Nel
NT la morte dell'individuo appare del tutto liberata da
ogni senso di ansia o di angoscia. L'insegnamento di Gesù,
a questo riguardo, suona così: "Non abbiate
paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere
di uccidere l'anima" (Mt 10,28).
Questo insegnamento rivolto ai Dodici riguarda innanzitutto
le esigenze dell'evangelizzazione e la possibilità
che alla testimonianza della parola si aggiunga anche quella
del sangue; tuttavia, nelle medesime parole di Cristo, si
intravede anche una disposizione di libertà che deve
caratterizzare la vita di tutti i cristiani e non soltanto
quella dei missionari: la libertà di chi ha messo
la propria vita fisica nell'arbitrio di Dio, accettando
di buon grado che Egli dia e tolga la salute, oppure decreti
le circostanze della propria morte, secondo il suo beneplacito.
Difficile libertà. Eppure il NT è chiaro nell'affermare
che tale atteggiamento fa parte integrante della santità
cristiana. Il cristiano è infatti un uomo
libero nella misura in cui ha rinunciato a se stesso. Ebbene,
la rinuncia a se stesso implica, tra le altre molteplici
cose, anche il distacco dalla preoccupazione per la propria
vita. La disposizione di libertà nei confronti della
propria vita fisica, e la conseguente serenità dinanzi
alla prospettiva della propria morte, si radicano in un
particolare frutto della morte di Gesù, vissuta da
Lui nella sensazione interiore dell'abbandono del Padre.
Il grido di Cristo sulla croce, "Dio mio, Dio mio,
perché mi hai abbandonato" (Mc
15,34), esprime il grido dell'umanità che sperimenta
la morte nello stato di separazione da Dio. E' infatti proprio
questo il genere di morte che scaturisce come pena dal peccato
originale. Se la morte per la creatura umana è sempre
l'interruzione di una fase della sua esistenza, tuttavia
non è mai la stessa cosa morire nel Signore o morire
in stato di inimicizia, e quindi fuori dal suo divino favore.
Cristo con la propria morte è disceso nell'abisso
della separazione tra Dio e l'uomo, sperimentando - in forza
di un mistero difficilmente penetrabile dalla nostra mente
- Egli stesso come si muore lontani da Dio, pur essendo
sostanzialmente unito al Padre nella sua divina consustanzialità.
Una cosa però è certa: questa morte del Figlio
di Dio ha eliminato l'abisso di separazione e ha trasferito
l'uomo in un nuovo Eden, dove il dialogo con Dio è
stato definitivamente riallacciato. Adesso è possibile
udire il suo passo nel giardino senza più fuggire
dinanzi alla sua maestà. Se l'uomo è stato
reintrodotto nell'Eden, allora l'albero della vita è
diventato di nuovo accessibile. Il suo frutto che comunica
l'immortalità è l'Eucaristia. Anche su questo
punto l'insegnamento di Gesù è del tutto esplicito:
"Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno
mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che
io darò è la mia carne per la vita del mondo"
(Gv 6,51). Ciò significa che nessuno
di noi sperimenterà la morte nella solitudine dell'abbandono
di Dio, perché Cristo ha voluto morire Lui come l'Abbandonato,
appunto per redimere l'esperienza della nostra morte, in
modo da aprirci la via al morire nel Signore. Il libro dell'Apocalisse
proclama beati d'ora in poi coloro che muoiono nel Signore
(cfr. Ap 14,13).
Il libro degli Atti dimostra ampiamente come gli Apostoli,
dopo la Pentecoste, perdono qualunque rimasuglio di paura
a tutti i livelli. Anche la paura della morte, che li aveva
spinti a fuggire dopo l'arresto di Gesù, sembra totalmente
vinta dalla potenza dello Spirito. Gli Apostoli vanno alla
prigionia e alla fustigazione, perfino lieti di essere stati
"oltraggiati per amore del nome di Gesù"
(At 5,41). Il diacono Stefano muore lapidato,
perdonando i suoi assassini (cfr. At 7,60). Paolo e Sila,
in prigione, cantano inni a Dio e pregano, senza paura e
senza scoraggiamento (cfr. At 16,25). E
ancora Paolo, partendo da Efeso con la premonizione che
quello sia il suo ultimo viaggio, saluta gli anziani della
comunità locale dicendo: "So soltanto che
lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi
attendono catene e tribolazioni. Non ritengo tuttavia la
mia vita meritevole di nulla" (At
20,23-24). Queste parole non esprimono affatto una forma
di disprezzo di sé, come a una lettura superficiale
potrebbe sembrare; solo chi non conosce il cristianesimo
può scambiare la libertà da se stessi con
il cinismo. La libertà da se stessi, infatti, nella
prospettiva evangelica è amore. Un amore così
elevato che pochi sono in grado di capirlo. I più
lo fraintendono. Dalle parole di Paolo traspare piuttosto
un distacco completo dalla preoccupazione per la propria
vita fisica, oramai totalmente subordinata al compimento
della sua missione apostolica. Tale distacco, che è
la stupenda libertà del cristiano, affonda la sua
radice in quell'amore purissimo sintetizzato da Cristo nel
comandamento nuovo (cfr. Gv 13,34).