"Sorga il Signore e siano dispersi i suoi nemici"

 


 

 

 

 

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Le virtù cardinali

della Comunità Cattolica "Cristo Maestro"

 

La giustizia

 

La giustizia si può definire come la virtù morale che consiste nella disposizione abituale di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. Ne abbiamo un esempio chiaro in Lv 19,15: "Non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente". Nel NT Cristo ne offre una formulazione concisa e completa al tempo stesso: "Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio" (Mt 22,21). Ciò significa che la guarigione completa di tutti i rapporti, di cui un uomo è il soggetto, consiste nel non essere in difetto verso Dio e verso gli uomini. Questa armonia riconquistata in tutte le relazioni prende il nome appunto di "giustizia".

Il primo e più importante ambito in cui si muove la virtù della giustizia è rappresentato dai doveri verso Dio. Occorre interrogare la Scrittura per sapere quali sono. Precisiamo subito che la parola "doveri" non va intesa, in questo contesto, nel suo significato giuridico: vale a dire che i doveri verso Dio, come quelli verso il prossimo, in quanto ispirati dalla virtù, non sono equiparabili ai "doveri" che invece risultano da una obbligazione derivante dalla legge. E' vero che la pietà si può imporre per legge, come si impone per legge la fedeltà ai coniugi, ma non è virtù quel gesto intrinsecamente buono che si compie solo per conformarsi a un dettame esteriore. E' fin troppo chiaro che qualunque coniuge si sentirebbe umiliato se sapesse che il suo partner gli conserva fedeltà solo perché così stabilisce la legge. Lo stesso tipo di umiliazione patisce Cristo da parte di tutti coloro che frequentano la Messa domenicale con una disposizione simile. La virtù è invece una forza che spinge la persona dall'interno sotto la luce della verità e non sotto quella di un qualche codice.
Fatta questa premessa, possiamo interrogare la Bibbia sulla giustizia.

Il punto di partenza non può che essere la domanda cruciale che uno scriba pone a Cristo: "Qual è il primo di tutti i comandamenti?" (Mc 12,28). Con l'espressione "primo dei comandamenti" lo scriba ha inteso alludere ai doveri fondamentali richiesti da Dio verso se stesso. Ed è proprio in questa stessa linea che Cristo risponde: "Il primo è: Ascolta Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il cuore" (v. 29). Subito dopo, superando i confini della domanda dello scriba, il Maestro aggiunge spontaneamente un'altra verità non richiesta: il secondo comandamento, che è simile al primo. Ma di questo parleremo più tardi. I doveri fondamentali verso Dio sono sintetizzati da Cristo con tre concetti presi dal Deuteronomio: l'ascolto, la professione del monoteismo, un amore verso Dio superiore all'amore che si ha verso se stessi.

Il rapporto con Dio, e tutti i "doveri" inerenti a questo rapporto, ha inizio con la disposizione dell'ascolto. Diciamo pure che questo è il culto che Dio gradisce più di ogni altro gesto. In questo senso possiamo comprendere il testo di Qoelet: "Bada ai tuoi passi quando ti rechi alla casa di Dio. Avvicinarsi per ascoltare vale più del sacrificio offerto dagli stolti che non comprendono neppure di far male" (4,17). Dio insomma è glorificato dall'uomo che prende sul serio la sua Parola. L'ascolto della Parola di Dio è ripetutamente comandato in tutte le parti della Scrittura. Ci limitiamo a pochi testi rappresentativi. "Se vorrete ascoltare la mia voce… voi sarete per me la mia proprietà tra tutti i popoli" (Es 19,5); "Se ascolterete la voce del Signore… voi vivrete" (1 Sam 12,14); "Ascolterò che cosa dice Dio" (Sal 85,9); "Ascoltate la voce del Signore vostro Dio" (Ger 26,16). Nello stesso tempo, la capacità di ascoltare Dio in questo senso profondo è descritta dalla Bibbia come il risultato di un dono di grazia che sboccia su una coscienza che si è allontanata dal peccato: "Nella terra del loro esilio ritorneranno in sé… Darò loro un cuore e orecchi che ascoltano" (Bar 2,30-31). Qui i riferimenti si potrebbero moltiplicare a centinaia, perché si tratta di un tema su cui le Scritture insistono oltre ogni misura. I testi già citati ci sembrano comunque sufficienti. Aggiungiamo soltanto che all'ascolto di Dio va unita inscindibilmente la memoria. La Parola di Dio e le sue opere vanno conosciute e conservate nella memoria, tanto che la loro dimenticanza è equiparabile a un peccato di omissione: "Ma guardati e guardati bene dalle cose che i tuoi occhi hanno viste… Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli" (Dt 4,9). Con l'espressione "le cose che i tuoi occhi hanno viste" non si può intendere altro che il contenuto stesso della Bibbia, cioè la storia della salvezza nel suo insieme, ignorare la quale, o dimenticarla, è già un grave peccato davanti a Dio, come si vede dalla esortazione duplice: "guardati e guardati bene". Alla luce di questo si comprende fino a che punto ingannino se stessi coloro che cercano la salvezza nella partecipazione fisica alle iniziative della Chiesa, senza curarsi del proposito del salmista: "Ascolterò che cosa dice Dio" (Sal 85,9) né dell'avvertimento del Qoelet: "Bada ai tuoi passi quando ti rechi alla casa di Dio. Avvicinarsi per ascoltare vale più del sacrificio offerto dagli stolti che non comprendono neppure di far male" (4,17).

Il secondo nucleo in cui Gesù sintetizza i "doveri" verso Dio è costituito dalla professione radicale del monoteismo. Le conseguenze interiori ed esteriori del monoteismo sono molteplici e variegate. Interroghiamo ancora le Scritture per conoscere le maggiori di esse.
Al monoteismo si oppone l'idolatria, questo è chiaro, ossia l'adorazione di ciò che non è Dio. L'adorazione di ciò che non è Dio non si compie solo con l'adesione esplicita a un culto straniero, ma in molte altre maniere sottili e camuffate, che solo una grande attenzione e un profondo discernimento possono smascherare. Vi sono idolatrie manifeste e idolatrie occulte. Le idolatrie manifeste sono facilmente identificabili, dal momento che sono strettamente connesse alle cose corporee. La forma più esteriore e più grossolana di idolatria è un rapporto disordinato con il corpo umano. L'Apostolo Paolo ne fa menzione in più punti delle sue lettere. Questo genere di idolatria consiste nel separare la persona dal suo corpo e trattare il corpo come uno strumento o un oggetto di cui fruire. E' un atteggiamento tipico del mondo precristiano e in particolare della cultura pagana. Agli Efesini Paolo dice: "Vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani nella vanità della loro mente… Diventati così insensibili si sono abbandonati alla dissolutezza, commettendo ogni sorta di impurità" (4,17). E ai Tessalonicesi: "Ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine come i pagani che non conoscono Dio" (1 Ts 4,4-5). Il messaggio è chiaro i cristiani differiscono dai pagani in questo punto essenziale: non trattano più il corpo umano come se fosse un giocattolo. I cristiani trattano anche la materialità del corpo umano come se fosse un "soggetto" e non un oggetto. La motivazione di questa trasformazione etica del mondo non è tanto da ricercarsi nel concetto di dignità della persona, non ignoto alla cultura greca, ma in un altro concetto, assolutamente originale, che non si trova neppure nell'AT. Paolo lo esprime con queste parole: "Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio e che non appartenete più a voi stessi?" (1 Cor 6,19). La ragione profonda che spinge i cristiani a trattare il proprio corpo come un soggetto sta nella presenza personale dello Spirito Santo in ciascun battezzato. Da quel momento in poi il battezzato è un "Tempio" dove dimora lo Spirito di Dio. Quindi non è più possibile fruirne a proprio piacimento senza contristare lo Spirito di Dio inabitante. Grazie alla presenza dello Spirito anche la materialità del corpo umano ha conquistato, per così dire, una certa "soggettività" e non deve più essere degradato alla dimensione degli oggetti.
Questo enunciato paolino che stiamo esaminando offre però una seconda motivazione integrativa: "Non appartenete a voi stessi" (1 Cor 6,19). La presenza dello Spirito di Dio nel nostro corpo è il sigillo di una appartenenza irrevocabile a Dio, dal momento che siamo stati "comprati" da Lui a caro prezzo (cfr. v. 20), cioè a prezzo del Sangue del Figlio. Non possiamo più disporre di noi stessi perché, a partire dal battesimo, abbiamo cessato di appartenere a noi stessi. Inoltre, la presenza dello Spirito ci costituisce Corpo di Cristo, perciò i nostri corpi sono il Corpo di Cristo: "Non sapete che i vostri corpo sono membra di Cristo?" (1 Cor 6,15). Ciò significa che non si può strumentalizzare il corpo di un cristiano (sia proprio, sia altrui), senza, per ciò stesso, strumentalizzare il Corpo di Cristo. A questo si deve aggiungere che il corpo umano è destinato alla risurrezione, ed è questo un ulteriore argomento a favore della sua "soggettività": "Il corpo non è per l'impudicizia ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio, poi, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza" (1 Cor 6,13-14). Vi sono poi le idolatrie legate al possesso dei beni, anche qui la Scrittura abbonda di avvertimenti; qui ci limitiamo a rimandare alla lettura del Vangelo di Luca, specialmente il cap. 12 e il 16.
Passando però dall'esterno all'interno della persona, ci si imbatte in idolatrie ben più sottili e nascoste. Vi sono idolatrie che colpiscono l'intelletto e idolatrie che colpiscono l'affettività. La Bibbia ci mette in guardia da entrambe.

L'idolatria dell'intelletto consiste nel ritenersi intelligenti davanti a se stessi (cfr. Is 5,21) e capaci giudicare tutto e di afferrare tutto, senza tenere conto delle parole del Saggio: "Tutto questo ho esaminato con sapienza e ho detto: Voglio essere saggio! Ma la sapienza è lontana da me! Ciò che è stato è lontano e profondo, profondo: chi lo può raggiungere?" (Qo 7,23-24). Credersi saggi è insomma di per se stesso indice di stupidità. Questo genere di idolatria ha però delle conseguenze funeste: impedisce alla persona di raggiungere la conoscenza della verità. Questa sciagura accadde ai farisei contemporanei di Cristo: "Siamo forse ciechi anche noi? Gesù rispose: Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane" (Gv 9,40).

Le idolatrie dell'affettività sono ancora meno visibili perché meglio camuffate delle altre. La Bibbia ci aiuterà a discernere anche questi fenomeni. In generale si potrebbe dire che questi aspetti dell'idolatria, ben camuffati perché fanno leva su realtà legittime, si verificano quando la persona, per osservare le aspettative di amici e parenti, o di qualunque altra autorità terrestre, non risponde alle aspettative di Dio. Si tratta di idolatria, perché ciò che si preferisce alla volontà di Dio è sempre una pseudodivinità. Il culto più puro che Dio si attende dall'uomo è l'ubbidienza alla sua Parola (cfr. Is 1,5.11) e, di conseguenza, ogni ubbidienza data a qualcos'altro non è che un culto deviato, una parodia della virtù della pietà. Nel Vangelo abbiamo alcuni esempi di ambiguità determinata dall'attaccamento umano e dal desiderio di non deludere coloro da cui si è amati oppure dalla paura di perdere un qualche privilegio presso le istituzioni. Il primo tipo di idolatria affettiva può essere ben rappresentato dai due che Cristo chiama alla sua sequela in Lc 9,59-62, i quali antepongono i doveri familiari alla sua chiamata; il secondo tipo, invece, può avere il suo simbolo in Nicodemo, "un capo dei giudei" (Gv 3,1) e in Giuseppe d'Arimatea (cfr. Gv 19,38-39), che seguono e ascoltano Gesù ma di nascosto, per non avere noie da parte del Sinedrio.

L'atteggiamento del Cristo storico è molto istruttivo nel suo approccio di israelita con le istituzioni e con gli uomini. La lode più bella che Egli riceve dai suoi discepoli è la professione di fede di Pietro: "Tu sei il Cristo" (Mc 8,29), mentre la più bella lode che riceve dagli estranei è fondata proprio sull'assenza di qualunque idolatria affettiva: "Maestro, sappiamo che non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno" (Mt 22,16). Il Cristo storico agisce quindi guardando sempre davanti a Sé e non tenendo conto delle aspettative degli uomini nelle più gravi decisioni che Egli è chiamato a prendere. Agisce con libertà nei confronti dei suoi parenti che lo giudicano fuori di Sé, quando lascia il lavoro e non si occupa più di sua Madre per dedicarsi al suo magistero itinerante (cfr. Mc 3,21; Gv 7,5). In seguito il Maestro traduce questa disposizione di libertà dalle creature in un insegnamento che può ingenerare scandalo in chi non lo comprende rettamente: "Se uno viene a Me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita non può essere mio discepolo" (Lc 14,26). Agli occhi di chi assolutizza i rapporti umani, e le aspettative delle persone, l'ubbidienza a Dio non differisce dalla manifestazione dell'odio, quando l'autorità genitoriale pretende di anteporre i propri progetti a quelli della volontà di Dio. In questo caso, infatti, dovrà venire meno al comandamento dell'onore dovuto ai genitori colui che, volendo ubbidire a Dio, non potrà onorare dei genitori che a loro volta non onorano Dio ubbidendogli e anzi anteponendo se stessi a Lui. Ciò vale anche per gli altri legami familiari menzionati da Cristo nel testo di Luca che abbiamo citato sopra: assolutizzare le aspettative del marito o della moglie, dei figli o dei fratelli, al prezzo di mandare in fumo il disegno di Dio, è idolatria affettiva. Cristo manifesta la stessa libertà anche verso le istituzioni giudaiche quali il Tempio e la sinagoga, a cui non attribuisce mai un valore assoluto, ma un valore sempre riformabile in vista di un migliore servizio a Dio e all'uomo (cfr. Gv 2,13-22; Mt 9,14). Dall'esempio di Cristo si comprende fino in fondo come non sia possibile un autentico culto a Dio senza una radicale libertà dalle istituzioni umane, dalle cose e dalle persone, un insegnamento che del resto proviene anche dalle lontananze dell'alleanza in Mosè (cfr. Es 4,23). Gli Apostoli, dopo la Pentecoste, dimostrano di avere appreso bene questa lezione, rispondendo alle ingiunzioni del Sinedrio: "Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a Lui, giudicatelo voi stessi" (At 4,19). L'Apostolo Paolo esercita il suo ministero con la medesima, stupenda libertà, senza dipendere dal giudizio di nessun uomo: "A me, però, poco importa di venire giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso… il mio giudice è il Signore" (1 Cor 4,3-4). Nella lettera ai Galati, egli precisa che nessuno può essere un autentico servitore di Cristo, quando il suo agire è condizionato dal compiacimento degli uomini: "E' forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!" (1,10).

Un genere ancora più sottile e irriconoscibile di idolatria è quello che si ammanta con i segni esteriori e i paludamenti della liturgia della Chiesa e del culto pubblico. La Bibbia ci mette in guardia dal cadere in questa forma tremenda e perniciosissima di idolatria, che già minacciava il popolo dell'antica alleanza all'indomani dell'edificazione del Tempio salomonico. E' soprattutto la predicazione profetica a smascherare questo inganno del diavolo, che oggi assedia il popolo cristiano da ogni parte. Sarà opportuno ripercorrerne le tappe.
Il primo profeta di cui abbiamo un libro di oracoli è Amos, attivo al nord nell'ottavo secolo a. C. In lui possiamo trovare la testimonianza profetica più antica di un inganno che non può essere smascherato se non da una lettura profonda degli eventi. Basta ricordare l'oracolo riportato al capitolo quarto: "Andate pure a Betel e peccate! A Galgala e peccate ancora di più!" (Am 4,4). Betel e Galgala erano due importanti santuari della sua epoca. Oggi sarebbe come dire: "Andate a Lourdes e peccate! A Fatima peccate ancora di più!". Nessun pellegrino accetterebbe certo di sentirselo dire. Questo ci può dare un'idea di quanto fosse tagliente la parola di Amos per i suoi contemporanei. Il richiamo energico del profeta ha però, dietro di sé, una profonda intuizione teologica: il peccato non è solo quello che si presenta tale all'apparenza; esiste infatti un altro genere di peccato che ha invece l'apparenza della virtù di religione.

Il vertice di questo peccato contro Dio, tanto più abominevole quanto più si riveste dell'apparenza della pietà religiosa, viene raggiunto nel culto pubblico. Anche questa è una forma di idolatria, come più avanti potremo meglio spiegare. Tornando al profeta Amos, ancora più duro appare l'oracolo del successivo capitolo: "Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni… io non gradisco i vostri doni… lontano da Me il frastuono dei tuoi canti: il suono delle tue arpe non posso sentirlo!" (Am 5,21-23). In sostanza, il profeta vuole dire che il culto pubblico, svuotato del suo valore di conversione, risulta insopportabile a Dio stesso. Se una comunità cristiana continua a curare nei minimi particolari le sue celebrazioni e le sue solennità, ma non aderisce col cuore alla Parola di Dio e costruisce la propria vita e la propria pastorale seguendo le inclinazioni del proprio cuore, allora le sue riunioni e i suoi canti diventano insopportabili. Se il culto pubblico continua a essere celebrato con somma puntualità, ma nessuno più ci crede, allora quel culto non è che un grande apparato senz'anima e per questa via il cristianesimo stesso può divenire un gigantesco idolo. Ecco perché un culto pubblico senza fede e sganciato dalla vita è come un manichino che si muove per via di una meccanica nascosta; il manichino, se costruito bene, può anche somigliare a un essere vivente, ma rimane il fatto che non ha la vita, essendo dotato solo di movimento, e va avanti per inerzia, come un sasso lanciato nel vuoto.
Il profeta Isaia non è più delicato di Amos: "Che m'importa dei vostri sacrifici senza numero… sono sazio degli olocausti di montoni… quando venite a presentarvi a Me, chi richiede da voi che veniate a calpestare i miei atri? Smettete di presentare offerte inutili, l'incenso è un abominio per Me!" (Is 1,11-13). Si comprende molto bene da tutto il capitolo che il profeta rimprovera gli israeliti di un culto ridotto a pura formalità, senza alcun contenuto interiore e senza conseguenze per la vita pratica. Da qui la domanda di Dio: giunti a questo punto, chi vi obbliga a frequentare il mio Tempio e a calpestare i miei atri? Il culto può avere un senso se è capace di trasformare la vita della comunità, diversamente è un idolo, un gigantesco meccanismo fine a se stesso. In un'epoca successiva a quella di Isaia, alla vigilia dell'esilio babilonese, un altro profeta, Geremia, ritorna con forza su questo medesimo tema, dimostrando così che il problema non è affatto risolto: "Dice il Signore: Migliorate la vostra condotta… non confidate nelle parole menzognere di coloro che dicono: Tempio del Signore, Tempio del Signore!" (Ger 7,3-4). In altre parole, il profeta vuole dire che la fiducia di coloro che si appoggiano sul Tempio come istituzione è falsa: Israele non è eletto perché c'è il Tempio ma, al contrario, il Tempio è lì in virtù dell'elezione di Israele. E se Israele tradisce con il suo stile di vita la propria elezione, allora la vicinanza fisica al Tempio non potrà salvare nessuno. Geremia intende quindi condannare la concezione estrinsecista della religiosità: nella sua epoca ciò comportava una falsa sicurezza, come quella di chi si sentiva salvo perché fisicamente vicino al Tempio; oggi, Geremia condannerebbe la falsa sicurezza di chi accumula con estrema precisione i nove primi Venerdì del mese, e spera da essi la salvezza, facendo però a meno dell'impegno e della fatica della conversione personale.
Questo insegnamento è ripreso ampiamente da Gesù nel Vangelo, dove Egli cita Isaia per condannare il culto svuotato della sua epoca (cfr. Mt 15,7-9) e afferma che ogni gesto religioso che non sia finalizzato a Dio nell'intimo della coscienza non vale nulla agli occhi del Padre (cfr. Mt 6,5.16-18). Cristo condanna anche l'estrinsecismo religioso: "Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio" (Mt 7,21), come pure ogni forma di apparenza religiosa alla quale non corrisponda un adeguato atteggiamento interiore (cfr. Mt 23,27-28). L'atteggiamento di Cristo verso questo tipo di idolatria in cui l'idolo non è una divinità straniera ma lo stesso culto al Dio vivente, ridotto però a un meccanismo senza vita, è simboleggiato dalla sua reazione dinanzi a un albero di fico tutto foglie e privo di frutti (cfr. Mt 21,18-19).

Infine, il terzo nucleo in cui Cristo ha sintetizzato i nostri "doveri" verso Dio, è costituito da una consegna totale della nostra vita nelle sue Mani (cfr. Mt 22,37), un insegnamento che si esprime con le parole "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente". E' ovvio che, nel linguaggio biblico, il cuore, l'anima e la mente non sono tre cose diverse da ciò che è l'uomo nella sua storicità, né sono tre elementi distinti del composto umano; piuttosto, sono tre aspetti sotto cui deve realizzarsi la totale sottomissione della persona umana a Dio: il cuore rappresenta la coscienza, ossia la dimensione della interiorità in cui la persona prende le sue decisioni nei confronti della verità; l'anima rappresenta le energie vitali, le forze che la persona canalizza verso la realizzazione di sé; la mente è la sede del pensiero, il cui nutrimento è la conoscenza. La sottomissione a Dio deve avere, nell'uomo, questi tre volti. Sarà opportuno considerarli separatamente.

Amare Dio con tutto il cuore. E' la prima delle tre determinazioni dei diritti di Dio. Ormai c'è una convinzione unanime tra gli studiosi di antropologia biblica a proposito del termine "cuore". Nessuno dubita che si tratti di una parola che contiene tutti i significati fondamentali legati al termine "coscienza", un termine più moderno che siamo soliti usare nel nostro linguaggio odierno. Per la Bibbia, insomma, dire "cuore" è lo stesso che dire "coscienza". Non si tratta quindi di indicare tanto una dimensione affettiva o sentimentale, come suggerirebbe la parola "cuore" nel suo uso corrente, quanto piuttosto di descrivere la realtà interiore della decisione morale

Il "cuore" del linguaggio biblico non è dunque la sede dei sentimenti, ma è la sede delle decisioni importanti della vita, quelle decisioni che hanno la loro radice nel discernimento del bene e del male e che si traducono nella posizione che la persona sente di dovere prendere dinanzi ai valori morali. E' opportuno fare qualche esempio, tra i tanti possibili. In Tobia 1,12 è detto: "Resterai fedele a Dio con tutto il cuore". Ciò significa che il "cuore" è la sede della opzione per Dio e della decisione morale di essergli fedele. Lo stesso insegnamento si trova nel Salmo 140: "Non lasciare che il mio cuore si pieghi al male" (v. 4). Si vede chiaramente che non è in ballo il sentimento, ma una precisa decisione volitiva che orienta la persona verso il bene o verso il male. In questo caso l'orante chiede di essere preservato dalla suggestione che il male può esercitare sull'uomo. Ancora più chiaro su questo punto è il Vangelo di Matteo: "Dal cuore vengono i propositi malvagi" (5,28). Il cuore è quindi anche la sede dei propositi, ossia delle scelte concrete, e non semplicemente dei sentimenti più o meno buoni. Un ultimo testo, tra i tanti, che collega esplicitamente il "cuore" con l'ordine morale, e che quindi pone il concetto di "cuore" allo stesso livello del concetto di "coscienza", è Proverbi 7,3: "Scrivi i miei precetti sulla tavola del tuo cuore". Il cuore qui non è altro che la legge interiore, dove l'uomo, opportunamente formato e maturo nel discernimento, può conoscere e distinguere il bene e il male; in altre parole, è la coscienza.
Dopo questa premessa, si può comprendere facilmente che "amare Dio con tutto il cuore" significa COMPIERE UNA SCELTA DI COSCIENZA CHE ORIENTI LA PROPRIA PERSONA E LA PROPRIA VITA INTERAMENTE VERSO IL PRIMATO DELLA VOLONTÀ DI DIO. Amare Dio infatti non è una esperienza sensibile o sentimentale, ma è una scelta di coscienza. Dio vuole che la nostra coscienza sia abitata da Lui e dalla sua Luce. Ecco allora il senso della prima determinazione: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore.

Amare Dio con tutta l'anima. E' la seconda determinazione. Chiariamo subito che, in questo contesto, la parola "anima" non indica il principio spirituale che si oppone a "corpo". E amare Dio con l'anima non significa amarlo "con lo spirito", visto che non è possibile amarlo "con il corpo". La parola anima, nel linguaggio biblico (nefesh, in ebraico), indica qualcosa di più che non semplicemente il principio vitale che si oppone al corpo. Nella Bibbia, la parola "anima" è sinonimo di "energia vitale", che include il concetto di persona nella sua globalità, senza eccettuare il corpo. Per dirla in breve, con la parola "anima" nei testi biblici dobbiamo intendere non soltanto il soffio vitale, ma soprattutto la totalità della persona, in tutte le sue energie vitali, fisiche e psichiche. Facciamo qualche esempio esplicativo. In Genesi 7,23, nella frase "Fu sterminato ogni essere", la parola che indica gli esseri viventi nel testo ebraico è nefesh, ossia "anima". La traduzione letterale sarebbe "fu sterminata ogni anima". E' chiaro allora che con la parola "anima" si intende qui tutto l'essere umano, nella sua anima e nel suo corpo. Lo stesso fenomeno si ha in Dt 20,16. Nel Salmo 56, l'espressione "osservano i miei passi per attentare alla mia vita" (v. 7), in ebraico si trova la parola "anima", laddove il testo italiano dice "vita". La traduzione letterale sarebbe allora "osservano i miei passi per attentare alla mia anima". Di nuovo, la Bibbia con la parola "anima" intende la vita della persona nella sua totalità. Si può dire che questo è da considerarsi come significato principale, sebbene indubbiamente con la parola "anima" la Bibbia intenda pure sia il principio vitale da cui la materia riceve animazione, sia la dimensione interiore della persona, in cui tutti gli eventi lieti o tristi trovano la loro eco.
Riassumendo, possiamo dire che il senso della esigenza di amare Dio con tutta l'anima, consiste nel NON GIUDICARE LA PROPRIA VITA PIÙ PREZIOSA O PIÙ IMPORTANTE DEL REGNO DI DIO, ED ESSERE QUINDI DISPOSTI A MORIRE IN UN ATTO DI OFFERTA DI SE STESSI COME IMMOLATI AGLI INTERESSI DEL REGNO CHE VIENE. L'apostolo Paolo ha amato Dio con tutta l'anima, quando ha consegnato la propria vita alle esigenze dure dell'annuncio del Vangelo e ha portato questo amore alla sua ultima perfezione quando è stato martirizzato. Ricordiamo alcuni passaggi delle sue lettere a questo proposito. "Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse… E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le chiese" (2 Cor 11,22-29). "Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno" (Fil 1,21). "Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo" (Col 1,24). "Quanto a me, il mio sangue sta per essere versato in libagione" (2 Tm 4,6). Queste espressioni tratte dall'epistolario paolino non sono bisognose di ulteriore commento, tanto sono chiare. Ci limitiamo a dire che Dio si attende da ogni discepolo del suo Figlio una piena consegna della vita e della persona, fino alla offerta di se stesso in una morte che sia una vera eucaristia. Il senso della esigenza di amare Dio "con tutta l'anima" è questo: OFFRIRE A DIO LA PROPRIA VITA COME UNA PICCOLA EUCARISTIA NELLA GRANDE EUCARISTIA.

Amare Dio con tutta la mente. E' la terza determinazione. La parola "mente" nel linguaggio biblico non si riferisce a cose diverse da quelle che intendiamo noi usando la medesima parola. La "mente" è la sede del pensiero, il luogo del rapporto dell'uomo con la conoscenza e con la verità. "Amare Dio con tutta la mente" significa RICONOSCERE CHE L'OGGETTO DELLA CONOSCENZA CAPACE DI APPAGARE INTERAMENTE IL NOSTRO BISOGNO DI VERITÀ È DIO STESSO.

Ciò comporta l'eliminazione di alcuni atteggiamenti deleteri del rapporto dell'uomo con la conoscenza, quali la vana curiosità, la falsificazione della verità conosciuta, la deviazione del sapere verso scopi utilitaristici: il potere e il denaro. Proviamo a vedere quale sia, in misura più larga, l'insegnamento biblico su questo tema.
La conoscenza in generale è innanzitutto dono di Dio; è grazia l'intelligenza con la quale scandagliamo la realtà che ci circonda come è grazia anche l'apertura mentale e il superamento di pregiudizi e grettezze, che porterebbero la persona lontano da un retto conoscere. La figura biblica di Salomone è portatrice infatti di questo messaggio: "Dio concesse a Salomone saggezza e intelligenza molto grandi e una mente vasta come la sabbia che è sulla spiaggia del mare" (1 Re 5,9). E in Luca è detto: "Gesù aprì la loro mente all'intelligenza delle Scritture" (24,45). L'uomo può insomma conoscere la scienza nella misura e nei limiti concessi da Dio. Ogni forma di vanto e di autoglorificazione in virtù della propria intelligenza è necessariamente esclusa, come insegna anche Geremia: "Non si vanti il saggio della sua saggezza" (9,22). Inoltre, all'uomo è stato rivelato da Dio persino ciò che supera le possibilità della mente umana: "Non cercare le cose troppo difficili per te… non devi occuparti delle cose misteriose… poiché ti è stato mostrato più di quanto comprende un'intelligenza umana" (Sir 3,21-23). L'intelligenza e la conoscenza sono dunque doni di Dio, ma non è lecito spingere la propria indagine verso le conoscenze occulte, paranormali, spiritiche o sataniche, dal momento che la rivelazione ci ha già fatto conoscere tutto quanto era necessario e lecito sapere di quelle cose che superano le nostre possibilità conoscitive. Giudicare insufficiente la divina rivelazione è dunque un atto di empietà. Così come è empio sopravvalutare la propria intelligenza al punto di renderla un criterio ultimo e definitivo di verità. Per coloro che attingono la verità solo dalla propria mente è il detto di Ezechiele: "Con la tua saggezza e il tuo accorgimento hai creato la tua potenza… hai uguagliato la tua mente a quella di Dio… ma sei un uomo e non un dio, in balìa di chi ti uccide" (28,4.6.9). Amare Dio con la mente vuol dire innanzitutto riconoscere i limiti oggettivi che Dio ha posto al nostro sapere e non pretendere di valicarli empiamente, uguagliando la nostra intelligenza a una divinità. La nostra intelligenza, per quanto ammirevole, è anch'essa una creatura e non un dio.
La mente umana ha però una precisa destinazione, e non è destinata a vagare da una conoscenza a un'altra, come un recipiente utile per tutti gli usi. La nostra mente è orientata alla verità che è Dio, come in più punti ci ricorda l'Apostolo Paolo: "Con la mente io servo la Legge di Dio" (Rm 7,25). E ancora: "Possa Egli illuminare gli occhi della vostra mente" (Ef 1,18). E infine Giovanni: "Il Figlio di Dio ci ha dato l'intelligenza per conoscere il vero Dio" (1 Gv 5,20).

A questo punto è chiaro che la virtù della giustizia include tutta la materia del Decalogo; fin qui abbiamo trattato dei primi tre comandamenti. Iniziando adesso a parlare della giustizia verso il prossimo, ci accorgeremo di entrare nella seconda parte del Decalogo, ossia la parte che riguarda la giustizia verso il prossimo e che si specifica nei comandamenti dal quarto al decimo.
Nella sua risposta ai farisei, il Maestro aggiunge spontaneamente il secondo comandamento più importante della Legge, sebbene fosse stato interrogato solo sul primo (cfr. Mt 22,36-39). Il secondo suona dunque così: "Amerai il prossimo tuo come te stesso" (v. 39). Questo secondo precetto Cristo lo desume dal libro del Levitico (18,19). Dobbiamo subito precisare che Cristo, durante l'ultima cena, darà ai suoi discepoli un comandamento "nuovo" circa l'amore verso il prossimo, che suona così: "Che vi amiate gli uni gli altri come Io ho amato voi" (Gv 13,34). Nella sua risposta ai farisei, invece, Egli non si discosta dall'AT. Vi è comunque una differenza essenziale tra il comandamento del Levitico e quello "nuovo" di Cristo: il comandamento del Levitico indica la misura della giustizia che è richiesta a tutti e la cui trasgressione va considerata come peccato, mentre il comandamento nuovo dato ai discepoli indica la perfezione della carità, che non è richiesta ma liberamente accettata da chi vuole superare i confini della giustizia per transitare verso le altezze della santità. I confini della giustizia sono determinati dalla misura dell'amore verso se stessi, mentre i traguardi della santità non hanno misura, perché modellati sull'infinito amore del Figlio di Dio che ha dato Se Stesso per noi (cfr. Gal 2,20). Solo il Vangelo di Luca aggiunge all'insegnamento tratto dal Levitico la parabola del buon samaritano (cfr. Lc 10,25-37), con l'intenzione di spiegare il concetto di "prossimo", che nelle parole del Maestro non è rappresentato da colui che mi è vicino, ma da colui al quale io mi faccio vicino. In sostanza, gli altri non "sono" mio prossimo, ma lo "divengono" se io li rendo tali, avvicinandomi alle loro sofferenze.
Qui dobbiamo però precisare soltanto i confini della giustizia verso il prossimo. Il punto di riferimento offerto dalla Bibbia è, come abbiamo già detto, l'amore verso se stessi. Non è solo il Levitico ad esprimersi in questi termini. Possiamo ricordare altre formulazioni dello stesso precetto: "Non fare a nessuno ciò che non piace a te" (Tb 4,15). Nel NT è pure ripreso ma con una variazione che lo riesprime in positivo: "Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Lc 6,31). Il senso sostanziale non cambia: il livello minimo della giustizia verso gli altri, al di sotto del quale c'è l'ingiustizia, consiste nel DESIDERARE PER GLI ALTRI IL MEDESIMO BENE CHE SI DESIDERA PER SE STESSI.

La Scrittura ci offre delle indicazioni precise e opportune per ogni categoria di prossimo. Cercheremo adesso di scandagliarne gli insegnamenti. Il primo "prossimo" considerato dalla Bibbia è quello rappresentato dai genitori.

La giustizia verso i genitori

Immediatamente dopo i comandamenti riguardanti il rapporto con Dio, la Legge di Mosè mette subito l'onore dovuto ai genitori come "primo prossimo" di ogni uomo. La posizione del comandamento, collocato all'inizio della serie dedicata alla giustizia verso il prossimo, esprime già tutta una teologia: per ogni persona i genitori rivestono un'importanza che è seconda solo a quella di Dio. Non è un caso che perfino il verbo ebraico utilizzato dal testo originale per dire che essi devono ricevere onore dai loro figli è lo stesso verbo col quale la Bibbia suole affermare che Dio deve essere venerato dal suo popolo (in ebraico kabbed). Ciò significa che per i figli, i genitori rappresentano Dio visibilmente. Per questo essi possono rivestire un ruolo sacerdotale benedicendo i figli: "La benedizione del padre consolida le case dei figli, la maledizione della madre ne scalza le fondamenta" (Sir 3,8). L'onore che ad essi è dovuto si concretizza in primo luogo nell'ubbidienza: "Ascolta, figlio, l'istruzione di tuo padre e non disprezzare l'insegnamento di tua madre" (Prv 1,8). In secondo luogo, nell'assistenza alla loro anzianità: "Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia… anche se perdesse il senno compatiscilo: la pietà verso il padre non sarà dimenticata" (Sir 3,12-14). I genitori, in sostanza, nell'ordine dei comandamenti, e quindi nell'ordine del dovere morale, vengono subito dopo Dio, ma è chiaro e non va mai dimenticato che, come Cristo ha precisato nel Vangelo e come già abbiamo avuto occasione di notare, essi non devono sostituirsi a Lui prendendo il suo posto, né i figli devono ubbidire loro al punto tale da dimenticare le esigenze e il primato di Dio.
I libri sapienziali sono quelli che nell'AT dedicano maggiore attenzione al rapporto genitori-figli. Il Siracide riprende il quarto comandamento quasi parola per parola e commenta: "Ricorda che essi ti hanno generato che darai loro in cambio di quanto ti hanno dato?" (7,28). Il brano più denso di significati è senza dubbio Sir 3,1-16, dove l'onore dato ai genitori è presentato come una base solida su cui i figli edificano la propria vita materiale e spirituale. Il frutto della pietà verso i genitori è in parte umano e in parte soprannaturale: a chi onora il padre è promessa ad esempio una lunga vita (v. 6), oppure il consolidamento del proprio benessere e della propria casa, così come la garanzia che i suoi figli ubbidiranno a lui come lui ha ubbidito ai genitori suoi (vv. 4.5.9), ma vengono fatte anche delle promesse di livello squisitamente religioso: la grazia del perdono dei suoi peccati (vv. 3.14-15) e l'ascolto presso Dio delle sue preghiere (v. 5).

La giustizia verso i figli

I precetti del Signore circa il rapporto genitori-figli, com'è ovvio, non sono, né potevano essere, a senso unico. I genitori non sono soltanto oggetto di onore da parte dei figli ma pure sono soggetti di una serie di doveri di giustizia verso la loro prole. Innanzitutto, vale a questo proposito lo stesso avvertimento che è stato dato precedentemente ai figli: come i figli non devono ubbidire ai genitori disubbidendo a Dio, così anche i genitori non devono mettere i propri figli al vertice assoluto della loro vita, col rischio di scivolare in una pericolosa idolatria. In fondo è proprio questo che Dio, per bocca del profeta Samuele, rimprovera all'anziano sacerdote Eli: "Avete calpestato i miei sacrifici e le mie offerte… e tu hai avuto maggior riguardo ai tuoi figli che a Me" (1 Sam 2,29).
Il primo dovere dei genitori, secondo l'insegnamento biblico, è senz'altro quello di trasmettere la fede ai loro figli: "Tu possa raccontare e fissare nella memoria di tuo figlio… i segni che ho compiuto in mezzo a loro" (Es 10,2). Il Deuteronomio ritorna con grande insistenza su questo argomento e sulla necessità della trasmissione della fede da una generazione a un'altra (cfr. 4,9; 11,19; 32,46). Nel NT - in una fase in cui il celibato sacerdotale non era obbligatorio - il fatto di avere dei figli credenti è addirittura considerato un requisito importante per un presbitero (cfr. Tt 1,6), perché indica l'adempimento di una grande aspettativa di Dio verso chi ha generato dei figli.
Accanto al tema della trasmissione della fede figura anche quello della correzione dei figli. La trasmissione della fede implica infatti anche la comunicazione di uno stile di vita che è in fondo un progetto pedagogico: "Correggi tuo figlio finché è ancora possibile" (Prv 19,18); "Correggi tuo figlio e ti farà contento" (Prv 29,17). "Hai figli? Educali" (Sir 7,23). "Vergogna per un padre, un figlio maleducato" (Sir 22,3). La saggezza pratica di questi consigli è fin troppo evidente e non necessita di alcun commento. Il NT aggiunge che la correzione e l'educazione di un padre verso i propri figli devono essere portate avanti con delicatezza, tenendo conto della fragilità di una persona ancora in stato di formazione, evitando di fare leva sui rapporti di forza, quando ciò non sia necessario: "E voi, padri, non inasprite i vostri figli" (Ef 6,4). Il medesimo consiglio ritorna nella lettera ai Colossesi: "Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino" (3,21).

La giustizia nel rapporto di coppia

Una particolare categoria di "prossimo" è certamente rappresentata dall'uomo, o dalla donna, che condivide con noi la totalità della vita sotto lo stesso tetto. Su questo punto l'argomento si farebbe abbondante, dal momento che si entrerebbe nella profondità del sacramento del matrimonio, vocazione che ripristina l'immagine di Dio impressa all'origine sul rapporto della prima coppia. E' un tema troppo vasto che non potremo affrontare qui sotto i molteplici risvolti di cui si compone. Facciamo perciò una scelta, che in fondo è conforme alla pista che seguiamo fin dall'inizio: il margine della virtù della giustizia. Ci soffermiamo quindi sul rapporto interpersonale della coppia, tralasciando le altre tematiche teologiche connesse al sacramento.
La vita di coppia, considerata sul piano della relazione reciproca di due persone, viene descritta dalla Bibbia in modo da offrire a ogni coppia credente le tracce di uno stile di vita quotidiana conforme alle aspettative di Dio. Cercheremo qui di mettere in luce i tratti fondamentali di questo insegnamento biblico.
La prima cosa che balza subito agli occhi è il fatto che una relazione d'amore, costruita secondo Dio, deve essere priva dei rapporti di forza. Il racconto della creazione contiene già questo elemento di pacificazione reciproca che deve caratterizzare la coppia che vive il suo amore nella luce di Dio: "Non è bene che l'uomo sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia simile… Il Signore Dio plasmò una donna e la condusse all'uomo" (2,18.22). Questi brevi enunciati raggiungono una notevole profondità antropologica e teologica al tempo stesso: la coppia pensata da Dio è una coppia che nasce innanzitutto sulla base della similitudine. La prima esperienza di pace nel rapporto tra due persone consiste nell'avere lo stesso cuore. E' difficile che un uomo e una donna possano costruire insieme un amore veramente felice se sono uniti da una similitudine soltanto superficiale (il piacersi fisicamente o caratterialmente, l'avere gli stessi gusti…) e sono invece diversi nella maniera di interpretare la vita e negli obiettivi fondamentali da perseguire. L'amore donato da Dio alla coppia delle origini può fondarsi solo sulla similitudine della coscienza, quando cioè l'uomo e la donna credono negli stessi valori, condividono le stesse aspirazioni, interpretano la vita nella medesima chiave.
Il secondo enunciato (v. 22) si muove invece sul registro dello stile di vita: Adamo non si appropria di sua moglie, è Dio che gliela offre come un dono. La coppia che vive nella luce di Dio non perde mai di vista il fatto che, pur nella reciproca e totale appartenenza, nessuno dei due è "padrone" dell'altro. Piuttosto, l'altro si accoglie con il rispetto e la delicatezza con cui si accoglie un dono prezioso fatto da Dio. L'incontro di Tobia e di Sara veicola infatti proprio questo insegnamento; Tobia prende Sara non come una moglie autonomamente scelta, ma come la donna che Dio ha giudicato adatta per lui: "Dal cielo è stato stabilito che ti sia data" (Tb 7,12). Di fatto, sempre nel libro della Genesi, i rapporti di forza entrano nella vita di coppia solo dopo il peccato originale e perciò non esprimono la volontà di Dio, ma solo la conseguenza di un disordine voluto dall'uomo e progettato dal diavolo: "Alla donna Dio disse: verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà" (Gen 3,16). Questo "egli ti dominerà" segna l'ingresso dei rapporti di forza che hanno snaturato l'amore umano, deformandolo nel suo significato sacramentale, ossia nella sua capacità di rendere visibile l'amore di Dio. Cristo, nella sua risposta ai farisei che lo interrogavano sul divorzio, fa riferimento a una condizione in cui la coppia umana non è più quello che Dio aveva stabilito al principio della creazione (cfr. Mt 19,8). Nelle parole di Cristo si comprende che l'amore umano ha perduto lo splendore che aveva all'origine, perché il peccato ha ferito gli equilibri della persona e il cuore si è ammalato di indurimento. Alla luce di questo presupposto, il Maestro afferma che il fallimento dell'amore umano non è dovuto a una qualche forma di incompatibilità tra l'uomo e la donna, ma è da attribuirsi a una causa più profonda, ossia lo stato di malattia del cuore oscurato dal peccato. Sarà necessaria la redenzione perché la coppia umana possa avvicinarsi allo splendore delle origini, recuperando l'intimità con Dio, perduta con la cacciata dall'Eden.
Lo stile delle relazioni tra marito e moglie viene ripreso dall'Apostolo Paolo nella lettera agli Efesini, con una amplificazione del discorso nella prospettiva sacramentale. Abbiamo già detto, però, che in questa sede non ci occuperemo della teologia della coppia, bensì del ritratto biblico della coppia. Paolo presenta in termini nuovi quello che può sembrare non solo un discorso vecchio, ma anche un discorso che dovrebbe essere superato nella nuova economia del NT. L'Apostolo "sembra" infatti suggerire la sottomissione della donna all'uomo. Ci sembra opportuno chiarire qui cosa egli abbia inteso dire. Il suo enunciato suona intanto così: "Le mogli siano sottomesse ai loro mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie come Cristo è capo della Chiesa" (Ef 22). Il concetto di "sottomissione" ha bisogno di essere contestualizzato, per non correre il rischio di cadere in un madornale fraintendimento. Sarebbe un errore tentare di capire il senso delle parole dell'Apostolo senza tenere conto di ciò che egli subito dopo aggiunge: "E voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa" (v. 25). Ora, noi sappiamo che Cristo ha amato la Chiesa lavando i piedi ai suoi discepoli e rappresentando così il senso profondo dell'offerta della propria vita per la nostra salvezza. Se dunque la moglie deve essere sottomessa al marito come a Cristo, il marito, a sua volta, deve mantenere verso di lei lo Cristo stesso atteggiamento di Cristo, chino in un instancabile servizio. Sotto questa chiave scopriamo allora che la "sottomissione" è un atteggiamento altissimo e nobile, se è ispirato dall'amore e dall'imitazione di Cristo.
Non ci inoltriamo nelle altre categorie di "prossimo" per le quali, volendo stabilire il livello della giustizia, basta ribadire il principio riportato dal Vangelo di Luca: "Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (6,31).