Le
virtù cardinali
della
Comunità Cattolica "Cristo
Maestro"
La
giustizia
La
giustizia si può definire come la virtù morale
che consiste nella disposizione abituale di dare a Dio e
al prossimo ciò che è loro dovuto.
Ne abbiamo un esempio chiaro in Lv 19,15:
"Non tratterai con parzialità il povero,
né userai preferenze verso il potente".
Nel NT Cristo ne offre una formulazione concisa e completa
al tempo stesso: "Rendete dunque a Cesare quel
che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio"
(Mt 22,21). Ciò significa che la guarigione completa
di tutti i rapporti, di cui un uomo è il soggetto,
consiste nel non essere in difetto verso Dio e verso gli
uomini. Questa armonia riconquistata in tutte le relazioni
prende il nome appunto di "giustizia".
Il
primo e più importante ambito in cui si muove la
virtù della giustizia è rappresentato dai
doveri verso Dio. Occorre interrogare la Scrittura
per sapere quali sono. Precisiamo subito che la parola "doveri"
non va intesa, in questo contesto, nel suo significato giuridico:
vale a dire che i doveri verso Dio, come quelli verso il
prossimo, in quanto ispirati dalla virtù, non sono
equiparabili ai "doveri" che invece risultano
da una obbligazione derivante dalla legge. E' vero che la
pietà si può imporre per legge, come si impone
per legge la fedeltà ai coniugi, ma non è
virtù quel gesto intrinsecamente buono che si compie
solo per conformarsi a un dettame esteriore. E' fin troppo
chiaro che qualunque coniuge si sentirebbe umiliato se sapesse
che il suo partner gli conserva fedeltà solo perché
così stabilisce la legge. Lo stesso tipo di umiliazione
patisce Cristo da parte di tutti coloro che frequentano
la Messa domenicale con una disposizione simile. La virtù
è invece una forza che spinge la persona dall'interno
sotto la luce della verità e non sotto quella di
un qualche codice.
Fatta questa premessa, possiamo interrogare la Bibbia sulla
giustizia.
Il
punto di partenza non può che essere la domanda cruciale
che uno scriba pone a Cristo: "Qual è il
primo di tutti i comandamenti?" (Mc
12,28). Con l'espressione "primo dei comandamenti"
lo scriba ha inteso alludere ai doveri fondamentali richiesti
da Dio verso se stesso. Ed è proprio in questa stessa
linea che Cristo risponde: "Il primo è:
Ascolta Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico
Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il cuore"
(v. 29). Subito dopo, superando i confini della domanda
dello scriba, il Maestro aggiunge spontaneamente un'altra
verità non richiesta: il secondo comandamento, che
è simile al primo. Ma di questo parleremo più
tardi. I doveri fondamentali verso Dio sono sintetizzati
da Cristo con tre concetti presi dal Deuteronomio: l'ascolto,
la professione del monoteismo, un amore verso
Dio superiore all'amore che si ha verso se stessi.
Il
rapporto con Dio, e tutti i "doveri" inerenti
a questo rapporto, ha inizio con la disposizione dell'ascolto.
Diciamo pure che questo è il culto che Dio gradisce
più di ogni altro gesto. In questo senso possiamo
comprendere il testo di Qoelet: "Bada ai tuoi passi
quando ti rechi alla casa di Dio. Avvicinarsi per ascoltare
vale più del sacrificio offerto dagli stolti che
non comprendono neppure di far male" (4,17). Dio
insomma è glorificato dall'uomo che prende sul serio
la sua Parola. L'ascolto della Parola di Dio è ripetutamente
comandato in tutte le parti della Scrittura. Ci limitiamo
a pochi testi rappresentativi. "Se vorrete ascoltare
la mia voce… voi sarete per me la mia proprietà tra
tutti i popoli" (Es 19,5); "Se
ascolterete la voce del Signore… voi vivrete"
(1 Sam 12,14); "Ascolterò
che cosa dice Dio" (Sal 85,9);
"Ascoltate la voce del Signore vostro Dio"
(Ger 26,16). Nello stesso tempo, la
capacità di ascoltare Dio in questo senso profondo
è descritta dalla Bibbia come il risultato di un
dono di grazia che sboccia su una coscienza che si è
allontanata dal peccato: "Nella terra
del loro esilio ritorneranno in sé… Darò loro
un cuore e orecchi che ascoltano" (Bar
2,30-31). Qui i riferimenti si potrebbero moltiplicare a
centinaia, perché si tratta di un tema su cui le
Scritture insistono oltre ogni misura. I testi già
citati ci sembrano comunque sufficienti. Aggiungiamo
soltanto che all'ascolto di Dio va unita inscindibilmente
la memoria. La Parola di Dio e le sue opere vanno
conosciute e conservate nella memoria, tanto che la loro
dimenticanza è equiparabile a un peccato di omissione:
"Ma guardati e guardati bene dalle cose che i tuoi
occhi hanno viste… Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai
figli dei tuoi figli" (Dt 4,9).
Con l'espressione "le cose che i tuoi occhi hanno
viste" non si può intendere altro che il
contenuto stesso della Bibbia, cioè la storia della
salvezza nel suo insieme, ignorare la quale, o dimenticarla,
è già un grave peccato davanti a Dio, come
si vede dalla esortazione duplice: "guardati e
guardati bene". Alla luce di questo si comprende
fino a che punto ingannino se stessi coloro che cercano
la salvezza nella partecipazione fisica alle iniziative
della Chiesa, senza curarsi del proposito del salmista:
"Ascolterò che cosa dice Dio"
(Sal 85,9) né dell'avvertimento del Qoelet: "Bada
ai tuoi passi quando ti rechi alla casa di Dio. Avvicinarsi
per ascoltare vale più del sacrificio offerto dagli
stolti che non comprendono neppure di far male"
(4,17).
Il
secondo nucleo in cui Gesù sintetizza i "doveri"
verso Dio è costituito dalla professione radicale
del monoteismo. Le conseguenze interiori ed esteriori
del monoteismo sono molteplici e variegate. Interroghiamo
ancora le Scritture per conoscere le maggiori di esse.
Al monoteismo si oppone l'idolatria, questo è chiaro,
ossia l'adorazione di ciò che non è Dio. L'adorazione
di ciò che non è Dio non si compie solo con
l'adesione esplicita a un culto straniero, ma in molte altre
maniere sottili e camuffate, che solo una grande attenzione
e un profondo discernimento possono smascherare. Vi sono
idolatrie manifeste e idolatrie occulte. Le idolatrie
manifeste sono facilmente identificabili, dal momento che
sono strettamente connesse alle cose corporee. La forma
più esteriore e più grossolana di idolatria
è un rapporto disordinato con il corpo umano.
L'Apostolo Paolo ne fa menzione in più punti delle
sue lettere. Questo genere di idolatria consiste nel separare
la persona dal suo corpo e trattare il corpo come uno strumento
o un oggetto di cui fruire. E' un atteggiamento tipico del
mondo precristiano e in particolare della cultura pagana.
Agli Efesini Paolo dice: "Vi scongiuro
nel Signore: non comportatevi più come i pagani nella
vanità della loro mente… Diventati così insensibili
si sono abbandonati alla dissolutezza, commettendo ogni
sorta di impurità" (4,17). E ai Tessalonicesi:
"Ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con
santità e rispetto, non come oggetto di passioni
e libidine come i pagani che non conoscono Dio"
(1 Ts 4,4-5). Il messaggio è chiaro i cristiani
differiscono dai pagani in questo punto essenziale: non
trattano più il corpo umano come se fosse un giocattolo.
I cristiani trattano anche la materialità
del corpo umano come se fosse un "soggetto" e
non un oggetto. La motivazione di questa trasformazione
etica del mondo non è tanto da ricercarsi nel concetto
di dignità della persona, non ignoto alla cultura
greca, ma in un altro concetto, assolutamente originale,
che non si trova neppure nell'AT. Paolo lo esprime con queste
parole: "Non sapete che il vostro corpo è
tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete
da Dio e che non appartenete più a voi stessi?"
(1 Cor 6,19). La ragione profonda che spinge
i cristiani a trattare il proprio corpo come un soggetto
sta nella presenza personale dello Spirito Santo in ciascun
battezzato. Da quel momento in poi il battezzato è
un "Tempio" dove dimora lo Spirito di Dio. Quindi
non è più possibile fruirne a proprio piacimento
senza contristare lo Spirito di Dio inabitante. Grazie alla
presenza dello Spirito anche la materialità del corpo
umano ha conquistato, per così dire, una certa "soggettività"
e non deve più essere degradato alla dimensione degli
oggetti.
Questo enunciato paolino che stiamo esaminando offre però
una seconda motivazione integrativa: "Non appartenete
a voi stessi" (1 Cor 6,19). La
presenza dello Spirito di Dio nel nostro corpo è
il sigillo di una appartenenza irrevocabile a Dio, dal momento
che siamo stati "comprati" da Lui a caro prezzo
(cfr. v. 20), cioè a prezzo del Sangue del Figlio.
Non possiamo più disporre di noi stessi perché,
a partire dal battesimo, abbiamo cessato di appartenere
a noi stessi. Inoltre, la presenza dello Spirito ci costituisce
Corpo di Cristo, perciò i nostri corpi sono il Corpo
di Cristo: "Non sapete che i vostri corpo sono
membra di Cristo?" (1 Cor 6,15).
Ciò significa che non si può strumentalizzare
il corpo di un cristiano (sia proprio, sia altrui), senza,
per ciò stesso, strumentalizzare il Corpo di Cristo.
A questo si deve aggiungere che il corpo umano è
destinato alla risurrezione, ed è questo un ulteriore
argomento a favore della sua "soggettività":
"Il corpo non è per l'impudicizia ma per
il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio, poi,
che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche
noi con la sua potenza" (1 Cor
6,13-14). Vi sono poi le idolatrie legate al possesso dei
beni, anche qui la Scrittura abbonda di avvertimenti; qui
ci limitiamo a rimandare alla lettura del Vangelo di Luca,
specialmente il cap. 12 e il 16.
Passando però dall'esterno all'interno della persona,
ci si imbatte in idolatrie ben più sottili e nascoste.
Vi sono idolatrie che colpiscono l'intelletto e
idolatrie che colpiscono l'affettività.
La Bibbia ci mette in guardia da entrambe.
L'idolatria
dell'intelletto consiste nel ritenersi intelligenti davanti
a se stessi (cfr. Is 5,21) e capaci giudicare tutto
e di afferrare tutto, senza tenere conto delle parole del
Saggio: "Tutto questo ho esaminato con sapienza
e ho detto: Voglio essere saggio! Ma la sapienza è
lontana da me! Ciò che è stato è lontano
e profondo, profondo: chi lo può raggiungere?"
(Qo 7,23-24). Credersi saggi è insomma di per se
stesso indice di stupidità. Questo genere di idolatria
ha però delle conseguenze funeste: impedisce alla
persona di raggiungere la conoscenza della verità.
Questa sciagura accadde ai farisei contemporanei di Cristo:
"Siamo forse ciechi anche noi? Gesù rispose:
Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite:
Noi vediamo, il vostro peccato rimane" (Gv 9,40).
Le
idolatrie dell'affettività sono ancora meno visibili
perché meglio camuffate delle altre. La
Bibbia ci aiuterà a discernere anche questi fenomeni.
In generale si potrebbe dire che questi aspetti dell'idolatria,
ben camuffati perché fanno leva su realtà
legittime, si verificano quando la persona, per
osservare le aspettative di amici e parenti, o di qualunque
altra autorità terrestre, non risponde alle aspettative
di Dio. Si tratta di idolatria, perché ciò
che si preferisce alla volontà di Dio è sempre
una pseudodivinità. Il culto più
puro che Dio si attende dall'uomo è l'ubbidienza
alla sua Parola (cfr. Is 1,5.11) e, di
conseguenza, ogni ubbidienza data a qualcos'altro non è
che un culto deviato, una parodia della virtù della
pietà. Nel Vangelo abbiamo alcuni esempi di ambiguità
determinata dall'attaccamento umano e dal desiderio di non
deludere coloro da cui si è amati oppure dalla paura
di perdere un qualche privilegio presso le istituzioni.
Il primo tipo di idolatria affettiva può
essere ben rappresentato dai due che Cristo chiama alla
sua sequela in Lc 9,59-62, i
quali antepongono i doveri familiari alla sua chiamata;
il secondo tipo, invece, può avere il suo
simbolo in Nicodemo, "un capo dei giudei"
(Gv 3,1) e in Giuseppe d'Arimatea
(cfr. Gv 19,38-39), che seguono
e ascoltano Gesù ma di nascosto, per non avere noie
da parte del Sinedrio.
L'atteggiamento
del Cristo storico è molto istruttivo nel suo approccio
di israelita con le istituzioni e con gli uomini. La lode
più bella che Egli riceve dai suoi discepoli è
la professione di fede di Pietro: "Tu sei il Cristo"
(Mc 8,29), mentre la più bella lode
che riceve dagli estranei è fondata proprio sull'assenza
di qualunque idolatria affettiva: "Maestro, sappiamo
che non hai soggezione di nessuno perché non guardi
in faccia ad alcuno" (Mt 22,16).
Il Cristo storico agisce quindi guardando sempre davanti
a Sé e non tenendo conto delle aspettative degli
uomini nelle più gravi decisioni che Egli è
chiamato a prendere. Agisce con libertà nei confronti
dei suoi parenti che lo giudicano fuori di Sé, quando
lascia il lavoro e non si occupa più di sua Madre
per dedicarsi al suo magistero itinerante (cfr. Mc
3,21; Gv 7,5). In seguito il Maestro traduce questa disposizione
di libertà dalle creature in un insegnamento che
può ingenerare scandalo in chi non lo comprende rettamente:
"Se uno viene a Me e non odia suo padre, sua madre,
la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la
propria vita non può essere mio discepolo"
(Lc 14,26). Agli occhi di chi assolutizza
i rapporti umani, e le aspettative delle persone, l'ubbidienza
a Dio non differisce dalla manifestazione dell'odio, quando
l'autorità genitoriale pretende di anteporre i propri
progetti a quelli della volontà di Dio. In
questo caso, infatti, dovrà venire meno al comandamento
dell'onore dovuto ai genitori colui che, volendo ubbidire
a Dio, non potrà onorare dei genitori che a loro
volta non onorano Dio ubbidendogli e anzi anteponendo se
stessi a Lui. Ciò vale anche per gli altri
legami familiari menzionati da Cristo nel testo di Luca
che abbiamo citato sopra: assolutizzare le aspettative del
marito o della moglie, dei figli o dei fratelli, al prezzo
di mandare in fumo il disegno di Dio, è idolatria
affettiva. Cristo manifesta la stessa libertà anche
verso le istituzioni giudaiche quali il Tempio e la sinagoga,
a cui non attribuisce mai un valore assoluto, ma un valore
sempre riformabile in vista di un migliore servizio a Dio
e all'uomo (cfr. Gv 2,13-22; Mt 9,14). Dall'esempio di Cristo
si comprende fino in fondo come non sia possibile un autentico
culto a Dio senza una radicale libertà dalle istituzioni
umane, dalle cose e dalle persone, un insegnamento che del
resto proviene anche dalle lontananze dell'alleanza in Mosè
(cfr. Es 4,23). Gli Apostoli, dopo la Pentecoste, dimostrano
di avere appreso bene questa lezione, rispondendo alle ingiunzioni
del Sinedrio: "Se sia giusto innanzi a Dio obbedire
a voi più che a Lui, giudicatelo voi stessi"
(At 4,19). L'Apostolo Paolo esercita il
suo ministero con la medesima, stupenda libertà,
senza dipendere dal giudizio di nessun uomo: "A
me, però, poco importa di venire giudicato da voi
o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso…
il mio giudice è il Signore" (1
Cor 4,3-4). Nella lettera ai Galati, egli precisa
che nessuno può essere un autentico servitore di
Cristo, quando il suo agire è condizionato dal compiacimento
degli uomini: "E' forse il favore degli uomini
che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio?
Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più
servitore di Cristo!" (1,10).
Un
genere ancora più sottile e irriconoscibile di idolatria
è quello che si ammanta con i segni esteriori e i
paludamenti della liturgia della Chiesa e del culto pubblico.
La Bibbia ci mette in guardia dal cadere in questa forma
tremenda e perniciosissima di idolatria, che già
minacciava il popolo dell'antica alleanza all'indomani dell'edificazione
del Tempio salomonico. E' soprattutto la predicazione profetica
a smascherare questo inganno del diavolo, che oggi assedia
il popolo cristiano da ogni parte. Sarà opportuno
ripercorrerne le tappe.
Il primo profeta di cui abbiamo un libro di oracoli è
Amos, attivo al nord nell'ottavo secolo
a. C. In lui possiamo trovare la testimonianza profetica
più antica di un inganno che non può essere
smascherato se non da una lettura profonda degli eventi.
Basta ricordare l'oracolo riportato al capitolo quarto:
"Andate pure a Betel e peccate! A Galgala e peccate
ancora di più!" (Am 4,4).
Betel e Galgala erano due importanti santuari della sua
epoca. Oggi sarebbe come dire: "Andate a Lourdes
e peccate! A Fatima peccate ancora di più!".
Nessun pellegrino accetterebbe certo di sentirselo dire.
Questo ci può dare un'idea di quanto fosse tagliente
la parola di Amos per i suoi contemporanei. Il richiamo
energico del profeta ha però, dietro di sé,
una profonda intuizione teologica: il peccato non
è solo quello che si presenta tale all'apparenza;
esiste infatti un altro genere di peccato che ha invece
l'apparenza della virtù di religione.
Il
vertice di questo peccato contro Dio, tanto più abominevole
quanto più si riveste dell'apparenza della pietà
religiosa, viene raggiunto nel culto pubblico. Anche questa
è una forma di idolatria, come più avanti
potremo meglio spiegare. Tornando al profeta Amos,
ancora più duro appare l'oracolo del successivo capitolo:
"Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco
le vostre riunioni… io non gradisco i vostri doni… lontano
da Me il frastuono dei tuoi canti: il suono delle tue arpe
non posso sentirlo!" (Am 5,21-23).
In sostanza, il profeta vuole dire che il culto pubblico,
svuotato del suo valore di conversione, risulta insopportabile
a Dio stesso. Se una comunità cristiana continua
a curare nei minimi particolari le sue celebrazioni e le
sue solennità, ma non aderisce col cuore alla Parola
di Dio e costruisce la propria vita e la propria pastorale
seguendo le inclinazioni del proprio cuore, allora le sue
riunioni e i suoi canti diventano insopportabili.
Se il culto pubblico continua a essere celebrato con somma
puntualità, ma nessuno più ci crede, allora
quel culto non è che un grande apparato senz'anima
e per questa via il cristianesimo stesso può divenire
un gigantesco idolo. Ecco perché un culto
pubblico senza fede e sganciato dalla vita è come
un manichino che si muove per via di una meccanica nascosta;
il manichino, se costruito bene, può anche somigliare
a un essere vivente, ma rimane il fatto che non ha la vita,
essendo dotato solo di movimento, e va avanti per inerzia,
come un sasso lanciato nel vuoto.
Il profeta Isaia non è più
delicato di Amos: "Che m'importa dei vostri sacrifici
senza numero… sono sazio degli olocausti di montoni… quando
venite a presentarvi a Me, chi richiede da voi che veniate
a calpestare i miei atri? Smettete di presentare offerte
inutili, l'incenso è un abominio per Me!"
(Is 1,11-13). Si comprende molto bene da
tutto il capitolo che il profeta rimprovera gli
israeliti di un culto ridotto a pura formalità, senza
alcun contenuto interiore e senza conseguenze per la vita
pratica. Da qui la domanda di Dio: giunti a questo
punto, chi vi obbliga a frequentare il mio Tempio e a calpestare
i miei atri? Il culto può avere un senso se è
capace di trasformare la vita della comunità, diversamente
è un idolo, un gigantesco meccanismo fine a se stesso.
In un'epoca successiva a quella di Isaia, alla vigilia dell'esilio
babilonese, un altro profeta, Geremia,
ritorna con forza su questo medesimo tema, dimostrando così
che il problema non è affatto risolto: "Dice
il Signore: Migliorate la vostra condotta… non confidate
nelle parole menzognere di coloro che dicono: Tempio del
Signore, Tempio del Signore!" (Ger 7,3-4). In
altre parole, il profeta vuole dire che la fiducia di coloro
che si appoggiano sul Tempio come istituzione è falsa:
Israele non è eletto perché c'è il
Tempio ma, al contrario, il Tempio è lì in
virtù dell'elezione di Israele. E se Israele
tradisce con il suo stile di vita la propria elezione, allora
la vicinanza fisica al Tempio non potrà salvare nessuno.
Geremia intende quindi condannare la concezione
estrinsecista della religiosità: nella sua epoca
ciò comportava una falsa sicurezza, come quella di
chi si sentiva salvo perché fisicamente vicino al
Tempio; oggi, Geremia condannerebbe la falsa sicurezza di
chi accumula con estrema precisione i nove primi Venerdì
del mese, e spera da essi la salvezza, facendo però
a meno dell'impegno e della fatica della conversione personale.
Questo insegnamento è ripreso ampiamente da Gesù
nel Vangelo, dove Egli cita Isaia per condannare il culto
svuotato della sua epoca (cfr. Mt 15,7-9)
e afferma che ogni gesto religioso che non sia finalizzato
a Dio nell'intimo della coscienza non vale nulla agli occhi
del Padre (cfr. Mt 6,5.16-18). Cristo condanna
anche l'estrinsecismo religioso: "Non chi dice
Signore, Signore, entrerà nel regno dei Cieli, ma
chi fa la volontà del Padre mio" (Mt
7,21), come pure ogni forma di apparenza religiosa alla
quale non corrisponda un adeguato atteggiamento interiore
(cfr. Mt 23,27-28). L'atteggiamento di
Cristo verso questo tipo di idolatria in cui l'idolo non
è una divinità straniera ma lo stesso culto
al Dio vivente, ridotto però a un meccanismo senza
vita, è simboleggiato dalla sua reazione dinanzi
a un albero di fico tutto foglie e privo di frutti (cfr.
Mt 21,18-19).
Infine,
il terzo nucleo in cui Cristo ha sintetizzato i
nostri "doveri" verso Dio, è costituito
da una consegna totale della nostra vita nelle sue Mani
(cfr. Mt 22,37), un insegnamento
che si esprime con le parole "Amerai il Signore
Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta
la mente". E' ovvio che, nel linguaggio biblico,
il cuore, l'anima e la mente non sono tre cose diverse da
ciò che è l'uomo nella sua storicità,
né sono tre elementi distinti del composto umano;
piuttosto, sono tre aspetti sotto cui deve realizzarsi la
totale sottomissione della persona umana a Dio: il
cuore rappresenta la coscienza, ossia la dimensione della
interiorità in cui la persona prende le sue decisioni
nei confronti della verità; l'anima rappresenta le
energie vitali, le forze che la persona canalizza verso
la realizzazione di sé; la mente è la sede
del pensiero, il cui nutrimento è la conoscenza.
La sottomissione a Dio deve avere, nell'uomo, questi
tre volti. Sarà opportuno considerarli separatamente.
Amare
Dio con tutto il cuore. E' la prima delle tre determinazioni
dei diritti di Dio. Ormai c'è una convinzione unanime
tra gli studiosi di antropologia biblica a proposito del
termine "cuore". Nessuno dubita che si tratti
di una parola che contiene tutti i significati fondamentali
legati al termine "coscienza", un termine più
moderno che siamo soliti usare nel nostro linguaggio odierno.
Per la Bibbia, insomma, dire "cuore" è
lo stesso che dire "coscienza". Non si tratta
quindi di indicare tanto una dimensione affettiva o sentimentale,
come suggerirebbe la parola "cuore" nel suo uso
corrente, quanto piuttosto di descrivere la realtà
interiore della decisione morale
Il
"cuore" del linguaggio biblico non è dunque
la sede dei sentimenti, ma è la sede delle decisioni
importanti della vita, quelle decisioni che hanno la loro
radice nel discernimento del bene e del male e che si traducono
nella posizione che la persona sente di dovere prendere
dinanzi ai valori morali. E' opportuno fare qualche
esempio, tra i tanti possibili. In Tobia
1,12 è detto: "Resterai fedele a Dio con
tutto il cuore". Ciò significa che il "cuore"
è la sede della opzione per Dio e della decisione
morale di essergli fedele. Lo stesso insegnamento si trova
nel Salmo 140: "Non lasciare che il mio cuore si
pieghi al male" (v. 4). Si vede chiaramente che
non è in ballo il sentimento, ma una precisa decisione
volitiva che orienta la persona verso il bene o verso il
male. In questo caso l'orante chiede di essere preservato
dalla suggestione che il male può esercitare sull'uomo.
Ancora più chiaro su questo punto è il Vangelo
di Matteo: "Dal cuore vengono i propositi malvagi"
(5,28). Il cuore è quindi anche la sede dei
propositi, ossia delle scelte concrete, e non semplicemente
dei sentimenti più o meno buoni. Un ultimo
testo, tra i tanti, che collega esplicitamente il "cuore"
con l'ordine morale, e che quindi pone il concetto di "cuore"
allo stesso livello del concetto di "coscienza",
è Proverbi 7,3: "Scrivi
i miei precetti sulla tavola del tuo cuore". Il
cuore qui non è altro che la legge interiore, dove
l'uomo, opportunamente formato e maturo nel discernimento,
può conoscere e distinguere il bene e il male; in
altre parole, è la coscienza.
Dopo questa premessa, si può comprendere facilmente
che "amare Dio con tutto il cuore" significa
COMPIERE UNA SCELTA DI COSCIENZA CHE ORIENTI LA PROPRIA
PERSONA E LA PROPRIA VITA INTERAMENTE VERSO IL PRIMATO DELLA
VOLONTÀ DI DIO. Amare Dio infatti non è
una esperienza sensibile o sentimentale, ma è una
scelta di coscienza. Dio vuole che la nostra coscienza sia
abitata da Lui e dalla sua Luce. Ecco allora il senso della
prima determinazione: Amerai il Signore Dio tuo con tutto
il cuore.
Amare
Dio con tutta l'anima. E' la seconda determinazione.
Chiariamo subito che, in questo contesto, la parola "anima"
non indica il principio spirituale che si oppone a "corpo".
E amare Dio con l'anima non significa amarlo "con lo
spirito", visto che non è possibile amarlo "con
il corpo". La parola anima, nel linguaggio
biblico (nefesh, in ebraico), indica
qualcosa di più che non semplicemente il principio
vitale che si oppone al corpo. Nella Bibbia, la parola "anima"
è sinonimo di "energia vitale", che include
il concetto di persona nella sua globalità, senza
eccettuare il corpo. Per dirla in breve, con
la parola "anima" nei testi biblici dobbiamo intendere
non soltanto il soffio vitale, ma soprattutto la totalità
della persona, in tutte le sue energie vitali, fisiche e
psichiche. Facciamo qualche esempio esplicativo.
In Genesi 7,23, nella frase "Fu
sterminato ogni essere", la parola che indica
gli esseri viventi nel testo ebraico è nefesh,
ossia "anima". La traduzione letterale sarebbe
"fu sterminata ogni anima". E' chiaro
allora che con la parola "anima" si intende qui
tutto l'essere umano, nella sua anima e nel suo corpo. Lo
stesso fenomeno si ha in Dt 20,16. Nel
Salmo 56, l'espressione "osservano
i miei passi per attentare alla mia vita" (v.
7), in ebraico si trova la parola "anima",
laddove il testo italiano dice "vita". La traduzione
letterale sarebbe allora "osservano i miei passi
per attentare alla mia anima". Di nuovo, la Bibbia
con la parola "anima" intende la vita della persona
nella sua totalità. Si può dire che questo
è da considerarsi come significato principale, sebbene
indubbiamente con la parola "anima" la Bibbia
intenda pure sia il principio vitale da cui la materia riceve
animazione, sia la dimensione interiore della persona, in
cui tutti gli eventi lieti o tristi trovano la loro eco.
Riassumendo, possiamo dire che il senso della esigenza di
amare Dio con tutta l'anima, consiste nel NON GIUDICARE
LA PROPRIA VITA PIÙ PREZIOSA O PIÙ IMPORTANTE
DEL REGNO DI DIO, ED ESSERE QUINDI DISPOSTI A MORIRE IN
UN ATTO DI OFFERTA DI SE STESSI COME IMMOLATI AGLI INTERESSI
DEL REGNO CHE VIENE. L'apostolo Paolo ha amato
Dio con tutta l'anima, quando ha consegnato la propria vita
alle esigenze dure dell'annuncio del Vangelo e ha portato
questo amore alla sua ultima perfezione quando è
stato martirizzato. Ricordiamo alcuni passaggi delle sue
lettere a questo proposito. "Sono ministri di Cristo?
Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro:
molto di più nelle fatiche, molto di più nelle
prigionie, infinitamente di più nelle percosse… E
oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione
per tutte le chiese" (2 Cor 11,22-29).
"Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno"
(Fil 1,21). "Perciò sono
lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella
mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo"
(Col 1,24). "Quanto a me, il mio
sangue sta per essere versato in libagione" (2
Tm 4,6). Queste espressioni tratte dall'epistolario
paolino non sono bisognose di ulteriore commento, tanto
sono chiare. Ci limitiamo a dire che Dio si attende da ogni
discepolo del suo Figlio una piena consegna della vita e
della persona, fino alla offerta di se stesso in una morte
che sia una vera eucaristia. Il senso della esigenza di
amare Dio "con tutta l'anima" è questo:
OFFRIRE A DIO LA PROPRIA VITA COME UNA PICCOLA EUCARISTIA
NELLA GRANDE EUCARISTIA.
Amare
Dio con tutta la mente. E' la terza determinazione.
La parola "mente" nel linguaggio biblico non si
riferisce a cose diverse da quelle che intendiamo noi usando
la medesima parola. La "mente" è
la sede del pensiero, il luogo del rapporto dell'uomo con
la conoscenza e con la verità. "Amare Dio con
tutta la mente" significa RICONOSCERE CHE L'OGGETTO
DELLA CONOSCENZA CAPACE DI APPAGARE INTERAMENTE IL NOSTRO
BISOGNO DI VERITÀ È DIO STESSO.
Ciò
comporta l'eliminazione di alcuni atteggiamenti deleteri
del rapporto dell'uomo con la conoscenza, quali la vana
curiosità, la falsificazione della verità
conosciuta, la deviazione del sapere verso scopi utilitaristici:
il potere e il denaro. Proviamo a vedere quale sia, in misura
più larga, l'insegnamento biblico su questo tema.
La conoscenza in generale è innanzitutto dono di
Dio; è grazia l'intelligenza con la quale scandagliamo
la realtà che ci circonda come è grazia anche
l'apertura mentale e il superamento di pregiudizi e grettezze,
che porterebbero la persona lontano da un retto conoscere.
La figura biblica di Salomone è portatrice infatti
di questo messaggio: "Dio concesse a Salomone saggezza
e intelligenza molto grandi e una mente vasta come la sabbia
che è sulla spiaggia del mare" (1
Re 5,9). E in Luca è detto: "Gesù
aprì la loro mente all'intelligenza delle Scritture"
(24,45). L'uomo può insomma conoscere la scienza
nella misura e nei limiti concessi da Dio. Ogni forma di
vanto e di autoglorificazione in virtù della propria
intelligenza è necessariamente esclusa, come insegna
anche Geremia: "Non si vanti il
saggio della sua saggezza" (9,22). Inoltre, all'uomo
è stato rivelato da Dio persino ciò che supera
le possibilità della mente umana: "Non cercare
le cose troppo difficili per te… non devi occuparti delle
cose misteriose… poiché ti è stato mostrato
più di quanto comprende un'intelligenza umana"
(Sir 3,21-23). L'intelligenza e la conoscenza
sono dunque doni di Dio, ma non è lecito spingere
la propria indagine verso le conoscenze occulte, paranormali,
spiritiche o sataniche, dal momento che la rivelazione ci
ha già fatto conoscere tutto quanto era necessario
e lecito sapere di quelle cose che superano le nostre possibilità
conoscitive. Giudicare insufficiente la divina rivelazione
è dunque un atto di empietà. Così come
è empio sopravvalutare la propria intelligenza al
punto di renderla un criterio ultimo e definitivo di verità.
Per coloro che attingono la verità solo dalla propria
mente è il detto di Ezechiele: "Con
la tua saggezza e il tuo accorgimento hai creato la tua
potenza… hai uguagliato la tua mente a quella di Dio… ma
sei un uomo e non un dio, in balìa di chi ti uccide"
(28,4.6.9). Amare Dio con la mente vuol dire innanzitutto
riconoscere i limiti oggettivi che Dio ha posto al nostro
sapere e non pretendere di valicarli empiamente, uguagliando
la nostra intelligenza a una divinità. La nostra
intelligenza, per quanto ammirevole, è anch'essa
una creatura e non un dio.
La mente umana ha però una precisa destinazione,
e non è destinata a vagare da una conoscenza a un'altra,
come un recipiente utile per tutti gli usi. La nostra mente
è orientata alla verità che è Dio,
come in più punti ci ricorda l'Apostolo Paolo: "Con
la mente io servo la Legge di Dio" (Rm
7,25). E ancora: "Possa Egli illuminare gli occhi
della vostra mente" (Ef 1,18).
E infine Giovanni: "Il Figlio di Dio ci ha dato
l'intelligenza per conoscere il vero Dio" (1
Gv 5,20).
A
questo punto è chiaro che la virtù della giustizia
include tutta la materia del Decalogo; fin qui abbiamo trattato
dei primi tre comandamenti. Iniziando adesso a parlare della
giustizia verso il prossimo, ci accorgeremo di entrare nella
seconda parte del Decalogo, ossia la parte che riguarda
la giustizia verso il prossimo e che si specifica nei comandamenti
dal quarto al decimo.
Nella sua risposta ai farisei, il Maestro aggiunge spontaneamente
il secondo comandamento più importante della Legge,
sebbene fosse stato interrogato solo sul primo (cfr. Mt
22,36-39). Il secondo suona dunque così: "Amerai
il prossimo tuo come te stesso" (v. 39). Questo
secondo precetto Cristo lo desume dal libro del Levitico
(18,19). Dobbiamo subito precisare che Cristo, durante l'ultima
cena, darà ai suoi discepoli un comandamento "nuovo"
circa l'amore verso il prossimo, che suona così:
"Che vi amiate gli uni gli altri come Io ho amato
voi" (Gv 13,34). Nella sua risposta ai farisei,
invece, Egli non si discosta dall'AT. Vi è comunque
una differenza essenziale tra il comandamento del Levitico
e quello "nuovo" di Cristo: il comandamento del
Levitico indica la misura della giustizia che è richiesta
a tutti e la cui trasgressione va considerata come peccato,
mentre il comandamento nuovo dato ai discepoli indica la
perfezione della carità, che non è richiesta
ma liberamente accettata da chi vuole superare i confini
della giustizia per transitare verso le altezze della santità.
I confini della giustizia sono determinati dalla misura
dell'amore verso se stessi, mentre i traguardi della santità
non hanno misura, perché modellati sull'infinito
amore del Figlio di Dio che ha dato Se Stesso per noi
(cfr. Gal 2,20). Solo il Vangelo di Luca
aggiunge all'insegnamento tratto dal Levitico la parabola
del buon samaritano (cfr. Lc 10,25-37),
con l'intenzione di spiegare il concetto di "prossimo",
che nelle parole del Maestro non è rappresentato
da colui che mi è vicino, ma da colui al quale io
mi faccio vicino. In sostanza, gli altri non "sono"
mio prossimo, ma lo "divengono" se io li rendo
tali, avvicinandomi alle loro sofferenze.
Qui dobbiamo però precisare soltanto i confini della
giustizia verso il prossimo. Il punto di riferimento offerto
dalla Bibbia è, come abbiamo già detto, l'amore
verso se stessi. Non è solo il Levitico ad esprimersi
in questi termini. Possiamo ricordare altre formulazioni
dello stesso precetto: "Non fare a nessuno ciò
che non piace a te" (Tb 4,15).
Nel NT è pure ripreso ma con una variazione che lo
riesprime in positivo: "Ciò che volete gli
uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro"
(Lc 6,31). Il senso sostanziale non cambia:
il livello minimo della giustizia verso gli altri, al di
sotto del quale c'è l'ingiustizia, consiste nel DESIDERARE
PER GLI ALTRI IL MEDESIMO BENE CHE SI DESIDERA PER SE STESSI.
La
Scrittura ci offre delle indicazioni precise e opportune
per ogni categoria di prossimo. Cercheremo adesso di scandagliarne
gli insegnamenti. Il primo "prossimo" considerato
dalla Bibbia è quello rappresentato dai genitori.
La
giustizia verso i genitori
Immediatamente
dopo i comandamenti riguardanti il rapporto con Dio, la
Legge di Mosè mette subito l'onore dovuto ai genitori
come "primo prossimo" di ogni uomo. La posizione
del comandamento, collocato all'inizio della serie dedicata
alla giustizia verso il prossimo, esprime già tutta
una teologia: per ogni persona i genitori rivestono
un'importanza che è seconda solo a quella di Dio.
Non è un caso che perfino il verbo ebraico
utilizzato dal testo originale per dire che essi devono
ricevere onore dai loro figli è lo stesso verbo col
quale la Bibbia suole affermare che Dio deve essere venerato
dal suo popolo (in ebraico kabbed). Ciò
significa che per i figli, i genitori rappresentano Dio
visibilmente. Per questo essi possono rivestire
un ruolo sacerdotale benedicendo i figli: "La benedizione
del padre consolida le case dei figli, la maledizione della
madre ne scalza le fondamenta" (Sir
3,8). L'onore che ad essi è dovuto si concretizza
in primo luogo nell'ubbidienza: "Ascolta, figlio,
l'istruzione di tuo padre e non disprezzare l'insegnamento
di tua madre" (Prv 1,8). In secondo
luogo, nell'assistenza alla loro anzianità: "Figlio,
soccorri tuo padre nella vecchiaia… anche se perdesse il
senno compatiscilo: la pietà verso il padre non sarà
dimenticata" (Sir 3,12-14). I
genitori, in sostanza, nell'ordine dei comandamenti, e quindi
nell'ordine del dovere morale, vengono subito dopo Dio,
ma è chiaro e non va mai dimenticato che, come Cristo
ha precisato nel Vangelo e come già abbiamo avuto
occasione di notare, essi non devono sostituirsi a Lui prendendo
il suo posto, né i figli devono ubbidire loro al
punto tale da dimenticare le esigenze e il primato di Dio.
I libri sapienziali sono quelli che nell'AT dedicano maggiore
attenzione al rapporto genitori-figli. Il Siracide
riprende il quarto comandamento quasi parola per parola
e commenta: "Ricorda che essi ti hanno generato
che darai loro in cambio di quanto ti hanno dato?"
(7,28). Il brano più denso di significati è
senza dubbio Sir 3,1-16, dove l'onore dato ai genitori è
presentato come una base solida su cui i figli edificano
la propria vita materiale e spirituale. Il frutto della
pietà verso i genitori è in parte umano e
in parte soprannaturale: a chi onora il padre è promessa
ad esempio una lunga vita (v. 6), oppure il consolidamento
del proprio benessere e della propria casa, così
come la garanzia che i suoi figli ubbidiranno a lui come
lui ha ubbidito ai genitori suoi (vv. 4.5.9), ma vengono
fatte anche delle promesse di livello squisitamente religioso:
la grazia del perdono dei suoi peccati (vv. 3.14-15) e l'ascolto
presso Dio delle sue preghiere (v. 5).
La
giustizia verso i figli
I
precetti del Signore circa il rapporto genitori-figli, com'è
ovvio, non sono, né potevano essere, a senso unico.
I genitori non sono soltanto oggetto di onore da parte dei
figli ma pure sono soggetti di una serie di doveri di giustizia
verso la loro prole. Innanzitutto, vale a questo proposito
lo stesso avvertimento che è stato dato precedentemente
ai figli: come i figli non devono ubbidire ai genitori disubbidendo
a Dio, così anche i genitori non devono mettere i
propri figli al vertice assoluto della loro vita, col rischio
di scivolare in una pericolosa idolatria. In fondo è
proprio questo che Dio, per bocca del profeta Samuele, rimprovera
all'anziano sacerdote Eli: "Avete calpestato i
miei sacrifici e le mie offerte… e tu hai avuto maggior
riguardo ai tuoi figli che a Me" (1 Sam
2,29).
Il primo dovere dei genitori, secondo l'insegnamento biblico,
è senz'altro quello di trasmettere la fede ai loro
figli: "Tu possa raccontare e fissare nella memoria
di tuo figlio… i segni che ho compiuto in mezzo a loro"
(Es 10,2). Il Deuteronomio ritorna con
grande insistenza su questo argomento e sulla necessità
della trasmissione della fede da una generazione a un'altra
(cfr. 4,9; 11,19; 32,46). Nel NT - in una fase in cui il
celibato sacerdotale non era obbligatorio - il fatto di
avere dei figli credenti è addirittura considerato
un requisito importante per un presbitero (cfr. Tt 1,6),
perché indica l'adempimento di una grande aspettativa
di Dio verso chi ha generato dei figli.
Accanto al tema della trasmissione della fede figura anche
quello della correzione dei figli. La trasmissione della
fede implica infatti anche la comunicazione di uno stile
di vita che è in fondo un progetto pedagogico: "Correggi
tuo figlio finché è ancora possibile"
(Prv 19,18); "Correggi tuo figlio
e ti farà contento" (Prv
29,17). "Hai figli? Educali" (Sir
7,23). "Vergogna per un padre, un figlio maleducato"
(Sir 22,3). La saggezza pratica di questi
consigli è fin troppo evidente e non necessita di
alcun commento. Il NT aggiunge che la correzione e l'educazione
di un padre verso i propri figli devono essere portate avanti
con delicatezza, tenendo conto della fragilità di
una persona ancora in stato di formazione, evitando di fare
leva sui rapporti di forza, quando ciò non sia necessario:
"E voi, padri, non inasprite i vostri figli"
(Ef 6,4). Il medesimo consiglio ritorna
nella lettera ai Colossesi: "Voi, padri, non esasperate
i vostri figli, perché non si scoraggino"
(3,21).
La
giustizia nel rapporto di coppia
Una
particolare categoria di "prossimo" è certamente
rappresentata dall'uomo, o dalla donna, che condivide con
noi la totalità della vita sotto lo stesso tetto.
Su questo punto l'argomento si farebbe abbondante, dal momento
che si entrerebbe nella profondità del sacramento
del matrimonio, vocazione che ripristina l'immagine di Dio
impressa all'origine sul rapporto della prima coppia. E'
un tema troppo vasto che non potremo affrontare qui sotto
i molteplici risvolti di cui si compone. Facciamo perciò
una scelta, che in fondo è conforme alla pista che
seguiamo fin dall'inizio: il margine della virtù
della giustizia. Ci soffermiamo quindi sul rapporto interpersonale
della coppia, tralasciando le altre tematiche teologiche
connesse al sacramento.
La vita di coppia, considerata sul piano della relazione
reciproca di due persone, viene descritta dalla Bibbia in
modo da offrire a ogni coppia credente le tracce di uno
stile di vita quotidiana conforme alle aspettative di Dio.
Cercheremo qui di mettere in luce i tratti fondamentali
di questo insegnamento biblico.
La prima cosa che balza subito agli occhi è il fatto
che una relazione d'amore, costruita secondo Dio, deve essere
priva dei rapporti di forza. Il racconto della creazione
contiene già questo elemento di pacificazione reciproca
che deve caratterizzare la coppia che vive il suo amore
nella luce di Dio: "Non è bene che l'uomo
sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia simile… Il
Signore Dio plasmò una donna e la condusse all'uomo"
(2,18.22). Questi brevi enunciati raggiungono una notevole
profondità antropologica e teologica al tempo stesso:
la coppia pensata da Dio è una coppia che nasce innanzitutto
sulla base della similitudine. La prima esperienza di pace
nel rapporto tra due persone consiste nell'avere lo stesso
cuore. E' difficile che un uomo e una donna possano costruire
insieme un amore veramente felice se sono uniti da una similitudine
soltanto superficiale (il piacersi fisicamente o caratterialmente,
l'avere gli stessi gusti…) e sono invece diversi nella maniera
di interpretare la vita e negli obiettivi fondamentali da
perseguire. L'amore donato da Dio alla coppia delle origini
può fondarsi solo sulla similitudine della coscienza,
quando cioè l'uomo e la donna credono negli stessi
valori, condividono le stesse aspirazioni, interpretano
la vita nella medesima chiave.
Il secondo enunciato (v. 22) si muove invece sul registro
dello stile di vita: Adamo non si appropria di sua moglie,
è Dio che gliela offre come un dono. La coppia che
vive nella luce di Dio non perde mai di vista il fatto che,
pur nella reciproca e totale appartenenza, nessuno dei due
è "padrone" dell'altro. Piuttosto, l'altro
si accoglie con il rispetto e la delicatezza con cui si
accoglie un dono prezioso fatto da Dio. L'incontro di Tobia
e di Sara veicola infatti proprio questo insegnamento; Tobia
prende Sara non come una moglie autonomamente scelta, ma
come la donna che Dio ha giudicato adatta per lui: "Dal
cielo è stato stabilito che ti sia data"
(Tb 7,12). Di fatto, sempre nel libro della
Genesi, i rapporti di forza entrano nella vita di coppia
solo dopo il peccato originale e perciò non esprimono
la volontà di Dio, ma solo la conseguenza di un disordine
voluto dall'uomo e progettato dal diavolo: "Alla
donna Dio disse: verso tuo marito sarà il tuo istinto,
ma egli ti dominerà" (Gen
3,16). Questo "egli ti dominerà" segna
l'ingresso dei rapporti di forza che hanno snaturato l'amore
umano, deformandolo nel suo significato sacramentale, ossia
nella sua capacità di rendere visibile l'amore di
Dio. Cristo, nella sua risposta ai farisei che lo interrogavano
sul divorzio, fa riferimento a una condizione in cui la
coppia umana non è più quello che Dio aveva
stabilito al principio della creazione (cfr. Mt 19,8). Nelle
parole di Cristo si comprende che l'amore umano ha perduto
lo splendore che aveva all'origine, perché il peccato
ha ferito gli equilibri della persona e il cuore si è
ammalato di indurimento. Alla luce di questo presupposto,
il Maestro afferma che il fallimento dell'amore umano non
è dovuto a una qualche forma di incompatibilità
tra l'uomo e la donna, ma è da attribuirsi a una
causa più profonda, ossia lo stato di malattia del
cuore oscurato dal peccato. Sarà necessaria la redenzione
perché la coppia umana possa avvicinarsi allo splendore
delle origini, recuperando l'intimità con Dio, perduta
con la cacciata dall'Eden.
Lo stile delle relazioni tra marito e moglie viene ripreso
dall'Apostolo Paolo nella lettera agli Efesini, con una
amplificazione del discorso nella prospettiva sacramentale.
Abbiamo già detto, però, che in questa sede
non ci occuperemo della teologia della coppia, bensì
del ritratto biblico della coppia. Paolo presenta in termini
nuovi quello che può sembrare non solo un discorso
vecchio, ma anche un discorso che dovrebbe essere superato
nella nuova economia del NT. L'Apostolo "sembra"
infatti suggerire la sottomissione della donna all'uomo.
Ci sembra opportuno chiarire qui cosa egli abbia inteso
dire. Il suo enunciato suona intanto così: "Le
mogli siano sottomesse ai loro mariti come al Signore; il
marito infatti è capo della moglie come Cristo è
capo della Chiesa" (Ef 22). Il concetto di "sottomissione"
ha bisogno di essere contestualizzato, per non correre il
rischio di cadere in un madornale fraintendimento. Sarebbe
un errore tentare di capire il senso delle parole dell'Apostolo
senza tenere conto di ciò che egli subito dopo aggiunge:
"E voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo
ha amato la Chiesa" (v. 25). Ora, noi sappiamo
che Cristo ha amato la Chiesa lavando i piedi ai suoi discepoli
e rappresentando così il senso profondo dell'offerta
della propria vita per la nostra salvezza. Se dunque la
moglie deve essere sottomessa al marito come a Cristo, il
marito, a sua volta, deve mantenere verso di lei lo Cristo
stesso atteggiamento di Cristo, chino in un instancabile
servizio. Sotto questa chiave scopriamo allora che la "sottomissione"
è un atteggiamento altissimo e nobile, se è
ispirato dall'amore e dall'imitazione di Cristo.
Non ci inoltriamo nelle altre categorie di "prossimo"
per le quali, volendo stabilire il livello della giustizia,
basta ribadire il principio riportato dal Vangelo di Luca:
"Ciò che volete gli uomini facciano a voi,
anche voi fatelo a loro" (6,31).