Virtù
teologali - la carità
della
Comunità Cattolica "Cristo
Maestro"
Il
concetto di carità nell'Antico Testamento
Le
sezioni legislative del Pentateuco, accanto alle esigenze
della giustizia sociale, conoscono anche una delicata attenzione
alla persona umana, che può inquadrarsi senz'altro
nel contesto di un discorso sulla carità teologale,
sebbene in termini ancora embrionale. Tuttavia, non ci sembra
opportuno tralasciarne la menzione.
La
definizione "carità teologale" include
simultaneamente due direzioni, una verticale e una orizzontale.
Entrambe sono già presenti nella legislazione mosaica.
Basta un solo fondamentale riferimento: "Io sono
il Signore tuo Dio... non avrai altri dèi davanti
a Me" (Es 20,2-3). Questo enunciato afferma l'unicità
di Dio e, di conseguenza, il primato assoluto che Egli deve
rivestire nel cuore dell'uomo. In questo senso, sviluppare
la carità teologale equivale ad amare Dio non insieme
agli altri destinatari del mio amore, come se Egli fosse
uno dei miei amori possibili, ma equivale ad amarlo in modo
che tutti coloro che amo, siano amati in Lui. Non accanto
a Lui, ma per amore di Lui. Da questo modo nuovo e divino
di amare, scaturisce un cuore nuovo, capace di amare ugualmente
l'amico e il nemico, in quanto nessuno dei due è
amato per se stesso, ma è amato perché Dio
me lo chiede. Le sezioni legislative del Pentateuco, infatti,
chiedono esplicitamente all'israelita di amare anche il
nemico. Il NT ci illustrerà ampiamente questa prospettiva.
Nel libro dell'Esodo, dopo la grande sezione
legislativa dedicata al Decalogo, si enumera una serie di
leggi e di precetti minori, dove possiamo evidenziare alcuni
aspetti inquadrabili nel tema della carità verso
il prossimo. Vi è un atteggiamento di delicatezza
e di rispetto che Dio chiede intanto nei confronti dello
straniero, in forza di una immedesimazione nella sua condizione:
"Non molesterai lo straniero né l'opprimerai,
perché foste stranieri nella terra d'Egitto"
(Es 22,20); il testo intende dire che il
cuore umano acquista delle tonalità di delicatezza
e di sensibilità quando non dimentica, nel tempo
della prosperità, le umiliazioni e i dolori del suo
passato. Chi ha sofferto è spesso più capace
di immedesimazione e di comprensione degli afflitti; perciò
ne diviene sovente il consolatore. Se l'israelita saprà
ricordarsi della sua lunga schiavitù egiziana, non
avrà più la tendenza a maltrattare lo straniero
residente nei suoi confini. E immediatamente dopo continua:
"Non maltratterai una vedova né un orfano.
Se lo maltratti e grida verso di Me, ascolterò il
suo grido" (Es 22,21-22). Queste
due categorie, le vedove e gli orfani, nella società
ebraica, marcatamente patriarcale, erano le più svantaggiate
e facilmente preda di gente senza scrupoli, non avendo la
difesa del capo famiglia. Dio stesso si presenta come il
vendicatore dei torti subiti dai più deboli, che
non hanno in questo mondo chi li possa difendere. In questo
medesimo contesto viene condannato il prestito a usura (cfr.
22,24) e, più in generale, viene raccomandata l'attenzione
al povero: "Se prendi in pegno un mantello del
tuo prossimo, glielo restituirai al tramonto del sole, perché
quello è la sua sola coperta" (Es
22,25-26). Il povero, che utilizza il mantello come indumento
e come coperta, non deve esserne defraudato a causa di un
prestito, col rischio di non poter dormire d'inverno. Non
c'è alcun dubbio che questo precetto relativo al
povero, voglia, indirettamente, disapprovare anche qualsiasi
forma di superficialità e di trascuratezza, di chi
non considera i bisogni altrui con la stessa sollecitudine
con cui cura i propri. Al
capitolo successivo subentra il tema, ripreso poi da Gesù
nel suo insegnamento, dell'amore dovuto anche ai nemici:
"Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il
suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. Quando vedrai
l'asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non
abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui ad aiutarlo"
(Es 23,4-5). Il Maestro riprenderà
questi concetti inserendoli nell'etica neotestamentaria,
giudicando che sia un atteggiamento tipico dei pagani quello
di misurare l'amore che si dà sulla base di quello
che si riceve (cfr. Mt 5,46-47). Dal punto
di vista biblico, perfino l'AT indica come autentica esperienza
d'amore quella di chi guarda solo ai bisogni del prossimo
e in base a essi si muove, senza considerare se ciò
avrà o meno un qualche genere di ritorno o di rimunerazione.
Questo però non significa che la Bibbia invita l'ingenuo
a gettarsi nelle fauci del leone, perché il suo invito
alla prudenza è insistente (cfr. Sir
12,8-18).Le esigenze della carità ritornano nel libro
del Levitico, tra le prescrizioni cultuali
e morali. I bisogni del povero e del forestiero sono l'oggetto
del pensiero dell'israelita che lavora nei campi: "Quando
mieterete la messe, non mieterete fino ai margini del campo,
né raccoglierete ciò che resta da spigolare;
quanto alla tua vigna, non coglierai i racimoli, li lascerai
per il povero e per il forestiero" (Lv
19,9-10). Vi sono diverse sfumature della carità
in queste poche parole: innanzitutto il rapporto dell'uomo
col proprio lavoro. Il cristiano non può
concepire un rapporto col lavoro in termini di puro guadagno.
I beni personali vanno considerati sullo stesso piano degli
altri doni di Dio: sono dati a me, ma talvolta li dovrò
usare in giusta misura anche per il bene altrui. L'ambito
della propria professione è il luogo della propria
sussistenza, e di questo nessuno dubita; ma per un cristiano
esso deve essere anche l'ambito della solidarietà,
nel senso che va lasciato un margine di non profitto in
favore dei poveri: "non mieterete fino ai margini".
Vale a dire: ricorda che devi essere in grado, quando la
necessità si presenti, e sia una vera necessità,
di defalcare per il povero (cioè per chi si trova
veramente in stato di povertà) il margine dei tuoi
guadagni.
In
questo medesimo capitolo del Levitico si intrecciano inscindibilmente
i temi della carità con quelli della giustizia sociale,
sui quali non ci fermiamo in questa sede. Temi della giustizia
sociale sono ad esempio la proibizione dell'uso dell'inganno
o della menzogna (cfr. v. 11), oppure l'esortazione a retribuire
l'operaio che ha lavorato presso di me entro il tramonto
del sole (cfr. v. 13), o ancora la proibizione dell'ingiustizia
nei tribunali e l'uso di bilance false nel commercio (cfr.
vv. 35-36). Le esigenze della giustizia in fondo si radicano
anch'esse sulla carità, anche se si fermano a un
livello differente. Per questo il Levitico parla di entrambe
le virtù, cioè la giustizia e la carità,
senza distinguerle di fatto. Il capitolo 19 del Levitico
raggiunge un punto cruciale a proposito dell'insegnamento
sulla carità, e sarà ripreso in pieno dal
NT, e sarà in quel contesto che lo commenteremo:
"Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello…
non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai
il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore"
(vv. 17-18). Qui dunque non si tratta di evitare delle "azioni"
malvagie, bensì di purificare il cuore dalla sua
tendenza all'ostilità e all'odio.