quell'azione, che possiamo
evitare, ci sarà fonte di tentazioni: "Se so, dice S. Francesco
di Sales, 907-2
che una conversazione mi è causa di tentazione e di caduta,
eppure ci vado di mia volontà; io sono indubbiamente colpevole
di tutte le tentazioni che vi proverò". Ma non si è allora
colpevoli che secondo la previsione, e se la previsione
è stata vaga e confusa, la colpevolezza diminuisce in proporzione.
908. c) Il consenso si può giudicare imperfetto:
1) Quando non si respinge la tentazione prontamente,
appena se ne vede il pericolo; 908-1
vi è colpa di imprudenza che, senza essere grave, espone
al pericolo di acconsentire alla tentazione.
2) Quando si esita un istante: si vorrebbe gustare
un pochino il proibito diletto ma senza offendere Dio; ossia,
dopo un momento di esitazione, si respinge la tentazione;
anche qui è colpa veniale d'imprudenza.
3) Quando non si respinge la tentazione che a metà:
si resiste ma fiaccamente e imperfettamente; ora una mezza
resistenza è un mezzo consenso: quindi colpa veniale.
909. d) Il consenso è pieno ed intiero,
quando la volontà, indebolita dalle prime concessioni, si
lascia trascinare a gustar volontariamente il cattivo diletto
non ostante le proteste della coscienza che riconosce che
è male; allora, se la materia è grave, il peccato è mortale:
è peccato di pensiero o di dilettazione morosa, come
dicono i teologi. Se al pensieri si aggiunge il desiderio
acconsentito, è colpa più grave. Se poi dal desiderio di
passa all'esecuzione, o almeno alla ricerca e alla
provvisione dei mezzi alli all'esecuzione del proprio disegno,
si ha peccato di opera.
910. Nei vari casi che abbiamo esposti, sorgono
qualche volta dubbi sul consenso o sul semiconsenso dato.
Bisogna allora distinguere tra conscienze delicate
e coscienze lasse; nel primo caso si giudica che
non ci sia stato consenso, perchè la persona di cui si tratta
è solita a non acconsentire; mentre nel secondo caso si
dovrà fare giudizio tutto contrario.
III. Il modo di comportarsi nella tentazione.
Per trionfare delle tentazioni e farle servire al nostro
bene spirituale, occorrono tre cose principali:
911. 1° Prevenire la tentazione. È noto
il proverbio: è meglio prevenire che guarire, che
è pure consiglio di cristiana sapienza. Conducendo i tre
apostoli nell'interno del giardino degli Ulivi, Nostro Signore
dice loro: "Vigilate e pregate onde non entriate in tentazione:
vigilate et orate ut non intretis in tentationem" 911-1;
vigilanza e preghiera: ecco dunque i due grandi
mezzi a prevenire la tentazione.
912. A) Vigilare è far la guardia
attorno all'anima propria per non lasciarsi cogliere, essendo
così facile soccombere in un momento di sorpresa! Questa
vigilanza inchiude due principali disposizioni: la diffidenza
di sè e la confidenza in Dio.
a)
Bisogna quindi evitare quella orgogliosa presunzione
che ci fa gettare in mezzo ai pericoli col pretesto che
siamo abbastanza forti da trionfarne. Fu questo il peccato
di S. Pietro, che, mentre Nostro Signore prediceva la fuga
degli apostoli, esclamò: "Se anche tutti si scandalizzassero,
io mai" 912-1.
Bisogna invece rammentarsi che colui che crede di stare
in piedi deve badare a non cadere: "Itaque qui se existimat
stare, videat ne cadat"; 912-2
perchè se lo spirito è pronto, la carne è debole, e la sicurezza
non si trova che nell'umile diffidenza della propria debolezza.
b)
Ma bisogna pure chivare quei vani terrori che non
fanno che accrescere il pericolo; da noi, è vero, siamo
deboli, ma diventiamo invincibili in Colui che ci dà forza:
"Fedele è Dio, che non permetterà che siate tentati oltre
le forze, ma darà con la tentazione anche il modo di poterla
sostenere" 912-3.
c)
Questa giusta diffidenza di noi ci fa schivare le occasioni
pericolose, per esempio quella compagnia, quel divertimento,
ecc., in cui l'esperienza ci mostrò che corriamo rischio
di soccombere. Combatte l'oziosità, che è una delle
occasioni più pericolose, n. 885,
come pure quell'abituale mollezza che rilassa tutte
le forze della volontà e la prepara a ogni specie di transazioni 912-4.
Ha in orrore quel vano fantasticare che popola l'anima di
fantasmi, i quali presto diventano pericolosi. Pratica insomma
la mortificazione sotto le varie forme da noi indicate,
n. 767-817, e l'applicazione
ai doveri del proprio stato, alla vita interiore e all'apostolato.
In cosiffatta vita intensa resta poco posto per le tentazioni.
d)
La vigilanza poi deve specialmente esercitarsi sul punto
debole dell'anima, perchè di là viene ordinariamente
l'assalto. A fortificare questo lato vulnerabile, bisogna
servirsi dell'esame particolare, che concentra l'attenzione,
per un notevole tempo, su cotesto difetto, o meglio ancora
sulla virtù contraria (n. 468).
913. B) Alla vigilanza si aggiunga la preghiera,
che, mettendo Dio dalla nostra parte, ci rende invincibili.
In sostanza Dio è interessato alla nostra vittoria: lui
infatti il demonio assale nella nostra persona, l'opera
sua egli vuol distruggere in noi; noi possiamo quindi invocarlo
con santa confidenza, sicuri che altro non desidera che
di soccorrerci. Ogni preghiera è buona contro la tentazione,
vocale o mentale, privata o pubblica, sotto forma di adorazione
o sotto forma di domanda. E si può, specialmente nei momenti
di calma, pregare pel tempo della tentazione. Così quando
questa si presenti, non si ha più da fare che una breve
elevazione del cuore per resistere con miglior fortuna.
914. 2° Resistere alla tentazione. Questa
resistenza dovrà variare secondo la natura delle tentazioni.
Ce ne sono di quelle frequenti ma poco gravi:
bisogna trattarle col disprezzo, come spiega sì bene
S. Francesco di Sales 914-1.
"Quanto
a quelle tentazioncelle di vanità, di sospetti, di stizza,
di gelosia, di invidia, di amorucci, e simili bricconerie,
che, come le mosche e le zanzare, ci vengono a passare davanti
agli occhi e ora ci pungono le guance, ora il naso... la
miglior resistenza che si possa fare è di non affliggersene,
perchè sono tutte cose che non possono far danno, benchè
possano dar fastidio, a patto che si sia ben risoluti di
voler servir Dio. Disprezzate quindi questi piccoli assalti
e non vi degnate neppure di pensare che cosa vogliano dire,
ma lasciatele ronzare intorno agli orecchi quanto vorranno,
come si fa con le mosche".
Qui ci occupiamo soprattutto delle tentazioni gravi:
è necessario combatterle prontamente, energicamente,
con costanza ed umiltà.
A)
Prontamente, senza discutere col nemico, senza esitazione
alcuna: sul principio, non avendo la tentazione preso ancora
saldo piede nell'anima, è molto facile il respingerla; ma
se aspettiamo che vi abbia messo radice, sarà assai più
difficile. Quindi non fermiamoci a discutere; associamo
l'idea del cattivo diletto a tutto ciò che vi è di ripugnante,
a un serpente, a un traditore che ci vuole sorprendere,
e richiamiamo la parola della Sacra Scrittura: "Fuggi il
peccato come dalla vista di un serpente; perchè se ti lasci
accostare, ti morderà: quasi a facie colubri fuge peccata" 914-2.
Si fugge pregando, e applicando intensamente ad altro la
mente.
915. B) Energicamente, non fiaccamente
e come a malincuore, che sarebbe quasi un invito alla tentazione
a ritornare; ma con forza e vigore, esprimendo l'orrore
che si ha per cosiffatta proposta: "Via, brutto demonio,
vade retro, Satana" 915-1.
Si ha però da variar la tattica secondo il genere delle
tentazioni: se si tratta di diletti seducenti, bisogna
dar subito di volta e fuggire, applicando fortemente l'attenzione
ad altra cosa che possa occuparci bene la mente: la resistenza
diretta d'ordinario non farebbe che aumentare il pericolo.
Se si tratta invece di ripugnanza a fare il proprio
dovere, di antipatia, di odio, di rispetto umano, spesso
è meglio affrontar la tentazione, guardar francamente in
faccia la difficoltà e ricorrere ai principi di fede per
trionfarne.
916. C) Con costanza: talora infatti
la tentazione, vinta per un momento, ritorna con nuovo accanimento,
e il demonio conduce dal deserto sette altri spiriti peggiori
di lui. A questa ostinazione del nemico bosigna opporre
una non meno tenace resistenza, perchè solo colui che combatte
sino alla fine riporta vittoria. Ma per essere più sicuri
del trionfo, conviene palesare la tentazione al direttore.
È
il consiglio che danno i Santi, specialmente S. Ignazio
e S. Francesco di Sales: "Notate bene, dice quest'ultimo,
che la prima condizione posta dal maligno all'anima che
vuol sedurre, è il silenzio, come fanno quelli che vogliono
sedurre le donne e le giovanette che, subito fin da principio,
proibiscono di comunicar le proposte ai genitori o ai mariti;
mentre Dio, nelle sue ispirazioni, richiede soprattutto
che le facciamo riconoscere dai superiori e direttori" 916-1.
Pare infatti che grazia speciale sia annessa a questa apertura
di cuore: tentazione svelata è mezzo vinta.
917. D) Con umiltà: è lei infatti
che attira la grazia, e la grazia ci dà la vittoria. Il
demonio che peccò per superbia, fugge davanti a un sincero
atto di umiltà; e la triplice concupiscenza, che trae la
forza dalla superbia, è facilmente vinta quando con l'umiltà
siamo riusciti, per così dire, a decapitarla.
918. 3° Dopo la tentazione, bisogna guardarsi
bene dall'esaminare troppo minuziosamente se si è consentito
o no: è imprudenza che potrebbe ricondurre la tentazione
e costituire un nuovo pericolo. È facile del resto conoscere
dal testimonio della coscienza, anche senza profondo esame,
se si è rimasto vittoriosi.
A)
Se si ebbe la ventura di trionfarne, si ringrazi di gran
cuore Colui che ci diede la vittoria: è dovere di riconoscenza
e il mezzo migliore per ottenere a suo tempo nuove grazie.
Sventura agli ingrati che, attribuendo a sè la vittoria,
non pensassero a ringraziarne Dio! Non tarderebbero molto
a sperimentar la propria debolezza!
919. B) Chi invece avesse avuto la disgrazia
di soccombere, non si disanimi: ricordi l'accoglienza fatta
al figliuol prodigo e corra, come lui, a gettarsi ai piedi
del rappresentante di Dio, gridando dal fondo del cuore:
Padre, ho peccato contro il cielo e contro di voi: non merito
più d'essere chiamato vostro figlio 919-1.
E Dio, che è anche più misericordioso del padre del prodigo,
gli darà il bacio di pace e gli restituirà l'amicizia.
Ma, a schivar le ricadute, il peccatore pentito si giovi
del suo peccato per profondamente umiliarsi davanti a Dio,
riconoscere la propria impotenza a fare il bene, mettere
tutta la confidenza in Dio, diventar più circospetto schivando
diligentemente le occasioni di peccato, e rifarsi alla pratica
della penitenza. Un peccato così riparato non sarà ostacolo
alla perfezione 919-2.
Come giustamente nota S. Agostino, chi così si rialza diventa
più umile, più prudente e più fervoroso: "ex casu humiliores,
cautiores, ferventiores" 919-3.
ART. II. LE PRINCIPALI TENTAZIONI
DEGL'INCIPIENTI.
Gl'incipienti vanno soggetti ad ogni sorta di tentazioni
provenienti dalle fonti che abbiamo indicate. Ma ve ne sono
alcune che li riguardano in modo più particolare:
§ I. Illusioni degl'incipienti sulle consolazioni 920-1.
920. Il Signore ordinariamente concede consolazioni
sensibili agl'incipienti per attirarli al suo servizio;
poi per un tempo ne li priva a fine di provarne e rinsaldarne
la virtù. Or vi sono taluni che si credono già arrivati
a un certo grado di santità quando hanno molte consolazioni;
se poi esse vengono a cessare e cedono il posto alle aridità,
si credono perduti. A prevenir quindi nello stesso tempo
la presunzione e lo scoraggiamento, conviene spiegar loro
la vera dottrina sulle consolazioni e sulle aridità.
I. Le consolazioni.
921. 1° Natura ed origine. a) Le consolazioni
sensibili sono dolci emozioni che toccano la sensibilità
e fanno gustare una viva gioia spirituale. Il cuore
si dilata e batte allora più animatamente, il sangue circola
con maggior rapidità, radioso è il volto, la voce commossa,
e la gioia si manifesta talora con le lacrime. -- Si distinguono
dalle consolazioni spirituali, concesse generalmente
alle anime proficienti, consolazioni d'ordine superiore
che operano sull'intelligenza illuminandola e sulla
volontà attirandola alla preghiera e alla virtù.
Spesso però vi è un certo misto di queste due consolazioni,
e quel che diremo può applicarsi così alle une come alle
altre.
b)
Queste consolazioni possono provenire da triplice fonte:
1) da Dio, che opera con noi come la madre col suo
bambino, traendoci a sè con le dolcezze che ci fa provare
nel suo servizio, a fine di staccarci più facilmente dai
falsi diletti e piaceri del mondo;
2) dal demonio, che, operando sul sistema nervoso,
sull'immaginazione e sulla sensibilità, può produrre certe
emozioni sensibili di cui poi si servirà per spingere ad
austerità indiscrete, alla vanità, alla presunzione presto
seguita dallo scoraggiamento;
3) dalla natura stessa: vi sono temperamenti immaginosi,
sensitivi, ottimisti, che, dandosi alla pietà, vi trovano
naturalmente alimento alla loro sensibilità.
922. 2° Vantaggi. Le consolazioni hanno
certamente la loro utilità:
a)
Agevolano la conoscenza di Dio: la fantasia, aiutata
dalla grazia, si rappresenta volentieri le divine amabilità
e il cuore le gusta; si prega allora e si medita a lungo
volentieri e l'anima intende meglio la bontà di Dio.
b)
Contribuendo a fortificar la volontà, la quale, non
trovando più ostacoli nelle facoltà inferiori ma preziosi
ausiliarii, si distacca più facilmente dalle creature, ama
Dio con più ardore e prende energiche risoluzioni che più
facilmente osserva in virtù degli aiuti ottenuti con la
preghiera: amando Dio in modo sensibile, sopporta valorosamente
i piccoli sacrifizi quotidiani e s'impone anzi volentieri
qualche mortificazione.
c)
Ci aiutano a formarci abitudini di raccoglimento,
di preghiera, d'obbedienza, d'amor di Dio, che persevereranno
in parte anche quando le consolazioni saranno cessate.
923. 3° Pericoli. Ma hanno anche i loro
pericoli queste consolazioni:
a)
Eccitano una specie di spirituale ghiottoneria, la
quale fa che uno si affezioni più alle consolazioni di Dio
che al Dio delle consolazioni; cosicchè, cessate che siano,
si trascurano poi gli esercizi spirituali e i doveri del
proprio stato; anzi, in quello stesso momento che ne godiamo,
la nostra devozione è tutt'altro che soda, perchè, pur piangendo
sulla Passione del Salvatore, gli rifiutiamo il sacrificio
di questa o quell'amicizia sensibile o di quella privazione!
Ora virtù soda non v'è che quando l'amor di Dio giunge sino
ad abbracciare il sacrificio, n. 321.
"Vi sono molte anime che hanno di queste tenerezze e consolazioni
e che pure non lasciano d'essere molto viziose, che non
hanno quindi alcun vero amor di Dio e tanto meno alcuna
vera divozione" 923-1.
b)
Fomentano spesso la superbia sotto una forma o sotto
un'altra: 1) la vana compiacenza: quando si ha consolazioni
e la preghiera riesce facile, uno si crede facilmente un
santo, mentre invece è ancora novizio nella perfezione!
2) la vanità: si desidera parlare ad altri di queste
consolazioni per darsi importanza; e allora se ne viene
spesso privati per un notevole tempo; 3) la presunzione:
uno si crede forte e invincibile, e si espone talora al
pericolo, o almeno comincia a riposarsi, quando invece bisognerebbe
raddoppiare gli sforzi e progredire.
924. 4° Contengo rispetto alle consolazioni.
Per trar profitto dalle divine consolazioni e schivare i
pericoli che abbiamo indicati, ecco le regole da seguire.
a)
Si può certamente desiderare queste consolazioni ma in modo
condizionato, con l'intenzione di servirsene ad amar Dio
e adempierne la santa volontà. In questo senso la Chiesa
ci fa chiedere, il giorno di Pentecoste, nella Colletta,
la grazia della consolazione spirituale: "et de ejus
semper consolatione gaudere". È infatti un dono di Dio,
che mira ad aiutarci nell'opera della nostra santificazione:
bisogna quindi stimarlo molto, e si può anche domandarlo,
purchè si stia rassegnati alla santa volontà di Dio.
b)
Quando queste consolazioni ci vengono date, riceviamole
con gratitudine ed umiltà, riconoscendocene
indegni e attribuendone tutto il merito a Dio; se vuole
trattarci da beniamini, ne sia benedetto, ma confessiamo
che siamo ancora molto imperfetti, avendo bisogna del latte
dei bambini "quibus lacte opus est et non solido cibo".
Soprattutto poi non vantiamocene, chè sarebbe questo il
miglior mezzo di perderle.
c)
Ricevutele umilmente, vediamo di premurosamente volgerle
al fine voluto da Colui che ce le dà. Ora Dio ce le concede,
dice S. Francesco di Sales, "per renderci dolci con tutti
e amorosi verso di lui. La madre dà i confetti al figliolino
perchè la baci; baciamo dunque questo Salvatore che ci dà
tante dolcezze. Ora baciare il Salvatore vuol dire obbedirlo,
osservarne i comandamenti, farne la volontà, secondarne
i desideri, insomma teneramente abbracciarlo con obbedienza
e umiltà" 924-1.
d)
Finalmente bisogna persuadersi che queste consolazioni non
dureranno sempre, e chiedere quindi umilmente a Dio la grazia
di servirlo nelle aridità quando si degnerà di inviarcele.
Intanto, in cambio di voler prolungare con sforzata applicazione
queste consolazioni, bisogna moderarle e attaccarsi fortemente
al Dio delle consolazioni.
II. Delle aridità.
A rassodarci nella virtù, Dio è obbligato a mandarci di
tanto in tanto delle aridità; esponiamone:
925. 1° Natura. Le aridità sono una privazione
delle consolazioni sensibili e spirituali che agevolavano
[sic] la preghiera e la pratica delle virtù. Non ostante
sforzi spesso rinnovati, non si ha più gusto per la preghiera,
vi si prova anzi noia e stanchezza, e il tempo pare molto
lungo; la fede e la confidenza sembrano assopite e l'anima,
in cambio di sentirsi svelta e lieta, vive in una specie
di torpore: non si va più avanti se non per forza di
volontà. È questo certamente uno stato molto penoso,
ma ha pure i suoi vantaggi.
926. 2° Scopo provvidenziale. a) Quando
Dio ci manda le aridità, lo fa per distaccarci da
tutto ciò che è creato, anche dalle gioie della pietà, affinchè
impariamo ad amar Dio solo e per sè stesso.
b)
Vuole pure umiliarci, mostrandoci che le consolazioni
non ci sono dovute, ma sono favori essenzialmente gratuiti.
c)
Ci purifica sempre più così dalle colpe passate come
dagli attacchi presenti e da ogni mira egoistica; quando
si è costretti a servir Dio senza gusto, per sola convinzione
e forza di volontà, si soffre molto e questo patimento espia
e ripara.
d)
Infine ci rassoda nella virtù; perchè, per continuare
a pregare e a fare il bene, bisogna esercitare con energia
e costanza la volontà e con siffatto esercizio si rassoda
la virtù.
927. 3° Condotta da tenere. a) Le aridità
provengono talvolta dalle colpe nostre, onde bisogna prima
di tutto esaminar seriamente, ma senza affanno, se non ne
siamo responsabili noi: 1) con sentimenti più o meno volontari
di vana compiacenza e di orgoglio; 2) con una specie di
pigrizia spirituale, o per l'opposto con una inopportuna
tensione; 3) con la ricerca di consolazioni umane, di amicizie
troppo sensibili, di mondani diletti, non volendo Dio saperne
di cuori divisi; 4) con la mancanza di sincerità col direttore:
"poichè voi mentite allo Spirito Santo, dice S. Francesco
di Sales, non è meraviglia s'egli vi rifiuta la sua consolazione" 927-1.
Trovata la causa di queste aridità, bisogna umiliarsene
e cercar di sopprimerla.
928. b) Se poi non ne siamo causa noi, conviene
trar buon partito da questa prova. 1) Il gran mezzo per
riuscirvi è di persuaderci che servir Dio senza gusto e
senza sentimento è cosa più meritoria che servirlo con molta
consolazione; che basta volere amar Dio per amarlo,
e che il più perfetto atto d'amore è poi quello di conformare
la propria volontà a quella di Dio. 2) Per rendere quest'atto
ancor più meritorio, non c'è di meglio che unirsi a Gesù,
il quale, nel giardino degli Ulivi, volle per amor nostro
provar noia e tristezza, e ripetere con lui: "verumtamen
non mea voluntas sed tua fiat" 928-1.
3) Soprattutto poi non bisogna disanimarsi mai, nè dimunuir
gli esercizi di pietà, gli sforzi, le risoluzioni, ma imitare
Nostro Signore che, immerso nell'agonia, pregava anche più
a lungo: "factus in agonia prolixius orabat".
929. Consiglio al direttore. Affinchè questa
dottrina sulle consolazioni e sulle aridità sia ben capita
dai diretti, bisogna tornarci sopra di frequente; perchè
essi credono pur sempre di far meglio quando tutto va a
seconda dei loro desideri che quando si è costretti a remar
contro corrente; ma a poco a poco si fa la luce e quando
sanno non inorgoglirsi nelle consolazioni e non disanimarsi
nelle aridità, molto più rapidi e costanti ne sono i progressi.
§ II. L'incostanza degl'incipienti.
930. 1° Il male. Quando un'anima si dà a
Dio e comincia a progredire nelle vie spirituali, viene
sorretta dalla grazia di Dio, dall'attrattiva della novità
e da un certo slancio verso la virtù che appiana molte difficoltà.
Ma viene il momento che la grazia di Dio ci è data sotto
forma meno sensibile, che ci sentiamo stanchi di dover sempre
rifar gli stessi sforzi, che lo slancio pare infranto dalla
continuità degli stessi ostacoli. Si è allora esposti all'incostanza
e al rilassamento.
Questa disposizione si manifesta: 1) negli esercizi spirituali,
che si fanno con minor diligenza, accorciandoli e trascurandoli;
2) nella pratica delle virtù: si era entrati di gran
cuore nella via della penitenza e della mortificazione,
ma la cosa riesce ora penosa e lunga e gli sforzi s'allentano;
3) nella abituale santificazione delle proprie azioni:
si era presa l'abitudine di rinnovar spesso l'offerta delle
proprie azioni per essere sicuri di farle con purità di
intenzione; ma uno poi si stanca di questa pratica, la trascura,
e il risultato è che presto l'abitudine, la curiosità, la
vanità, la sensualità ispirano molte delle nostre azioni.
Impossibile progredire con tali disposizioni: senza sforzo
perseverante non si riesce a nulla.
931. 2° Il rimedio. A) Bisogna convincersi
che l'opera della perfezione è opera di lunga lena, che
richiede molta costanza, e che quei soli riescono che si
rimettono continuamente al lavoro con novello ardore, non
ostante le parziali sconfitte che subiscono. Così fanno
gli uomini d'affari che vogliono riuscire, così pure deve
far ogni anima che vuol progredire. Ogni mattino ella deve
chiedersi se non potrebbe fare un po' più e soprattutto
un po' meglio per Dio; e ogni sera deve attentamente
esaminare se ha effettuato almeno in parte il programma
del mattino.
B)
Nulla giova meglio ad assicurar la costanza quanto la pratica
fedele dell'esame particolare, n. 468;
concentrando l'attenzione su un dato punto, su una data
virtù, e rendendo conto al confessore dei progressi fatti,
si è sicuri di progredire, anche quando non se ne avesse
coscienza.
Quanto dicemmo sull'educazione della volontà, n. 812,
è pure ottimo mezzo per trionfar dell'incostanza.
§ III. La eccessiva premura degl'incipienti.
Molti incipienti, pieni di buona volontà, mettono un ardore
e una premura eccessiva a lavorare alla propria perfezione,
onde finiscono con lo stancarsi e spossarsi in sforzi inutili.
932. 1° Le cause. a) La causa principale
di questo difetto è che si sostituisce la propria attività
a quella di Dio: in cambio di riflettere prima di operare,
di chiedere allo Spirito Santo i suoi lumi e seguirli, uno
corre all'opera con ardore febbrile; in cambio di consultare
il direttore, uno prima fa e poi gli presenta il fatto compiuto;
onde molte imprudenze e molti sforzi perduti, "magni
passus extra viam".
b)
Spesso c'entra pure la presunzione: si vorrebbe far
dei salti, uscir presto dagli esercizi di penitenza e giungere
subito all'unione con Dio; ma ahime! sorgono molti ostacoli
imprevisti e uno si disanima, indietreggia e cade talora
in colpe gravi.
c)
Altre volte domina la curiosità: si cercano continuamente
nuovi mezzi di perfezione, si provano per qualche tempo
e presto si mettono da parte prima ancora che abbiano potuto
produrre i loro effetti. Si fanno sempre nuovi disegni di
riforma per sè e per gli altri, dimenticando poi di metterli
in pratica.
Il risultato più chiaro di questa attività eccessiva è la
perdita del raccoglimento interiore, l'agitazione e il turbamento,
senza alcun serio vantaggio.
933. 2° I rimedi. a) Il rimedio principale
è di assoggettarsi con intiera dipendenza all'azione
di Dio, di riflettere maturamente prima di operare,
di pregare per ottenere i lumi divini, di consultare il
direttore e stare alla sua risoluzione. Come nell'ordine
della natura non sono le forze violente quelle che ottengono
i migliori effetti ma le forze ben regolate, così, nella
vita soprannaturale, non sono gli sforzi febbrili ma gli
sforzi calmi e ben regolati che ci fanno progredire: chi
va piano va sano.
b)
Ma per assoggettarsi così all'azione di Dio è necessario
combattere le cause di questa eccessiva premura: 1) la vivacità
di carattere, che spinge a troppo [sic] pronte risoluzioni;
2) la presunzione, che nasce da troppa stima di sè; 3) la
curiosità, che va sempre in cerca di qualche cosa di nuovo.
Conviene dunque assalir un dopo l'altro questi difetti con
l'esame particolare, e allora Dio riprenderà il suo posto
nell'anima e la guiderà con calma e dolcezza nei sentieri
della perfezione.
§ IV. Gli scrupoli 934-1.
934. Lo scrupolo è una malattia fisica e morale,
che produce una specie di follia nella coscienza, facendole
temere, per futili motivi, d'aver offeso Dio. Questa malattia
non è particolare degl'incipienti ma si trova anche in anime
progredite. Bisogna quindi dirne una parola esponendone:
I. Natura dello scrupolo.
935. La parola scrupolo (dal latino scrupulus,
sassolino, pietruzza) indicò per lungo tempo un minutissimo
peso che non fa inclinare se non bilance molto sensibili.
Nel campo morale indica una ragione minuta a cui badano
soltanto le coscienze più delicate. Venne quindi ad esprimere
l'inquietudine eccessiva che provano certe coscienze,
per i più futili motivi, d'aver offeso Iddio. A conoscerne
meglio la natura, spieghiamone l'origine,
i gradi, la distinzione
dalla coscienza delicata.
936. 1° Origine. Lo scrupolo può nascere
ora da causa puramente naturale, ora da intervento
soprannaturale.
a)
Sotto l'aspetto naturale, lo scrupolo è spesso una
malattia fisica e morale. 1) La malattia fisica
che contribuisce a cagionar questo disordine è una specie
di depressione nervosa, che rende più difficile il
savio giudizio delle cose morali e tende a produrre l'idea
fissa che si è commesso peccato, e ciò senza seria ragione.
2) Ma vi sono pure cause morali che producono lo
stesso effetto: una mente meticolosa, che si perde
nelle minuzie e che vorrebbe avere la certezza assoluta
in ogni cosa; una mente poco illuminata, che si figura
Dio come giudice non solo severo ma anche spietato; che
negli atti umani confonde l'impressione col consenso e crede
di aver peccato perchè la fantasia rimase fortemente e lungamente
impressionata; una mente caparbia, che preferisce
il giudizio proprio a quello del confessore, appunto perchè
si lascia guidare più dalle sue impressioni che dalla ragione.
Quando queste due cause, la fisica e la morale, s'uniscono,
il male è più profondo e di più difficile guarigione.
937. b) Lo scrupolo può anche provenire
da intervento preternaturale di Dio o del
demonio.
1) Dio permette che siamo così vessati, ora per castigarci
specialmente della superbia e dei sentimenti di vana compiacenza;
ora per provarci, farci espiare le colpe passate,
distaccarci dalle consolazioni spirituali, e condurci a
più alto grado di santità: il che avviene specialmente alle
anime che Dio vuol preparare alla contemplazione, come diremo
trattando della via unitiva.
2) Anche il demonio viene talvolta a innestare la
sua azione su qualche morbosa predisposizione del nostro
sistema nervoso per turbarci l'anima: tenta di persuaderci
che siamo in istato di peccato mortale per impedirci di
fare la comunione o molestarci nell'adempimento dei doveri
del nostro stato; soprattutto poi tenta d'ingannarci sulla
gravità di questa o quell'azione onde farci peccar formalmente,
anche quando non vi è materia di peccato e soprattutto di
peccato grave.
938. 2° Gradi. Ci sono, come è chiaro, molti
gradi nello scrupolo: a) a principio non è che coscienza
meticolosa, timorosa all'eccesso, che vede peccato
dove non è; b) poi vengono scrupoli passeggeri
che si confidano al direttore accettando subito la soluzione
che ne dà; c) finalmente lo scrupolo propriamente
detto, tenace, accompagnato da ostinazione.
939. 3° Differenza dalla coscienza delicata.
È cosa importante distinguere bene la coscienza scrupolosa
dalla coscienza delicata o timorata.
a)
Non ne è lo stesso il punto di partenza: la coscienza
delicata ama fervidamente Dio e per piacergli vuole schivare
anche le minime colpe e le minime imperfezioni volontarie;
lo scrupoloso è invece guidato da un certo egoismo che gli
fa troppo ardentemente desiderare di esser sicuro di trovarsi
in stato di grazia.
b)
La coscienza delicata, avendo orrore del peccato
e conoscendo la propria debolezza, ha timore fondato,
ma non inquieto, di dispiacere a Dio; lo scrupoloso alimenta
futili timori di peccare in ogni circostanza.
c)
La coscienza timorata sa serbar la distinzione tra peccato
mortale e veniale, e in caso di dubbio subito si sottomette
al giudizio del direttore; lo scrupoloso discute tenacemente
col direttore e stenta assai a sottomettersi alle sue risoluzioni.
Se si deve schivare lo scrupolo, nulla invece di più prezioso
d'una coscienza delicata.
II. Oggetto dello scrupolo.
940. 1° Talvolta lo scrupolo è universale
e si riferisce a qualsiasi materia: prima dell'azione, ingrossa
smisuratamente i pericoli che si possono incontrare in questa
o quell'occasione che è del resto molto innocente; dopo
l'azione, popola l'anima di mal fondate inquietudini e persuade
agevolmente alla coscienza che si è resa gravemente colpevole.
941. 2° Più spesso però si riferisce solo ad alcune
materie particolari:
a) Confessioni passate: anche dopo aver fatto
parecchie confessioni generali, non si resta soddisfatti,
si teme di non aver accusato tutto, o d'aver mancato di
contrizione e si vuol sempre ricominciare; b) cattivi
pensieri: la fantasia è piena d'immagini pericolose
od oscene, e poichè fanno una certa impressione, si teme
d'avervi acconsentito, se ne è anzi certi, benchè dispiacciano
infinitamente; c) pensieri di bestemmia: perchè
quelle idee passano per la mente, si è persuasi di avervi
acconsentito, non ostante tutto l'orrore che se ne prova;
d) carità: si sono ascoltate maldicenze senza
energicamente protestare, si è mancato al dovere della correzione
fraterna per rispetto umano, si è scandalizzato il prossimo
con parole imprudenti, si è visto un agglomeramento di persone
e non si è corsi a vedere se fosse accaduta qualche disgrazia
che richiedesse l'intervento del sacerdote per dare l'assoluzione:
in tutte queste cose si vedono grossi peccati mortali; e) specie
consacrate, che si teme d'aver toccato senza motivo,
onde si vuol purificare mani, vesti; f) parole
della consecrazione, esatta recita dell'ufficio
divino ecc.
III. Inconvenienti e vantaggi dello scrupolo.
942. 1° Chi ha la disgrazia di lasciarsi dominare
dagli scrupoli, ne risente sul corpo e sull'anima deplorevoli
effetti.
a)
Cagionano gradatamente indebolimento e aissesto
[sic] nel sistema nervoso: i timori, le continue angoscie
hanno influsso deprimente sulla sanità del corpo; possono
diventare una vera ossessione e finire in una specie
di idea fissa, che è vicina alla follia.
b)
Acciecano la mente e falsano il giudizio: si perde
a poco a poco la facoltà di discernere ciò che è peccato
da ciò che non è, ciò che è grave da ciò che è leggero,
e l'anima diventa nave senza timone.
c)
La perdita d'ogni devozione ne è spesso la conseguenza:
quel continuo vivere nell'agitazione e nel turbamento rende
lo scrupoloso terribilmente egoista, cosicchè diffida di
tutti, perfino di Dio che stima troppo severo; si lagna
che Dio lo lasci in quell'infelice stato e lo accusa ingiustamente;
e allora è chiaro che la vera devozione non è più possibile.
d)
Finalmente vengono le mancanze e la cadute.
1) Lo scrupoloso logora le forze nel fare sforzi inutili
in cose da poco, cosicchè non glie ne rimangono più abbastanza
per lottare in cose di grande importanza, non potendo l'attenzione
volgersi con intensità su tutti i punti. Quindi sorprese,
mancanze, e talvolta colpe gravi. 2) E poi in tali casi
si cerca istintivamente un sollievo alle proprie pene, e,
non trovandolo nella pietà, si va a cercarlo altrove, in
letture, in amicizie pericolose, onde nascono talora occasioni
di colpe deplorevoli, che gettano in profondo scoraggiamento.
943. 2° Ma chi sappia accettare gli scrupoli
come prova e a poco a poco con l'aiuto d'un savio
direttore correggersene, ne avrà preziosi vantaggi.
a)
Servono a purificar l'anima: uno infatti si studia
di schivare i minimi peccati, le minime imperfezioni volontarie,
onde acquista grande purità di cuore.
b)
Ci aiutano a praticar l'umiltà e l'obbedienza, obbligandoci
a sottoporre con tutta semplicità i dubbi al direttore e
seguirne i consigli con piena docilità non solo di volontà
ma anche di giudizio.
c)
Contribuiscono a darci maggior purità d'intenzione,
distaccandoci dalle consolazioni spirituali per affezionarci
unicamente a Dio, che tanto più amiamo quanto più ci prova.
IV. Rimedi dello scrupolo.
944. Bisogna combattere lo scrupolo subito da principio,
prima che si sia profondamente radicato nell'anima. Ora
il grande, anzi, a dir vero, l'unico rimedio è la piena
e assoluta obbedienza a un savio direttore: oscuratasi
la luce della coscienza, bisogna ricorrere ad altra luce;
lo scrupoloso è come una nave senza timone e senza bussola:
bisogna rimorchiarlo. Il direttore quindi deve guadagnarsi
la confidenza dello scrupoloso, e sapere esercitar
la sua autorità su lui per guarirlo.
945. 1° Bisogna prima di tutto guadagnarsene
la confidenza; perchè non si obbedisce facilmente se
non a chi si ha confidenza. Il che però non è sempre cosa
facile: è vero che gli scrupolosi sentono istintivamente
bisogno di guida, ma alcuni non osano abbandonarsele intieramente;
la consultano volentieri, ma vogliono anche discuterne le
ragioni. Ora con lo scrupoloso, non si deve discutere ma
parlare con autorità, dicendogli nettamente quel che deve
fare.
Per ispirare questa confidenza, il direttore deve
meritarla per competenza e premura.
a)
Lascierà prima parlare il penitente, intercalando solo qualche
osservazione per mostrare che ha capito bene; poi gli farà
qualche interrogazione, a cui lo scrupoloso dovrà solo rispondere
sì o no, dirigendone così l'esame metodico
della coscienza. Poi aggiungerà: capisco bene il caso vostro,
voi soffrite così e così. E già grande sollievo per il penitente
il vedersi ben compreso e talvolta basta questo perchè dia
intiera la sua confidenza.
b)
Alla competenza bisogna aggiungere la premura. Il
direttore quindi si mostrerà paziente, ascoltando
tranquillo le lunghe spiegazioni dello scrupoloso, almeno
a principio; buono, interessandosi di quell'anima
e palesando il desiderio e la speranza di guarirla; dolce,
non parlando con tono severo ed aspro, ma con bontà, anche
quando è obbligato ad usare linguaggio fermo ed imperativo.
Nulla guadagna meglio la confidenza quanto questo misto
di fermezza e di bontà.
946. 2° Guadagnata la confidenza, bisogna esercitare
l'autorità ed esigere obbedienza, dicendo allo
scrupoloso: se volete guarire, dovete ubbidire ciecamente:
obbedendo, siete pienamente al sicuro, quand'anche il direttore
sbagli, perchè Dio in questo momento a voi non chiede altro
che di obbedire. La cosa è talmente così, che se voi non
vi sentiste di obbedirmi, bisogna che vi cerchiate un altro
direttore: la sola ubbidienza cieca vi potrà guarire e vi
guarirà certamente.
a)
Dando gli ordini, il confessore deve parlare franco,
con chiarezza e precisione, schivando ogni ambiguità; in
modo categorico e non condizionato, come, per esempio,
se questo vi disturba non lo fate; ma in modo assoluto:
fate questo, lasciate quello, disprezzate quella tentazione.
b)
Per lo più non bisogna dar ragione degli ordini dati
specialmente a principio; più tardi, quando lo scrupoloso
potrà comprenderne e sentirne la forza, gli si darà brevemente
la ragione, per formargli a poco a poco la coscienza. Ma
soprattutto nessuna discussione sulla sostanza della
risoluzione; se pel momento vi fosse qualche ostacolo ad
eseguirla, se ne tiene conto; ma la risoluzione deve rimanere.
c)
Non bisogna quindi mai disdirsi: prima di risolvere,
si riflette bene, e non si danno ordini che non si possano
poi mantenere; ma dato che sia, l'ordine non si deve più
revocare, finchè un fatto nuovo non richieda un cambiamento.
d)
Per assicurarsi che l'ordine sia stato capito bene, gli
si fa ripetere; dopo non resta che farlo eseguire.
È cosa difficile, perchè lo scrupoloso talora indietreggia
davanti all'esecuzione come il condannato davanti al supplizio.
Ma gli si dice chiaro che dovrà renderne conto; se non ha
seguito il consiglio, non gli si darà ascolto finchè non
l'abbia eseguito. Può darsi quindi che si debba ripetere
più volte la stessa prescrizione finchè non sia eseguita
bene; e si fa senza impazienza ma con crescente fermezza
e lo scrupoloso finisce con obbedire.
947. 3° Venuto il tempo, il direttore inculca il
principio generale, che darà modo allo scrupoloso
di disprezzar tutti i dubbi; occorrendo, lo può anche dettare
in questa o altra simile forma: "Per me, in fatto
di obbligo di coscienza, non c'è che l'evidenza
che conta, ossia certezza tale che escluda ogni dubbio,
certezza calma e piena, chiara come due e due fanno quattro;
io quindi non posso commettere peccato mortale o veniale
se non quando ho certezza assoluta che l'azione che sto
per fare è per me proibita sotto pena di peccato mortale
o veniale, e che, pur sapendo questo, io voglia
farla a qualunque costo. Non presterò dunque attenzione
alcuna alle probabilità per forti che siano, e non mi crederò
legato che dall'evidenza chiara e certa; fuori di questo
caso, per me nessun peccato". Quando lo scrupoloso si presenterà
affermando di aver commesso un peccato veniale o mortale,
il confessore gli dirà: Potete giurare di aver chiaramente
visto, prima di operare, che quell'azione era peccato e
che, avendolo chiaramente visto, pure ci avete dato pieno
consenso? -- Questa interrogazione chiarirà la regola e
la farà capir meglio.
948. 4° Bisogna infine applicar questo principio
generale alle difficoltà particolari che si presentano.
a)
Riguardo alle confessioni generali, lasciatene fare
una, non si permetterà più di ritornarvi sopra se
non sono evidenti questi due punti: 1) un peccato
mortale certamente commesso; e 2) certezza che tal
peccato non fu mai accusato in alcuna confessione
valida. Del resto dopo qualche tempo, il confessore dirà
che non bisogna più assolutamente ritornar sul passato,
e che se qualche peccato fosse stato omesso, resta perdonato
con gli altri.
b)
Quanto ai peccati interni di pensieri e di desideri,
si darà questa regola: durante la crisi, stornar
l'attenzione pensando ad altro; dopo la crisi, non
esaminarsi per vedere se si è peccato (il che richiamerebbe
la tentazione) ma tirare avanti occupandosi dei doveri del
proprio stato, e comunicarsi finchè non si abbia evidenza
d'aver pieno consenso (n. 909).
949. c) La comunione è spesso una
tortura per gli scrupolosi: temono di non trovarsi in istato
di grazia o di non esser digiuni. Ora 1) la paura
di non trovarsi in stato di grazia mostra che non ne sono
certi; devono quindi comunicarsi e la comunione li metterà
in istato di grazia caso mai che non vi fossero; 2) il digiuno
eucaristico non deve impedire agli scrupolosi di comunicarsi
se non quando siano assolutamente certi di averlo
rotto.
d)
La confessione è per loro anche maggior tortura,
onde conviene semplificarla. Quindi si dirà loro: 1) voi
non siete obbligato che ad accusare i peccati certamente
mortali; 2) dei peccati veniali dite solo quelli
che vi verranno in mente dopo cinque minuti di esame; 3) quanto
alla contrizione, consacrerete sette minuti a domandarla
a Dio e ad eccitarvici e l'avrete; -- ma io non la sento
punto: -- non è necessario, perchè la contrizione è atto
della volontà che non cade sotto la sensibilità. -- Anzi
in certi casi, quando lo scrupolo è molto intenso, si prescriverà
ai penitenti di contentarsi di questa accusa generica: mi
accuso di tutti i peccati commessi dall'ultima confessione
e di tutti quelli della vita passata.
950. 5° Risposta alle difficoltà. Può essere
che il penitente dica al confessore: lei mi tratta da scrupoloso,
ma io non lo sono. -- Gli si risponderà: non sta a voi il
giudicarne, sta a me. Ma siete poi ben sicuro di non essere
scrupoloso? Dopo la confessione siete, come tutti gli altri,
calmo e tranquillo? Non avete invece dubbi e angustie che
gli altri in generale non hanno? Non siete dunque in istato
normale: c'è in voi un certo squilibro sotto l'aspetto
fisico e morale; avete quindi bisogno di trattamento speciale;
obbedite dunque senza discutere e guarirete; altrimenti
il vostro stato non farà che aggravarsi.
Solo con questi e altri simili mezzi si riesce, con la grazia
di Dio, a guarire questa desolante malattia dello scrupolo.
APPENDICE
SUL DISCERNIMENTO DEGLI SPIRITI 951-1.
951. Dei diversi spiriti che operano in noi.
Nel corso delle pagine precedenti, abbiamo più volte parlato
dei vari moti che ci spingono al bene o al male.
È quindi cosa molto importante il conoscere quale sia la
fonte di questi moti.
In teoria possono venire da sei diversi principii:
a)
da noi stessi, dallo spirito che ci spinge verso
il bene, o dalla carne che ci spinge verso il male;
b)
dal mondo, in quanto opera, per mezzo dei sensi,
sulle nostre facoltà interne per trarle al male, n. 212;
c)
dagli angeli buoni, che eccitano in noi buoni pensieri;
d)
dai demoni, che operano invece sui nostri sensi esterni
o interni per spingerci al male;
e)
da Dio, che solo può penetrare fin nel più intimo
dell'anima e che non ci porta mai se non al bene.
952. In pratica però, basta sapere se questi
moti vengono dal buono o dal cattivo principio;
dal buon principio: da Dio, dagli angeli buoni o
dall'anima aiutata dalla grazia; dal cattivo principio:
dal demonio, dal mondo o dalla carne. Le regole che ci aiutano
a descernerli l'uno dall'altro si dicono regole sul discernimento
degli spiriti. Già S. Paolo ne aveva posto il fondamento,
distinguendo nell'uomo la carne e lo spirito e, fuori di
lui, lo Spirito di Dio che ci porta al bene e gli angeli
decaduti che ci sollecitano al male. Da allora gli autori
spirituali, come Cassiano, S. Bernardo, S. Tommaso, l'autore
dell'Imitazione (l. III, c. 54-55), S. Ignazio, stesero
regole per discernere gli opposti moti della natura e della
grazia.
953. Regole di S. Ignazio che convengono
specialmente agl'incipienti.
Le due prime regole riguardano la condotta diversa che lo
spirito buono e il maligno tengono verso i peccatori
e verso le persone fervorose.
1° Prima regola. Ai peccatori, che non mettono
freno alcuno alle passioni, il demonio propone piaceri apparenti
e voluttà per ritenerli e tuffarli sempre più nel vizio;
lo spirito buono invece eccita nella loro coscienza turbamenti
e rimorsi per farli uscire dal tristo loro stato.
Seconda
regola. Quando si tratta di persone sinceramente
convertite, il demonio eccita in loro tristezza e tormenti
di coscienza e ostacoli di ogni sorta per disanimarle e
arrestarne i progressi. Lo spirito buono invece dà loro
coraggio, forze, buone ispirazioni, per farle avanzare nella
virtù. Si giudicherà quindi l'albero dai frutti: tutto ciò
che ostacola il progresso viene dal demonio, tutto ciò che
lo asseconda viene da Dio.
954. 2° La terza regola riguarda le consolazioni
spirituali. Provengono dallo spirito buono: 1) quando
producono interni moti di fervore: prima una scintilla,
poi una fiamma, infine un braciere ardente d'amor divino;
2) quando fanno versar lagrime che sono veramente espressione
dell'interna compunzione o dell'amore di Nostro Signore;
3) quando aumentano la fede, la speranza, la carità, o quietano
e tranquillano l'anima.
955. 3° Le regole seguenti (4ª-9ª) riguardano le
desolazioni spirituali: 1) le desolazioni consistono
in tenebre nello spirito o inclinazioni della volontà a
cose basse e terrestri che rendono l'anima triste, tiepida
e accidiosa; 2) non bisogna allora cambiar nulla delle risoluzioni
prese prima, come suggerirebbe lo spirito maligno, ma restar
saldi nelle precedenti risoluzioni; 3) bisogna anche approfittarne
per diventar più fervorosi, per dare maggior tempo alla
preghiera, all'esame di coscienza, alla penitenza: 4) confidar
nell'aiuto divino, il quale, benchè non sentito, ci è veramente
dato per aiutar le nostre facoltà naturali a fare il bene;
5) aver pazienza e sperare che la consolazione ritornerà;
pensare che la desolazione può essere castigo della
nostra tiepidezza; prova, volendo Dio farci toccar
con mano quello che possiamo quando siamo privi di consolazioni;
lezione, volendo Dio mostrarci che siamo incapaci
a procurarci consolazioni e guarirci così dall'orgoglio.
956. 4° La regola undecima ritorna sulle
consolazioni per avvertirci che bisogna allora far
provvista di coraggio, onde comportarsi poi bene nel tempo
della desolazione; e per dirci che dobbiamo umiliarci vedendo
quanto poco possiamo se veniamo privati della consolazione
sensibile, e che possiamo invece molto nel tempo della desolazione
se ci appoggiamo a Dio.
957. 5° Le tre ultime regole
12ª-14ª espongono, a fine di svelarle, le astuzie usate
dal demonio per sedurci: a) opera come la mala donna,
che è debole quando le si resiste, ma ardente e crudele
quando le si cede; onde bisogna vigorosamente resistere
al demonio; b) si regola come un seduttore che vuole
il secreto dalla persona da lui sollecitata al male; quindi
il miglior mezzo di vincerlo è di svelare tutto al direttore;
c) imita un capitano che, per conquistare una piazza,
la assale dal lato più debole; onde è necessario invigilare
su questo punto debole nell'esame di coscienza.
SINTESI
DI QUESTO PRIMO LIBRO.
Il fine inteso dagl'incipienti è la purificazione dell'anima,
onde, liberi dagli avanzi e dalle occasioni del peccato,
potersi unire a Dio.
958. Per ottener questo fine ricorrono alla preghiera;
porgendo a Dio i doveri religiosi, lo inclinano a perdonar
loro tutte le colpe passate; invocandolo con fiducia, in
unione col Verbo Incarnato, ottengono grazie di contrizione
e di fermo proponimento che ne purificano vie più l'anima
e li preservano da future ricadute. Questo buon risultato
si ottiene in modo anche più sicuro con la meditazione:
le incrollabili convinzioni che vi si acquistano con lunghe
e serie riflessioni, gli esami di coscienza che meglio ci
mostrano le nostre miserie e la nostra povertà, le preghiere
ardenti che sgorgano allora dal fondo di questo povero cuore,
le risoluzioni che vi si prendono e che si cerca di praticare,
son tutte cose che purificano l'anima, le ispirano orrore
al peccato e alle sue occasioni e la rendono più forte contro
le tentazioni, più generosa nella pratica della penitenza.
959. Perchè, intendendo meglio la gravità dell'offesa
fatta a Dio col peccato e lo stretto dovere di ripararla,
l'anima entra coraggiosamente nelle vie della penitenza;
in unione con Gesù, che volle essere penitente per noi,
alimente in cuore sentimenti di confusione, di contrizione
e d'umiliazione, e piange continuamente i suoi peccati.
Con questi sentimenti, si dà alle austerità della penitenza,
accetta generosamente le croci provvidenziali che Dio le
manda, s'impone privazioni, pratica limosine e così ripara
il passato.
Per schivare il peccato nell'avvenire, pratica la mortificazione,
disciplinando i sensi esterni e gli interni, l'intelligenza
e la volontà, insomma tutte le sue facoltà per assoggettarle
a Dio e non far nulla che non sia conforme alla sua santa
volontà.
È
vero che vi sono in lei profonde tendenze cattive che si
chiamano i sette peccati capitali; ma, appoggiandosi
sulla divina grazia, pone mano a schiantarli o almeno a
svigorirli; lotta valorosamente contro ognuno di loro in
particolare, e viene il momento che li ha sufficientemente
domati.
Nonostante tutto questo lavorìo, dai bassi findo dell'anima
sbucheranno fuori le tentazioni, talora terribili,
eccitate dal mondo e dal demonio. Ma, senza disanimarsi,
appoggiata su Colui che ha vinto il mondo e la carne, l'anima
lotterà subito e finchè sarà necessario contro gli assalti
del nemico; e, con la grazia di Dio, il più delle volte
questi assalti non saranno che occasione di vittoria; se
sciaguratamente avvenisse una caduta, l'anima, umiliata
ma confidente, si getterebbe subito nelle braccia della
divina misericordia per implorarne il perdono. Una caduta
così riparata non sarebbe di ostacolo al suo avanzamento
spirituale.
960. Dobbiamo tuttavia aggiungere che le purificazioni
attive descritte in questo primo libro non bastano a
rendere l'anima perfettamente pura. Il lavoro di purificazione
deve quindi continuare nel corso della via illuminativa
con la pratica positiva delle virtù morali e teologali.
E non sarà compito se non quando verranno, nella via unitiva,
quelle purificazioni passive, così bene descritte
da S. Giovanni della Croce, che danno all'anima la perfetta
purità di cuore, che è ordinariamente necessaria alla
contemplazione. Ne parleremo nel terzo libro.
901-1 Rodriguez,
Prat. della perf., P. IIª, Tr. 3; S. Fr. di Sales,
La Filotea, P. IV, c. III-X; Scaramelli, Direttorio
ascetico, t. II, art. X; Schram, Instit. Theol.
myst., § CXXXVII-CXLIX; W. Faber, Il Progresso,
c. XVI; P. de Smedt, Notre vie surnat., P.
IIIª, C. III; Ribet, L'ascétique, c. X; Mgr
Gay, Vita e virtù cristiane, t. I, tr. VIII;
Lehen, La via della pace inter., (Salesiana,
Torino) P. IIIª, c. IV; Dom Lehodey, Le saint
Abandon, p. 332-343; Bruneteau, Tentazioni
del giovane (Marietti, Torino).
902-1 Jac.,
I, 13.
902-2 I
Cor., X, 13.
904-1 Tob.,
XII, 13.
906-1 La
Filotea, P. IV., c. III (Salesiana, Torino).
907-1 S.
Fr di Sales racconta (La Filotea, P. IVª, c.
IV) che a S. Caterina da Siena, violentemente tentata contro
la castità, Nostro Signore disse: "Dimmi un poco: quei brutti
pensieri del tuo cuore ti davano piacere o tristezza, amarezza
o diletto?" Caterina rispose: "Somma amarezza e tristezza".
Nostro Signore la consolò aggiungendo che quelle pene erano
gran merito e gran guadagno.
907-2 La
Filotea, l. c., c. VI.
908-1 "Si
è talora colti da qualche sollecito di dilettazione prima
che si sia avuto tempo di mettersi bene in giardia: or ciò
non può essere per lo più che un ben leggiero peccato veniale,
il quale però si fa maggiore se, appena uno si è accorto
del male in cui si trova, rimane per negligenza a discutere
qualche tempo con la dilettazione, se la debba accogliere
o rifiutare." (La Filotea, l. c., c. VI).
911-1 Matth.,
XXVI, 41.
912-1 Marc.,
XIV, 29.
912-2 I
Cor., X, 12.
912-3 I
Cor., X, 13.
912-4 Questa
mollezza è ben descritta da Mgr Gay, Vita e virtù
crist., Tr. VIII, pag. 525-526: "Dorme e resta quindi
esposta ai colpi del nemico l'anima pigra, l'anima molle,
codarda, pusillanime, che di ogni sacrificio si spaventa,
di ogni lavoro serio si abbatte, che, ricca forse di desideri,
resta povera di risoluzioni e più ancora di opere, che si
risparmia in tutto, che segue quasi sempre le sue inclinazioni
e si abbandona alla corrente".
914-1 La
Filotea, P. IVª, c. IX.
914-2 Eccli.,
XXI, 2.
915-1 Marc.,
VIII, 33.
916-1 La
Filotea, P. IVª, c. VII.
919-1 Luc.,
XV, 21.
919-2 Si
veda G. Tissot, L'arte di utilizzare le proprie
colpe secondo le dottrine di S. Francesco di Sales.
919-3 De
corrept. et gratiâ, c. I.
920-1 S.
Fr. di Sales, La Filotea, P. IVª, c. XIII-XV;
F. Guilloré, Les secrets de la vie spirituelle,
tr. VI; G. Faber, Progressi, c. XXIII; Dom
Lehodey, Le saint Abandon, p. 344 ss.; P. de
Smedt, Notre vie surnat., P. IIIª, c. V.
923-1 S.
Fr. di Sales, La Filotea, P. IVª, c. XIII.
924-1 La
Filotea, P. IVª, c. XIII.
927-1 La
Filotea, P. IVª, c. XIV.
928-1 Luc.,
XXII, 42.
934-1 S.
Ignazio, Eserc. spir., Regulæ de scrupulis; Alzarez
de Paz, t. II, l. I, P. IIIª, c. XII, § V; Scaramelli,
Dirett. ascetico, tr. II, art. XI; Schram,
Inst. theol. mysticæ, t. I, § 73-83; S. Alfonso,
Theol. Mor., tr. I, De conscientia, n. 10-19; Lombez,
Paix intérieure, P. IIª, c. VII; G. Faber,
Progresso, c. XVII; Dubois, L'angelo conduttore
delle anime scrupolose; P. De Lehen, La via
della pace interna, P. IVª; A. Eymieu, Il
governo di sè, t. II, L'ossessione e lo scrupolo; Dom.
Lehodey, Le saint Abandon, p. 407-414; Gemelli,
De scrupulis, 2ª edizione, 1921; Turco, Il
trattamento morale dello scrupolo e dell'ossessione morbosa
(Marietti, Torino).
951-1 S.
Tommaso, Iª IIæ, q. 80, a. 4; De
Imitatione Christi, l. III, c. 54, De diversis motibus
naturæ et gratiæ; S. Ignazio, Exercitia spiritual.,
Regulæ aliquot, etc.; Scaramelli, Il discernimento
degli spiriti; Card. Bona, De discretione
spirituum; Ribet, L'Ascétique, c. XL;
Mgr A. Chollet, Discernement des esprits, Dict.
de Théologie, t. IV, 1375-1415, con copiosa bibliografia.