Condotta
ammirabile della Divina Provvidenza
di
Sant'Alfonso Maria de'Liguori
ALLA
SANTITÀ DI NOSTRO SIGNORE PAPA PIO VI.
BEATISSIMO
PADRE,
Avendo
io data alle stampe la presente operetta sulla Condotta
della divina provvidenza in condurre l'uomo per mezzo di
Gesù Cristo all'eterna felicità, ho stimata
cosa propria dedicarla alla Vostra Santità, che al
presente come vicario di Cristo ha il governo della chiesa
militante, per mezzo della quale sono tutte le anime fedeli
dirette alla patria beata. Il glorioso governo della Santità
Sua, incominciato con tanta saviezza, prudenza e zelo, con
tanto distacco dal proprio sangue, coll'accompagnamento
di tante luminose virtù, colla scelta di tanti buoni
ministri e colla destinazione di tanti degni vescovi, fanno
certamente sperare l'universale tranquillità della
chiesa. Pertanto le umilio quest'operetta, composta in questi
ultimi anni di mia vita e la quale verisimilmente penso
che sarà l'ultima da me data fuori, giacché
da quattro o cinque mesi in qua vedo che la testa mi va
lasciando; supplicandola a correggerla, se vi trova cosa
che non le piaccia: e se mai v'è cosa che stimi utile
al profitto dei figli della chiesa, la supplico a benedirla
insieme coll'autore, il quale vive troppo obbligato alle
moltiplicate grazie concessegli dalla Santità Vostra
in averlo sgravato dal peso del vescovado, a sostenere il
quale, sì per l'età cadente come per li diversi
morbi che gli annunziano vicina la morte, erasi renduto
inabile; oltre le particolari carità e favori che
con tanta benignità gli ha dispensati. Il medesimo
promette in tutt'i giorni di sua vita nelle sue miserabili
orazioni di pregar sempre per la conservazione della Santità
Sua. Intanto Ella si degli di diffondere sovra di me e de'
miei compagni la sua apostolica benedizione, che col bacio
de' suoi santi piedi, umilissimamente imploro.
Di
V. Santità
Umiliss.
divotiss. ed obbligatiss. figlio e servo
ALFONSO
M. DE LIGUORI VESCOVO.
RISTRETTO
DELL'OPERA - NECESSARIO A LEGGERSI PER INTENDERE TUTTO QUEL
CHE NELLA MEDESIMA SI CONTIENE
1.
In questo ristretto si accenna in breve ciò che si
tratterà nell'opera; nella quale intendiamo di mettere
in prospettiva quanto ha fatto Iddio per render l'uomo felice
in questa e nell'altra vita. Parlandosi delle opere fatte
da Dio a beneficio delle sue creature, bisogna sempre intendere
che quanto egli ha operato fuori di sé, tutto l'ha
fatto per la sua gloria: Universa propter semetipsum
operatus est Dominus. Prov. 16, 4. Né poteva
altrimenti operare; perché, essendo egli il supremo
Signore e l'ente più degno di esser glorificato,
non poteva operare per altro fine che per la gloria sua.
Questa sua gloria sta nella manifestazione de' suoi divini
attributi, della potenza, della sapienza e specialmente
della sua bontà; e perché la bontà
è per sé naturalmente inclinata a comunicare
i suoi beni anche agli altri, perciò Iddio, ch'è
bontà infinita per sua natura (Deus cuius natura
bonitas), come scrive s. Leone e come prova s. Tomaso,
1. part. qu. 19. art. 1., ha per sua natura una somma inclinazione
e desiderio di far parte dei beni che gode alle sue creature.
2.
A questo fine pertanto egli ha creati gli uomini per renderli
partecipi della medesima sua felicità e consorti
della sua natura, come scrive s. Pietro: Ut per haec efficiamini
divinae consortes naturae; 2. ep. 1. 4. Insieme poi cogli
uomini ha creato questo mondo con tante belle creature che
l'adornano, affinché tutte servano ad essi uomini
per conseguir la felicità eterna ch'egli ha preparata
a tutti coloro che gli son fedeli in ubbidire a' suoi precetti.
Sicché il Signore ha fatto gloria sua il nostro bene:
e perciò la santa chiesa c'impone di ringraziare
Iddio per la gloria sua con quelle parole che si dicono
nella messa dal sacerdote in nome di
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tutto
il popolo cristiano: Gratias agimus tibi propter magnam
gloriam tuam. Come va questo, che noi ringraziamo il
nostro creatore per la gloria sua? La gloria di Dio è
bensì oggetto di compiacenza di tutte le anime che
l'amano, ma come la divina gloria può essere oggetto
de' nostri ringraziamenti? Sì, ben dobbiamo noi ringraziare
il Signore della gloria sua, mentre ha voluto egli far gloria
sua la nostra felicità.
3.
Quindi su questo fondamento andremo noi scorgendo nella
presente opera quanto è stata ammirabile la condotta
da Dio tenuta nell'eseguire per mezzo di tanti prodigj il
suo amoroso disegno di render l'uomo beato. Forma egli l'uomo
a sua immagine, gli dà un'anima spirituale ed immortale,
ornata delle potenze di memoria, intelletto e volontà;
ma il dono più grande che le comparte è l'innalzarla
all'ordine sovrannaturale, comunicandole la sua grazia.
Ma l'uomo ingrato, appena posto nel mondo, lo disubbidisce,
cibandosi del pomo vietato, e con ciò si fa reo con
tutti i suoi discendenti della morte temporale ed eterna
già minacciata. Tuttavia non volle il Signore abbandonarlo
nel suo peccato, e per riparare alla di lui ruina stabilisce
di mandare in terra l'unigenito suo Figliuolo a farsi uomo
e morire per gli uomini e così redimerli dalla morte
eterna. Non lo manda già subito, ma differisce ad
inviarlo per quaranta secoli, acciocché l'uomo conosca
fra questo tempo la deformità della sua colpa, il
precipizio nel quale è caduto ed insieme la necessità
del rimedio, e così procuri con maggior desiderio
d'impetrarlo colle preghiere e si disponga a riceverlo con
maggior gratitudine.
4.
In quest'opera non si farà già una storia
generale di tutti gli avvenimenti accaduti dal principio
del mondo, ma solamente si farà menzione de' fatti
più principali che riguardano la religione e che
maggiormente ci fan conoscere la cura tenuta da Dio nell'antica
e nella nuova legge in conservare e difender la sua chiesa
a fronte di tutti gli sforzi de' demonj e degli uomini che
han cercato di devastarla.
5.
Si vedrà come, essendosi già moltiplicato
il genere umano, Iddio fondò la sua chiesa, eleggendo
per suo popolo quei pochi che gli erano restati fedeli dalla
moltitudine di tutti gli altri immersi nelle tenebre del
vizio e dell'infedeltà. A questi pochi partecipò
la notizia del vero Dio e del futuro Messia, che dovea un
giorno riparar la perdita fatta dagli uomini della divina
grazia, fortificandoli con modo particolare a resistere
ai nemici della loro salute. E castigò tutti gli
altri che, non ostante il castigo del diluvio predicato
da Noè da parte del Signore, vollero restare ostinati
nelle loro scelleraggini, facendoli morir sommersi col diluvio
universale.
6.
Preservò nondimeno il Signore dal comune flagello
nell'arca la famiglia di Noè, la quale presto si
moltiplicò, e di nuovo riempì la terra. E
da quel tempo sino alla venuta del Messia procurò
Dio di conservar nel suo popolo per mezzo dei profeti i
lumi già dati a' patriarchi, replicando loro la promessa
e la speranza del rimedio de' mali cagionati dal peccato
colla venuta del Redentore.
7.
Giunge poi il tempo della redenzione; scende dal cielo il
Figliuolo di Dio, si veste di carne umana nell'utero della
vergine Maria, e dopo avere illuminata la terra per lo spazio
di trent'anni co' suoi divini esempi annunzia la salute
al suo popolo e predica la nuova legge. Ma perché
il popolo ricusa di riconoscerlo per suo Salvatore e lo
riprova con farlo morire in croce condannato da Pilato,
il Signore riprova questo suo popolo ed in pena di non averlo
voluto credere dopo tante chiare predizioni e segni certi
della sua venuta dispone che per mezzo de' romani sia discacciato
dal proprio regno e vada ramingo e disperso per la terra,
palesando da se stesso con ciò la pena della sua
ostinazione. All'incontro si elegge Iddio un popolo nuovo,
chiamando un gran numero di gentili ad abbracciar la fede
per mezzo degli apostoli; ed i chiamati vengono ubbidienti
a comporre la nuova chiesa, che sempre è stata e
sarà sostenuta dal Signore per mezzo della croce,
poiché in virtù della croce è stata
abbracciata la fede per tutta la terra.
8.
Indi si parlerà della fortezza de' martiri, che colla
loro costanza nel soffrire i tormenti e la morte furono
cagione che la fede maggiormente si aumentasse. Si farà
anche menzione delle eresie più celebri che sembravano
per qualche tempo dovere abbatter la fede, ma finalmente
poi sono mancate. Le profezie del vecchio testamento, tutte
poi avverate nel nuovo, e la conversione de' gentili coll'ostinazione
degli ebrei, come vedremo, fanno troppo chiaramente conoscere
la verità della nostra fede.
9.
Fra tutto poi questo tempo si vedranno le esaltazioni di
diversi regni ed imperj ed indi le loro cadute: specialmente
si ammireranno le vicende gloriose e funeste dell'impero
romano; e si vedrà che tutti questi sollevamenti
e ruine di diversi dominj tutti han cooperato al disegno
di Dio di conservar sempre illesa e di aumentar la sua chiesa.
10.
Si parlerà indi delle morti funeste che han fatte
i tiranni i quali han perseguitati i cristiani coi tormenti
per far loro perder la fede; e le morti spaventose che hanno
fatte gli eretici che han cercato colle false dottrine di
pervertire i cattolici per separarli dalla vera chiesa.
Gli ebrei all'incontro, quantunque avessero veduta abbracciata
da per tutto la fede di Gesù Cristo da tante nazioni
del mondo e benché avessero avuti molti segni e prove
certe della venuta del Messia, han voluto restare ostinati
in non volerlo credere né ricevere. Ma nella fine
del mondo, secondo ci fan sapere le divine Scritture, Iddio
avrà di loro compassione, e per mera sua misericordia
avranno la grazia di ravvedersi de' loro inganni ed abbracceranno
la fede di Gesù Cristo.
11.
Finalmente nel giudizio finale Iddio manifesterà
agli uomini la rettitudine e saviezza di tutta la sua condotta
nel governo del mondo, e ciò sarà di eterno
gaudio a tutti coloro che sono stati a Dio fedeli; ed all'incontro
sarà di somma confusione agli empj: sicché
in fine tutto ridonderà in esaltazione della divina
gloria, per la quale già il Signore ha creato il
mondo.