Virtù
teologali - la carità
della
Comunità Cattolica "Cristo
Maestro"
La
misura esatta dei rapporti umani
L'insegnamento
evangelico sulla carità non riguarda solo l'esortazione
"ad amare" il prossimo, ma include anche una esortazione
parallela e inseparabile "a non amare" il prossimo
aldilà della giusta misura. Il ridimensionamento
dell'amore verso il prossimo è la diretta conseguenza
dell'amore verso Dio, amato Lui solo al di sopra di tutto
e di tutti. Dal primato dell'amore di Dio nasce il riordinamento
della sfera affettiva e relazionale della persona. Cristo
ha dato su questo punto delle direttive molto chiare.
La capacità di dare alle creature un amore equilibrato,
e in perfetta proporzione rispetto all'amore dovuto a Dio,
è essenziale per il cammino della santità
cristiana. Il discepolato potrebbe addirittura fallire,
se mancasse nel soggetto la volontà determinata a
riequilibrare i propri affetti. Non è un caso che
proprio nel discorso diretto agli Apostoli, Cristo, tra
le altre cose, si esprime così: "Sono venuto
a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre… Chi
ama il padre o la madre più di Me, non è degno
di Me; chi ama il figlio o la figlia più di Me, non
è degno di Me" (Mt 10,35-37).
La posta in gioco, dunque, non è piccola: si tratta
di perdere la dignità di appartenergli come discepoli.
Questo fatto non ci deve meravigliare né ci deve
sembrare eccessiva la sanzione: amare una creatura
più di quanto si ama Dio è idolatria allo
stato puro; è quindi un peccato di grande portata
agli occhi di Dio.
E'
chiaro allora che una affettività squilibrata non
può convivere a lungo col discepolato, così
come l'idolatria non può convivere con la purezza
del culto. La forza soprannaturale che conduce la persona
al perfetto equilibrio degli affetti è la carità
teologale, che dispone appunto la persona ad amare Dio e
il prossimo con lo stesso cuore di Cristo (cfr. Fil
2,5).Il ridimensionamento dei legami umani è un processo
che Cristo stesso, nella sua vita umana, ha dovuto compiere
fin dalla sua adolescenza. Non perché Egli ne avesse
bisogno, ma perché ne avevano bisogno Maria e Giuseppe
in primo luogo e, successivamente, parenti, amici e persino
i suoi stessi Apostoli. Il loro affetto legittimo, ma non
equilibrato, sarebbe stato un ostacolo al compimento della
sua missione. Per questo, all'età di dodici anni,
nel Tempio, Gesù ridimensiona la paternità
di Giuseppe ponendola in antitesi con la paternità
di Dio: alle parole di Maria, "Tuo padre e io ti
cercavamo", Cristo risponde: "Io devo
occuparmi delle cose del Padre mio" (Lc
2,48-49). Allo stesso modo, più volte Egli ridimensionerà
la maternità di Maria, come ad esempio a Cana: "Che
c'è tra me e te, o Donna?" (Gv
2,4), un'espressione certamente strana, ma sufficientemente
chiara relativamente al fatto che Maria deve convincersi
a rinunciare ai suoi diritti materni, dal momento in cui
Cristo ha iniziato la sua vita pubblica; a Lei, che si rivolge
a Lui come se fossero ancora nell'ambito domestico, Cristo
vuol far notare che ora la sua ubbidienza di Figlio è
dovuta solo al Padre. Tuttavia, le concede quello che ha
chiesto. Questo ridimensionamento dei rapporti familiari,
comunque, è realizzato da Cristo solo nella misura
in cui è necessario. Vale a dire: quando è
in gioco il valore più alto dell'ubbidienza alla
volontà di Dio. Per tutto il tempo della sua permanenza
nell'ambiente domestico, invece, Cristo resta sottomesso
a Maria e a Giuseppe (cfr. Lc 2,51). Particolare
questo di altissimo significato: nella vita familiare, fino
a quando scocca l'ora della sua rivelazione messianica a
Israele, Cristo non fa prevalere la divina paternità
sulla umana genitorialità. Il ridimensionamento dei
vincoli di consanguineità nell'insegnamento di Cristo
non ha mai un carattere di arbitrarietà. Non è
mai lecito al cristiano negare ubbidienza e onore ai propri
genitori col pretesto di ubbidire a Dio, se ciò non
sia motivato da cause gravi e immutabili. In linea di principio,
potrebbe avvenire (e nella storia dei santi è avvenuto
più di una volta: cfr. S. Tommaso d'Aquino, S. Chiara
di Assisi, e altri ancora) che i genitori si oppongano alla
realizzazione del disegno di Dio su un loro figlio, in forza
di calcoli umani; e in questo caso la disubbidienza del
figlio non solo è lecita ma è anche un dovere
di coscienza. Ma ciò si giustifica solo in una situazione
in cui l'unica possibilità di ubbidire a Dio sia
quella di disubbidire ai genitori. Ben diversa è
la situazione dell'istituto ebraico del korbàn, condannato
infatti da Cristo, perché permetteva di offrire al
Tempio la somma di denaro dovuta alla assistenza dei propri
genitori anziani (cfr. Mc 7,8-13). Da quel
momento uno veniva esonerato dall'obbligo dell'assistenza
ai propri familiari anziani. Gesù giudica questa
posizione come un abuso costruito su un pretesto apparentemente
religioso. In sostanza, l'amore verso Dio, e il suo primato,
non deve mai essere strumentalizzato per sentirsi autorizzati
a disamare il prossimo. Per questo, Gesù stesso,
negli anni della sua permanenza in famiglia, pur potendo
dire a ragione "qui comando io", non lo fece mai,
preferendo rimanere nella condizione di figlio in senso
umano. Sarebbe stato infatti un atteggiamento non necessario.
Il ridimensionamento del suo rapporto con i genitori inizierà
in concomitanza con l'inizio della vita pubblica. Il ridimensionamento
dell'amore materno continua come una divina pedagogia anche
durante la vita pubblica, come si vede da Mt
12,46-50. Non c'è dubbio che in questo episodio si
coglie la misura della rinuncia ai suoi diritti materni,
che la Vergine ha dovuto accettare nel tempo della vita
pubblica di Gesù: Maria non è accanto a Lui
nel ministero pubblico e quando deve parlargli, lo raggiunge
solo con difficoltà. All'interno di questa pedagogia,
vanno inclusi anche gli Apostoli, i quali fino alla prossimità
dell'ultima Pasqua trascorsa col Maestro, lo amano nella
maniera sbagliata. Il dialogo riportato dai Sinottici, nel
quadro geografico di Cesarea di Filippo, ne è un
esempio indubitabile. Dinanzi alla prospettiva della sua
morte di croce, udita con chiarezza per la prima volta come
una profezia del Maestro sull'esito del ministero del Messia
di Israele, Pietro gli manifesta un amore che Cristo non
è disposto ad accettare: "Dio te ne scampi,
Signore; questo non ti accadrà mai. Ma Egli, voltandosi,
disse a Pietro: Vai dietro, satana! Tu mi sei di scandalo,
perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini"
(Mt 16,22-23). L'idea di fondo che permea
le parole di Cristo, e che al tempo stesso illumina il senso
della sua reazione, è che amarlo nel modo sbagliato
è lo stesso che ostacolare la sua missione, partecipando,
pur senza volerlo direttamente, all'azione ostruzionista
dello spirito delle tenebre. Nel contesto più generale
della carità teologale, applicando per estensione
la risposta di Gesù a Pietro, si può dire
che tutte le volte che la nostra affettività
è lasciata in stato di disordine e di squilibrio
si impedisce a Cristo di compiere la sua missione verso
di noi. Per comprendere poi quale sia l'essenza
di questo squilibrio, basta osservare la posizione dell'Apostolo
Pietro: nessuno dubita che stia amando Cristo sinceramente
e che il suo slancio sia autentico, ma sta amando a modo
suo. Cristo, invece, vuole che noi amiamo non a modo nostro,
ma a modo di Lui. La carità teologale, infatti, non
è un amore qualsiasi, ma è la capacità
di amare come ama Cristo. Questo concetto sarà più
chiaro negli insegnamenti dell'Ultima Cena a proposito della
lavanda dei piedi. Qui Cristo, anche se con parole dalle
tinte molto forti, richiama Pietro al suo ruolo di discepolo:
il discepolo non può pensare a modo suo, né
può amare a modo suo. La traduzione greca più
corretta di Mt 16, 23 non è "Lungi
da me", bensì "Vai dietro di Me",
al tuo posto di discepolo per imparare come si pensa e come
si ama. Il discepolo non può insegnare al Maestro,
ma ne dovrà soltanto seguire le orme, anche quando
i passi del Maestro si dirigeranno verso il Calvario.