Virtù
teologali - la carità
della
Comunità Cattolica "Cristo
Maestro"
L'amore
nei libri sapienziali
La
letteratura sapienziale è estremamente ricca di indicazioni
circa l'amore verso il prossimo, indicazioni che, a differenza
del Pentateuco, hanno un carattere più consigli che
di prescrizioni legali. Inoltre, la prospettiva sapienziale
è molto più ampia, abbracciando praticamente
l'intero raggio delle relazioni umane.
Seguendo
l'ordine canonico, iniziamo col libro dei Proverbi.
Le tematiche della carità emergono già al
terzo capitolo: "Non negare un beneficio a chi
ne ha bisogno, se è in tuo potere il farlo"
(v. 27); questo consiglio riprende gli insegnamenti del
Pentateuco e si muove evidentemente su due registri: da
un lato, quando si può compiere un'azione che benefica
qualcuno, l'indolenza è il nemico più pericoloso;
dall'altro, non si distingue se colui che ha bisogno sia
amico o nemico, data la totale genericità dell'enunciato:
"a chi ne ha bisogno". Agli occhi del
cristiano, infatti, la categoria del "bisogno"
unifica amici e nemici, impedendo di distinguerli. La questione
dell'indolenza nel fare il bene è comunque ripresa
in modo più esplicito al versetto successivo: "Non
dire al tuo prossimo: Va', ripassa, te lo darò domani,
se tu hai ciò che ti chiede" (v. 28). Questo
atteggiamento è indubbiamente da considerarsi come
un peccato contro l'amore: la tendenza a dilazionare nel
tempo il compimento di un bene o di una azione utile al
prossimo. Una forma particolarmente elevata dell'amore verso
il prossimo è citata dal libro dei Proverbi
al capitolo 10; una espressione d'amore che il NT identificherà
con l'evangelizzazione, ossia l'atto di carità più
alto che si possa pensare: far conoscere il Signore. Ai
versetti 20 e 21 il testo si esprime in questi termini:
"Argento pregiato è la lingua del giusto… le
labbra del giusto nutriscono molti", in contrasto con
lo stolto che è solito parlare molto senza dire niente:
"il molto parlare non è mai senza colpa"
(v. 19). Il giusto custodisce nel suo cuore i tesori
della sapienza (cfr. v. 31) e per questo le sue parole sono
in se stesse amore, in quanto chi le ascolta ne esce migliorato
(cfr. 12,26).Se il giusto ama il suo prossimo non appena
apre bocca, perché le sue parole sono sempre luminose,
l'empio ha la caratteristica contraria, manifestando una
parola distruttiva: "con la bocca l'empio rovina
il suo prossimo" (11, 9).
La
carità verso il prossimo è descritta inoltre
anche nei termini del rispetto incondizionato della persona
umana: "Chi disprezza il suo prossimo è
privo di senno, l'uomo prudente invece tace" (11,12).
Ci sembra di avvicinarci con questo proverbio al mondo del
NT, dove il rispetto della persona è concepito come
il valore superiore a ogni legge. In nessun caso la Scrittura
ci autorizza al disprezzo del prossimo; senza messi termini,
e senza alcuna possibile eccezione, chi disprezza il prossimo
è privo di senno. Non si dice "chi disprezza
il prossimo che non è meritevole di disprezzo",
ma semplicemente: "chi disprezza il prossimo".
Nella visuale dell'autore sacro, non vi sono perciò
eccezioni. L'uomo che mi sta davanti potrebbe anche essere
meritevole di disprezzo, ma ciò non mi autorizza
a disprezzarlo, perché la persona umana, anche quando
non vive i valori è essa stessa un valore intangibile.
Cosa si fa allora, bisogna elogiarla? Il testo non ci dice
questo, ma ci dice piuttosto che "l'uomo prudente tace".
Il silenzio sulla persona è indubbiamente amore,
quando la parola non può elogiarla. Ciò viene
ulteriormente specificato al versetto successivo: "Chi
va in giro sparlando, svela il segreto; lo spirito fidato
nasconde ogni cosa" (v. 13). L'uomo sapiente è
uno spirito affidabile, che sa tacere quel che non è
necessario dire. Al tempo stesso, con questo atteggiamento,
egli custodisce la persona indegna dalla diffusione non
necessaria della sua cattiva nomea.Un altro tema già
presente nel Pentateuco è quello del rapporto dell'uomo
col suo lavoro nel contesto della carità: "C'è
chi largheggia e la sua ricchezza aumenta; c'è chi
risparmia oltre misura e finisce nella miseria"
(11,24), e si capisce il senso vero di questo parallelismo,
quando l'autore aggiunge più avanti: "la
persona benefica avrà successo… chi è sollecito
nel bene trova il favore" (vv. 25.27). In realtà
non è la fatica e l'impegno lavorativo ciò
che rendono prospera la vita di una persona; Dio infatti
benedice il lavoro dell'uomo giusto e compassionevole, e
può dargli un frutto abbondante anche in poco tempo
e senza troppa fatica. Del resto, anche il Salmo
127 comunica la stessa idea: "Se il Signore
non costruisce la casa invano faticano i costruttori… invano
vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate
pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici
nel sonno" (vv. 1-2). Il sonno produttivo degli
amici di Dio si oppone alla fatica inutile degli empi; insomma,
è Dio che dà prosperità ai giorni dell'uomo
fedele alla sua amicizia, benedicendo il suo lavoro. Invano
si difende il proprio patrimonio se la nostra cassaforte
non è Dio. La cassaforte è l'onestà
nel lavoro e la compassione verso i veri bisognosi. Lo stesso
concetto viene riaffermato dal libro dei Proverbi
in 11,28: "Chi confida nella propria ricchezza
cadrà; i giusti invece verdeggeranno come foglie".
Lo stesso concetto ritorna anche in 19,17 e 28,27.La carità
del giusto, secondo i Proverbi, si estende anche aldilà
delle relazioni con gli uomini e si manifesta in una sorta
di rispetto del creato: "Il giusto ha cura del
suo bestiame, ma i sentimenti degli empi sono spietati"
(12,10). L'idea di fondo è che la compassione dell'uomo
giusto abbraccia interamente le opere di Dio creatore e
anche con gli animali egli non supera i confini del rispetto
della vita. Al contrario, chi è privo della carità
teologale come è indifferente ai bisogni del prossimo
così talvolta appare spietato anche con le forme
di vita inferiori a quella umana.
Ad
ogni modo, il testo ritorna frequentemente sul fatto che
la prima manifestazione della carità teologale si
coglie già nel modo di parlare: "Una risposta
gentile calma la collera, una parola pungente eccita l'ira"
(15,1). E' certamente questa una prova di infallibile infallibile
veridicità: la carica interiore di una persona, positiva
o negativa, si percepisce immediatamente negli effetti del
suo parlare. Chi ha l'animo invaso da uno spirito negativo,
diffonde intorno a sé inquietudine e conflitti; e
viceversa; "Una lingua dolce è un albero
di vita, quella malevola è una ferita al cuore"
(15,4) e ancora: "Sono in abominio al Signore i
pensieri malvagi, ma gli sono gradite le parole benevole"
(15,26). Di nuovo, la parola è rivelatrice dell'interiorità.
E ciò è sempre vero, anche quando la persona
usa l'inganno e l'ipocrisia nel dire cose diverse da quelle
che veramente pensa. Chi ha il discernimento dello Spirito,
dinanzi a una persona sleale, per quanto questa sia abile
nel fingere, viene preso ugualmente nel suo intimo da uno
strano senso di disagio, che lo avverte del pericolo come
una spia luminosa. E poco più avanti: "L'uomo
perverso produce la sciagura, sulle sue labbra c'è
come un fuoco ardente" (16,27).Il primo a cadere
preda delle labbra dello stolto è però lui
stesso, dal momento che il giusto può sottrarsi alla
sua minaccia grazie al discernimento: "La bocca
dello stolto è la sua rovina e le sue labbra sono
un laccio per la sua vita" (18,7); in definitiva,
nessuno paga il prezzo della stoltezza se non lo stolto
in prima persona. La sapienza stessa dice infatti: "Chi
trova me, trova la vita, e ottiene favore dal Signore; ma
chi pecca contro di me, danneggia se stesso; quanti mi odiano,
amano la morte" (Prv 8,35-36).
Il giusto è esente da questo male irreversibile:
"Torre fortissima è il nome del Signore; il
giusto vi si rifugia ed è al sicuro" (18,10).
Al capitolo 24 torna il tema dell'amore per i propri nemici:
"Non ti rallegrare per la caduta del tuo nemico,
e non gioisca il tuo cuore quando egli soccombe, perché
il Signore non veda e se ne dispiaccia… non irritarti per
i malvagi e non invidiare gli empi, perché non ci
sarà avvenire per il malvagio e la lucerna degli
empi si estinguerà" (24,17-20). Vale a
dire: gli empi e i malvagi sono già stati giudicati
da Dio e la loro sorte di rovina è già segnata;
se ne può solo avere compassione, perché per
essi non c'è futuro. Il primato del giudizio di Dio
sui malvagi fa capolino di nuovo più avanti: "Non
dire: Come ha fatto a me così io farò a lui,
renderò a ciascuno come si merita" (25,29).
Il
senso è che il giudizio di Dio sull'empio è
sufficiente alla sua retribuzione; anzi, può accadermi
di uscire io stesso dal favore di Dio, nel momento in cui
assumo indebitamente il ruolo non richiesto del giustiziere:
"…perché il Signore non veda e se ne dispiaccia"
(24,18).Un insegnamento ancora più particolareggiato
sulla carità si trova nel libro del Siracide. Esso
prende le mosse innanzitutto dall'amore verso Dio, che si
manifesta nella capacità di sopportare le prove a
motivo di Lui. Prima di entrare in merito alle caratteristiche
dell'amore del prossimo, il Siracide ci mette dinanzi alla
virtù del "timore di Dio"; la parola "timore"
qui va intesa non nel senso di "spavento", ma
nel senso di "venerazione piena d'amore", che
dispone l'uomo a servire Dio, sopportando ogni cosa per
amore di Lui. Il servizio di Dio non è mai esente
da una qualche tentazione, e l'uomo ne viene avvertito fin
dall'inizio (cfr. 2,1-2). Una delle manifestazioni dell'amore
verso Dio è l'accoglienza delle sue disposizioni:
"Accetta quanto ti capita e sii paziente nelle vicende
dolorose, perché con il fuoco si prova l'oro e gli
uomini bene accetti nel crogiolo del dolore" (2,4-5).
E' amore di Dio verso di noi anche la permissione delle
prove, perché solo grazie a esse noi cresciamo nelle
virtù; e perciò è amore nostro verso
Dio l'aderirvi e accogliere dalle sue mani ciò che
di spiacevole ci capita. E' questo e non un altro il cammino
della santità. Ciò però non si verificherà
senza la fede fiduciale: "Affidati a Lui ed Egli
ti aiuterà; voi che temete il Signore confidate in
Lui… chi ha confidato nel Signore ed è rimasto deluso?"
(2,7-10). La fede fiduciale è insomma uno dei volti
della carità teologale.Dopo un commento al quarto
comandamento, che si inquadra dentro le prospettive della
virtù della giustizia (3,1-16), il testo passa al
tema specifico della carità verso i poveri. La sollecitudine
verso i bisognosi è subito considerata da una prospettiva
squisitamente teologica: "L'elemosina espia i peccati"
(3,29), prospettiva che approda all'esperienza della figliolanza:
"Sii come un padre per gli orfani e come un marito
per la loro madre e sarai come un figlio dell'Altissimo
ed egli ti amerà più di tua madre"
(4,10). In sostanza, l'idea di fondo è che l'uomo
compassionevole e solidale coi poveri riceve sul piano dello
spirito una elevazione verso la purificazione dei peccati
e l'ingresso nella divina paternità.
All'interno
del discorso sull'amore del prossimo, il Siracide
inserisce diverse considerazioni sull'amicizia: 6,5-17.
In questa pericope l'argomento è trattato soprattutto
in termini di avvertimenti e di suggerimenti prudenziali.
Il medesimo tema ritornerà in 12,8-18 con un carattere
prudenziale non dissimile, anzi forse un po' più
pronunciato circa il pericolo rappresentato dai falsi amici.La
pericope 6,5-17 si apre con la descrizione di un atteggiamento
abituale della carità: "una bocca amabile
moltiplica gli amici, un linguaggio gentile attira i saluti"
(v. 5). L'uomo interiormente abitato dalla luce di Dio,
è sempre così: dolce e amabile nel suo modo
di porsi di fronte agli altri; e non per un artificio del
galateo: l'uomo di Dio è signorile di suo, senza
il bisogno di osservare alcun protocollo. E' la dignità
principesca, derivante dalla divina figliolanza, che lo
rende così. Ma perché questa amabilità
non divenga un pretesto per gli scaltri, che sogliono strumentalizzare
le persone miti, il Siracide offre una serie di indicazioni
prudenziali e di consigli utili nella vita pratica. Il primo
consiglio tocca uno dei frutti della carità teologale:
la libertà dalle persone e dalle loro parole o azioni:
"Siano in molti coloro che vivono in pace con te,
ma i tuoi consiglieri uno su mille" (6,6). Chi
possiede la carità teologale non è scalfito
dalle parole dei molti che parlano tanto per parlare, ma
senza avere né le conoscenze adatte né l'autorità
per farlo. La carità dispone la persona ad amare
tutti senza dipendere da nessuno. Per questo non ci si turba
alla prima persona che arriva e parla. Parli pure se vuole;
ma io ascolterò solo chi parla secondo verità.
La carità teologale infatti ci rende liberi, facendoci
amare Dio al di sopra di ogni altro, ed è questo
il presupposto per essere liberi dalle cose e dalle persone.
Il discorso continua poi in toni prudenziali sul discernimento
delle amicizie, avvertendo del fatto che tutti ci sono amici
nel tempo della prosperità, ma che nel momento della
prova ci rimarranno vicini solo quelli sono veramente tali
(cfr. vv. 7-13). Indirettamente, siamo anche esortati a
non essere così, ma a considerare la fedeltà
come un elemento indissociabile dall'amicizia: "Un
amico fedele è una protezione potente, chi lo trova,
trova un tesoro" (v. 14). In questo contesto ritorna
il tema del timore del Signore, tema caro al Siracide; l'amico
fedele è un dono che Dio fa a quanti lo temono, così
come, quanti temono il Signore, sono soliti essere fedeli
ai propri amici (cfr. vv. 16-17). Lo stesso sarà
detto a proposito della moglie: "Una donna virtuosa
è una buona sorte, viene assegnata a chi teme il
Signore" (Sir 26,3).
Il
discorso sulla carità acquista al capitolo 7 un respiro
più ampio. Il tema della carità si ripresenta
qui sotto il suo duplice aspetto verticale e orizzontale,
ovvero le due inseparabili relazioni fondamentali con Dio
e con il prossimo. L'amore verso Dio, che all'inizio era
stato enunciato sotto l'aspetto del timore di Dio, qui viene
colto nell'atto pratico della preghiera: "Non mancare
di fiducia nella tua preghiera" (7,10); non vi
è dubbio che la preghiera esprime l'amore verso Dio,
mentre la sfiducia lo contraddice. Non sarebbe perciò
erroneo annoverare, tra i peccati contro l'amore, la sfiducia
in Dio o l'impazienza di veder realizzata la sua parola
secondo i nostri tempi e le nostre aspettative. Il medesimo
versetto, nella seconda parte, lascia riaffiorare la sollecitudine
verso il prossimo bisognoso, menzionando la necessità
dell'elemosina.
Un
secondo insegnamento sull'amore verso Dio espresso dalla
preghiera è riportato poi al versetto 14: "Non
essere chiacchierone tra gli anziani e non ripetere le parole
nella preghiera"; insomma, si vuole dire che è
sconveniente essere loquace oltre misura davanti agli uomini
autorevoli come pure davanti a Dio. Quest'ultima esortazione
viene ripresa dall'evangelista Matteo nel contesto del discorso
della montagna: "Pregando, poi, non moltiplicate
le parole come i pagani, che credono di essere esauditi
a forza di parole" (6,7). Quanto all'amore verso
il prossimo, i versetti chiave si trovano in 7,11.12.15:
"Non irridere un uomo nella sua amarezza... non
spargere menzogne sul tuo fratello... non disprezzare il
lavoro pesante". Sono indicazioni pratiche molto
chiare, il cui denominatore comune è senza dubbio
il rispetto incondizionato della persona umana, qualunque
sia il suo stato, il suo mestiere o la sua condizione. Su
questa stessa linea si collocano le esortazioni successive
a trattare con umanità i propri dipendenti: "Non
maltrattare il servo che lavora fedelmente né l'operaio
che si impegna totalmente. Ama lo schiavo giudizioso"
(7,20-21). Ai vv. 30-35 si intrecciano poi di nuovo i temi
della carità verso Dio e verso il prossimo: "Temi
il Signore con tutta l'anima... ama con tutta la forza Colui
che ti ha creato... stendi la tua mano anche al povero,
perché ti giunga piena la benedizione... anche con
i morti non essere avaro. Non voltare le spalle a quelli
che piangono e soffri con quelli che soffrono. Non temere
di visitare gli ammalati, perché da loro sarai riamato".
La
carità si presenta quindi in questi versetti come
un amore di solidarietà che unisce vivi e defunti
e che si nutre del primato di Dio in tutte le cose.La carità
come solidarietà verso il prossimo dal Siracide non
è concepita come una virtù cieca. Il rispetto
incondizionato verso la persona umana, deve essere sapientemente
coniugato con un saggio discernimento delle persone e degli
ambienti: "Sta' lontano da chi ha il potere di
uccidere, ma se l'avvicini non sbagliare, perché
non ti tolga la vita. Per quanto puoi saggia il carattere
dei tuoi vicini e consigliati con quelli che sono saggi.
Conversa con gente di senno... i tuoi commensali siano dei
giusti" (9,13-16).
Il tema del discernimento nel fare il bene, ritorna insistentemente
al capitolo 12: "Se fai il bene, sappi a chi lo
fai" (v. 1). L'idea di fondo è di evitare
il rischio, sempre presente, di trasformare la carità
e la compassione in un affare ben redditizio per gli approfittatori
senza scrupoli. Più avanti, il Siracide afferma senza
mezzi termini: "Benefica l'umile e non dare all'empio;
rifiutagli il pane, non dargli nulla, perché non
ne approfitti a tuo danno" (v. 5).
Il
rispetto della persona umana riemerge al capitolo 18, mettendo
al di sopra dell'assistenza pratica del bisognoso il modo
di beneficarlo: "Figlio, quando aiuti qualcuno
non rimproverarlo, e quando dài non avere parole
amare... La parola non è più accetta del dono
stesso? Nell'uomo generoso si trovano entrambi. Lo stolto
rimprovera senza cortesia e il dono dell'avaro non rallegra
gli occhi" (18,15-18). Insomma, la delicatezza
del tratto e la dolcezza dei modi è ancora più
importante dell'aiuto materiale che si dà, al punto
che il gesto di carità perderebbe tutto il suo merito
e tutta la sua bellezza, in assenza di un modo di fare adeguato.
In questo senso è carità di alto valore il
controllo della parola: "Non propagare le cose
dell'amico o del nemico; parla solo se il silenzio diventa
complicità... Se hai sentito una parola, essa muoia
con te; sta tranquillo che non ti scoppierà dentro"
(19,8.10). E poi ancora: "Tratta con l'interessato
quanto gli si attribuisce... e non credere a tutto quello
che senti" (19,14-15).
A capitolo successivo viene dipinta l'immagine negativa
dello stolto, che così diventa il modello di come
non bisogna essere nell'esercizio della carità: "Il
dono dello stolto non ti gioverà, egli attende la
ricompensa ad occhi sbarrati; dà poco e fa molte
rimostranze... quest'uomo è sempre malvisto e poi
si lamenta: Non ho amici, non c'è gratitudine per
la mia generosità" (20,14-16). Quest'immagine
dello stolto non è solo la rappresentazione del comportamento
sbagliato, ma allude anche al fatto che prima di lamentarci
del cattivo comportamento degli altri verso di noi è
opportuno esaminarci, se per caso non siamo stati noi a
causare la loro scortesia. Anche questa è una luce
di discernimento derivante dalla carità: capire fino
a che punto sono io che mi precludo una vera esperienza
di amicizia. Ci sembra che i nuclei essenziali dell'insegnamento
dei libri sapienziali sull'amore sia a Dio che all'uomo
siano stati toccati interamente. E' ovvio, da quanto detto,
che la letteratura sapienziale pone maggiormente l'accento
sull'aspetto orizzontale della carità, ossia la dimensione
relazionale rivolta al prossimo, sebbene non sia affatto
esente l'aspetto verticale e divino dell'amore. Possiamo
perciò senz'altro entrare nell'ambito dell'insegnamento
neotestamentario, che porterà al definitivo completamento
la dottrina appena abbozzata nell'AT.