Virtù
teologali - la carità
della
Comunità Cattolica "Cristo
Maestro"
L'ultimo
insegnamento del Maestro
L'attività
di Gesù come Maestro si è conclusa con la
fine del suo ministero pubblico, avendo chiarito al mondo
ogni verità, ma l'insegnamento sull'amore non si
è concluso e ha raggiunto il suo vertice sulla sua
ultima cattedra: la croce, prolungandosi poi nelle parole
e negli atteggiamenti del Risorto. Cercheremo adesso di
ripercorrere queste ultime fasi del racconto evangelico,
partendo dai dialoghi dell'Ultima Cena, per evidenziarne
le allusioni alla carità teologale.Il vertice dell'insegnamento
di Gesù sulla carità teologale è raggiunto
nell'enunciazione del "comandamento nuovo"
(Gv 13,34). Nel suo dialogo col dottore
della Legge, Gesù aveva parlato di "due"
comandamenti, disposti gerarchicamente, così che
si possa parlare di un "primo" e di un "secondo"
comandamento. Nel corso dell'Ultima Cena, affidando ai discepoli
le ultime istruzioni, Egli ritorna sul tema dell'amore,
unificando i due comandamenti in uno solo. Non si tratta
però di annullare o di sostituire quanto Egli stesso
aveva detto al dottore della Legge, bensì di indicare
la perfezione della carità; in fondo, anche col giovane
ricco aveva fatto la stessa cosa: lo aveva approvato per
la sua osservanza fedele del Decalogo (Mc
10,21), ma gli aveva indicato, al tempo stesso, l'esistenza
di una meta più alta (cfr. Mt 19,21).
Se l'AT stabilisce che la misura dell'amore verso Dio è
data dall'ascolto della sua Parola ("Ascolta, Israele")
e la misura dell'amore verso il prossimo è data dal
bene che si desidera per se stessi ("Amerai il prossimo
tuo come te stesso"), nell'ordine nuovo della perfezione
c'è una misura che rappresenta il vertice assoluto
per entrambi gli amori: il modo di amare proprio del Maestro:
"come Io vi ho amato, così amatevi anche
voi gli uni gli altri" (Gv 13,24).Chi,
nell'amore verso Dio e verso il prossimo, supera le due
misure precedenti e assume la misura nuova, che è
Cristo stesso, compie in modo totalmente perfetto le due
esigenze della Legge antica. E' ovvio che non si arriva
a questa nuova misura, senza avere attraversato le due precedenti.
Ingannerebbe se stesso, chi volesse lanciarsi verso il troppo
perfetto, senza essersi sufficientemente allenato in ciò
che lo è meno. Questo livello del "comandamento
nuovo", rispetto ai due indicati da Gesù
al dottore della Legge, può essere infatti identificato
con quella che la terminologia della spiritualità
suole definire "seconda conversione". Vale a dire,
lo stadio di una ulteriore maturazione delle virtù
teologali, che si dispongono a crescere verso il loro livello
eroico.Il "comandamento nuovo", prima di essere
enunciato, viene rappresentato da Gesù con un gesto
che scandalizza gli Apostoli: "Versò dell'acqua
nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli"
(Gv 13,5). Quel gesto, così strano
ai loro occhi, ha un altissimo valore, tanto che Cristo
richiama di proposito su di esso l'attenzione dei suoi discepoli:
"Quando dunque ebbe lavato loro i piedi, sedette
di nuovo e disse loro: Sapete ciò che vi ho fatto?"
(Gv 13,12). E' quindi vitale che essi capiscano
il gesto del Maestro, perché d'ora in poi sarà
proprio questa la misura della perfezione cristiana. Il
cristiano insomma è perfetto, quando ha raggiunto
la perfezione della carità nella sua duplice direzione;
e Gesù ha voluto racchiudere in un'icona questa fondamentale
verità. La lavanda dei piedi rappresenta la perfezione
della carità, perché amare come Cristo significa
essere disponibili a morire per gli altri: "Nessuno
ha un amore più grande di questo: dare la vita per
i propri amici" (Gv 15,13). Il
gesto stesso di deporre le vesti (Gv 13,4)
e poi di riprenderle (Gv 13,12), è
espresso dall'evangelista negli stessi termini della morte
e della resurrezione: "Io offro (depongo) la mia
vita per poi riprenderla di nuovo" (Gv
10,17). Affermare che un amore più grande di questo
non possa esistere, equivale quindi a dire che tutte le
misure possibili sono state superate dal suo modo divino
di amare e che il limite massimo è stato toccato
da Lui stesso. Dall'istante della sua morte di croce in
poi, sarà possibile ai suoi discepoli giungere a
questo confine, dopo un lungo cammino, ma nessuno lo potrà
mai oltrepassare. In questo punto, l'uomo tocca perciò
la dimensione della divina perfezione, identificata da Cristo
nella sua autoconsegna alla morte. Infatti, se il Dio trascendente
manifesta la sua perfezione donando la pioggia ai giusti
e agli ingiusti (cfr. Mt 5,45-48), il Dio fatto uomo, la
manifesta accettando di morire per il Padre e per l'umanità.
Il "comandamento nuovo" non è altro che
questa medesima misura applicata alla vita dei suoi discepoli
di tutti i tempi.Ci si può chiedere certamente in
che modo, o per quali vie, possa tradursi in atteggiamenti
pratici il modello divino della lavanda dei piedi. A questo
genere di interrogativo, nessuno schema sarebbe mai sufficiente
a rispondere in maniera piena. Sarà lo Spirito di
Dio, il Maestro interiore, a indicare al cristiano, di volta
in volta, la giusta risposta dell'amore. Tuttavia, si può
tentare di individuare qualche nucleo principale, o qualche
denominatore comune, che possa ripresentarsi frequentemente.
Si potrebbe innanzitutto considerare Romani 12,1 come un
testo chiave: "Vi esorto, fratelli, ad offrire
i vostri corpi come sacrificio vivente, santo, gradito a
Dio". La qualità del rapporto con la propria
vita fisica è un segno indicatore del livello della
carità, intesa come applicazione del modello della
lavanda dei piedi. La vita fisica contiene già tutti
gli elementi per la ricerca di se stessi, ed è certo
un segnale preoccupante quando la nostra unica reazione,
agli eventuali disagi piccoli o grandi, sia l'impazienza,
cioè l'incapacità di sopportazione di ciò
che è sgradito. L'impazienza è un segno certo
di non amore, se la carità si misura sulla disponibilità
ad offrire se stessi. Del resto, la pazienza è la
virtù sulla quale si può trasformare la propria
vita quotidiana in una piccola eucaristia. Diversamente,
si rischia di sciupare tutto. L'ambito privilegiato dell'offerta
eucaristica di se stessi è il lavoro quotidiano,
con il suo carattere di fatica e di logoramento della nostra
resistenza. Per il cristiano è questa una partecipazione
continua al mistero della croce. Infatti, oltre alla naturale
fatica connessa al lavoro, vi sono in esso anche molteplici
elementi di abnegazione e di rinuncia a se stessi. Almeno,
quando il lavoro è concepito come un servizio alla
comunità umana. E il cristiano certamente lo concepisce
così. A questa costante e quotidiana eucaristia,
si aggiungono l'invecchiamento e la malattia, che vanno
vissuti come un sacrificio spirituale; e poi tutte quelle
situazioni nelle quali una motivazione d'amore mi costringe
arinunciare a qualcosa che avrei potuto avere, o di materiale
o di morale. Anche qui il cristiano si sente chiamato dal
suo Signore a chinarsi e a lavare i piedi al suo prossimo,
quando le circostanze lo richiedano.