Virtù
teologali - la speranza
della
Comunità Cattolica "Cristo
Maestro"
Il
segno del Figlio dell'Uomo
Il
terzo e ultimo segno della fine è costituito da Cristo
stesso, nel suo apparire nella gloria e nella potenza della
sua risurrezione. I caratteri e le circostanze di questa
apparizione escatologica sono anticipati dal vangelo di
Luca nella sezione finale del cap. 16 (vv.
22-37), prima del discorso sul monte uliveto. Cristo sembra
descrive l'evoluzione dell'approccio dell'umanità
con la vita, servendosi di un paragone desunto dai racconti
biblici del diluvio e della distruzione della città
di Sodoma; l'umanità che si troverà alle porte
dell'ultima epifania di Cristo, avrà qualcosa in
comune con l'umanità contemporanea a Noè e
a Lot: "Come avvenne al Tempo di Noè così
sarà nei giorni del Figlio dell'uomo: mangiavano,
bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno
in cui il diluvio li fece perire tutti" (v. 27);
anche al tempo di Lot, gli uomini "mangiavano,
bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano"
(v. 28). In queste due immagini bibliche, Cristo dipinge
un'umanità ripiegata su se stessa, prigioniera dell'aldiqua,
incapace di cogliere il messaggio spirituale proveniente
da persone vicine a Dio come lo erano Noè e Lot.
Significativamente il testo lucano dice "Nei giorni
del Figlio dell'uomo" al v. 26 e "Nel giorno"
al v. 30, per sottolineare che si descrivono i tempi della
sua vicinanza, oltre che il momento del suo arrivo. L'umanità
degli ultimi tempi sarà quindi particolarmente sorda
ai richiami del soprannaturale, e si muoverà verso
la superficie dell'esistenza, venendo così colta
di sorpresa dalla venuta del Cristo glorioso. Va certamente
letta in questo senso la domanda posta da Gesù alla
fine della parabola del giudice iniquo: "Il
Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la
fede sulla terra?" (Lc 18,8).
I discepoli vengono perciò accoratamente avvertiti
di non appesantirsi, ubriacandosi di cose effimere (cfr.
Lc 21,34-36). La prima lettera a Timoteo
ritornerà su questo tema dell'umanità degli
ultimi tempi, segnata da una particolare superficializzazione
di tutti i suoi rapporti (cfr. 1 Tm 4,1ss).
La sezione finale di Luca 17 contiene anche un paio di versetti
un po' oscuri, che riprenderemo in forma interrogativa a
proposito della 1 Tessalonicesi: "in
quella notte due si troveranno in un letto: l'uno verrà
preso e l'altro lasciato; due donne staranno a macinare
nello stesso luogo: l'una verrà presa e l'altra lasciata"
(vv. 34-35). L'inizio del v. 34 sembra voler dire che il
ritorno di Cristo avverrà durante la notte: "In
quella notte…". Del resto, anche la parabola delle
dieci vergini in attesa dello sposo, odono il grido che
annuncia il suo arrivo durante la notte (cfr. Mt
25,1-13) e ripetutamente si parla della venuta
di Cristo nella gloria come quella di un ladro nella notte.
Nei primi secoli della Chiesa, nella veglia di Pasqua, l'assemblea
si scioglieva solo dopo la mezzanotte, appunto sulla base
di questa attesa del Cristo nella notte. Questo particolare,
però, non ci sembra cruciale quanto lo è quello
descritto ai vv. 23-24: "Vi diranno: Eccolo là,
o eccolo qua; non andateci, non seguiteli. Perché
come il lampo, guizzando, brilla da un capo all'altro del
cielo, così sarà il Figlio dell'uomo nel suo
giorno". Il momento del ritorno di Gesù
non avrà insomma bisogno di profeti o di precursori:
la sua apparizione sarà immediatamente evidente su
tutte le latitudini della terra abitata, come la luce del
lampo che percorre d'improvviso il cielo notturno. Sarà
perciò del tutto impossibile qualunque previsione
del momento esatto dell'ultima epifania di Cristo, e chiunque
voglia tentarne un'ipotesi di calendario, va giudicato per
ciò stesso un impostore. Infatti, il passo parallelo
di Matteo all'esortazione "Se qualcuno vi dirà:
Ecco, il Cristo è qui, o E' là, non ci credete"
aggiunge: "Sorgeranno infatti falsi cristi e falsi
profeti e faranno miracoli, così da indurre in errore,
se possibile, anche gli eletti" (Mt
24,23-24). La falsificazione religiosa operata dallo spirito
dell'anticristo raggiungerà quindi negli ultimi tempi
una potenza mai conosciuta prima nella storia della Chiesa.
Il libro dell'Apocalisse descrive questa impostura religiosa
mediante il simbolo del falso profeta, ossia la Bestia che
sale dalla terra: somiglia a un agnello, ma parla secondo
lo spirito del drago (13,11). In sostanza, il maligno colpisce
la Chiesa nei due modi descritti da Ap 13, o con la persecuzione
aperta e violenta (la Bestia simile alla pantera, v. 2),
o con una persecuzione occulta, ossia la falsificazione
della santità (la Bestia simile all'agnello, v. 13).
In concomitanza con la venuta del Figlio dell'uomo, vengono
descritti dei fenomeni cosmici di grande portata: dopo le
tribolazioni concomitanti al secondo segno, vale a dire,
dopo l'ultima manifestazione dell'anticristo, la natura
perderà i suoi equilibri consueti: "il sole
si oscurerà, la luna non darà più la
sua luce, gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei
cieli saranno sconvolte" (Mt
24,29). I medesimi termini ricorrono anche nel vangelo di
Marco, mentre Luca varia leggermente, pur mantenendo lo
stesso tenore: "Vi saranno segni nel sole, nella
luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in
ansia… per l'attesa di ciò che dovrà accadere
sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte"
(21,25). A questo punto comparirà il segno del Figlio
dell'uomo e tutte le nazioni lo vedranno nella sua maestà
(cfr. Mt 24,30). L'idea di fondo è
che la venuta di Cristo nella gloria, dà inizio a
un nuovo ordine di cose, migliore e definitivo, che annulla
quello della creazione precedente. L'Apocalisse parla infatti
del sorgere di cieli nuovi e terra nuova (cfr. Ap
22,1, come pure 2 Pt 3,13). Lo sconvolgimento della creazione
in Adamo indica che il suo tempo è scaduto e che
Dio ripristina in Cristo gli ordinamenti della creazione.
Non si tratta perciò di una "fine", ma
di un nuovo inizio. Accanto al ripristino degli ordinamenti
del creato, la venuta di Cristo nella gloria comporterà
anche il raduno degli eletti: "Egli manderà
gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti"
(Mc 13,27 e Mt 24,31).
Il tema del raduno degli eletti viene ripreso dalla letteratura
profetica postesilica, dove viene promesso a Israele il
ritorno dalla dispersione (cfr. Ez 20,41). Alla luce delle
parole di Cristo, si comprende bene come il vero raduno
di Israele dalla sua dispersione tra le nazioni, annunciato
dai profeti, sarà questo che avrà luogo in
concomitanza col suo ritorno. Tra i Sinottici solo Matteo
lascia intendere che il raduno degli eletti segna l'inizio
del giudizio universale, e quindi suppone che la risurrezione
si verifichi contemporaneamente alla parusia.
Il
capitolo 25 di Matteo parla esplicitamente di "raduno"
in vista del giudizio: "Quando il Figlio dell'uomo
verrà… saranno riunite davanti a Lui tutte le genti"
(vv. 31-22). Le tre parabole introduttive del maggiordomo
(24,45-51), delle dieci vergini (25,1-13) e dei talenti
(24,14-30) - che noi non analizzeremo nei loro particolari
in questa sede - si riferiscono certamente alla fine dei
tempi, ma si riferiscono anche alla fine della vita terrena
del singolo uomo. Ci basta prendere coscienza, in questa
sede, del fatto che la virtù teologale della speranza
dispone il cristiano in un certo modo non solo riguardo
agli ultimi eventi del mondo, ma anche riguardo agli eventi
ultimi della propria stessa vita. La virtù della
speranza dona al cristiano la vittoria esistenziale sulla
morte, il cui ricordo ha cessato di vanificare i significati
più belli della vita. Tanto il pensiero della morte,
quanto quello dell'invecchiamento e della malattia acquistano,
nella virtù della speranza, nuovi valori e svelano
di essere, al di là delle loro apparenze, delle realtà
al servizio della Vita nel suo significato più ampio
e più totale. Per chi è privo della virtù
teologale della speranza, la malattia, la vecchiaia e la
morte, come ogni altra esperienza di diminuzione psicofisica,
sono realtà al servizio della morte; al loro sopraggiungere
sono perciò possibili due reazioni: o l'accettazione
passiva o la disperazione. Ma per il cristiano non è
così. La speranza teologale dispone il cristiano
ad accogliere ogni esperienza di diminuzione, vuoi a livello
fisico, vuoi a livello interiore, come una morte parziale
del vecchio uomo. Infine, con la morte fisica, il vecchio
uomo scompare definitivamente dalla scena della storia,
e rimane solo l'attesa beatificante della risurrezione per
la Vita. Le tre parabole introduttive, cui abbiamo già
accennato, intendono riferirsi ai nuovi significati che
la morte assume nella luce teologale della speranza. La
parabola del maggiordomo, e quella dei talenti, descrivono
la vita terrena come una forma di affidamento di beni non
propri; ciò significa che la virtù della speranza
favorisce la scelta, e soprattutto la comprensione, della
povertà evangelica, a partire dalla consapevolezza
che il vero Padrone di tutto quello che possiedo è
Dio; io soltanto amministro dei beni non miei (1 Cor 4,7).
La mia morte sarà dunque il ritorno del Padrone che
mi chiederà conto della mia amministrazione. Ma non
è tutto qui: la speranza mi dispone a vedere la mia
morte con gli stessi occhi con cui una ragazza guarda il
giorno del suo matrimonio, ed è proprio questo il
messaggio fondamentale della parabola delle dieci vergini.
Attendere la morte, per il cristiano, è come attendere
lo Sposo, per restare sempre con Lui.
Il
giudizio finale, narrato da Matteo, ci riporta quindi al
tema del raduno che nel discorso escatologico del monte
uliveto è associato alla comparsa del segno del Figlio
dell'uomo. L'umanità viene radunata davanti a Lui,
ma, al tempo stesso, viene divisa. Nulla di nuovo in verità.
Anche durante la nostra vita terrena avviene lo stesso:
la fede in Cristo unisce e divide. Ed entrambe le cose hanno
una tele profondità e una validità tale, da
essere riconfermate nel giorno del giudizio. La divisione
che in quel giorno diverrà palese a tutto l'universo,
era già in atto da molti secoli, anche se non per
tutti era evidente. Il giudizio finale non farà altro
che portare alla luce e confermare definitivamente, con
l'irreversibilità di ciò che è eterno,
quel che già era stato deciso dalle libere scelte,
compiute di singoli uomini, finché ne avevano il
tempo. Dal punto di vista teologico ci sembra anche particolarmente
importante l'espressione duplice pronunciata dal giudice
come motivazione della sua sentenza: "l'avete fatto
a Me", "non l'avete fatto a Me" (vv. 40.45).
L'ultima discriminante del giudizio di Dio non è
il bene inteso come "atto buono", ma il bene inteso
come una convalida o una smentita da parte di Cristo del
valore delle nostre opere. Vale a dire: ci possono essere
tanti motivi che spingono la persona a compiere un "atto
buono"; ebbene, dobbiamo sapere che non tutte le nostre
motivazioni per fare il bene, sono convalidate dal giudice
divino. Il Cristo storico ha anticipato questa verità
nel suo insegnamento. Non c'è dubbio che i farisei
compivano con fedeltà molti atti buoni: la preghiera,
l'elemosina, il digiuno, eppure Cristo non ha convalidato
queste opere (cfr. Mt 6,1.5.16), così
come il fariseo che va al Tempio a pregare col pubblicano,
ha compiuto davvero quelle opere buone menzionate nella
sua preghiera, ma Cristo non le convalida davanti al Padre
(cfr. Lc 18,11-12.14). Anche nel
libro dell'Apocalisse viene enunciato lo stesso
principio: "Così parla Colui che possiede
i sette spiriti di Dio… non ho trovato le tue opere perfette
davanti al mio Dio" (3,1-2). Il Risorto qui non
dice: "Non ho trovato le tue opere perfette in se stesse",
bensì "non ho trovato le tue opere davanti al
mio Dio". Un'opera, infatti, in se stessa, può
essere buona, ma Cristo può avere tuttavia i suoi
motivi per non convalidarla davanti al Padre.
Inoltre, la duplice espressione del giudice allude anche
a un'altra verità: quando il bene che compiamo è
convalidato da Cristo, esso va considerato come un atto
d'amore perfetto, in quanto è un amore simultaneamente
dato a Dio e a l'uomo: "l'avete fatto a Me".